Il presidente cattivo

Dopo quello colluso e connivente con la mafia, corruttore, immorale, disonesto, frodatore, concussore e puttaniere effettivamente ci mancava quello cattivo, meno male che ci ha pensato Confalonieri a dircelo, a farci sapere che berlusconi avrebbe dovuto essere più cattivo, e magari pensare di più ai suoi interessi. Sarebbe carino sapere cosa si sono detti con Napolitano nel recente incontro al Quirinale. Quali sono stati gli argomenti della loro conversazione.

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Mediaset, giudici più veloci della politica
Due anni di interdizione per Berlusconi
 

Confalonieri: “B. doveva essere più cattivo”

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Che intende Confalonieri, un habitué dei palazzi istituzionali al pari di Letta zio, l’altro mentore del delinquente condannato, Quirinale compreso, e non si capisce in che veste lo possa fare e perché Napolitano lo debba ricevere, quando dice che berlusconi “in politica” doveva essere più cattivo? il presidente di mediaset va ad insegnare ai giovani imprenditori – che lo stanno pure a sentire invece di sommergerlo con una selva di pernacchie – come agire in regime di conflitto di interessi. Come se anche i giovani imprenditori non sapessero che berlusconi non aveva proprio nessuna facoltà né il diritto di fare politica, né da buono né da cattivo. E figuriamoci da delinquente, da corruttore, da concussore amico dei mafiosi. E non si capisce inoltre cosa c’è da aggiungere alla cattiveria di uno che ha fatto strame di un paese intero per i suoi luridi interessi. Ma a Confalonieri, uno dei numerosi  cattivi maestri di una classe dirigente da buttare  che può andare a raccontare un mucchio di balle in giro facendo finta di dimenticare che berlusconi nella politica è un’anomalia voluta dalla politica e  che l’alternativa per lui sarebbe stata San Vittore – considerato e ascoltato anche dalle nostre belle e rispettabili istituzioni, questo non basta: voleva un presidente del consiglio a mano armata.

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Chi di gossip ferisce
Marco Travaglio, 20 ottobre

Allora siamo d’accordo: aboliamo il gossip. Almeno quello sulla vita privata. Almeno per chi non lo gradisce e non firma la liberatoria. Se la puntata di Servizio Pubblico con Michelle Bonev servisse almeno a questo, sarebbe un trionfo. Prima però bisognerebbe sapere se B. è d’accordo, visto che il principale editore di gossip è lui; e i suoi giornali usano la vita privata altrui per bastonare o ricattare i nemici (le presunte amiche di Di Pietro, il fidanzato della Boccassini, Sircana accanto al trans, Marrazzo al festino con trans e coca, la Tulliani che guarda storto Fini…) e santificare gli amici (il finto fidanzato di Noemi inventato da Chi, i servizi posati di Silvio, Francesca e Dudù), o semplicemente per far soldi (Panorama. it : “Raoul Bova: divorzio ma non sono gay”; Chi: “Chiara Giordano: Raoul, adesso parlo io”). E poi a imporre come fatto politico, dunque pubblico, la vita privata di B. fu B. nel 2001, quando diffuse in milioni di copie l’opuscolo elettorale “Una storia italiana” col ritratto edificante della Sacra Famiglia. A mandarlo in frantumi provvidero nel 2010 i casi D’Addario-Tarantini e Noemi, poi Veronica che chiese il divorzio e parlò di un uomo malato che va a minorenni. Scandali che gli costarono milioni di voti. Nel videomessaggio del 16 gennaio 2011, alle prime notizie sull’inchiesta Ruby-bungabunga, B. sparò: “Da quando mi sono separato ho uno stabile rapporto di affetto con una persona che era spesso con me in quelle serate e non avrebbe consentito quegli assurdi fatti che certi giornali ipotizzano”. L’annuncio scatenò una guerra all’ultimo gossip fra le pretendenti al lettone, finché la Pascale si aggiudicò ufficialmente l’ambìto riconoscimento. Da allora è tutto un fiorire di servizi fotografici e giornalistici autorizzati sulla Sacra Famiglia ricomposta e prossima all’altare. Se B. avesse rivendicato il suo libertinaggio – “nei miei letti faccio quel che voglio” – nessuna notizia sul tema avrebbe avuto rilevanza pubblica (salvo, si capisce, reati come i rapporti prezzolati con minorenni, i ricatti delle signorine, i pagamenti delle medesime con soldi Rai o Finmeccanica cioè nostri, o corruzioni di testimoni). Invece usò il gossip “B. è fidanzato, ha messo la testa a posto e non fa più quelle cose” come instrumentum regni per attirare voti o evitare di perderne. Per questo, pur con tutto il disgusto del caso, i giornalisti devono verificare se l’edificante presepe è vero o falso. E dare voce a testimoni fin troppo informati sui fatti, come la Bonev, che lo smontano. Ma davvero qualcuno può pensare che Santoro e la sua redazione muoiano dalla voglia di sapere se alla Pascale piacciono più gli uomini o le donne? Nessuno sa se quel che afferma la Bonev è vero o no (se davvero la Pascale la denuncerà, le duellanti porteranno le rispettive “prove” e un giudice deciderà). Però, trattandosi di un’assidua frequentatrice del cerchio magico (fino a pochissimo tempo fa), va purtroppo ascoltata. Anche perché sulla parte più interessante e scandalosa del suo racconto – il finto premio al Festival di Venezia allestito dal ministero della cosiddetta Cultura e il milione buttato dalla Rai per acquistare un suo film quando lei era tutt’uno con B. e B. era tutt’uno con la Rai – non c’è bisogno di prove: raccontò tutto il Fatto tre anni fa. E chi lo scopre oggi per sputtanarla dovrebbe spiegarci perché non lo scrisse allora, quando le doti artistiche della signora venivano decantate dalla stampa e dalle tv berlusconiane. Ma è sempre la stessa solfa, come già per la D’Addario e De Gregorio: i (e le) compari di B. sono tutti santi finché non entrano nello studio di Santoro, poi diventano diavoli. E tutti a scandalizzarsi: ma perché Santoro invita gente così? La risposta è scontata: perché B. frequenta gente così. E B. non è un passante né un trapassato, ma il primo grande rielettore di Napolitano, il partner decisivo del Pd nelle larghe intese e il padrone del governo Letta (vedi Imu). O anche questo è gossip?

Più digiuno per tetti [o era per tutti? che confusione…]

 

Sottotitolo: i papi comandano da molto prima della politica.
Se avessero voluto impegnarsi davvero nel corso dei millenni per contrastare le guerre avrebbero potuto farlo e con ottimi risultati, ma il “dividi et impera” ha sempre fatto molto comodo anche, soprattutto anzi, alle religioni create apposta per separare e non certo per unire.

In tutti i conflitti si nomina il nome di Dio invano, da hitler a bush passando per i folli dittatori islamici tutti si sono sempre dichiarati autorizzati dalla chiamata del loro Dio quando hanno compiuto stragi per la conquista del potere.

E in vaticano hanno trovato ospitalità i tiranni di tutti i tempi, anche un boss della malavita sepolto in una chiesa come i santi.

Chi oggi pensa di lavarsi la coscienza digiunando, quella di chi alla guerra non ha mai detto un no deciso ma al contrario ha accusato una persona come Gino Strada di essere un fiancheggiatore del terrorismo [vero, Emma?] approfittando di un papa che dice cose diverse perché è arrivato, anzi è stato messo lì apposta per rialzare le quotazioni di una chiesa cattolica in caduta libera e per questo non lancia anatemi ad ogni stormir di fronda ma usa un linguaggio diverso, perfino simpatico, commette la cosa più disgustosamente falsa che si possa fare.

Digiunare insieme a chi come il ministro della difesa pensa che per amare la pace bisogna armare la pace, oppure col rappresentante di una comunità religiosa i cui vertici alti e altissimi hanno sempre accolto con tutti gli onori dittatori sanguinari, ci hanno fatto affari e accettato i loro soldi sporchi di sangue è solo l’ennesima dimostrazione di quell’ipocrisia che purtroppo fa viaggiare il mondo.

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Se degli operai vanno per protesta sui tetti delle fabbriche per difendere il posto di lavoro, se lo fanno dei ricercatori su quelli delle università per dire no ad un disegno di legge scellerato vengono elevati ad eroi e certi politici per farsi un po’ di pubblicità si fanno fotografare mentre li vanno a trovare. 

Se invece dei parlamentari per difendere la Costituzione salgono sul tetto di palazzo Madama sono degli sciagurati che “si esibiscono in inutili e alquanto folcloristiche proteste” secondo Roberto Speranza mentre per la solita Boldrini sono persone che stanno commettendo “un atto grave” i cui costi [assistenza in caso di emergenze] ricadranno sui contribuenti.

E meno male che c’è sempre Laura Boldrini a ricordarci quali sono le vere violazioni delle istituzioni, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che quelli che le offendono davvero siano altrove, ad esempio al Quirinale dove il presidente della repubblica riceve un privato cittadino senza dar conto al popolo italiano del perché ha concesso udienza a Fedele Confalonieri: cosa c’entra con le istituzioni un signore estraneo alla politica e alle istituzioni che può avere libero accesso e ottenere ascolto da Napolitano circa questioni che presumibilmente nulla c’entrano con la politica e con le istituzioni ma molto con silvio berlusconi.

Oppure si potrebbe pensare che la vera violazione sia un pregiudicato, delinquente, condannato, uno che per proteggere se stesso, i suoi figli e la sua roba non chiede aiuto allo stato che ha allegramente depredato evadendo le tasse ma alla mafia, che dello stato è nemica giurata, a cui si permette di ricattare, minacciare, tenere sotto scacco il parlamento e in ostaggio tutta l’Italia.

E non si capisce perché lo stato, nella persona del suo più alto funzionario che rappresentando lo stato agisce in nome e per conto di tutti i cittadini  a cui viene impedito così di potersi opporre all’idea che a un delinquente debbano essere garantite l’impunità, la possibilità di continuare a vivere da cittadino libero e di potersi fare beffe delle istituzioni come ha sempre fatto anche quando era presidente del consiglio, uno che ha usato lo stato per i suoi sporchi affari e interessi e nessuno ha mosso un dito per impedirlo, possa scegliere a suo nome e non in quello del popolo italiano di dare ascolto e udienza agli intermediari del fuorilegge che dello stato, delle sue leggi, delle regole e di quella Costituzione su cui molti, compreso lui, vorrebbero mettere le loro mani sporche, se avesse potuto ne avrebbe fatto volentieri a meno.

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SILENZIO, PARLANO GLI AMBIENTI DEL COLLE (Alessandro Robecchi)

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Quirimediaset
 Marco Travaglio, 7 settembre

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La domanda è molto semplice e, nonostante
la comicità della situazione generale, molto
seria. 

Se è vera la notizia — pubblicata da alcuni
quotidiani e non smentita per tutta la giornata
di ieri — del “colloquio riservato” di Fedele Confalonieri
con Giorgio Napolitano per impetrare
la grazia o altri salvacondotti sfusi per l’amico
Silvio, a che titolo il presidente della Repubblica
ha ricevuto il presidente di Mediaset? Il 2 luglio
scorso, quando Beppe Grillo, leader del M5S
che aveva appena raccolto il 25% alle elezioni,
chiese sul suo blog di incontrare il capo dello
Stato, questi rispose piccato di non aver “ricevuto
alcuna richiesta di incontro nei modi necessari per poterla prendere in considerazione”.

Resta ora da capire se, quando e come il
signor Confalonieri, privato cittadino sprovvisto
di qualsivoglia carica o politica — anzi da
vent’anni dichiarato dal Parlamento ineleggibile
ai sensi della legge 361/1954 per assicurare
l’eleggibilità abusiva a B. — abbia formulato una
richiesta di incontro col Presidente, e nei modi
necessari per essere presa in considerazione dal
destinatario. Ma purtroppo non se ne sa nulla,
come non è dato sapere a che titolo Gianni Letta,
altro privato cittadino sprovvisto di qualunque
carica elettiva o politica a parte la parentela
diretta con il Premier Nipote, entri ed esca dal
Quirinale, come riferiscono i giornali vicini a B.
e N., anch’essi mai smentiti.
In qualunque democrazia, anche la più scalcinata,
quando un’alta carica dello Stato riceve
Tizio o Caio, lo comunica ufficialmente ai cittadini,
spiegandone il perché. 

In Italia invece la
clandestinità del potere è diventata normale anche
sul Colle più alto, come insegnano le trame
per assecondare le pretese del signor Mancino,
indagato per falsa testimonianza sulla trattativa
Stato-mafia. E come dimostra l’incredibile nota
diffusa l’altroieri, poco dopo l’incontro aumma
aumma Napolitano-Confalonieri, non direttamente
dal capo dello Stato, ma da non meglio
precisati “ambienti del Quirinale” che nessuno
ha mai capito in che cosa consistano, a chi rispondano,
che valore abbiano, perché parlino.
Un modo come un altro per dire e non dire,
lanciare il sasso e ritrarre la mano, una via di
mezzo fra ufficialità e ufficiosità (l’ufficialosità)
per poi, a seconda delle convenienze, poter dire
“io l’avevo detto” o “io non l’avevo detto”. Nella
nota ufficialosa, si comunicava che il Presidente
“non sta studiando o meditando il da farsi in
casi di crisi” perché “conserva fiducia nelle ripetute
dichiarazioni dell’on. Berlusconi sul sostegno
al governo”. A parte l’involontaria assonanza
con il “nutro fiducia” di Luigi Facta,
ultimo premier democratico d’Italia prima del
fascismo, nei giorni della marcia su Roma, quelle
parole sanno di presa in giro degli italiani,
visto che la visita di Confalonieri le smentisce
platealmente: il Presidente sta studiando e meditando
eccome, infatti prosegue la trattativa
(ancora!) con gli emissari privati del noto ricattatore
pregiudicato perché tenga in piedi il
governo Letta.

É la trattativa Stato-Mediaset.
Non è la prima volta che Confalonieri scende a
Roma e consulta politici di destra, centro e sinistra:
lo fa ogni qualvolta l’amico Silvio, e dunque
la ditta, è in difficoltà. Lo fece nel 2006
quando tentò di mandare l’amico D’Alema al
Quirinale. Lo rifece nel novembre 2011 quando
le azioni Mediaset precipitavano nel gorgo della
tempesta finanziaria e si trattava di pilotare la
ritirata di B. in cambio del suo salvataggio politico
e aziendale col governo Monti e le mancate
elezioni anticipate. E ora rieccolo — scrive il
Corriere — “parlare di politica con i politici” in un
“giro romano delle sette chiese” e “consultare
amici e avversari, prima e dopo la sua salita al
Colle”, convinto che “è necessario muoversi
senza fare casino”. Per parlare di cosa? Dei nuovi
palinsesti di Canale 5? Delle azioni Mediaset?
Delle polizze Mediolanum? Della campagna acquisti
del Milan?

No, secondo il Corriere ha parlato di “garantire l’agibilità
personale per Berlusconi con un gesto di
clemenza”. Sarà un caso, ma appena il presidente di
Mediaset è sceso dal Colle, i proclami guerreschi del Pdl
si sono interrotti. È l’apoteosi del conflitto d’interessi
che, dopo avere privatizzato governi, parlamenti, codici,
leggi e Costituzione, s’impossessa dell’ultimo arbitro,
cancellandone definitivamente la terzietà e l’imparzialità.
Dopo Confalonieri e Letta, si attende con
ansia il pellegrinaggio al Colle di Doris, Galliani, Marina
e Pier Silvio, Allegri, Balotelli, Kaká e Gabibbo (ma
perché non Dell’Utri?). Poi sul campanile del Quirinale,
al posto del Tricolore, garrirà giuliva la bandiera del
Biscione.

L’alleato

Articolo 54 della Costituzione Italiana:

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

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Sottotitolo: Confalonieri, che, non si sa bene con quale titolo, è stato ricevuto al Quirinale dal capo dello stato quale ambasciatore delle istanze del pregiudicato condannato è la persona più vicina a berlusconi insieme a Gianni Letta, lo zio del nipote; Confalonieri è presente nella famosa intercettazione dove berlusconi e dell’utri parlano della bomba che mangano gli aveva fatto esplodere affettuosamente sul cancello di casa mentre la mafia gli faceva pervenire messaggi simpatici nei quali c’era scritto che “se non avesse fatto una certa roba, entro una certa data, gli avrebbero consegnato la testa del figlio ed esposto il suo corpo in piazza del Duomo”.

Dunque due persone che di berlusconi, della sua vita privata, delle sue frequentazioni sapevano e sanno tutto possono intercedere per lui, avere voce in capitolo nella politica come Letta che è stato imposto al parlamento da uno che che da quarant’anni paga il pizzo alla mafia.

E a uno così Napolitano ancora ieri chiedeva “responsabilità”.
A uno così si concede ancora il diritto di avere diritti, di poter rivendicare un’agibilità politica.

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Dell’Utri, storia di un impresentabile: da Mangano al boss della ‘ndrangheta Mario Portanova, Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2013

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“B. PAGAVA COSA NOSTRA” 40 ANNI FA IL PATTO CON I BOSS DELL’UTRI L’INTERMEDIARIO (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza).

UNA VITA CON LA MAFIA.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA A 7 ANNI IN APPELLO RIVELANO IL RUOLO DELL’EX SENATORE. DEL CAIMANO LA CORTE SCRIVE: “MAI SFIORATO DAL PROPOSITO DI FARSI DIFENDERE DALLO STATO”.

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silvio berlusconi, che in vita sua “non è mai stato sfiorato dal proposito di farsi difendere dallo stato”, così recitano le motivazioni della sentenza del processo a dell’utri è stato invece il più difeso, tutelato, quello a cui lo stato ha offerto, regalato più garanzie, tutele, possibilità [anche di derubarlo] rispetto ad ogni altro cittadino da quando esiste questa repubblica.

E ancora c’è chi ha il coraggio di dire e scrivere che non ci fu nessuna trattativa fra la mafia e lo stato.

Lo scorso anno al ventennale delle commemorazioni per la strage di Capaci [a quelle per Borsellino non andò perché nessuno le aveva inserite in agenda], Napolitano disse: “vent’anni fa non ci lasciammo intimidire”.

Diceva Paolo Borsellino: “stato e mafia agiscono sullo stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.
Forse è per questo che l’hanno ammazzato, mentre quelli che agivano, e agiscono, sono ancora tutti vivi.

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Rimozione forzata
Marco Travaglio, 6 settembre

Quella depositata ieri dalla Corte d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è la quarta sentenza in nome del popolo italiano a mettere nero su bianco che nel 1974, cioè agli albori della sua resistibile ascesa di imprenditore, Silvio Berlusconi stipulò un patto d’acciaio con Cosa Nostra attraverso il suo (di Cosa Nostra e di B.) intermediario palermitano. L’avevano già sostenuto, oltre ai pm Ingroia e Gozzo e al gup Scaduto, i tre giudici del Tribunale che l’avevano condannato a 9 anni, il pg Gatto che aveva chiesto la conferma della condanna, i tre giudici di Corte d’appello che l’avevano confermata riducendo la pena a 7 anni, i 5 giudici di Cassazione che l’avevano annullata solo per il periodo 1977-’82. Ora, su richiesta del pg Patronaggio, l’hanno ribadito altri tre giudici di appello. In totale 19 magistrati di funzioni, sedi e correnti diverse hanno accertato che 40 anni fa B. iniziò la sua carriera con un patto con la mafia. E non occorre più nemmeno la Cassazione per rendere definitiva questa verità processuale, ormai irrevocabile dalla sentenza di parziale rinvio del maggio 2012: “A seguito della sentenza della Cassazione è stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”. Eppure da 15 mesi giornali e politici, salvo rare eccezioni, fanno finta di nulla.

E intanto l’uomo del patto con la mafia è stato architrave del governissimo Monti, si è ricandidato alle elezioni, ha raccolto il 22% dei voti, è stato più volte ricevuto al Quirinale con tutti gli onori, è stato invitato da Bersani a indicare il candidato Pdl-Pd per il Colle (Marini), ha avuto in dono la testa dell’odiato Prodi da 101 (o forse 120) appositi franchi tiratori Pd, ha ottenuto la riconferma di Napolitano, ha strappato l’agognato governissimo, ha pure scelto il premier che preferiva (il nipote di Gianni Letta), è divenuto il partner prediletto del Pd (che in compenso schifa Di Pietro e Ingroia) e ora viene implorato da tutti i poteri che contano, ma soprattutto da Pd e Quirinale, perché non abbandoni la maggioranza e resti fedele a Letta nipote, mentre giuristi à la carte e scudi umani dell’inciucio lavorano per salvarlo da una legge che impone la sua decadenza da senatore. “Resta con noi, non ci lasciar” detto – avete capito bene – a colui che nel 1974 incontrò nel suo ufficio di Foro Buonaparte a Milano “Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo”, prima dell’“assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore…”, suggellando “il patto di protezione” con i vertici della mafia. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”. Una simbiosi andata “avanti nell’arco di un ventennio”. Questi fatti ormai consacrati da una sentenza definitiva, ma già noti da tempo, sono scomparsi dalla scena politico-mediatica. Tant’è che ancora ieri Polito El Drito, sul Corriere , pregava in ginocchio B. di restare fedele al governo “nell’interesse degli italiani”. Non volendo o potendo rimuoverlo dalla politica nell’interesse degli italiani, si rimuovono quei fatti nell’interesse suo e si racconta che è nell’interesse nostro.

Come recita un vecchio proverbio catalano: ci pisciano in testa e ci dicono che piove.

L’eversore

“La magistratura è un cancro, una patologia del nostro sistema. Il 23 marzo scenderemo tutti in piazza contro i magistrati”. Silvio Berlusconi torna ad attaccare le toghe e lo fa a margine del processo Mediaset. “C’è una parte della magistratura – ha detto – che utilizza la giustizia per combattere ed eliminare gli avversari politici”. Il Cavaliere è tornato a parlare delle accuse di corruzione e finanziamento illecito (leggi) dei magistrati di Napoli: “I pm hanno detto a De Gregorio: ‘O ci dici qualcosa su Berlusconi o ti mettiamo in galera’. Siccome lui aveva paura della galera, ha parlato.”

“Questa storia – ha ribadito l’ex premier – è da ascriversi ancora una volta nella barbarie delle cose che accadono nella nostra magistratura”. Secondo Berlusconi “Prodi non è caduto a causa del passaggio di De Gregorio dall’Italia dei Valori a Forza Italia, ma perchè Mastella ha dato le dimissioni. Non cambiamo la realtà storica”. 

B. chiama la piazza contro i magistrati
“De Gregorio costretto a mentire dai pm”

Processo Mediaset, Berlusconi: “Totalmente estraneo alla vicenda, all’epoca ero premier”

Tutti gl’impegni del “presidente”
Dichiarazioni politiche, commenti, battute e barzellette, qualche espressione in libertà: Silvio Berlusconi si è fatto amare/odiare anche per le sue frasi pronunciate in pubblico. Le abbiamo raccolte: se non tutte, quasi. E le abbiamo fatte seguire da quello che gli altri hanno detto di lui. Eccole, ordinate per anno, a partire dall’ingresso in politica. 1994 – 1995 – 1996 – 1997 – 1998 –1999 – 2000 – 2001 – 2002 – 2003 – 2004 – 2005 – 2006– 2007 – 2008 – 2009 – 2010

Processo Mediaset: il procuratore generale chiede condanna a 4 anni per Silvio Berlusconi

Se questo fosse un paese normale il 23 marzo si dovrebbe fermare tutta l’Italia onesta e scendere in piazza contro berlusconi. 

E se questo fosse stato già un paese normale non saremmo mai arrivati a tutto questo perché b sarebbe in galera da vent’anni.

E se i rivoluzionari a cinque stelle hanno in mente di far diventare questo un paese normale la settimana prima del 23 dovrebbero aver già confezionato una legge sul conflitto di interessi, invece di dire che sono andati in parlamento solo per fare opposizione.

Se io fossi stata nei panni di Napolitano non ne avrei perdonata nemmeno una di queste dichiarazioni che sono uscite praticamente dalla bocca di tutti i servi dell’unico eversore antistato del quale ci si dovrebbe preoccupare; anche in casi come questi il capo dello stato dovrebbe fare il suo mestiere. 

Solo ieri due procedimenti disciplinari sono stati aperti contro due magistrati, uno, ma che lo dico a fare è Ingroia e l’altra Annamaria Fiorillo che accusò i poliziotti nell’ambito dell’affaire Ruby .

Contro i politici che li insultano non si prende mai nessun provvedimento? 

La cosa positiva è che né berlusconi né dell’utri potranno mai dire che de gregorio è stato un eroe visto che a differenza del pluriergastolano mafioso mangano  ha parlato, così almeno resterà nella memoria di tutti solo il disonesto  venduto che è.

 Mi piacerebbe che tutti quelli che si riempiono la bocca circa la responsabilità civile o penale dei giudici e dei magistrati quando sbagliano, così come esiste quella penale per il medico che invece di salvare le vite provoca danni irreversibili,  financo la morte e in generale per tutti quei professionisti e lavoratori la cui occupazione consiste nel prendersi cura dei problemi, diversi, della gente i cui esiti potrebbero danneggiare la gente quando la professione e il mestiere si svolgono con leggerezza e superficialità la chiedessero anche per i politici quando fanno leggi sbagliate.

Un governo serio dovrebbe mettere in preventivo che quelli che sbagliano nel merito del loro ruolo che sarebbe, è, quello di facilitare le cose e non di complicarle o renderle inutili come ad esempio mandare i cittadini a votare con una legge elettorale che non funziona, ha dimostrato di non funzionare per la buona politica ma solo a favore del mantenimento in essere della politica, anche quella incapace, delinquente, collusa, mafiosa pagassero in proprio e non sulla nostra pelle.  

Con una buona legge elettorale oggi avremmo il vincitore e i perdenti,  non avremmo più formigoni, il più indagato dopo berlusconi rieletto al senato e lo scilipoti di turno ancora a farsi mantenere dai contribuenti italiani.

E chi sbaglia deve andare – almeno – a casa subito, non dopo venti, trenta, quaranta o sessant’anni.

In questo modo non servirebbe nemmeno il limite delle legislature.