Si scrive bellezza ma si legge pochezza, bassezza, tristezza

Come farà il PPE senza il prezioso contributo del latitante pregiudicato, delinquente e condannato che avrebbe potuto dare qualche suggerimento utile sul tema “Come fregare lo stato da presidente del consiglio per vent’anni e restare impunito come se niente fosse, mine de rien, like nothing happened” [so’ abbastanza europea?].
Mentre se il PPE fosse stato un partito serio lo avrebbe dovuto cacciare quando ha riempito il parlamento italiano di delinquenti come lui, di feccia fascista e razzista che poi va a scorazzare anche a Bruxelles a spese dei contribuenti per collezionare figuracce planetarie, invece di fare finta che quelli di berlusconi fossero partiti normali fatti di gente normale e votati da gente normale.

Berlusconi non va al congresso del Ppe
I giudici gli negano permesso d’espatrio

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E, sempre a proposito di Europa: “presentato il disegno di legge bipartisan firmato da una senatrice del pd, sostenuto da un gruppo di parlamentari democratici e dalla mussolini, che regolarizza la #prostituzione“.
Qui fanno il ddl che regolarizza e in Europa pd, forza Italia, ncd e Sonia Alfano tutti insieme appassionatamente votano la risoluzione UE che criminalizza i clienti.
Le controfigure di se stessi.

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La Grande Tristezza.
Quando le marchette non servono.
Voglio dire, fa un film per denunciare le subculture e poi le rappresenta, a pagamento, anche.

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Se qualcuno volesse anche e solo provarci a fare qualcosa di buono per denunciare l’assenza di cultura, la perdita dei valori, del benché minimo senso di un principio sano in questo paese verrebbe subito stroncato dai maggiori responsabili dello stato attuale delle cose. 

I giornalisti [parlando con pardon] che mentre l’Italia veniva sbranata dalla politica e dalla mafia spesso riunite sotto lo stesso ombrello, devastata dai guastatori della morale e dell’etica pubbliche, sprofondava sotto il peso di sconcezze di ogni tipo, delle ruberie, della corruzione, mentre gli italiani venivano privati di un punto di riferimento positivo sostituito da tutto ciò che appare ma non è guardavano altrove, si occupavano di altre cose, erano perlopiù tutti concentrati a fare l’unica cosa che gli riesce alla perfezione e cioè le fusa ai potenti prepotenti delinquenti; i politici, il sindaco di Roma e anche l’ex podestà alemanno che ha ridotto Roma ad un’agenzia di collocamento utile a sistemare i suoi amici, parenti e conoscenti che commentano il film di Sorrentino sembra che parlino di faccende che non li riguardano, descrivono qualcosa che non esiste se non nelle loro menti inquinate dalla malafede consapevole.

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La grande vuotezza – Marco Travaglio, 5 marzo

Dopo gli Oscar per i migliori film, ci vorrebbe un Oscaretto per i migliori commenti italiani agli Oscar. Provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi. Un po’ come dopo le partite dei Mondiali quando vince l’Italia: il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma. Questa volta però, con l’Oscar a La grande bellezza, c’è un di più: l’esultanza di chi s’è fermato al titolo, senza capire che è paradossale come tutto il film. Ecco: quello di Sorrentino è il miglior film straniero anche e soprattutto in Italia.Il Corriere fa dire al regista che “con me vince l’Italia”, ma è altamente improbabile che l’abbia solo pensato: infatti ha dedicato l’Oscar alla famiglia reale e artistica, al Cinema e agli idoli adolescenziali (compreso – che Dio lo perdoni – Maradona, inteso però come il fantasista del calcio, non del fisco). Eppure Johnny Riotta, sulla Stampa, vede nel film addirittura “un monito” e spera “che la vittoria riporti un po’ di ottimismo in giro da noi”. E perché mai? Pier Silvio B., poveretto, compra pagine di giornali per salutare l’“avventura meravigliosa” sotto il marchio Mediaset. Sallusti vede nell’Oscar a un film coprodotto e distribuito da Medusa la rivincita giudiziaria del padrone pregiudicato (per una storia di creste su film stranieri): “Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati”. Ora magari Ghedini e Coppi allegheranno l’Oscar all’istanza di revisione del processo al Cainano. “Oggi – scrive su Repubblica Daniela D’Antonio, moglie giornalista di Sorrentino – ho scoperto di avere tantissimi amici”. Infatti Renzi invita “Paolo per una chiacchierata a tutto campo”. Napolitano sente “l’orgoglio di un certo patriottismo” per un “film che intriga per la rappresentazione dell’oggi”. Contento lui. Alemanno, erede diretto dei Vandali, Visigoti e Lanzichenecchi, vaneggia di “investire nella bellezza di Roma e nel suo immenso patrimonio artistico”. Franceschini, ex ministro del governo Letta che diede un’altra sforbiciata al tax credit del cinema, sproloquia di un “Paese che vince quando crede nei suoi talenti” e di “iniezione di fiducia nell’Italia”. Fazio, reduce da un Sanremo di rara bruttezza dedicato alla bellezza, con raccapricciante scenografia color caco marcio, vuole “restituire” e “riparare la grande bellezza”. Il sindaco Marino rende noto di aver “detto a Paolo che lo aspetto a Roma a braccia aperte per festeggiare lui e il film, per il prestigio che ha donato alla nostra città e al nostro Paese”. Ma che film ha visto? È così difficile distinguere un film da una guida turistica della proloco?

In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.

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Tanto Gentile e tanto onesto pare

Quindi anche formigoni il celeste dopo Gentile il cinghiale si dimetterà per senso di responsabilità verso il paese?  

Corruzione, Formigoni rinviato a giudizio (SANDRO DE RICCARDIS).

Tutti quelli che si dimettono nella politica, sempre troppo pochi in verità, dicono di farlo per il bene del paese, mentre il vero bene per il paese sarebbe impedire che gente già inadatta, già inadeguata, già disonesta prima di entrare in politica, come berlusconi, possa anche e solo avvicinarsi alla gestione delle cose di tutti.  Anche berlusconi quando andò via per lasciare il posto al sobrio guastatore in loden disse di averlo fatto per senso di responsabilità verso il paese, infatti l’ultima cosa che fece prima di dimettersi fu riunirsi coi figli, Confalonieri e Ghedini per mettere al sicuro gli interessi degli italiani, cioè i suoi. Ma guai a parlare di conflitto di interessi anche ora che al governo c’è il rinnov’attore, quello che aveva promesso di chiudere con quel passato politico che è stato la vera rovina del paese molto più della crisi economica. Ventiquattro riciclati dal governo del nipote dello zio e quattro – più Lupi e formigoni che ci tenevano a non guastare la media – indagati, ecco il senso del rinnovamento e della rottamazione di Matteo Renzi.  

[Sognando sempre la retata finale, quella sì che farebbe davvero il bene del paese]

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INDAGATI: SONO BARRACCIU, DEL BASSO DE CARO, DE FILIPPO E I RICONFERMATI BUBBICO E LUPI: 4 DEMOCRAT E IL MINISTRO DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO.Il governo La Qualunque – Marco Travaglio, 4 marzo

Tonino Gentile aveva ragione: “Io sono trasparente”. Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos’ha fatto a L’Ora della Calabria, perché Alfano l’ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo. Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l’intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell’aeroporto di Lamezia e superconsulente dell’Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all’ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale. Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l’Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri (“Siamo su Scherzi a parte?”, “Come si fa a governare con Alfano?”, “Cambiamo verso”). Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che “Gentile l’ha indicato Alfano”: come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l’ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato. Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole “cambiare l’Italia” s’è messo nelle mani dei “diversamente berlusconiani” che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come “nuova destra repubblicana”). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla “barbarie” perché “non è neanche indagato”. Cicchitto alludeva alle “pagliuzze e travi”, cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l’Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi. Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l’ha fatto sapere all’Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L’effetto-domino innescato dall’uscita di Gentile non può che essere benefico. Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: “Nell’esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l’Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele”. E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. Ieri fra l’altro s’è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall’imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

 

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  “Il film che racconta la decadenza dei costumi italiani è stato prodotto da Mediaset. Nuove frontiere del conflitto di interessi.” [Spinoza.it]

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L’illusione della Grande Bellezza –  Cristina Piccino, Il Manifesto

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Come diceva Enzo Ferrari: “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo”. Quando non è il loro personale o quando delude le loro aspettative. Oggi forse il vaffa di Servillo alla giornalista di Rainews che cercava la critica un minuto dopo la vittoria del Golden Globe assume un significato diverso. Non certo perché esista un ambito dal quale si deve escludere la critica ma per l’incapacità di molti di saper semplicemente apprezzare una cosa bella quando c’è. La corsa alla critica negativa, alla stroncatura è un evento dal quale non ci possiamo sottrarre mai.

Ma, apprezzare non significa distorcere,  farsi ognuno la propaganda che più torna utile e snaturare il significato di un film, quello originale naturalmente, non quello che gli hanno appioppato i vari maitre-a-pensar tipo Zucconi che, giusto stamattina rispondendo al telefono ad un’ascoltatrice durante la rubrichetta quotidiana che tiene su radio Capital, parlava di un film che descrive solo le brutture di Roma, come se il film fosse un documentario sulle bellezze artistiche trascurate dell’Urbe. Per non parlare dell’esaltazione di un premio sì importante ma che non restituisce affatto quell’ “orgoglio italiano” nel mondo come piacerebbe a quelli che nascondono gli squallori nostrani dietro una coppa vinta nel calcio, una medaglia alle Olimpiadi e la statuetta americana. Addirittura c’è stato chi ha visto nel film di Sorrentino un ritorno all’onestà di berlusconi in quanto produttore del film. Ci vuole altro per riparlare di bellezza, in questo paese. Ad esempio ricominciare a parlare seriamente di conflitto di interessi, in modo tale che registi, scrittori, autori abbiano la possibilità di evitare di far produrre, editare e promuovere le loro opere da chi tutto ha fatto per questo paese fuorché regalargli bellezza. In un paese dove non fosse stato concesso ad uno solo di poter monopolizzare i media ci sarebbero altre produzioni che potrebbero ampliare la scelta, invece no, come per Mondadori  se un autore, un regista, uno scrittore vuole mettere al sicuro il suo prodotto lo deve dare in mano a un fuori legge.   Liberare l’Italia dai conflitti di interessi che non riguardano solo berlusconi, il suo è solo quello più vistoso ma ce ne sono altri ben nascosti dietro, sarebbe già una restituzione di parte della bellezza che manca in questo paese. il fatto che i film candidati all’Oscar siano spesso quelli prodotti da medusa ovviamente non è un fatto che ci deve interessare. Deve essere proprio il più bravo di tutti silvio, ecco perché nessuno ne può fare a meno.

Vale la pena di ricordare, in occasione dell’incoronazione di Sorrentino, che quando uscì Il Divo la Rai e mediaset, che ha prodotto La grande bellezza, rifiutarono il passaggio televisivo del film sulla vita di Andreotti sulle loro reti che fu trasmesso, anche più di una volta, solo da la7.  Forse perché in questo caso si può solo intuire chi ha avuto il “merito” di essere il responsabile di gran parte della decadenza descritta dal film ma non se ne cita il nome né la figura. Ecco perché stasera mediaset, che è di silvio e com’è buono lui,  trasmetterà il film senza interruzioni pubblicitarie. 

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Tutti di corsa sul carro di Jep Gambardella – Andrea Scanzi, 4 marzo – Il Fatto Quotidiano

È un po’ come quando la gente esulta perché in quello stesso bar qualcuno ha vinto all’Enalotto: un misto di tenerezza e follia, perché il neovincitore è uno sconosciuto e dunque la sua vittoria non cambierà la vita di chi sta esultando. Qui però, oltre alla sensazione di straniamento, c’è forse un po’ di malafede. La vittoria di Paolo Sorrentino ha ispirato una quantità torrenziale di felicitazioni illustri (o pseudo-tali): un esercito di chi è felice davvero e di chi simula invece entusiasmo per mettere il cappello sul successo altrui. Magari sfruttandone la scia, magari elemosinando uno strapuntino di attenzione. Giusto essere felici per un premio a un bel film e a un cineasta prodigioso. Meno giusto, o quantomeno bizzarro, che tra i primi ad appropriarsi dell’Oscar sia Dario Franceschini. Certo, è italiano. Certo, è ministro della Cultura. Ciò nonostante, sfuggono i punti di contatto tra Franceschini e la bellezza (non necessariamente grande).

SU TWITTER, Franceschini pareva incontenibile: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano! Quando il nostro Paese crede nei suoi talenti e nella sua creatività, torna finalmente a vincere”. Non pago di una tale retorica, profusa con generosità invidiabile, Franceschini ha poi aggiunto: “Ho telefonato a Sorrentino per dirgli della mia gioia e ringraziarlo. Al risveglio sarà per l’Italia un’iniezione di fiducia in se stessa”. Particolarmente attiva la politica di quasi-sinistra nell’esprimere giubilo. Così Luigi De Magistris, sindaco di Napoli: “Ringrazio Sorrentino per avere inserito tra le sue fonti d’ispirazione Maradona e Napoli. Da Napoli, la città intera vi fa immensi complimenti”. De Magistris, che pure da candidato sindaco si ergeva a novello “Gunny” Eastwood refrattario alla melassa, è inciampato pure lui nella finzione ipocrita della bellezza come panacea di tutti i mali: “(Sono) felice e orgoglioso per La grande bellezza di Sorrentino e Servillo. È con la bellezza che si sconfigge la crisi morale e culturale”. Non poteva mancare Matteo Renzi, che non ha rinunciato al “maanchismo” nemmeno parlando dell’Oscar: “In queste ore dobbiamo pensare ad altro e lo stiamo facendo. Ma il momento orgoglio italiano per Sorrentino e #LaGrandeBellezza ci sta tutto” (Renzi, da buon politico gggiovane, usa gli hashtag; Franceschini, da buon residuato bellico, no). Meno ilare la politica di destra, che però – non avendo di fronte un regista facilmente etichettabile – si è limitata a qualche affondo qua e là: altri tempi quelli in cui Giuliano Ferrara criticava così tanto La vita è bella da farlo piacere anche a chi non lo aveva amato. C’è anzi chi a destra ha addirittura plaudito, tipo Giancarlo Galan: un brutto colpo per Sorrentino. Ancora più ferale per il regista l’apprezzamento di Alemanno che in una nota ha scritto: “Il modo migliore per portare Roma verso il riscatto civile e verso l’uscita dalla crisi economica è quello di investire sulla sua bellezza e sul suo immenso patrimonio artistico e culturale”. Il profilo facebook di Roma Capitale ha scelto di cambiare la foto di copertina scegliendo quella del film. (Evidentemente non si sono accorti che Roma non ne esce benissimo). Irrinunciabile il plauso di Salvatore Bagni: “Il ringraziamento a Maradona da parte di Sorrentino nella notte degli Oscar farà certamente piacere a Diego, testimonia il rapporto viscerale che c’è tra lui e Napoli, un legame che rimane per tutta la vita”. Claudio Cecchetto ha gridato “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta” (poi ha ballato il Gioca Jouer). Chiara Galiazzo ha prima festeggiato e poi fatto sapere che “adesso posso andare a letto” (ci poteva andare anche prima). Vittorio Zucconi si è amleticamente chiesto se “È meglio vincere un Oscar o uno scudetto? Il Grande Dilemma?” (ahahaha). Oltremodo pregnanti le parole di Emanuele Filiberto: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano!” (poi si è riposato per il troppo pensare). Saturo di originalità il sermone di Fabio Fazio: “Orgoglio e felicità per Paolo Sorrentino! Ora davvero restituiamo al nostro Paese la grande bellezza! Dobbiamo ritrovarla e ripararla” (amen).

Il fatto che la pellicola non sia tanto sulla grande bellezza quanto sulla perdita di essa, è ovviamente un dato marginale: l’importante è fermarsi al titolo. L’importante è fare il trenino come in discoteca, canticchiando Brigitte Bardot Bardot o – meglio – Ahhh ahhh ahhh ahhh, a far l’amore comincia tu.

 

La grande [e triste] bruttezza

Che pena i “critici” 2.0 che se la prendono col film di Sorrentino accusandolo di essere poco patriottista perché avrebbe cercato [e per fortuna ottenuto] il successo “gettando fango” sull’Italia descrivendola nella sua triste bruttezza della decadenza morale e civile, nello stesso modo in cui accusano un certo, e purtroppo raro, giornalismo di gettare fango solo perché ci racconta i fatti che riguardano la politica e chi la rappresenta. 

Che piaccia o meno ma a quanto pare piace ed è piaciuta molto, visto che una larga parte di italiani ha votato per diciotto anni un bugiardo puttaniere criminale, l’Italia è anche, soprattutto anzi, quella del film, e l’arte, la letteratura e il cinema impegnato hanno il dovere di mostrare la realtà, soprattutto quando non è bella né piacevole. Per tutto il resto ci sono i cinepanettoni e Checco Zalone. 

Se lo facesse anche il giornalismo sarebbe ancora meglio.

La vera nota stonata è il solito soffocamento da conflitto di interessi di berlusconi. Non è più possibile tollerare il fatto che ci sia chi deve rinunciare a un film, al libro e al giornale per un principio etico, per non contribuire all’arricchimento di berlusconi. Non è più accettabile che un film buono, di qualità superiore sia possibile da realizzare solo dalla casa di produzione targata mediaset, così come non è più accettabile che uno scrittore se vuole farsi editare un libro ed essere sicuro che abbia una visibilità debba farselo pubblicare da Mondadori. 

Il conflitto di interessi inquina tutto, il cinema come l’editoria e un mucchio di altre cose.

C’è gente a cui viene impedito di potersi guardare un film, leggere un libro e un giornale per non far fare cassa a berlusconi. Esiste una cultura etica, e questo è uno dei motivi, fra gli altri e i tanti, per cui una legge contro il conflitto di interessi, non solo quello di berlusconi: sono vari e svariati, non è più rimandabile anche se la politica si guarda bene perfino dal nominarlo.

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 Il «vaffa» di Servillo alla conduttrice di Rainews 24VIDEO

E fa leggermente sorridere chi, in questo bel panorama che ci offre l’italica visuale giornaliera, si scandalizza per il vaffanculo di #Servillo, una parola dal sen sfuggita quando pensava che la telefonata fosse già chiusa. In ogni caso, com’era? “c’è un tempo per tutto”, dunque anche alla critica ad un film che è stato appena premiato. Proprio come ci dicono quando, in presenza di fatti gravi, di tragedie ci permettiamo di commentare senza unirci ad una solidarietà e ad una compassione spesso d’accatto ma parlando di responsabilità e di responsabili che ci sono sempre , dunque facendo delle critiche ma che però non si possono dire. Non subito, almeno.
Ci manca solo l’accusa di sessismo perché il vaffa era destinato ad una donna e poi stiamo apposto. E’ davvero un paese magnifico, questo: ha ragione Sorrentino.