E’ la guerra, bellezza

Sottotitolo, dedicato specialmente ai vagabondi che credono di essere anonimi: il furto di identità è ancora un reato perseguibile dalla giustizia reale. Renzi non l’ha ancora depenalizzato, ecco.

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Anche bombardare paesi è un atto di guerra.
Costringere la gente a scappare dalla sua terra senza sapere dove andare, abbandonarla ad un destino infame, è un atto di guerra.
Chissà come mai gli atti di guerra vengono considerati tali solo quando colpiscono l’obiettivo occidentale, mentre in tutti gli altri casi sono “esportazione di democrazia” o “difesa dei valori”.

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Ben svegliati a tutti quelli che scoprono solo oggi che le guerre sono divisive, che nessun atto di prevaricazione violenta ha in sé alcuna finalità positiva e figuriamoci democratica.
Se il momento non fosse tragico sentire Obama che parla degli attentati di Parigi definendoli “un oltraggio ai nostri valori”, quelli che tutti abbiamo imparato nel tempo a conoscere, farebbe sganasciare dalle risate.
Ci volevano terrorizzati, impauriti, spaventati e chiusi nei nostri piccoli recinti di “libertà”, ecco: ci sono riusciti.

Se l’Italia fin’ora si è salvata dagli attacchi del fondamentalismo nonostante la santanchè, salvini, gasparri, ferrara, i quotidiani di berlusconi, la scelleratezza delinquenziale di chi continua ad offrire la ribalta mediatica ai seminatori di odio razzisti e fascisti spacciati per leader ‘moderati’ non è perché abbia qualche merito particolare o una politica autorevole che sa garantire la sicurezza nazionale, è semplicemente perché proprio grazie alle sue politiche è stata sempre il paese più servo di tutti, il più capace di tutti a trattare con tutti per vigliaccheria e impossibilità di tenere la testa alta davanti ai poteri di ogni ordine e grado.
Un paese ininfluente a livello internazionale che si piega ad ogni desiderata che arriva dai piani alti, che non incute timore a nessuno.
Uno stato gestito da gente responsabile non avrebbe mai assecondato  un papa che pensa che sia questo il momento più adatto per far entrare qualche milione di persone in Italia a celebrare il suo anno santo e misericordioso.

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L’Euroricatto

Duecento anni fa, Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti: “Penso che le banche siano, per la nostra libertà, più pericolose di un esercito… se la gente permette alle banche private di controllare l’emissione di moneta, prima con inflazione e poi con deflazione, le banche e le corporations che cresceranno attorno alle grandi banche priveranno la gente delle proprie cose, finché i loro figli si troveranno a dormire sotto i ponti”.

Tsipras è una persona onesta, un politico dignitoso che ha vinto le elezioni perché si è impegnato a tirare fuori la sua gente dall’incubo dell’austerità: non ha promesso due spicci in cambio del voto come ha fatto il miracolato di Rignano assurto al trono dopo la vigliaccata fatta al suo predecessore.
Juncker, presidente della Commissione europea che oggi è uno di quelli che nega una proroga alla Grecia è lo stesso che in passato, quando era primo ministro in Lussemburgo, creò un sistema di elusione fiscale per favorire i grandi evasori delle multinazionali.
La Merkel non potrebbe essere dov’è, giocare alla prima della classe se la Germania nella storia non fosse stata graziata dal fallimento due volte.
Per due volte il mondo ebbe pietà per la Germania perdente in guerra, laboratorio del nazismo che provocò milioni di morti, devastazioni ovunque e rinunciò ad un giusto risarcimento, solo questo consentì alla Germania di diventare il cosiddetto motore d’Europa.

Se la Merkel giustamente riconosce alla Germania una responsabilità perenne per l’olocausto nazista dovrebbe ricordare anche che altri paesi non glielo rinfacciarono quando si fecero carico dei tanti miliardi di dollari di debiti tedeschi a cui hanno rinunciato per permettere alla Germania di essere quella che è oggi.  

Se chi sbaglia deve pagare iniziamo a pretendere il risarcimento da tutti quelli che hanno infilato l’Europa nell’incubo euro, millantando che fosse l’unica scelta possibile, la migliore, per risollevare l’economia di un intero continente.
Quelli che si sono piegati agli ordini della finanza facendo in modo che i popoli sacrificassero tutto ai bilanci dei vari stati invece di essere i controllori della finanza.
L’esperienza dell’euro ci ha insegnato che non esiste etica nella politica né il fine ultimo, e unico, che dovrebbe essere la cura degli interessi collettivi, non delle associazioni a delinquere che gestiscono i nostri soldi.
Ci avevano detto che con l’euro sarebbe stato tutto meglio, i fatti ci dicono che non è vero, oggi ci dicono che senza l’euro sarebbe tutto peggio di così, ovvero di quello che è già il peggio, una gestione così superficiale dei paesi della cosiddetta unione è un crimine contro l’umanità.
E il fatto che Tsipras qui in Italia venga umiliato da quelli che hanno sostenuto e sostengono il miracolato che a sua volta sostiene sia Junker sia la Merkel contro la Grecia dove la gente è ridotta alla soglia più bassa e infame della povertà, le persone non si possono curare, i bambini muoiono di fame [e tutto questo non suscita lo stesso sdegno mainstream come quello espresso per i migranti e i profughi], dovrebbe far riflettere un po’ tutti.

La triste vicenda della Grecia ci ha mostrato ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, quanto è irresistibilmente naturale il servilismo della gran parte della sciagurata informazione italiana verso i potenti, quali che fossero e che sono non è mai stato un problema: la posizione a 90 scatta in automatico, anzi, di default, per restare in tema.

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La Grecia e il debito, populismo vero contro populismo presunto – Alessandro Robecchi 

Da qui al referendum chiunque, ma proprio chiunque, spiegherà al popolo greco che votando “no” si metterà ancor più nei guai, che si rischia il disastro, eccetera, eccetera.
Per cui tirate le somme, sarebbe “populismo” chiedere a un popolo di esprimersi nelle urne ma non lo è interferire in quello che il popolo scriverà sulla scheda. Il presidente della Commissione europea, i vari leader del continente che indicano ai greci come votare, pregandoli di votare “sì” e sottoponendoli ad ogni tipo di pressioni sarebbero invece sinceri democratici antipopulisti. Mah.

Il Codice Decidoio [cit. Marco Travaglio]

 

Ci mancava la storia del complotto.
Mica per niente, ma per non dover riascoltare per la miliardesima volta ‘sta serenata di lui che “se n’è andato per senso di responsabilità”. Lo stesso spirito che aveva quando invece è arrivato tramite discesa in campo. Nel momento della dipartita, spontanea, s’intende, nella testa di berlusconi circolavano proprio gli stessi pensieri, ovvero: come fare anche stavolta per salvare i cazzi miei. Cioè i suoi.

Se anche fosse vero [ma non ci crede nessuno] del complotto contro silvio l’unica nota di rilievo sarebbe l’esportazione di democrazia senza spargimenti di sangue come invece è solita fare la “santa alleanza” quando va a distribuire civiltà in giro per il mondo.
Anche il rassemblement fra berlusconi e i figli, Ghedini e Confalonieri cinque minuti prima delle dimissioni “spontanee” ha fatto parte del complotto internazionale? Chiedo. In un paese normale berlusconi non avrebbe nemmeno potuto avvicinarsi alla politica, altroché complotti. L’unico vero complotto è quello ordito dallo stato  contro gli italiani costretti a subire il berlusconi “politico” anche nella nuova veste di pregiudicato condannato alla galera.

 

Sottotitolo: anche nella questione degli sbarchi l’informazione ha delle grandi responsabilità.
Perché nessuno spiega, anche tutti i giorni, così come si fa coi bambini che non capiscono o con gli adulti imbecilli che non vogliono capire, qual è la differenza fra chi viene qui a cercarsi un’altra vita e chi invece è costretto ad andarsela a cercare dalla situazione del suo paese.
Così invece sembrano tutti uguali, altrimenti non si dovrebbe leggere continuamente chi scrive che “sono troppi”, “che vengono tutti qui”, che “bisogna rimandarli a casa loro”. C’è un’emigrazione come dire, spontanea, come quella di tanti italiani che scelgono di andare a provare a vivere meglio altrove e ce n’è un’altra condizionata dall’impossibilità di poter vivere nel proprio paese di origine, dove ci sono le guerre, la disperazione vera che poi obbliga, non chiede gentilmente, ad offrire un asilo, un’accoglienza. E, da gente che non si mette d’accordo nemmeno su come riordinare le proprie scrivanie come si può pretendere che si occupi seriamente di drammi come quello delle continue tragedie in mare, delle stragi degl’innocenti del terzo millennio?  Angelino Alfano che ha fatto parte dei governi in cui c’era gente che avrebbe affondato i barconi a fucilate è ancora, e incredibilmente, ministro dell’interno.

L’Italia è – contrariamente a quello che la propaganda fa credere – il paese dove solo una parte di chi arriva in condizioni estreme poi si ferma. La Germania ne riceve almeno quattro volte di più. E’ un paese di transito. Perché anche il migrante poi sceglie di fermarsi in quei paesi dove c’è una reale possibilità di vivere meglio, dunque non in Italia. E questo andrebbe spiegato e ripetuto, anche tutti i giorni. E’ comprensibile che sia difficile spiegare che non si vive bene nel paese dove i delinquenti fanno le leggi per gli onesti,  però è un lavoro che va fatto quando si sceglie di fare il mestiere di informare.

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Migranti, rissa governo-Unione europea

Prima Renzi: “Ue salva solo le banche” (leggi). Segue guerra delle dichiarazioni. Malmstrom: “Italia
dica cosa vuole, non ci hanno mai risposto”. Alfano: “Parole ridicole” (video). E ancora: “Vuole la
letterina?” Alla fine: “Colloquio costruttivo”. A Catania la nave coi superstiti, 2 bimbe tra i 17 morti

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Chi l’ha deciso che l’Expo deve essere il simbolo di tutta l’Italia?
E inoltre, da quando lo stato è diventato più forte dei ladri?
Il presidente del consiglio si è perso qualche puntata della telenovela, si è distratto mentre condannavano praticamente a niente il più ladro di tutti?
E’ questa la forza dello stato?

 

Greganti: “sono abituato a stare in carcere”. E allora perché non accontentarlo?

Visto e considerato che il compagno G non conosce altro sistema per mantenersi che non sia quello illecito, che ciclicamente non può fare a meno di metterlo in pratica, è uno di quelli che, come scrive benissimo Marco Travaglio stamattina, si merita la “morte civile”, ovvero di stare ad un livello inferiore rispetto a quei cittadini che non si comportano come lui; fuori dal contesto della società cosiddetta civile. Non servono codici etici che poi, come ci insegna Prandelli, si possono ignorare e fare finta che non esistano. Serve il rispetto della legge, e serve quella legge contro la corruzione che in Italia non c’è. Legge che poi va fatta rispettare indipendentemente dalle conseguenze.
La politica impari a prendere le distanze da malfattori e farabutti di ogni ordine e grado invece di metterseli in casa e poi gridare ai complotti, alla giustizia a orologeria, prendersela con la magistratura che fa un uso politico della giustizia.
Ci sorprendano i politici, provando a fare loro, ogni tanto, un uso politico della politica.

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Altro che task force, Cantone si sfila (Davide Vecchi)

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Expo, così la cupola portava i pizzini ad Arcore e a Maroni (EMILIO RANDACIO PIERO COLAPRICO)

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Forza Tasche – Marco Travaglio, 14 maggio


Sono vent’anni che in Italia si approvano “codici etici” e intanto si ruba come prima più di prima. Vent’anni che si arruolano “task force anti-corruzione” e intanto la corruzione galoppa: nel ’92 costava agli italiani – secondo il Centro Einaudi di Torino – 10 mila miliardi di lire all’anno e oggi 60 miliardi di euro (12 volte in più); vent’anni fa l’Italia era al 33° posto nella classifica di Transparency International dei paesi meno corrotti, oggi è al 69° dietro il Ghana. Dal ’94 si sono avvicendati tre governi di centrodestra, quattro di centrosinistra, due tecnici, uno di larghe intese e uno di strette: tutti, a parole, anti-corruzione; tutti, nei fatti, pro-corruzione a suon di leggi che allungavano i processi, abbreviavano la prescrizione, depenalizzavano reati dei colletti bianchi, depotenziavano la lotta alle mafie, condonavano delitti, indultavano delinquenti, cestinavano prove, incoraggiavano l’omertà. L’idea che, per sconfiggere la corruzione, occorra cambiare le regole è ingenua e dannosa: una volta ripristinati reati come l’abuso d’ufficio anche non patrimoniale e il falso in bilancio, e introdotti quelli mancanti come l’autoriciclaggio, e aumentate le pene e bloccate le prescrizioni, c’è poco da cambiare le regole. Bisogna armare chi deve scoprire e punire chi non le rispetta. E poi isolare con la morte civile chi non le ha rispettate. Mission impossible in Italia, dove i delinquenti già condannati ricattano con l’arma del silenzio i delinquenti non ancora scoperti. Garantendo a se stessi e agli altri carriere eterne, visto che non esistono bollini di scadenza (questi sì da introdurre) sulle poltrone pubbliche. La Parmalat di Tanzi, come del resto Enron e Lehman Brothers, aveva un codice etico formidabile: s’è visto com’è finita.
Il gruppo Maltauro – consultare il sito per credere – ha un Codice Etico della madonna: “Nel Codice Etico sono formalizzati i principi fondamentali cui le singole società del Gruppo sono tenute a uniformarsi e che consistono nella scrupolosa osservanza della legge, nel rispetto degli interessi legittimi del cliente, dei fornitori, dei dipendenti, degli azionisti, della concorrenza leale, delle istituzioni e della collettività”. L’Ad che l’ha firmato, Enrico Maltauro, è stato filmato dai finanzieri mentre si sfilava una mazzetta dalla giacca e la passava a un faccendiere di Expo in cambio di appalti. Si poteva evitarlo? Sì, visto che il Maltauro era già stato beccato nel ’93 a fare la stessa cosa per gli appalti dell’aeroporto di Venezia e aveva patteggiato la pena: basterebbe una norma che escluda da appalti e contratti pubblici gli imprenditori e i manager condannati.
Tre anni fa si scoprì che anche la Rai aveva un Codice Etico: fu usato la prima volta non contro i tg che taroccano le notizie e i programmi che le censurano, bensì contro la Gabanelli che, dandole, aveva dato noia a Tremonti. Per salvarsi dal plotone di esecuzione, dovette allestire un Report riparatorio pro Tremonti. Il Codice Etico Rai fu rispolverato contro Santoro e contro Celentano (reo di leso Vaticano al Festival di Sanremo), poi se ne persero le tracce. Nel 2010 Cesare Prandelli varò, d’intesa con i giocatori, il Codice Etico della Nazionale: fuori gli autori di gesti scorretti o violenti. Ora però ha deciso di convocare lo juventino Chiellini, appena squalificato per tre giornate dopo che la prova tv ha immortalato la sua gomitata al romanista Pjanic: “Alla fine decido io”. Per carità, forse fa bene, ma allora sostituisca il Codice Etico con il Codice Decidoio. La legge sugli appalti prevede che debba vincerli il migliore offerente dopo una gara trasparente. Ma otto giorni fa, con la scusa degli appositi ritardi, si decise di esentare i lavori sotto i 150 mila euro dalle verifiche antimafia. Tutti d’accordo: Alfano, Maroni, Pisapia, Sala. Tanto a vigilare su Expo c’erano già ben 23 organi di controllo: 5 interni e 18 esterni. Senza dimenticare la mirabolante task force voluta da Formigoni con l’ex generale Mori e l’ex capitano De Donno, reduci dalla trattativa Stato-mafia. Risultato: non controllava nessuno. Ora arriva un’altra task force, ovviamente anti-corruzione. Ne facessero una pro-corruzione, magari qualche ladro riuscirebbe a prenderlo.

 

Si scrive bellezza ma si legge pochezza, bassezza, tristezza

Come farà il PPE senza il prezioso contributo del latitante pregiudicato, delinquente e condannato che avrebbe potuto dare qualche suggerimento utile sul tema “Come fregare lo stato da presidente del consiglio per vent’anni e restare impunito come se niente fosse, mine de rien, like nothing happened” [so’ abbastanza europea?].
Mentre se il PPE fosse stato un partito serio lo avrebbe dovuto cacciare quando ha riempito il parlamento italiano di delinquenti come lui, di feccia fascista e razzista che poi va a scorazzare anche a Bruxelles a spese dei contribuenti per collezionare figuracce planetarie, invece di fare finta che quelli di berlusconi fossero partiti normali fatti di gente normale e votati da gente normale.

Berlusconi non va al congresso del Ppe
I giudici gli negano permesso d’espatrio

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E, sempre a proposito di Europa: “presentato il disegno di legge bipartisan firmato da una senatrice del pd, sostenuto da un gruppo di parlamentari democratici e dalla mussolini, che regolarizza la #prostituzione“.
Qui fanno il ddl che regolarizza e in Europa pd, forza Italia, ncd e Sonia Alfano tutti insieme appassionatamente votano la risoluzione UE che criminalizza i clienti.
Le controfigure di se stessi.

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La Grande Tristezza.
Quando le marchette non servono.
Voglio dire, fa un film per denunciare le subculture e poi le rappresenta, a pagamento, anche.

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Se qualcuno volesse anche e solo provarci a fare qualcosa di buono per denunciare l’assenza di cultura, la perdita dei valori, del benché minimo senso di un principio sano in questo paese verrebbe subito stroncato dai maggiori responsabili dello stato attuale delle cose. 

I giornalisti [parlando con pardon] che mentre l’Italia veniva sbranata dalla politica e dalla mafia spesso riunite sotto lo stesso ombrello, devastata dai guastatori della morale e dell’etica pubbliche, sprofondava sotto il peso di sconcezze di ogni tipo, delle ruberie, della corruzione, mentre gli italiani venivano privati di un punto di riferimento positivo sostituito da tutto ciò che appare ma non è guardavano altrove, si occupavano di altre cose, erano perlopiù tutti concentrati a fare l’unica cosa che gli riesce alla perfezione e cioè le fusa ai potenti prepotenti delinquenti; i politici, il sindaco di Roma e anche l’ex podestà alemanno che ha ridotto Roma ad un’agenzia di collocamento utile a sistemare i suoi amici, parenti e conoscenti che commentano il film di Sorrentino sembra che parlino di faccende che non li riguardano, descrivono qualcosa che non esiste se non nelle loro menti inquinate dalla malafede consapevole.

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La grande vuotezza – Marco Travaglio, 5 marzo

Dopo gli Oscar per i migliori film, ci vorrebbe un Oscaretto per i migliori commenti italiani agli Oscar. Provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi. Un po’ come dopo le partite dei Mondiali quando vince l’Italia: il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma. Questa volta però, con l’Oscar a La grande bellezza, c’è un di più: l’esultanza di chi s’è fermato al titolo, senza capire che è paradossale come tutto il film. Ecco: quello di Sorrentino è il miglior film straniero anche e soprattutto in Italia.Il Corriere fa dire al regista che “con me vince l’Italia”, ma è altamente improbabile che l’abbia solo pensato: infatti ha dedicato l’Oscar alla famiglia reale e artistica, al Cinema e agli idoli adolescenziali (compreso – che Dio lo perdoni – Maradona, inteso però come il fantasista del calcio, non del fisco). Eppure Johnny Riotta, sulla Stampa, vede nel film addirittura “un monito” e spera “che la vittoria riporti un po’ di ottimismo in giro da noi”. E perché mai? Pier Silvio B., poveretto, compra pagine di giornali per salutare l’“avventura meravigliosa” sotto il marchio Mediaset. Sallusti vede nell’Oscar a un film coprodotto e distribuito da Medusa la rivincita giudiziaria del padrone pregiudicato (per una storia di creste su film stranieri): “Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati”. Ora magari Ghedini e Coppi allegheranno l’Oscar all’istanza di revisione del processo al Cainano. “Oggi – scrive su Repubblica Daniela D’Antonio, moglie giornalista di Sorrentino – ho scoperto di avere tantissimi amici”. Infatti Renzi invita “Paolo per una chiacchierata a tutto campo”. Napolitano sente “l’orgoglio di un certo patriottismo” per un “film che intriga per la rappresentazione dell’oggi”. Contento lui. Alemanno, erede diretto dei Vandali, Visigoti e Lanzichenecchi, vaneggia di “investire nella bellezza di Roma e nel suo immenso patrimonio artistico”. Franceschini, ex ministro del governo Letta che diede un’altra sforbiciata al tax credit del cinema, sproloquia di un “Paese che vince quando crede nei suoi talenti” e di “iniezione di fiducia nell’Italia”. Fazio, reduce da un Sanremo di rara bruttezza dedicato alla bellezza, con raccapricciante scenografia color caco marcio, vuole “restituire” e “riparare la grande bellezza”. Il sindaco Marino rende noto di aver “detto a Paolo che lo aspetto a Roma a braccia aperte per festeggiare lui e il film, per il prestigio che ha donato alla nostra città e al nostro Paese”. Ma che film ha visto? È così difficile distinguere un film da una guida turistica della proloco?

In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.

Gli standard di moralità in politica di Polito

Ieri il Corriere della sera riportando le motivazioni della sentenza di primo grado che condanna berlusconi a sette anni per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile ha definito quelle motivazioni “accuse”. Come se fosse ancora tutto da stabilire, mentre l’unica cosa da stabilire e possibilmente fare è cacciare con disonore il più immorale di tutti. I parametri di Polito si rassegnino, e anche Polito.

I miei più sentiti complimenti a Polito che, dalle pagine del Corriere della sera, invece di augurarsi e auspicare una nuova stagione in cui non debbano più trovare spazio l’immoralità e l’indecenza in politica pensa che sia più utile trovare un compromesso; fissare l’immoralità ad una ipotetica cifra evidentemente decisa da lui [come se non bastasse quella già decisa e resa operativa dal Napo Capo] entro la quale il politico che seppur non commettendo nessun reato non si comporta come si conviene a uomini e donne di stato può essere tranquillamente perdonato e restare al suo posto. 

Si attende prossimamente la classifica stilata da Polito in persona che c’illuminerà su quali sono, secondo i suoi parametri, gli standard perfetti per concedere al politico di poter agire nel modo che vuole, anche facendosi beffe di legge e Costituzione senza dover rischiare nemmeno una critica.

Grazie a Polito che ha rimesso a posto le cose ricordandoci che l’ABC nella politica non è la trasparenza, l’azione favorevole al bene comune e non solo a quello di qualcuno [e qualcuna] ma il sottomettersi al ricatto del “se non mangi tutto cade il governo”. 

In un paese in cui fosse ben chiara la differenza fra pubblico e privato in politica, su quello che può fare il politico e quello che no, e quello che NO venisse sempre condannato, indipendentemente dallo schieramento a cui appartiene quel politico, nel quale non ci sia gente che pensa che tutto sommato sia giusto che chi può approfitti del suo ruolo, della raccomandazione, dei soldi di tutti; in un paese dove il desiderio di giustizia e di uguaglianza non viene confuso col giustizialismo e la sete di chissà quale vendetta, con l’invidia sociale,  uno come Polito [ma anche come molti dei suoi illustri colleghi al Corriere] che ha sempre fatto il pesce in barile arrivando anche a comprendere e giustificare le porcherie di berlusconi non farebbe nemmeno il giornalista. Polito fa parte di quel cerchiobottismo riverente a tutti i padroni e regimi di cui il Corriere è stracolmo che ha devastato questo paese. Dai giornali di b una se lo aspetta, anche se con una legge seria sul conflitto d’interessi berlusconi sarebbe finito in galera vent’anni fa e sallusti oggi chissà dove sarebbe e a fare che, invece di essere invitato ovunque come un giornalista vero. Ma dai giornali cosiddetti ‘indipendenti’ no. Noi non finanziamo i giornali per farci scrivere su che in una democrazia civile si può tollerare la modica quantità di disonestà e immoralità in politica.

Io trovo GRAVISSIMO che dalle pagine di un quotidiano come il Corriere della sera, il giornale dell’alta finanza, della borghesia e dell’élite dei privilegiati ma finanziato dai contribuenti, dalle vittime dell’indecenza, dell’immoralità e della disonestà politica vengano diffusi messaggi di questo tipo.

È il momento delle scuse  – Marco Travaglio, 23 novembre

È il momento delle scuse. Ci perdonino Josefa Idem e Micaela Biancofiore , defenestrate dal governo Napoletta l’una per un’evasioncella di 3 mila euro su una casa-palestra, l’altra per una sparata omofoba: visto che dello stesso governo continuano a far parte Anna Maria Cancellieri in Ligresti e Angelino Kazako Alfano, le due signore vogliano accettare le nostre più sentite scuse.

Ci perdoni anche Corrado Carnevale, da noi per anni attaccato, criticato e addirittura chiamato “Ammazzasentenze” perché annullava in Cassazione le condanne dei mafiosi per vizi di forma (un timbro saltato, una pagina mancante), riceveva a casa sua i loro avvocati e sparlava al telefono di Falcone e Borsellino. Ieri il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, quello che convocò Grasso su ordine di Napolitano e Mancino per parlare dell’avocazione dell’inchiesta sulla Trattativa, ha avviato l’azione disciplinare contro Antonio Esposito: la scusa è l’intervista rilasciata il 6 agosto al Mattino in cui il giudice avrebbe anticipato la sentenza Mediaset, ma la colpa vera è la sentenza Mediaset, cioè la condanna di B. Infatti Esposito non anticipava le motivazioni della sentenza Mediaset, anzi diceva il contrario di quel che avrebbe scritto nella sentenza Mediaset. E di B. non parlava proprio (è l’intervistatore che l’ha fatto credere appiccicando una domanda su B. a una risposta generica). Ma, anche se avesse parlato di B. e anticipato le motivazioni, Esposito non avrebbe commesso illecito disciplinare lo stesso, perché la legge punisce solo i giudici che parlano di un processo “non definito”, e il processo Mediaset era già definito dal dispositivo della sentenza letto in aula il 1 agosto. Dunque, caro Carnevale, ci scusi tanto: nell’Italia delle larghe intese, il modello di giudice auspicato fin dai colli e dai palazzacci più alti è il suo: quello di chi le condanne eccellenti non le conferma, ma trova il modo di annullarle.

Mille scuse, infine, al giudice Renato Squillante, anche lui da noi ripetutamente attaccato soltanto perché, vicecapo dell’ufficio Istruzione e poi capo dell’ufficio Gip di Roma, faceva in modo di non arrestare o rinviare a giudizio i potenti, e aveva un conto in Svizzera comunicante con quello dell’avvocato Previti, insomma era a libro paga della Fininvest. Inezie, minuzie, quisquilie, pinzellacchere. Avevamo ingenuamente pensato che la sua condotta fosse incompatibile, non solo col Codice penale, ma anche con la Costituzione che vuole la legge uguale per tutti e tutti i cittadini uguali davanti a essa. Ci sbagliavamo: eravamo rimasti alla Costituzione del 1948, cioè alla versione non ancora aggiornata dai saggi ricostituenti. Ora è ufficiale: non tutti sono uguali davanti alla legge. Aveva ragione lei, caro Squillante. Guardi quel che sta accadendo in Sicilia ai suoi colleghi (ci scusi per l’indebito apparentamento) Di Matteo e Gozzo, isolati dallo Stato e minacciati dalla mafia perché si ostinano a cercare, a vent’anni e più dalle stragi, i mandanti occulti, i depistatori e i traditori che trescavano sottobanco con la mafia che aveva appena ucciso Falcone, Borsellino, le loro scorte e tanti altri cittadini innocenti, mentre pubblicamente fingevano di combatterla. L’altro giorno, nell’aula del processo Trattativa, a testimoniare solidarietà a Di Matteo c’erano soltanto il suo capo, Messineo, e un prete, don Luigi Ciotti. Le alte discariche dello Stato che si mobilitano in assetto di guerra e scatenano la forza pubblica non appena compare sul web una frasetta non proprio encomiastica sul loro conto, hanno altro a cui pensare. Il nostro pensiero deferente e un po’ nostalgico corre dunque a lei, caro Renatino, che negli anni 80 e 90 precorse le larghe intese, evitò ogni “guerra fra giustizia e politica”, infatti non subì neppure un procedimento disciplinare né un monito presidenziale. Si conservi in buona salute: presto – eliminati gli Esposito, i Di Matteo, i Gozzo e le altre mele marce in toga – ci sarà ancora tanto bisogno di lei.

IL LATO PORNO DELLA CASTA 

Chissà questi qui dove li metterebbe Polito. Bisognerebbe chiederglielo.

Caso Cancellieri: ‘diversamente morali’: l’Europa ci vede così

Not in my name

 Un pensiero stretto al cuore alla Sardegna, Terra bellissima, dunque come tante altre martoriata non solo dal tempo ma soprattutto da chi non l’ha mai amata e l’ha usata, devastandola, per i suoi luridi affari, per trasformarla in casini e casinò. I governi di un paese civile lavorano per migliorare, i nostri invece di preoccuparsi di sanare il dissesto dei territori si attivano per contribuire alla distruzione. Sul progetto delinquenziale del TAV sono tutti d’accordo, a destra come a centrosinistra, Fassino, sindaco di Torino è il primo sostenitore dello scempio.  Fassino è quello che disse che la legge sul conflitto di interessi non serve perché non dà da mangiare. Evidentemente il TAV sì, fa mangiare un sacco di gente. Poi chiedeteci perché non vi votiamo.

Se la gente non va a votare è colpa sua, della sua irresponsabilità, del suo non sentire più come un dovere civico andarci o è colpa del menù che offre la casa?
Io a febbraio a votare ci sono andata, e ricordo che i risultati elettorali dicevano tutt’altro da quello che poi ci è stato imposto, per il nostro bene, quello del paese ma soprattutto di berlusconi.

Se la gente va a votare e poi chi mandare in parlamento a “governare” lo decide Napolitano [su richiesta dei veri governanti degli stati membri della UE] saranno sempre meno le persone che vorranno rendersi complici di questo andazzo che rispecchia tutt’altro da una democrazia.

Per quale ragione i cittadini dovrebbero continuare ad andare a votare con una legge che poi manda in parlamento gente scelta dalle segreterie di partito [e che gente poi: i soliti indagati, i soliti inquisiti, i soliti imputati] e non da loro perché alla politica sempre in emergenza fa comodo così, perché è l’unico modo che ha per salvare il suo salvabile?

Per quale motivo i cittadini dovrebbero votare quei partiti che dopo aver sostenuto e tollerato in modo più o meno occulto, sfacciato, la presenza in parlamento di un impostore abusivo delinquente da mesi non riescono, non vogliono, non possono esprimere una posizione forte e chiara circa la sorte inevitabile che in qualsiasi paese normale tocca ad un condannato con sentenza definitiva ma, al contrario, si sono resi complici di quella che sembra una storia destinata a non finire come deve, con la cacciata con disonore di un traditore dello stato? E per quale motivo la gente dovrebbe votare chi mantiene in parlamento ministri, un vicepresidente del consiglio che hanno avuto comportamenti contrari al loro ruolo, in contrasto coi loro doveri istituzionali? 

Il segnale dato alle elezioni di febbraio è stato forte e chiaro: una maggioranza consistente di cittadini non vuole più questa politica, non vuole più inciuci sotto e sopra il banco, non vuole più quei partiti che già trent’anni fa Enrico Berlinguer aveva individuato quale causa della degenerazione nella e della politica.

Ma tutto questo alle alte gerarchie non è interessato, invece di cercare il modo migliore che si avvicinasse il più possibile alla scelta democratica degli elettori per rendere operative le decisioni prese in cabina elettorale il padre padrone e padrino ha battuto il pugno sul tavolo decidendo lui il da farsi sulla base di un’ipotetica catastrofe, e tutto ciò che è stato fatto in questi mesi a partire dalla porcheria immonda delle larghe intese in concorso col partito di un pregiudicato condannato alla galera e col condannato stesso è stato utile soprattutto alla politica, al mantenimento in essere dei partiti tanto cari a Napolitano e a berlusconi che ha potuto così postdatare all’infinito ricattando e minacciando lo stato la sua dipartita dalla politica ma assai meno, anzi niente per noi.  E questa oscena manovra di palazzo concordata e spacciata per ultima ratio è stata dipinta e mascherata come una necessità impellente e inderogabile pena chissà quali devastazioni.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che i governi nazionali non contano più niente, che la politica degli stati agisce in nome e per conto di altre entità: l’Europa, le banche, quindi non si capisce quale valore e valenza possa avere il voto in un paese come il nostro sottomesso da sempre ad altri poteri. E non si capisce perché i cittadini italiani dovrebbero continuare a dare la loro fiducia alla stessa gente che ha portato l’Italia nel baratro, perché mai dovrebbero rendersi complici di chi non è chiamato più a lavorare per il bene comune ma è obbligato ad agire per il salvataggio e il mantenimento di un astratto che la maggior parte della gente nemmeno sa e capisce.

Ed ecco perché nessun governo, nemmeno questo pensato e voluto principalmente per realizzare questo obiettivo vuole fare l’unica cosa necessaria per evitare la catastrofe vera, quella dei cittadini di un paese che non sentono più loro la responsabilità di esercitare il diritto/dovere del voto, ovvero una legge elettorale in linea con una democrazia non dico compiuta, matura ma almeno decente e meno inguardabile di questa.

 Quando si sacrifica la democrazia ai soldi non è giusto far sentire in colpa chi invece di andare a votare occupa meglio il suo tempo: diversamente, non si rende complice di un abominio. Questa filastrocca del voto quale dovere perché c’è gente che è morta per consentirci questo diritto non è più applicabile alla politica di adesso che agisce ed opera in virtù degli interessi dei pochi a scapito dei molti, facendo credere che leggi liberticide, quelle che uccidono lo stato sociale siano l’unica cosa possibile. Io, la pistola in mano a chi mi vuole ammazzare non gliela metto.  I partiti tradizionali che tanto piacciono al re del nuovo millennio non contassero su di me. Non ci penso neanche, una complicità comprende un guadagno reciproco, non quello di uno solo e la distruzione dell’altro.

L’importante è non partecipare – Massimo Rocca

Basta una brevissima parentesi per accorgersi della miseria della discussione politica del nostro paese. La ripetizione coatta degli stessi futili argomenti, il personalismo insopportabile, la lamentazione querula, la dissimulazione continua. Basta potersi allontanare dal mondo, sempre più ristretto, di gente che parla di se stessa a se stessa, per capire perchè, per la seconda volta in pochi mesi, una elezione locale in Italia sia stata disertata della maggioranza degli elettori, perchè i votanti al congresso dell’unico, partito rimasto tale in Italia si siano quasi dimezzati. Partecipare. Ma a cosa? A cosa serve la mia, la vostra, partecipazione in un’epoca in cui perfino il parlamento è spossessato del suo potere costitutivo, decidere entità e destinazione del prelievo fiscale. Dopo aver blaterato per un ventennio di federalismo e sussidiarietà, chi è, chi ha eletto, a chi risponde, questo Cottarelli che ha individuato 32 miliardi di spese inutili da tagliare, sapendo lui, Saccomanni e Letta che quel taglio corrisponderebbe ad un calo del PIL di almeno 50 miliardi. Volete il mio voto? Dovrete sudare sangue.

Ex voti – Marco Travaglio, 19 novembre

Alle primarie nei circoli del Pd hanno votato meno di 300 mila iscritti, il 35% in meno del 2009: in quattro anni se ne sono persi per strada 160mila. Alle regionali in Basilicata, la maggioranza degli elettori è rimasta a casa: è andato a votare solo il 47,57%, 11 punti in meno del 2010. Fosse stato un referendum, non avrebbe raggiunto il quorum. La partecipazione popolare alla politica, che fino a qualche anno fa era un vanto per l’Italia nel mondo, precipita di elezione in elezione a rotta di collo. E i partiti, regolarmente, fanno finta di niente: si spartiscono un piattino sempre più striminzito, badando solo alle percentuali relative, senza mai alzare lo sguardo sui dati assoluti. Cioè sull’esodo biblico dei cittadini lontano da loro. Mai che si domandino il perché, se non per inventarsi giustificazioni autoconsolatorie e autoassolutorie, (l’antipolitica, la disaffezione, lo scarso “radicamento sul territorio”, la pesante eredità del passato e dei governi precedenti, la crisi mondiale, l’Europa cattiva, la Merkel culona, le cavallette, il fato, la sfiga).

Del resto, perché mai una persona normale dovrebbe andare a votare? Per dare una bella sferzata di entusiasmo alle primarie del Pd, D’Alema ha già fatto sapere che Renzi magari piace alla gente, ma nel politburo lo odiano tutti e, appena eletto, se le cucinano loro. Renzi, per elettrizzare chi sperava in qualcosa di nuovo, dopo Fassino, Franceschini, Veltroni, Latorre, Cozzolino e Morri, ha imbarcato pure Francantonio Genovese, ras di Messina, nei guai fino al collo con la giustizia; e persino Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e viceministro incompatibile ma inamovibile, oltrechè plurimputato (infatti, a Delucaland, Renzi ha raccolto 2566 voti e Cuperlo 50). In Basilicata s’è votato perché la giunta De Filippo, era finita indagata in blocco per le ruberie sui rimborsi regionali. Dunque il centrosinistra chi candidava? Marcello Pittella, ex assessore dei De Filippo, dunque indagato. E naturalmente è in vantaggio, in una regione che vive di clientele dai tempi delle 80 mila preferenze di Emilio Colombo. Ma c’è anche chi non ci sta: e allora non vota o sceglie M5S (ancora debolissimo nelle elezioni locali).

Soltanto il 25-26 febbraio gl’italiani un segnale di cambiamento l’avevano lanciato eccome, premiando col 25% una forza anti-sistema come M5S e bastonando tutti i partiti che avevano governato sino a quel momento: il Pdl perse 6,5 milioni di voti, il Pd ne smarrì 3,5 e Scelta Civica non superò il 10%. Nessun elettore di destra, centro e sinistra voleva mai più vedere l’inciucio. Risultato: l’inciucio sotto l’alto patrocinio di un presidente di 88 anni, di cui 60 trascorsi in Parlamento, il più anziano del mondo dopo Shimon Peres (90) e alla pari con Mobutu. E fanno le stesse cose di prima: cioè nulla, a parte cambiar nome alle tasse fingendo di abolirle, regalare soldi alle banche e agli amici degli amici, e annunciare la ripresa “l’anno prossimo”. Così la gente impara e si rassegna: noi elettori siamo un optional, ci danno la libera uscita ogni cinque anni, poi quattro babbioni si riuniscono al Quirinale e decidono il contrario del nostro voto. Se gli elettori Pd, Pdl e Sc potessero decidere la sorte della Cancellieri, l’avrebbero già murata in un grattacielo di Ligresti. Invece Nonno Giorgio e Letta Nipote la difendono e nutrono fiducia perché conta balle, ma “non è indagata”. Come se questo cambiasse qualcosa: i viceministri De Luca e Bubbico sono imputati e restano al governo. Casomai qualche elettore del Pd avesse ancora qualche tentazione di andare a votare, il giovane vecchio di Palazzo Chigi ha fatto sapere che il divorzio-farsa di Alfano&Schifani dal Cainano è un balsamo per il governo: vuoi mettere la figata di avere alleati Angelino&Renato? Intanto gli elettori Pdl s’abbandonano a carnevali di Rio per la riesumazione del cadavere di Forza Italia. Se al prossimo giro andranno a votare in tre, lorsignori si feliciteranno per la sostanziale tenuta delle larghe intese.

Quella “tentazione” di trasformare la protesta sociale in questione di ordine pubblico

Sottotitolo: la notizia è che a Roma e nel resto d’Italia i facinorosi, scesi in piazza per spaccare la testa ai poliziotti fossero i soliti tre o quattrocento per città dei centri sociali. E che le decine di migliaia di ragazzi, genitori, lavoratori e disoccupati che stavano loro attorno fossero, ancora una volta, allegri, ironici, disperati, ma tranquilli. Niente a che vedere con i greci di piazza Syntagma o con gli spagnoli di puerta del sol. E’ il segno che in Italia c’è ancora la fiducia di poter sopravvivere a questa crisi che si trascina da 5 anni e di cui solo Mario Monti, neppure più Francesco Giavazzi, vede la fine. Per questo non le legittime cariche della polizia contro chi inalbera scudi e caschi ma la solita caccia all’uomo successiva, nell’epoca dei telefonini e dei social network, sono un macroscopico errore politico. I cortei in 23 paesi europei di ieri non si vedevano dai tempi del movimento contro le guerre di Bush, quando qualcuno esagerando parlò dell’opinione pubblica come superpotenza mondiale. E sono anche questi cortei contro la guerra al modello sociale europeo che, grazie alla crisi è stata dichiarata e che i popoli europei stanno perdendo. Bloccare la valvola della protesta rischia solo di far esplodere la pentola. [Massimo Rocca]

Un ministro dell’interno che solidarizza ed esprime ammirazione per le forze dell’ordine anche dopo le immagini  delle guerriglie avvenute in varie città italiane e che insieme a quelle delle manifestazioni negli altri 22 paesi aderenti all’euro  – e dunque vittime dell’austerity dovuta ad una crisi di cui non è certo responsabile la gente che scende in strada a prendersi le botte –  immagini che hanno fatto il giro del mondo non è soltanto una chiacchierona inopportuna; un bel tacer non fu mai detto, ma in un paese dove polizia e carabinieri  sprangano, manganellano ad cazzum, in un paese dove ogni tanto ci scappa il morto ‘per caso,  per sbaglio e per eccesso’, in un paese dove i responsabili di quelle morti per sbaglio per caso e per eccesso  non pagano mai il giusto tributo per il loro agire ma al contrario vengono perfino promossi con avanzamenti di grado, incarichi politici prestigiosi, nel peggiore dei casi gli può capitare di non perdere nemmeno il posto di lavoro è perfino pericolosa.
Non si solidarizza né si esprime ammirazione per chi esercita violenza, brutale, immotivata, gratuita verso gente disarmata, ragazzini, gente che rivendica solo il suo diritto di avere un posto in questa società ingiusta, settaria, oligarchica dove sono i pochi a gestire le vite e il destino dei molti.
In un paese dove lo stato funziona non c’è bisogno di scioperi, di manifestazioni né si assisterebbe a scene dove due ministri sono costretti a scappare in elicottero perché non sono in grado di dare risposte a chi ha perso tutto ma non vuole rinunciare alla sua dignità.

E nei periodi di difficoltà dovrebbero essere proprio i rappresentanti dello stato a dare l’esempio, a rinunciare loro per primi ad una parte dei privilegi che il ruolo gli permette di avere.

Chiedere sempre non può produrre niente di buono.

Specialmente se mentre si chiede si toglie.

Uno stato dove la politica ordina di picchiare i  suoi figli, ragazzi che chiedono solo di potersi istruire, di avere un lavoro che gli consenta di avere una vita un po’ decente non merita di essere chiamato stato e non può essere rispettato da nessuno.

Alla violenza si dice no, sempre, in un paese civile.
Anche se si fa il ministro dell’interno, anzi, soprattutto.

Sempre sangue niente fragole, Massimo Rocca per Radio Capital


Chissà se un giorno il post di Beppe Grillo, Soldato blu, sarà ricordato come l’immagine speculare delle parole di Pasolini su Valle Giulia. Oggi come allora, la nostra polizia ha molto da farsi perdonare. E’ la polizia di Genova, della Diaz, depurata dei suoi capi, che sui pestaggi costruirono la loro carriera, solo grazie all’azione della magistratura, certo non dei

 nostri ministri degli interni, politici o tecnici che fossero. E’ per questo che, al netto della più che legittima autodifesa, non la vorremmo mai più vedere manganellare gente ormai inerme a terra, o cercare di assassinarla colpendo alle spalle, alla base del cranio, un ragazzo che cammina apparentemente pacifico. Anche perchè questo paese ha sopportato e sopporta l’insopportabile con una tranquillità che, paragonata alle altre capitali del malessere europeo, qualcuno potrebbe perfino definire rassegnazione. Non è momento di cariche. Ci vuole niente a trasformare quei poliziotti e i ragazzi che hanno fronteggiato in votanti di Alba dorata. Cito: Soldato blu, ci hanno messi uno contro l’altro, non lo capisci?
Da un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale, 
22 ottobre 2008
(audio: Cruciani, La Zanzara, Radio24)”Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell’Interno. 
In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche’ pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito…””Lasciar fare gli universitari. 
Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città””Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”

”Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale”

“Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”. 

”Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.
Francesco Cossiga