La quota [i]rosa, reloaded

Il problema non sono le quote rosa ma è la legge indecente, frutto dell’accordo fra Renzi e un delinquente da galera che non permetterà nessuna scelta.
Altroché ‘n omo e ‘na donna, ‘na donna e ‘n omo come nelle tavolate in pizzeria. Perché mentre noi ci divertiamo a discettare sulle pari opportunità quelli stanno mettendo per legge che i cittadini italiani non devono più avere la possibilità di votarsi il parlamento.
Che forse è una questione più seria.

La “parità di genere” che è prevista dalla Costituzione non significa parità numerica, ed è lì che si appoggia l’incostituzionalità della quota rosa che invece dovrebbe obbligare per legge ad assumere donne al posto di uomini stravolgendo proprio l’articolo 3 che ci fa tutti uguali: parità di genere significa che a parità di ruoli da assegnare bisogna considerare diversi fattori, principalmente competenza e merito di cui però si sente solo parlare ma non espressamente il genere di chi presenta una richiesta davanti ad un’offerta professionale. E rispetto a questo se è vero che esiste una predominanza maschile che nel concreto non c’è perché basta guardare alla pubblica amministrazione, alla scuola, alla giustizia e alla sanità per scoprire che non è vero, mi piacerebbe sapere quante sarebbero le donne favorevoli all’applicazione delle quote rosa ad esempio nei cantieri dove non si va a lavorare con la mise elegante e il tacco dodici: perché poi se quota rosa deve essere deve esserlo per tutto, non solo per il posticino in parlamento.

 Se la battaglia per l’applicazione della parità fosse concentrata sull’ipotesi di ottenere un posto sul ponteggio all’ottavo piano non la farebbe nessuno; tutte le signore a cui oggi si sbriciola il french dalla rabbia starebbero zitte augurandosi in cuor loro che a nessun pazzoide venga mai in mente di mettere per legge che anche le donne devono vestirsi con tuta e anfibi e andare a cementare i foratini. Certo che deve esistere la parità di genere che non è parità anche nei numeri come qualcuno pensa, ma deve esserci per cultura, non per legge. Tante cose devono esserci, la parità rispetto a tutti i diritti che vengono negati da sempre, e il rispetto dell’uguaglianza vera. Non si capisce però perché le stesse persone che quando si parla che ne so, di matrimonio omosessuale, della possibilità di affidare dei bambini ai gay come succede in tutto il mondo civile pensano e dicono che non è il momento, non è MAI il momento e poi davanti alla quota rosa svengono per la negazione del diritto.

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L’esito della votazione sulle cosiddette quote rosa mi rallegra perché è l’ennesima conferma del vero volto del partito cosiddetto democratico: quello del “mai con berlusconi” e che invece per stare sempre con berlusconi non ha esitato ancora una volta a tradire i suoi e le sue.  Porre la questione del voto secondo coscienza anche su un eventuale provvedimento finalizzato ad obbligare per legge la parità di genere oltre ad essere un’immensa stronzata: non si capisce infatti cosa c’entri la coscienza con una decisione del genere, spiega perfettamente che tipo di coscienza circola nel parlamento della nostra repubblica.

Le quote rosa in parlamento sono una stortura in un paese dove si viene assunti nei posti pubblici per concorso che non guarda al genere: è pieno di impiegate statali donne, di dirigenti pubbliche donne, di insegnanti donne, di avvocati donne, di giudici donne, di magistrati donne che sono lì non grazie alla quota ma perché hanno dimostrato di avere titoli e merito per occupare i loro posti. E non capisco perché si continui a favoleggiare circa l’ipotesi che più donne in parlamento significhi poi automaticamente più garanzie per tutte le donne. Da dove nasce questa leggenda che solo una donna sappia garantire per altre donne.  Una Binetti vale quanto potrebbe valere Rodotà in materia di diritti e di uguaglianza? Chissà perché poi non si pretende la quota rosa ad esempio sul diritto alla genitorialità.  In caso di separazione le donne di questo paese continuano ad essere la parte avvantaggiata: a loro i figli, la casa, il mantenimento. E se il  padre/marito separato ce la fa bene, sennò ‘sti cazzi, per lui non garantisce nemmeno il parlamento maschilista.

Perché così è più chiaro anche il significato del 50/50 nel governo di Renzi al quale non fregava e continua a non fregare nulla della parità di genere quanto invece di rendere operativo il suo accordo elettorale con berlusconi, il cui unico obiettivo è quello di alzare le barricate e impedire ai cittadini di poter eleggere un parlamento semplicemente in quota competenza e onestà.

Perché è vero che la maggior parte degli italiani voterebbe ancora oggi più col culo che col cuore ma è anche vero che gentaglia come quella che si sta cercando di recuperare a tutti i costi, che si è già recuperata come Razzi, Formigoni, Casini e tutta l’orrida compagnia del caravanserraglio delle larghe intese napolitane con una legge decente, civile, giusta avrebbe sicuramente meno possibilità di quante gliene abbiano già concesse le segreterie dei loro partiti.

Perché dalle quote rosa dovrebbero dissociarsi prima di tutto proprio le donne; perché relegare le donne al ruolo di “quota”, ovvero di una parte dell’insieme è prima di tutto un’ammissione di inferiorità; le donne costrette ad elemosinare per legge e per quota il loro posticino al sole, in secondo luogo sono l’opposto e il contrario di quel concetto di meritocrazia col quale tutti si riempiono la bocca ma poi ne fatti, essendo preclusa la possibilità di votare la preferenza, significa rischiare di ritrovarci il parlamento pieno di Prestigiacomo, De Girolamo, Santanchè, Madia, Boldrini eccetera, eccetera.

Parità, rispetto e considerazione non si ottengono per quota e per decreto legge. Questa discussione è stata una buffonata fin dall’inizio, l’ennesima distrazione di massa per distogliere l’attenzione dai veri interessi della politica che sono sempre gli stessi: quelli del mantenimento di un sistema che ha tutelato soprattutto gli incapaci, i disonesti, altrimenti oggi non saremmo qui con Renzi a palazzo Chigi né a parlare di queste cose.

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La Papessa Laura – Marco Travaglio, 11 marzo

Chissà se madonna Laura Boldrini, papessa della Camera, ha letto di recente I promessi sposi e s’è dunque imbattuta in Donna Prassede, bigottissima moglie di Don Ferrante, convinta di rappresentare il Bene sulla terra e dunque affaccendatissima a “raddrizzare i cervelli” del prossimo suo e anche le gambe ai cani, sempre naturalmente con le migliori intenzioni, di cui però – com’è noto – è lastricata la via per l’Inferno. Noi tenderemmo a escluderlo, altrimenti si sarebbe specchiata in quel personaggio petulante e pestilenziale descritto con feroce ironia da Alessandro Manzoni, e avrebbe smesso di interpretarlo ogni giorno dal suo scranno, anzi piedistallo di terza carica dello Stato. Invece ha proseguito imperterrita fino all’altroieri, quando ha fatto sapere alla Nazione di non avere per nulla gradito l’imitazione “sessista” della ministra Boschi fatta a Ballarò da Virginia Raffaele, scambiando la satira per lesa maestà e l’umorismo su una donna potente per antifemminismo. E chissenefrega, risponderebbe in coro un altro paese, abituato alla democrazia, dunque impermeabile alla regola autoritaria dell’Ipse Dixit. Invece siamo in Italia, dove qualunque spostamento d’aria provocato dall’aprir bocca di un’Autorità suscita l’inevitabile dibattito. Era già capitato quando la Rottermeier di Montecitorio aveva severamente ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia, redarguito gli autori di uno spot che osava financo mostrare una madre di famiglia che serve in tavola la cena al marito e ai figli, sguinzagliato la Polizia postale alle calcagna degli zuzzurelloni che avevano postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce – sessiste, ça va sans dire – sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei), proibito le foto e i video dei lavori parlamentari in nome di un malinteso decoro delle istituzioni, fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura “Il presidente della Camera” con la più decorosa “La presidente della Camera”. Il guaio è che questa occhiuta vestale della religione del Politicamente Corretto è incriticabile e intoccabile in quanto “buona”. E noi, tralasciando l’ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni, siamo d’accordo: Laura Boldrini, come volontaria nel Terzo Mondo e poi come alta commissaria Onu per i rifugiati, vanta un curriculum di bontà da santa subito. Poi però, poco più di un anno fa, entrò nel listino personale di Nichi Vendola e, non eletta da alcuno, anzi all’insaputa dei più, fu paracadutata a Montecitorio nelle file di un partito del 3 per cento e issata sullo scranno più alto da Bersani, in tandem con Grasso al Senato, nella speranza che i 5Stelle si contentassero di così poco e regalassero i loro voti al suo governo immaginario. Fu così che la donna che non ride mai e l’uomo che ride sempre (entrambi per motivi imperscrutabili) divennero presidenti della Camera e del Senato. La maestrina dalla penna rossa si mise subito a vento, atteggiandosi a rappresentante della “società civile” (ovviamente ignara di tutto) e sventolando un’allergia congenita per scorte, auto blu e voli di Stato. Salvo poi, si capisce, portare a spasso il suo monumento con tanto di scorte, auto blu e voli di Stato. Tipo quello che la aviotrasportò in Sudafrica ai funerali di Mandela, in-salutata e irriconosciuta ospite, in compagnia del compagno. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di “sessismo” e morte lì. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice “il Pd è peggio del Pdl” con un bizzarro “non offenda”, dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di “potenziale stupratore” a “chi partecipa al blog di Grillo”, dal ghigliottinare l’ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche.

Se ogni tanto si ghigliottinasse la lingua prima di parlare farebbe del bene soprattutto a se stessa, che ne è la più bisognosa. In fondo non chiediamo molto, signora Papessa. Vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po’ di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l’opposizione si oppone. Se qualcuno l’avesse mai eletta, siamo certi che non l’avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse laCostituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). Se poi volesse dare una ripassatina ai Promessi Sposi, le suggeriamo caldamente il capitolo XXVII: “Buon per lei (Lucia) che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddrizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza”. Poco dopo, sventuratamente, la peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”. Amen.

E allora, berlusconi?

fuori

Aldrovandi, Corte dei Conti vuole 2 milioni da agenti condannati

Si potrebbe fare un po’ di cresta anche sugli stipendi dei dirigenti che ordinano alla polizia di malmenare cittadini inermi. Dal  ministro dell’interno al capo della polizia passando per i funzionari alti e bassi: uscirebbe fuori una bella somma da destinare ad una fondazione dedicata al sostegno dei superstiti delle forze dell’ordine. 

Che in questo paese sono un bel po’ e lo stato nemmeno li ripaga, com’è accaduto ai massacrati di Genova.

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STOP A LAVORI DELLE CAMERE, CARLASSARE LASCIA I SAGGI: “PRESSIONE SU CASSAZIONE”

La giurista ha deciso di dimettersi dalla commissione per le riforme a seguito della sospensione dell’attività del Parlamento decisa dal Pdl e sostenuta dal Pd, dovuta alla data della sentenza fissata dalla Suprema Corte su Mediaset.

“La maggioranza ha così mostrato la sua assoluta estraneità ai valori dello stato di diritto“.

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Preambolo: ai piddini, quelli della base ma anche dell’altezza vorrei chiedere di raccontarci ancora la storiella che “la gggente quando non va a votare fa vincere barabba”, vorrei che ci spiegassero con la stessa sicumera del ditino alzato, del naso arricciato che hanno quando parlano del ‘buffone’ chi l’ha fatto vincere barabba in tutti questi anni, soprattutto, se quella gente o altra a cui serve il barabba di riferimento.

 

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Con la sentenza che obbliga i quattro assassini in divisa di Federico Aldrovandi a risarcire in denaro la sua famiglia rilevando anche il danno di immagine viene riconosciuta – finalmente, purtroppo con notevole ritardo – anche l’arroganza criminosa e criminale di chi pensa che rappresentare lo stato sia il viatico, il passepartout per qualsiasi tipo di comportamenti, anche quelli contrari alla legge. 
La giustizia seppur faticosamente ha provato ad annullare quel pensiero insano secondo il quale al potente pre-potente delinquente tutto è concesso e tutto si deve perdonare.

Diverso è il caso di silvio berlusconi perché tutti sanno, anche i garantisti tout court, che non servono certamente le sentenze di un tribunale per definire il personaggio, però a tutta la pletora del piagnisteo, parlamentare [di destra e di centrosinistra] e giornalistico [di destra e di centrosinistra], piace raccontarsela da vent’anni e purtroppo la raccontano anche a noi.

Le sentenze di un tribunale si dice che “fanno giurisprudenza”, cioè a dire che in casi analoghi a quelli che vengono man mano trattati nei processi i giudici hanno già una base da cui partire per poter decidere senza ricominciare ogni volta da capo.

Nel caso, anzi nei tanti casi di berlusconi quella giurisprudenza è fatta e finita, basterebbe andare a vedere i suoi reati e come sono stati trattati e considerati quei cittadini che ne hanno commessi di simili e analoghi ai suoi; quelli di berlusconi peraltro attengono alla criminalità comune, non c’entrano niente con la sua attività di parlamentare.

Frodi fiscali, corruzione di giudici, robaccia che in un paese normale avrebbe significato la scomparsa dietro le sbarre prima e nella discrezione della propria vita privata di chiunque dopo.
Qui no: servono le sentenze e forse è per questo che tutti si sono impegnati molto per fare in modo che non ci si arrivi; lodi, legittimi impedimenti, prescrizioni, da vent’anni si preferisce tenere un paese ostaggio di un delinquente, comune e abituale, al quale tutto è permesso e concesso con la copertura delle istituzioni e della politica [di destra e di centrosinistra] invece di mettere un punto fermo principalmente sul fatto che chi rappresenta lo stato, che siano poliziotti in divisa, ministri o presidenti del consiglio, della repubblica, in carica o ex non deve avere nessun trattamento di favore ma, al contrario, quando sbaglia deve pagare in relazione alle sue responsabilità verso lo stato e i cittadini.

Ma questo in un paese con un così alto tasso di delinquenza e criminalità all’interno della classe politica e dirigente non potrà mai avvenire, ecco perché berlusconi serve a tutti, è lui quella giurisprudenza che servirà domani, fra dieci anni o cinquanta – ché gli italiani sono campioni e sfornare un dittatorello ogni tanto, gli piace così –  per poter far dire a qualcuno “e allora, berlusconi?”

Ecco perché quale che sia l’esito di questa ennesima sentenza berlusconi è stato già graziato e senza scontare nessuna parte di pena come da Costituzione.

In un altro paese sarebbe finito in galera vent’anni fa, e nessuno purtroppo saprà mai che paese poteva essere questo oggi senza la sua ingombrante, invadente presenza, senza l’esercito dei servitori a libro paga che gli hanno permesso di arrivare fino a qui, quelli che in tutti questi anni gli hanno dato la possibilità di stravolgere le leggi e che oggi senz’alcuna vergogna solidarizzano con lui violentando quell’istituzione, il parlamento,  che indegnamente rappresentano.

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Ha ragione Berlusconi
Marco Travaglio, 12 luglio

La notizia è che B. ha ragione. Dal suo punto di vista, ma ha ragione da vendere. Vent’anni fa entrò in politica per non finire in galera: tutte le sue aziende erano sotto inchiesta e gran parte dei suoi manager inquisiti o detenuti per Tangentopoli. Bastava un nonnulla e sarebbe toccato a lui, cosa che infatti avvenne di lì a poco, appena divenne premier, quando un sottufficiale della Gdf rivelò di aver ricevuto soldi dopo un’ispezione fiscale alla Fininvest. 

Da allora ogni indagine o processo per i suoi reati divenne una persecuzione politica. All’inizio lo dicevano soltanto lui e i suoi servi. Poi cominciarono a dirlo in tanti. Oggi lo dicono o lo pensano quasi tutti: compreso il Pd che lo aiuta a chiudere il Parlamento per protesta contro la Cassazione. Chi, tre mesi fa, sui giornali e nei palazzi, sponsorizzò o avallò il governo Pd-Pdl sapeva benissimo qual era il prezzo da pagargli. 

Un prezzo doppio: metà occulto, cioè l’impunità; e metà palese, cioè il taglio dell’Imu per la campagna elettorale in caso di mancata impunità. Sono vent’anni che fa così e non si vede perché dovrebbe smettere proprio ora. La “guerra dei 20 anni”, la “pacificazione”, la “distinzione fra giustizia e politica”, l'”unità nazionale” sono esche per gonzi. Lui sta al governo per non essere condannato. E non ne ha mai fatto mistero. 

Che vogliono da lui i tresconi e i cacadubbi che scoprono all’improvviso il rapporto consustanziale fra il B. politico e il B. imputato? Che va cercando Polito El Drito, gran tifoso del governissimo, che ora casca dal pero sul Corriere perché l’Italia, sai che novità, è “ostaggio di vicende extraparlamentari sulle quali né le Camere, né il governo e nemmeno il capo dello Stato possono alcunché”? Dove ha vissuto in questi vent’anni: nell’iperuranio? Di che si lagna Claudio Sardo sulla fu Unità per il “ricatto inaccettabile” il giorno dopo che il Pd l’ha accettato? 

E cos’è quest’attesa spasmodica per il 30 luglio? C’è forse bisogno di quella sentenza per sapere se B. è un delinquente o un galantuomo? Cari tartufi, provate una volta nella vita a guardare in faccia la realtà: vi si spalancherà un mondo. Stiamo parlando di un ometto che, senza le sue leggi ad personam, sarebbe in galera da un pezzo. Almeno dal 25 febbraio 2010, quando la Cassazione dichiarò prescritta la corruzione giudiziaria per David Mills, pagato da B. con 600mila dollari in cambio di due false testimonianze in suo favore. 

Nel 2005, appena la Procura di Milano lo scoprì, B. varò l’ex Cirielli, che tagliava la prescrizione per la corruzione giudiziaria da 15 a 10 anni (dal 2014 al 2009). Già che c’era, stabilì pure che gli ultrasettantenni scontino la pena ai domiciliari anziché in carcere. Nel 2006 il centrosinistra gli regalò l’indulto extralarge: sconto di 3 anni per tutti i reati, corruzione inclusa. Nel 2008 B. tornò al governo e impose subito il “lodo” Alfano, bloccando i processi delle alte cariche, cioè i suoi. 

Così il Tribunale continuò a processare il solo Mills, stralciando B. in un processo separato e congelato in attesa della Consulta. Mills si beccò 4 anni e mezzo in primo e in secondo grado. Nel 2009 la Corte cancellò il lodo e il processo a B. ripartì, ma da capo dinanzi a un diverso collegio. Nel 2010 la Cassazione dichiarò prescritto ma commesso il reato di Mills. E nel 2012 il Tribunale fece altrettanto con B. 

Ma, senza Cirielli, il reato si sarebbe prescritto nel 2014: dunque Mills sarebbe stato condannato a 4 anni e 6 mesi definitivi; così come B., che senza lo stralcio imposto dal lodo sarebbe stato processato e condannato con lui. Senza l’indulto, niente sconto di 3 anni per entrambi. E, senza la norma sugli over 70, B. sarebbe finito in galera con Mills fin dal 25 febbraio 2010. Non solo: interdetto dai pubblici uffici, non si sarebbe potuto candidare alle ultime elezioni. Eccola, cari tartufi, l’unica guerra dei 20 anni che s’è combattuta dal ’94 a oggi: quella dell’Impunito alla Giustizia. Voi, di grazia, dove cazzo eravate?

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Ma ‘ndo vai, se la condanna non ce l’hai?

Per conferire col colle ci vogliono i giusti requisiti, sette anni di galera, ad esempio.

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Non sono in casa, richiamate più tardi

Massimo Rocca – Il Contropelo – Radio Capital

“Il presidente non ha ricevuto nessuna richiesta di incontro nei modi necessari perché potesse prenderla in considerazione”.

L’ufficio del Quirinale dev’essere in diretto contatto con la Farnesina che più o meno ha risposto negli stessi termini alla richiesta di asilo di Snowden. Ci spiace ce l’ha mandata per fax, altrimenti l’avremmo accolto a braccia aperte. Risate generali. Invece il colle non riceverà quello sgrammaticato istrione di Grillo, colpevole di essersi rivolto al Presidente via Blog. Invece se la telefonata arriva tramite zio Letta, Berlusconi al colle sale quando vuole. Dopo aver mandato i suoi ad occupare il tribunale di Milano, dopo essere stato condannato per prostituzione minorile, dopo aver rimediato una condanna, nel merito definitiva, per avere creato fondi neri, dopo che la Corte costituzionale ha stabilito che violò la leale collaborazione tra i poteri dello stato, dopo che un senatore della repubblica ha ammesso di essere stato da lui comprato per alterare il risultato politico delle elezioni. Ma mi “facci” il piacere!

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Egitto sull’orlo del colpo di Stato. Morsi resiste: “eletto da popolo”.
Dove l’ho già sentita questa?

Ma che vuol dire “eletto dal popolo?”

Significa forse che chi viene scelto per mezzo di “democratiche elezioni” [magari violando qualche legge en passant nel silenzio di chi avrebbe dovuto farle invece rispettare] deve restare al suo posto anche quando non si dimostra all’altezza del compito per il quale la gente l’ha votato?  

Anche hitler fu eletto dal popolo, per dire. 

Le dittature più feroci non sono iniziate sempre con un colpo di stato in piena regola. Spesso e volentieri sono stati usati sistemi molto più subdoli che la gente non percepiva come pericoli.

Oppure significa che deve restare anche se nel frattempo [ma anche un po’ prima] si è reso responsabile di azioni illegali, criminali? 

In che modo un popolo può dire che non vuole più farsi governare e non gradisce la presenza fra le istituzioni di una persona non più degna del ruolo che gli è stato assegnato: solo con altrettante “democratiche elezioni?”

Non so, qualcosa non mi torna, in una democrazia sana nessuno che non abbia i requisiti ottimali potrebbe e dovrebbe far parte di un governo né del parlamento.

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La richiesta di conferire con Napolitano di Grillo è “irrituale”e provoca il “gelo” del Quirinale.

Quella di asilo politico di Snowden è “anomala” e spiega perfettamente quanto è incivile un paese che nega accoglienza ad una persona in pericolo. 
Snowden, colpevole di aver scoperto l’ennesima violazione del diritto internazionale operata dagli Usa e giustificata dal pericolo del terrorismo col quale tengono sottomesso il mondo.

Verrebbe da chiedersi come sarà stata quella di berlusconi al quale Napolitano, dunque l’Italia, ha concesso invece un’udienza privatissima, senza testimoni, il giorno dopo la sua condanna.
Non c’è niente da fare, quell’uomo trova sempre gli argomenti giusti: è uno a cui nessuno può dire di no.

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Caimano sì, pitonessa no
Marco Travaglio, 3 luglio

Mauro Biani

Quello che pensiamo di Daniela Garnero in Santanchè i lettori possono facilmente immaginarlo. Al netto degli scandali Bpm e Bisignani, appena cinque anni fa la signora, candidata con La Destra di Storace, fece impallidire i più accaniti antiberlusconiani descrivendo Berlusconi come uno che “le donne le vede solo in orizzontale”, ragion per cui “non gliela darò mai”. 

Poi rientrò prontamente all’ovile, diventando uno dei suoi 
più efficaci scudi umani, dunque sottosegretario. 
Ma in privato, non mancandole la materia cerebrale, continuò a dire la verità. 

Come quando, nell’aprile 2011, fu intercettata al telefono con l’amico e socio Flavio Briatore indagato per evasione fiscale, che la informava sul seguito del bungabunga:
“Lele Mora mi ha detto: ‘Tutto continua come se nulla fosse'”. 
Santanchè: “Roba da pazzi!”. 
B: “Non più lì (ad Arcore, ndr), ma nell’altra villa. Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori, stesso film, proiettato in un cinema diverso. Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro, Centovetrine …”. 
S: “Ma ti rendi conto? E che cosa si può fare?” B: “Siamo nelle mani di Dio qui, eh? Perché l’altra sera ho saputo che c’era stata un’altra grande festa lì, eh?”. 

S: “Ma tu pensa! E che cazzo dobbiamo fare?”. 
B: “Questo qui è malato! Ha ragione Veronica, uno normale non fa ‘ste robe qui!”. 
S: “Sicuro che ha ripreso?”. B: “Al 100%”. 
S: “Va beh, ma allora qua crolla tutto”. 
B: “Dani, qui parliamo di problemi veramente seri di un Paese che deve essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei di notte. Ma non per le troie. Non dormirei per la situazione che c’è in Italia”. 
S: “E con il clima che c’è, uno lo prende di qua, l’altro che scappa di lì”. 
B: “Brava, il problema è che poi la gente comincia veramente a tirar le monete”. 
S: “Stanno già tirando”. 

Oggi basta sentirla in un talk a caso per capire che non crede a una parola di ciò che dice. Eppure dice cose gravi, tipo Boccassini “metastasi della democrazia”. Dunque in un paese normale nessuno avrebbe dubbi sulla sua candidatura a vicepresidente della Camera. Eppure c’è qualcosa di stonato, stridente e ipocrita nel fuoco di sbarramento che s’è levato dal Pd sul suo nome per una carica che nessuno, prima d’ora, s’era mai sognato di calcolare. Le vicepresidenze delle due Camere (quattro per ciascuna) sono da sempre lottizzate fra i partiti, che ci mettono chi vogliono. 
Nella scorsa legislatura, per dire, fra i numeri 2 del Senato c’era persino Rosi Mauro. Una che avrebbe sfigurato dappertutto, se il presidente del Senato non fosse stato Schifani. 
Ora, che il limite estremo della presentabilità sia diventato la “pitonessa”, come lei stessa si definisce citando Il Foglio (che a sua volta cita l’insulto di “vecchia pitonessa” lanciato nell’ 800 dalla rivista fiorentina Novelle Letterarie contro Madame de Staël), fa un po’ ridere. 

Il Pd ha fatto scegliere a Berlusconi il presidente della Repubblica e quello del Consiglio dopo aver impallinato Prodi e ignorato Rodotà perché non piacevano a lui, poi ci è andato al governo e ha deciso di dichiararlo eleggibile contro la legge.
Governa con ministri come Lupi e Quagliariello, per non parlare dei sottosegretari. 
Ha varato il Comitato dei 40 per riscrivere la Costituzione con lui. Non dice una parola sulle condanne per frode fiscale, prostituzione minorile, concussione e rivelazione di segreto (contro Fassino), né sulla compravendita di senatori (contro Prodi). 
Ha votato presidenti di commissione Cicchitto e Formigoni e ha chiesto a Scelta civica di votare Nitto Palma alla Giustizia per potersi astenere e fingersi contrario. 
Non ha mosso un dito quando Grasso ha nominato il senatore D’Alì, imputato per mafia, rappresentante dell’Italia in Europa. 

E ora, dopo aver digerito senza un conato la Cloaca Massima, ha qualche problemino di stomaco per la Santanchè. Ma ci faccia il piacere.

L’aria nuova di Grillo

Sottotitolo: un incubo di legislatura per quelli della casa delle libertà circondariali: una comunista e un Magistrato, andranno alle sedute parlamentari portandosi dietro la collana d’aglio e  il paletto di frassino.

Adesso sì che si possono spolverare le poltrone: quelle di Camera e Senato che finalmente tornano a meritarsi anche la mia maiuscola.

L’articolo 67 della Costituzione cita testualmente: “OGNI MEMBRO DEL PARLAMENTO RAPPRESENTA LA NAZIONE”,  non il decalogo di Grillo. 

E ancora, nell’articolo 68: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.
IL VOTO E’ SEGRETO.

Ciò detto, anzi scritto, Grillo, quando sarà presidente del Consiglio e avrà i due terzi del Parlamento, potrà abolire i suddetti articoli della Costituzione, e anche altri se lo desidera, e decidere in che modo si deve votare alla Camera e al Senato, magari via skype, se gli piace così.

Se ognuno si fa il codice di comportamento la Costituzione che ci sta a fare?   io ho sempre attaccato chi esagerava. Chi aveva paura del nazista del terzo millennio, a questo punto gli unici che lo possono mettere all’angolo sono i suoi. Quello che non è stato fatto con e per berlusconi.

Se proprio bisogna sostenere le donne in quanto donne molto meglio farlo con quelle  che meritano di essere sostenute.
Laura Boldrini  è competente, ha fatto cose importanti NONOSTANTE la politica, specie quella che dovrebbe regolare l’immigrazione seriamente e non come un’appendice della criminalità.  Fra chi gli immigrati li ha salvati e chi invece si augurava che facessero una fine orribile contribuendo a fargliela fare per mezzo dei respingimenti in mare, c’è una bella differenza. 

Una differenza che si quantifica in migliaia di cadaveri che ancora giacciono sul fondo dei nostri bellissimi mari.

Una persona, una donna di spessore, elegante, che ha detto cose molto importanti di cui sia la politica che gli italiani si dimenticano facilmente. E che le donne del pdl non abbiano applaudito e non si siano alzate in rispetto all’Istituzione è un motivo di più per pensare che la sua nomina sia più che meritata.

E’ ora di riportare la SERIETA’ nella politica e nelle istituzioni.

Ed io oggi, sebbene con tutti i miei dubbi sono strafelice che Laura Boldrini sieda al posto di gianfranco fini che contribuì alla stesura di leggi fasciste contro gli immigrati e per equiparare lo spacciatore di cocaina al ragazzino che si fuma uno spinello – se non ci fosse stata la bossi – giovanardi Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo,  e Pietro Grasso sulla poltrona di schifani, ex avvocato di un mafioso. 

Finalmente torna anche il decoro alle commemorazioni dei morti di mafia.
Il 25 maggio scorso Travaglio scriveva: ”bisogna trarre le dovute conseguenze dalle vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituiscono reato, ma li rendevano inaffidabili nella gestione della cosa pubblica. Questo giudizio non è mai stato tratto perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Il solito giustizialista grillino? No, Paolo Borsellino. Il 19 luglio, i politici rimangano a casa a meditare”.

schifani è stato l’avvocato di un mafioso, di uno dei più mafiosi di tutti, una parte della sua vita sulla quale ha sempre taciuto e avrebbe continuato a farlo se non ci fossero state le rivelazioni di un pentito di mafia durante un processo.
Quando fu eletto presidente del Senato una fra le prime persone a congratularsi con lui – con tanto di bacio “accademico” –  fu Anna Finocchiaro, non si capisce se per stima personale o perché entrambi sono figli della stessa terra.

I siciliani del M5s hanno votato l’ex procuratore antimafia Pietro Grasso alla presidenza del Senato perché – testuali parole di qualcuno – se la poltrona fosse tornata a schifani non sarebbero potuti tornare nemmeno a casa.
E giustamente, dico io.
Ciò significa che a tutti gli altri – se si parla di voti espressi secondo coscienza – non interessava che la seconda carica dello Stato fosse affidata a chi l’avrebbe rappresentata sicuramente meglio di schifani, che con la mafia invece ha avuto qualcosa a che fare, probabilmente vergognandosene in un secondo momento, visto che ha preferito non dirlo a nessuno? 
E chi ha votato secondo coscienza dimostrando di averne una buona, che sa distinguere che fra un indagato per mafia e uno che, a prescindere dal suo mestiere che è stato quello di combatterla non lo era, qualche differenza c’è,  si merita la ramanzina, la minaccia, il cartellino rosso?

E questo sarebbe il nuovo che avanza? fra Pietro Grasso e il candidato dei 5s o peggio ancora la possibilità di lasciare quel posto a schifani solo la capacità di analisi di un ultrà da stadio avrebbe avuto dei dubbi.   Per carità, sono stata fra le prime a rinfacciare a Grasso quella frase infelice sul premio antimafia al governo di b., e ancora oggi se capita e se serve non mi sottraggo a ricordarla.
E so benissimo che la sua nomina l’ha voluta il malato immaginario scippandola, de facto, a Giancarlo Caselli.
Ma per metterlo sullo stesso piano di schifani e anche un’anticchia più sotto bisogna essere dei perfezionisti nel triplo carpiato con superavvitamento e scappellamento a destra.

La Costituzione si difende sempre, non solo quando torna utile e non lo si fa certo per coerenza ma per dovere civile, visto che se non ne avessimo avuta una: QUELLA CHE ABBIAMO, questo paese sarebbe ridotto molto peggio di così. 

I politici passano, i partiti nascono e muoiono, la Costituzione no, difendiamola, sempre.

Neanche Monti ha votato per Grasso, dimostrando, semmai ce ne fosse ancora la necessità che l’interesse per se stesso gli sta molto più a cuore di quello del paese: ben gli sta a tutti quelli che hanno osannato la serafica sobrietà di Mario Monti, uno talmente avvezzo a dire cose e a farne altre – altro che estraneo alla politica – da aver imparato benissimo come nascondere zanne da vampiro dietro sorrisini di circostanza. 
Felicissima di non essermi mai allineata ai “menopeggisti” di un annetto e qualcosa fa, a proposito di Monti & friends.

E, per finire, il pover’uomo si è presentato ieri al Senato per votare dopo aver incassato l’ennesimo sì al legittimo impedimento: silvio berlusconi ai Magistrati dovrebbe fare un monumento, altroché insultarli tutti i giorni. Ché se fossero stati diversi dalla razza umana come dice lui da quel dì che l’avrebbero sbattuto in una galera. In tutti questi anni sono stati perfino TROPPO umani e comprensivi, chi è legittimamente impedito a recarsi in un tribunale a due passi da casa sua a maggior ragione lo dovrebbe essere per affrontare un viaggio di qualche ora per venirsi a prendere i vaffanculo che si merita nella Capitale. 

Spero che i lavori nel buen ritiro siano a buon punto, perché ho la sensazione che stavolta le cose potrebbero cambiare davvero, e se cambiano in peggio per berlusconi significa che per noi la salita sarà un po’ meno ripida.

L’Antifascismo non è un modo di dire

Il 21 gennaio Roberta Lombardi, eletta ieri  per alzata di mano capogruppo alla camera per il M5S scriveva sul suo blog: ” Se parliamo delle ideologie, penso all’episodio recente di “Grillo che apre a casa pound”. Prima questione: qualcuno mi dice, finché esistono loro il fascismo non sarà morto, quindi non mi dire che questa ideologia non rappresenta una minaccia presente. Da quello che conosco di casa pound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia. Quindi come si vede casa pound non è il fascismo ma una parte del fascismo. E quindi solo in parte riconducibile ad esso “.

Preambolo: mussolini ha fatto cose buone, non ha mai ammazzato nessuno tutt’al più ogni tanto mandava qualcuno in vacanza al confino, le barzellette sull’olocausto, l’aver cercato un sostegno parlamentare nella feccia che avrebbe dovuto essere relegata nelle pagine dei libri di Storia più dolorose, quelle certamente da  non dimenticare ma nemmeno rendere di nuovo attuali come invece ha fatto l’ impostore assurto alla politica.

In questi giorni, settimane, anzi, mi sono opposta con forza all’idea che un movimento di persone comuni e normali potesse costituire un pericolo per la democrazia, molte esagerazioni sono state dette e scritte un po’ ovunque, ma io sono una che pensa che le parole abbiano un peso e che per questo quando si vuole esprimere un concetto si debbano usare quelle giuste e che non si prestano a nessun malinteso né fraintedimento.

Specialmente quando vengono pronunciate e scritte da e in ribalte pubbliche, e la Rete, anche fosse compresa in un blog personale o una pagina personale di un social network, E’ una ribalta pubblica, ed è quindi necessario esprimersi con responsabilità.

Posso trattare su tutto, quando attiene ai principi, ma se una persona che pretende di entrare in parlamento seriamente ripetendo più o meno gli stessi concetti della biancofiore quando, giustificando berlusconi, quello che “mussolini non ha fatto niente di male fin quando non si è perso per strada”  –  un “disorientamento” costato guerre,  milioni di morti – aveva ribadito che sì, in fondo mussolini è stato un bravo statista perché “ha inventato le fogne” [testuali parole] e analizzando il fascismo come se fosse una forma arcaica di folklore, nessuno parlasse più di rinnovamento ma piuttosto di ritorno alle origini, a certe origini. 

E’ così difficile dire apertamente da cittadini comuni e maggiormente da persone che decidono di volersi occupare della cosa pubblica che il fascismo è stato ed è un crimine, non un argomento da dibattito qualsiasi da affrontare con superficialità e leggerezza come il gossip, la moda?  Anche il mio parrucchiere è una brava persona e un ottimo professionista che sa tagliare e acconciare i capelli perfettamente, ma dubito che saprebbe realizzare decreti legge e riforme strutturali, per dire,  o discettare di argomenti alti, appunto si limita a fare bene il suo mestiere che è quello di vendere bellezza estetica.

Ognuno può, nella sua vita, scegliere di rendersi ridicolo come vuole, anche dimostrando di non avere una conoscenza della Storia,  se lo fa da persona comune il cui pensiero danneggia più che altro se stesso che gli altri, ma non può farlo però  pensando che dal basso dei suoi limiti si possa passare tranquillamente dallo status di cittadino semplice all’esercizio della politica parlamentare, quella che si deve e si dovrà occupare della gestione di un paese così, senz’alcuna preparazione specifica.

L’Antifascismo non si dice: si fa, non ammiccando a movimenti che si richiamano a teorie criminali e violente, non pensando, e purtroppo scrivendo che quand’anche casa pound sia solo “folklore razzista e sprangaiolo” questo si possa e si debba tollerare, accettare e dunque legittimarne l’esistenza.

In un paese come il nostro, facilmente seduttibile, dove sono bastati pochi anni di lobotomia mediatica a stravolgerne l’essenza anche  in questi tempi moderni così come fu fatto per mezzo della propaganda e del regime durante il ventennio fascista  è necessario avere le idee chiare a proposito di tutto quello che ha riguardato il periodo storico più drammatico, dunque è indispensabile saper separare tutto quello che ha demolito da quello che invece, faticosamente, ha ricostruito dopo la distruzione.

In un paese così facile da imbrogliare, è necessario ribadire ogni giorno che non si può essere democratici senza essere Antifascisti e difensori della Costituzione. 

Tutti i giorni, nelle azioni, nei  comportamenti e anche nelle cose che si dicono e si scrivono.

Quello che non mi spiego è perché ci sia ancora tanta gente che non riesce a prendere le distanze in modo netto dal fascismo.

Ogni volta bisogna cadere nell’irresistibile tentazione del dibattito, della ricerca di qualcosa di positivo che non puó esserci visto che fu proprio il fascismo italiano a spianare la strada alla follia nazista di hitler.

E chiunque abbia in sé anche e solo un po’ di quel sentire è fuori dalla democrazia e deve rimanere fuori da qualsiasi dibattito finalizzato alla ricerca del “buono”.

E figuriamoci se può pensare di governare un paese nato da una Resistenza Antifascista.

E, per concludere, volevo solo fare un piccolo ringraziamento alla politica tutta di questi ultimi vent’anni per averci condotto allegramente fin qui fra una ladrata, una mafiata, una scopata e una tirata di coca, fra puttane papponi, mazzette, case e vacanze ottenute all’insaputa, fra leggi ad personam e conflitti di interessi assenti ma interessi sempre molto presenti; per aver ridotto insomma questo paese una latrina a cielo aperto nella quale oggi, naturalmente, tutti si sentono autorizzati ad orinare.
Ovviamente il ringraziamento più sentito va a chi avrebbe dovuto vigilare – nei paesi a democrazia compiuta la chiamano opposizione, dalla voce del verbo opporsi, ma non l’ha fatto perché sempre in tutt’altre faccende affaccendata.
I responsabili di questo scempio dovrebbero togliere il disturbo una volta e per sempre, qualora decidessero di farlo possono esimersi dal salutare.

Antifascista sempre! di  Rita Pani

Ho provato a tenere la distanza, ho provato a tacere per una volta, ma ci sono argomenti verso i quali, tacere, significherebbe rendersi complici, massificarsi, perdere di dignità. Ho un forte rigurgito antifascista, perché io antifascista lo sono fin dentro il midollo. Ho provato a tacere dopo aver letto le farneticazioni della cittadina portavoce alla Camera del movimento cinque stelle, ma non ho potuto.

Forse perché per me l’antifascismo è un valore, forse perché ho a cuore la mia dignità, forse semplicemente perché se pure ogni giorno di meno mi sento cittadina di questo stato, non voglio arrendermi.

Sia chiaro, non sono una sprovveduta, so bene che siamo rimasti in pochissimi a considerare l’antifascismo un valore, e so bene che nel ventennio parafascista instaurato da quel malavitoso che ha distrutto l’Italia, anche molte istituzioni si sono chinate al disastro, ed è proprio per questo che non intendo piegarmi, e mai mi piegherò al pensiero corrente.

Mi urta più che mai, poi, quando per dare senso a certe farneticazioni si usa la formula berlusconista del “tanto il fascismo e il comunismo, in Italia non esistono più” (cito a memoria).

È quanto di più miserabile sia stato insegnato alle nuove generazioni di italioti. Il fascismo, non ha nulla a che vedere con l’ideologia comunista – per fortuna ancora presente, almeno in me – e soprattutto, cara cittadina, il fascismo in Italia continua ad essere un reato. Il fascismo non dovrebbe più esistere – nemmeno sotto forma di folklore – semplicemente perché è proibito dalla nostra Costituzione, quella che ormai in tanti vedono come roba vecchia.

Quella carta vecchia, negli anni ci aveva salvato proprio dalle derive in qui da troppo tempo ormai, stiamo navigando.

Non riesco a tollerare che il razzismo o l’attitudine a “sprangare”  possano essere liquidati come gesti folkloristici di ragazzetti dediti alla goliardia. Perché negli ultimi vent’anni troppo spesso si è soprasseduto di fronte al corpo carbonizzato di un barbone, un gay massacrato per strada, l’extracomunitario preso a sprangate.

Di fronte al pericolo fascista, di fronte all’apologia del fascismo, di fronte a queste pericolose stupidità, io non mi fermo e rialzo la testa, e poco m’importa d’essere annoverata tra i nuovi nemici del futuro stato perfetto che anela ad avere il 51% dei consensi per poter finalmente avere il potere (stesso sogno infranto dell’altro tizio, guarda un po’). Poco mi importa dei nuovi insulti appositamente coniati per coloro che hanno conservato la libertà di pensiero prima, e hanno deciso di mantenerla ora. L’antifascismo è  un valore, quello che paradossalmente ha garantito anche a voi di arrivare in cima alla piramide, o forse due gradini sotto la cima.

Una volta si diceva “vigilanza democratica”, parole ormai in disuso, lo so, senza neppure una kappa a rafforzare, ma anche questo per me è obbligo etico e morale, e potete scommetterci il culo che non demorderò mai.

Perché io antifascista lo sono davvero, fino al midollo e pure un poco più in là.

Rita Pani (ANTIFASCISTA … scritto di getto e scusate lo sfogo)