Charlie Hebdo, un anno dopo

Uno stato democratico ha il dovere di affermare i principi della laicità che garantiscono tutti senza preoccuparsi  degli orientamenti religiosi, ha il dovere di non considerare i dogmi religiosi  elevandoli ad esempio per le regole della società civile, ha il dovere di non permettere che la religione invada ambiti dai quali deve stare fuori, ad esempio la politica.  Lo stato democratico non deve condizionare l’espressione dei pensieri, anche fossero i più irriverenti finché non diventano un reato.

Non c’è fanatismo nel pensiero e nell’azione laici mentre nella religione continua ad esserci, non solo in quella fondamentalista che ha ucciso la libertà di poter ridere anche di chi  crede che un Dio che nessuno ha mai visto né sentito parlare abbia davvero il potere che gli è stato conferito da uomini e donne in carne ed ossa. Al punto in cui siamo oggi a salvare il mondo non saranno la bellezza né l’amore ma la laicità, ovvero la libertà di ognuno di poter essere quel che è, il diritto di ognuno di decidere della sua vita,  non essere parte di un insieme di cui non vuole far parte senza che qualcuno che ha scelto di essere altro si debba offendere per questo.

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Charbonnier

Ancora nessun attentato in Francia. Aspettate, abbiamo fino alla fine di gennaio per farvi gli auguri”.  “Charb”

L’EDITORIALE DI MARCO TRAVAGLIO – “J’ETAIS CHARLIE”, PERCHE’ TUTTO E’ TORNATO COME PRIMA

Charlie Hebdo, un anno dopo la strage  
‘Rassegnatevi, noi atei non siamo morti’

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Se ancora oggi bisogna mordersi la lingua per non essere “inopportuni” verso le religioni, per non turbare le sensibilità dei credenti, se in un paese civilizzato come il nostro la bestemmia che passa su un nastro in sovraimpressione durante uno show costa il posto di lavoro al responsabile della messa in onda, se, sempre in quel paese le notizie dal vaticano sovrastano per eco, enfasi, quantità e importanza quelle che riguardano tutti, non solo i cattolici, una fetta di popolazione sempre più risicata che non dovrebbe rappresentare tutto il paese né avere più diritti degli atei, dei tifosi di una squadra di calcio o degli amanti della letteratura, del cinema, di un’arte qualsiasi.
Se, sempre qui, vengono prese per cose serie idiozie dette in relazione alle allegorie natalizie quando se ne parla come di tradizioni da imporre perfino nella scuola di tutti: il presepio alla stregua della pietanza tipica, cose che vengono dette da ipocriti che non hanno niente di cristiano di cui potersi vantare visto che molti – vaticano compreso – sono fra quelli che non trovano orripilanti gli accordi dell’occidente con l’Arabia delle decapitazioni di massa, dell’annullamento dei diritti umani.
Se ancora oggi bisogna spiegare la funzione della satira che in quanto tale non si pone dei limiti né è tenuta a farlo direi che non è servita a niente la lezione di Charlie Hebdo, della strage per ammutolire la libertà della satira di poter irridere non Dio ma l’idea tutta terrena che ha chi lo usa per comandare, dividere, guerreggiare, violentare i diritti umani offendendo fino all’annientamento e all’eliminazione fisica di chi non ha bisogno di Dio per tirare a campare.  Chi perseguita, obbliga, impone, vieta, censura, nega le libertà personali e uccide in nome di un dio è un malato mentale oltreché un criminale socialmente pericoloso, quindi nessuna comprensione, giustificazione né tanto meno l’abbassamento dei toni con gente così, quale che sia il suo dio di riferimento.

 

Di Rete, di social, di odio e di balle [soprattutto, le balle]

Preambolo, off topic ma mica tanto: sta facendo più Anonymous contro l’Isis oscurando siti e account jihadisti –  rendendo quindi difficile la comunicazione – di tutte le varie concertazioni diplomatiche parolaie mondiali.
L’informazione mainstream prendesse esempio da loro invece di diffondere l’orrore usando l’alibi del diritto/dovere di informazione, mentre in realtà si tratta solo di pubblicità ai macellai che poi ne traggono altra esaltazione salvo poi inchinarsi davanti all’opportunità di non pubblicare la satira che “turba le sensibilità religiose”.

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Qualche giorno fa Corrado Augias ha annunciato la sua dipartita da twitter perché, ha detto, non si ritrova nei 140 caratteri e comunque non è il modo di comunicare che preferisce. Solo però ha aggiunto qualcosa di troppo che poteva evitarsi quando ha paragonato il metodo di comunicare del social al pizzino mafioso. E chissà perché la scelta personale di uno deve essere motivo di discredito per chi continua a fare qualcosa che quell’uno ha deciso di non fare più. Un po’ come quelli che smettono di fumare e poi passano la vita a molestare i fumatori.
E’ normalissimo che un uomo di ottant’anni, sebbene di cultura come il dottor Augias non si ritrovi nel modo di comunicare stringato e veloce di twitter ma è altrettanto normale che i figli di oggi, i nati nell’era delle tecnologie avanzate non abbiano nessuna difficoltà a farlo.
Paragonare il tweet al pizzino mafioso è una pessima caduta di stile che l’uomo di cultura avrebbe dovuto evitare.
Sarebbe bastato dire semplicemente di non gradire, di non ritrovarsi appunto nei 140 caratteri come molti, me compresa che non ho mai amato la sintesi nella scrittura, non dire che milioni di persone ogni giorno usano il social per scambiarsi messaggi cifrati o che sono sempre e tutti lì per insultare e insultarsi. 

Se c’è qualcuno che fa un uso sconsiderato di twitter e dei social sono proprio quelli che dovrebbero dare il buon esempio, a partire dai politici e certi giornalisti: i veri cyberbulli sono loro.

Indro Montanelli diceva più di vent’anni fa che se mussolini avesse avuto le televisioni sarebbe ancora qui, ovvero lì, in quell’epoca. La stessa cosa vale oggi per i politici a cui non bastavano le praterie immense dell’informazione asservita, oggi la propaganda se la fanno in casa aiutati  amorevolmente dai giornalisti della stampa amica tipo quelli alla Zucconi che potendo contare sulle migliaia di followers sanno bene cosa devono scrivere e quali temi toccare e come Lerner che la  scorsa settimana ha scritto che chi si è indignato per la presenza di berlusconi al Quirinale lo ha fatto perché “animato da pulsioni vendicative” e non perché un delinquente abbia ancora libero accesso nei palazzi istituzionali. Questo non è comunicare e non è esprimere un’opinione: è terrorismo semantico finalizzato alla propaganda utile al sistema, significa trasformare una sacrosanta repulsione per uno che dovrebbe stare in galera e invece viene pure invitato alla festa a palazzo in una questione personale di simpatia e antipatia, di cattiveria e bontà, odio e amore: le stesse argomentazioni di berlusconi. 

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La satira, ha detto Dario Fo da Fazio ieri sera non solo infastidisce il potere ma lo angoscia, la capacità di saper portare alla luce contraddizioni, difetti ed errori di persone a cui qualcuno ha dato l’autorità, l’autorevolezza, la possibilità di avere fra le mani la gestione di un paese, del mondo, saperlo fare poi in un linguaggio semplice e alla portata di [quasi] tutti effettivamente è molto “spaventevole”.
C’è il rischio che i vari giochini del potere possano sgretolarsi in un punto qualsiasi e provocare devastanti effetti domino, per il potere.
Ma non è solo il potere della politica ad essere angosciato da linguaggi diversi, un altro settore che risente molto dell’uso della parola semplice, disinvolta e spesso esplicita, chiara è il giornalismo dei professionisti che con l’avvento della Rete, dei social ha perso l’egemonia, l’esclusiva della diffusione di notizie e informazioni.
Da quando i social network, molti blog amatoriali sono diventati punti di riferimento per lo scambio di punti di vista ed idee, della libera circolazione delle notizie, spesso sostituendosi felicemente all’informazione ufficiale il giornalismo, specie quello che ha rinunciato alla sua funzione e deontologia a beneficio del potere ha cominciato ad attaccare l’utenza web, gli articoli che trattano della violenza del linguaggio web, dell’odio veicolato da certi commenti aumentano in maniera esponenziale.
Perfino Rampini, l’inviato di Repubblica, ha sentito l’impellente necessità di occuparsi del problema “dell’anonimato del web che scatena i peggiori istinti”, ieri Zucconi ha twittato che “l’anonimato su un social è la negazione dell’essere social”, concetti sui quali si potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che sia Rampini che Zucconi sanno che l’anonimato in Rete è qualcosa di molto effimero, che in presenza di fatti e situazioni che lo richiedono i gestori delle varie piattaforme hanno la possibilità di risalire all’identità reale degli utenti quando e come vogliono.
Lo scettro del preoccupato dalla “violenza web” ce l’ha comunque Michele Serra che ha iniziato da un bel po’ e ciclicamente sente il dovere di mettere sull’avviso circa il pericolo derivante dalla troppa libertà di espressione incontrollata che circola in internet.
Ora io non ho mai fatto mistero dell’inutilità dannosa delle molte volgarità violente spesso al limite, oltre la diffamazione che vengono scritte specialmente nelle pagine pubbliche dei politici, delle trasmissioni televisive ma anche rivolte all’utenza “semplice” nei contraddittori che si sviluppano nelle varie discussioni però, ugualmente, non ho mai creduto alla buona fede di chi sale sul pulpito per avvertire, in special modo se lo fa da giornalista, quindi da persona che pensa di essere autorizzata a farlo, di avere una qualche autorità che gli suggerisce di farlo “a fin di bene”. Esattamente come gli influencers sguinzagliati in Rete dal regimetto di turno appositamente per impedire il dibattito civile, per inserire nel dibattito la propaganda pro o contro quel partito ci sono giornalisti che provano a sminuire le possibilità che offre la Rete  facendo credere che i social non siano poi così utili ma addirittura pericolosi per violenza espressa, tutto questo perché il sistema e il potere non devono essere disturbati da altri punti di vista, opinioni e conoscenza che i frequentatori di internet mettono a disposizione degli altri senza il filtro dell’opportunità circa quello che si può e non si può dire. Non è un caso se i regimi totalitari adottano un controllo severissimo sul web fino ad impedire la circolazione delle notizie e la politica sia da sempre terrorizzata dal fatto che internet non è così facilmente controllabile come i media ufficiali.
Credo, invece, che il giornalista professionista dovrebbe smetterla di considerare l’utenza web un nemico capace solo di offendere, che gli toglie il lavoro o mette in discussione quella bella esclusiva di una volta che consisteva nell’articolo sui giornali che si poteva leggere e basta perché non c’erano i mezzi per far sapere al giornalista, ad esempio, che quello che aveva scritto non era corretto.
Parlare poi dell’odio che viaggia in Rete, della necessità di ripulire i social come se il sentimento negativo relativo alla realtà infame con cui moltissima gente deve fare i conti quotidianamente fosse circoscritto solo qui, che solo qui dentro la gente esprima il suo malcontento è una solenne cazzata, basta farsi una passeggiata per sapere che quel malcontento, le preoccupazioni hanno volti e voci, non corrispondono soltanto ad un account.
Per questo penso che gli addetti ai lavori, che siano politici o giornalisti dovrebbero benedire e ringraziare questo mezzo che “tiene”, ha la capacità di frenare istinti che se messi in pratica fuori dal social sarebbero molto più pericolosi di quanto lo sia la parola scritta, anche la più spregevole, quella che non si può condividere mai.

Liberté, égalité, fraternité e laïcité

 

Mercoledì 14 gennaio il nuovo numero di Charlie Hebdo sarà in tutte le edicole italiane in allegato a il Fatto Quotidiano. È il nostro modo di essere vicini e di esprimere solidarietà alla redazione del settimanale francese sanguinosamente colpito dalla strage di Parigi e di testimoniare tutto il nostro amore per la libertà di espressione e dunque di satira. Ringraziamo gli amici di Charlie Hebdo, e quelli di Libération che li ospitano nella loro sede, per avere subito accolto con gioia la nostra proposta, così come quelle del New York Times per gli Stati Uniti e di alcuni altri quotidiani europei. Dal ricavato dell’iniziativa “il Fatto quotidiano – Charlie Hebdo” (in edicola al prezzo di 2 euro) trarremo una donazione per le famiglie dei colleghi giornalisti e vignettisti uccisi.

Mi fanno molto ridere quelli che condannano la violenza ma non la libertà di potersene fregare allegramente del rispetto per la religione imposto con la legge, o sotto la minaccia del terrore e iniziano e finiscono i loro bei discorsetti con la frasetta di circostanza: “lo dico da ateo, o atea”.
Provate a sostituire l’aggettivo “ateo” con “laico”, perché la libertà che si difende non è atea e non è religiosa ma è laica, ovvero di tutti: degli atei e dei religiosi.
La laicità è una cosa meravigliosa proprio perché garantisce la libertà di tutti, non solo di qualcuno o di nessuno. La laicità è quella cosa che ci permette di prendere le distanze dal fanatismo, dal simbolo sotto il quale si sono sempre riparati tutti quelli che credendo nel loro Dio pensano di avere dei diritti in più di chi non crede – perfino delle leggi speciali a tutela della creduloneria popolare – ma è comunque costretto a sottostare, subire non solo la visione di quei simboli in luoghi dove non devono stare ma anche la negazione dei diritti civili in virtù dell’ingerenza religiosa nella politica che per non offendere i cattolici più integralisti,  ma soprattutto per non perdere i loro voti,  non permette che i cittadini possano avere a disposizione la possibilità di vivere una vita più libera e più garantita nel rispetto di quelle che sono scelte personali che uno stato civile ha il dovere di riconoscere rispettandole. La laicità serve ad abbattere il falso mito di una spiritualità malata, viziata dalla suggestione e dalla soggezione, dall’ipocrisia di morali doppie e triple: basta vedere l’atteggiamento della chiesa verso i potenti anche quando sono delinquenti, tiranni, dittatori sanguinari. Serve a smontare la grande menzogna della vita bella nell’altro mondo che nessuno ci ha mai potuto raccontare  su cui si fondano le religioni: quel regno dei cieli per i cattolici,  le 72 vergini che spetterebbero di diritto al “martire” disposto a morire per difendere il Profeta. In un mondo a misura di lacità nessuno penserebbe di ammazzare gente per affermare la superiorità della sua religione sulle altre perché, come dice Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo  scampato alla strage, “sono tutte cretine allo stesso modo”.  E nel mondo normale si deve poter dire anche che le religioni, basate su delle idee e non sulle persone sono cretine senza rischiare la vita.

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Dio è incompatibile
con la democrazia
 – Angelo Cannatà per Micromega

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Quello che molti non hanno capito è che Charlie Hebdo sfotte e irride le idee, non le persone.
Che non è colpa di Charlie, di nessuna satira, letteratura né di qualsiasi arte sia stata prodotta nei secoli per far aprire la mente alla gente se a certe idee si è voluta dare la forma, la figura di divinità che non ci hanno mai fatto la cortesia di mostrarsi ma sono state create – al solo scopo di sedurre – ad immagine, somiglianza e fantasia di chi ha realizzato le religioni: la forma più violenta di controllo e sottomissione dei popoli. Ed è lì che la satira agisce, su quella forma di controllo e oppressione rappresentata non dalle figure delle varie rappresentazioni di Dio ma sulle idee, quella parola di Dio per mezzo della quale quell’oppressione e quel controllo hanno avuto, hanno ancora una ricaduta nella sfera civile, privata dei cittadini e politica delle società.
La laicità, tanto invisa a chi soprattutto in politica che nella religione trova un grande alleato e ha tutto l’interesse che si mantengano vive ed attive tutte le forme di controllo sui popoli, ha proprio la funzione di smontare la veridicità di teorie che non hanno nessun fondamento né riscontro nella vita reale, di conseguenza non permettere che abbiano la possibilità di essere usate per controllare ed opprimere, ordinare, modificare, obbligare, imporre uno stile di vita basato su un senso etico e moralisteggiante tipico delle religioni che vorrebbero imporre un senso uguale per tutt*. Teorie che non hanno, invece, nessun diritto di invadere la vita reale fatta di persone diverse che il senso alla loro vita lo danno nel modo che vogliono: ognun* il suo.
Il laico non dice di non credere in Dio, dice: credi pure nel tuo Dio ma fai in modo che resti una cosa tua, un sentimento di fede privato che non deve interferire nella vita di tutti del mondo reale condizionandola.
Cosa che invece le religioni fanno in assoluta libertà sostenute proprio dalle politiche che dovrebbero mettere una diga fra le faccende di stato e quelle inerenti la religione. La responsabilità dei cosiddetti scontri di civiltà che non si limitano alla messa in discussione delle idee ma provocano violenza e morte è quindi soprattutto politica, di gente irresponsabile che per opportunismi e interessi politici, economici invece di chiudere la diga l’ha spalancata senza curarsi delle conseguenze.

Nota a margine: dare ad una persona esistente le fattezze fisiche di una scimmia come ha fatto l’imbecille leghista con l’ex ministro Kyenge non è satira, è razzismo becero, perché nel momento in cui si paragona la persona alla scimmia non si sta contestando il suo pensiero ma si vuole offendere e denigrare proprio la persona mettendola ad un livello inferiore, quello di un animale.
E chiunque abbia bene chiaro in mente cosa significano la discussione, il dibattito, la critica sa benissimo che tutto questo non può e non deve mai riguardare la persona ma solo e soltanto il suo pensiero.
Non esiste il diritto al rispetto per le idee, un’idea diventa rispettabile quando trova appunto riscontro nel concreto, quando costruisce, quando è finalizzata al bene, esiste però quello per le persone ed è inalienabile, ecco perché viene garantito e tutelato dalla legge.

#‎iosonocharlie‬. Purché la satira non disturbi i manovratori, di terra e di cielo

#iosonocharlie, purché resti a casa sua.

Sono tutti Charlie ma pochi hanno rischiato la vita e l’hanno persa per esserlo fino in fondo, senza ipocrisie, pregiudizi, senza preoccuparsi se fosse opportuno e conveniente.

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Le immagini del terrorista che spara in testa al poliziotto,  gli dà il colpo di grazia hanno fatto il giro del mondo a tutte le ore. Ugualmente quelle di ieri che lo scrupoloso Mentana ha mandato in onda fuori dall’orario di fascia protetta in cui vengono mostrate le immagini dell’irruzione delle teste di cuoio francesi nel supermercato con tanto di cadavere in primo piano. Nessuno ha chiesto di non mostrare al mondo queste immagini violente per non urtare la sensibilità dei familiari dei coinvolti nella strage di Parigi. Ad un presunto diritto di cronaca si può e si deve sacrificare tutto,  la questione si rovescia, si riempie di suggerimenti, consigli, pretese, strumenti legali come il reato di “vilipendio alla religione” che costò a vauro una condanna a tre mesi  quando si tratta di satira che deve essere in linea col sentire personale. Ma la satira non tiene conto delle miserabili regole dettate dall’ignoranza di chi rifiuta tutto quello che non riesce a capire e impone per legge che lo facciano anche gli altri. E’ libera, nuda e per questo bellissima. I parametri dell’offesa non li stabilisce il sentire comune o quello personale ma il codice penale, e se ci sono stati in cui il culto non viene considerato una specie protetta da tutelare con leggi apposite la satira agisce di conseguenza, ovvero senza considerare i turbamenti e le opportunità.

Ad esempio io non tollero la violenza nemmeno quando è finzione. Non riesco più a vedere film d’epoca sul nazifascismo, mi vengono il mal di stomaco e la nausee perché so che quegli orrori sono stati commessi davvero, quando mio marito vuole vedersi un film d’azione dove si spara e si ammazza  me ne vado altrove dalla televisione. Nello stesso modo mi piacerebbe vivere in un paese e in generale in un mondo dove quelli che “la satira deve essere opportuna per non offendere” andassero altrove da immagini che non condividono soprattutto perché non le capiscono, in perfetta armonia con la libertà di poter vedere o non vedere quello che interessa, perché se oggi il pericolo è la satira domani potrebbe essere un film, un libro. Un tempo c’è stato chi bruciava persone che si ponevano delle domande, che mettevano il dubbio nella testa di chi si accontentava di quello che gli veniva detto senza guardare oltre, senza incuriosirsi, lo faceva in nome del suo dio, poi abbiamo avuto il nazismo che sul rogo ci metteva ancora persone e anche i libri e lo faceva in virtù di una superiorità di razza. Oggi qualcuno ci vuole mettere la satira perché disturba, questa è una follia pari a quella di chi si arma per uccidere.  Chiedere che la satira si adegui al sentire comune vuol dire arrendersi all’imbecillità criminale di chi non accetta che TUTTO si possa ridicolizzare, anche dio che se esistesse lo farebbe lui per primo.

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Mostrare le immagini di corpi dilaniati dalle bombe non aggiunge e non dà nessun contributo utile a far sì che le guerre smettano di essere.

 Eppure qui in Rete ci sono state discussioni ferocissime con gente che pretende che sia nel suo diritto postare corpi e corpicini spezzettati fregandosene bellamente se questo può dare fastidio a chi preferirebbe non vederle perché solo in questo modo, dicono, si può capire l’orrore della guerra. 

Per la satira, invece, bisogna essere “opportuni”, perché, dicono, non è giusto offendere e urtare la sensibilità di chi crede nel suo dio.
Io sono fra quelle persone che non pensa affatto che la visione di corpi massacrati nelle guerre serva da deterrente, che abbia una qualche funzione “educativa”, al contrario ho sempre pensato che mettere violenza su violenza faccia abbassare sensibilmente la soglia della percezione della violenza, ci si abitua a quelle immagini e poi comunque tutti sanno che in guerra si muore, vedere come non è necessario. Non per tutti, almeno.
La satira invece una funzione educativa ce l’ha, l’ha sempre avuta, è nata per questo.
Ai tempi dello stracitato Voltaire per qualcosa poi che non si è mai sognato di affermare come il morire per dare a tutti la possibilità di esprimersi, la satira prendeva già di mira la casta di allora, l’aristocrazia sullo stile “mangino brioches”, per mezzo della satira si cercava di illuminare le menti di chi accettava la sua condizione di sottomissione al potere senza reagire.
E la religione è esattamente questo: una forma di potere che sottomette, secondo me la peggiore perché quel potere viene esercitato per mezzo della seduzione, esige una fedeltà incondizionata imposta dal volere di entità che nessuno ha mai visto, sentito parlare ma che si esprimono attraverso il pensiero di uomini in carne ed ossa, testi, parole che poi vengono letti e interpretati in base a quello che si desidera ottenere a vantaggio di quel potere.
Non dubita, il credente, e guai a chi osasse mettere in discussione l’esistenza del suo dio.
Mentre il dubbio è il nutrimento essenziale dell’evoluzione umana sul piano culturale, senza il dubbio oggi la terra sarebbe ancora quadrata.
Le vignette di ‪#‎CharlieHebd‬ avevano e spero avranno ancora per lungo tempo la funzione di instillare il dubbio nelle menti, ecco perché se nessuna immagine di corpi insanguinati farà mai desistere l’umanità dal farsi la guerra, soprattutto in nome di quel dio rappresentato come buono, giusto al quale però si fanno dire un sacco di sciocchezze che poi gli uomini mettono in pratica il linguaggio della satira può servire eccome ad eccitare quel dubbio, smontare quelle teorie, quei dogmi che non servono affatto a vivere meglio ma che contribuiscono alla divisione e a tutte le forme di ostilità, come abbiamo visto anche le più violente.

Non serve essere Charlie ora per condannare l’imbecillità criminale

Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in Paradiso.

Dio è il tappabuchi per quando l’uomo non riesce a trovare le risposte.
*** Margherita Hack ***

La mediocrità è pericolosa quanto la stupidità, entrambe racchiuse nell’arroganza ignorante e spesso espressa con violenza di chi non fa il benché minimo sforzo per capire quello che non è alla sua portata, e allora lo rifiuta, rifiutando anche chi trasmette messaggi, pensieri che non comprende non per colpa di chi li esprime ma la sua, dei suoi disastri mentali.  Se io sono convinta di qualcosa, credo in qualcuno, non ho bisogno di vedermelo rappresentato ovunque, e non mi fa nessun effetto se qualcuno ci ricama sopra, anche la satira. Questi integralisti di tutte le religioni no, vogliono imporre e far subire, i crocefissi non si toccano nemmeno dai luoghi dove non devono stare: scuole, ospedali, i tribunali, la banca e il ristorante dove si va a mangiare, Maometto non si disegna perché è blasfemia. Basta.

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Hollande definisce – giustamente – eroi della libertà i morti di‪ ‎Charlie Hebdo‬Qui da noi il presidente della repubblica eleva ad eroi che hanno dato onore all’Italia due persone sotto inchiesta per duplice omicidio. Queste sono le differenze che fanno la civiltà di un paese.

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La vera satira non fa ridere, ma in un paese lobotomizzato prima dal Bagaglino e poi da Zelig e Striscia la notizia non stupisce che molti lo ignorino, che non capiscano che quando la battuta, la vignetta, o la gag televisiva fanno ridere e basta, non lasciano il retrogusto amaro della riflessione, quello è tutto fuorché satira.  

La satira è nata col preciso intento di prendere di mira il potere, qualsiasi potere, e se è giusto farlo col potere degli uomini sulla terra è fondamentale che si possa e si debba fare con quello che si regge in piedi grazie alla seduzione, alla creduloneria popolare che poi non condiziona solo chi crede ma tutte le società soprattutto in ambiti civili.  Chiunque conosca un po’ la Storia sa benissimo qual è il fine della satira, quali i suoi obiettivi, che è nata libera e che deve restare libera perché non fa male, la vera satira è solo quella a fin di bene, che permette di riflettere sulle scelleratezze, miserie, debolezze  umane che diventano intollerabili quando l’umanità rappresenta quel potere verso il quale storicamente si è sempre scagliata la satira. Se la satira nata come linguaggio del popolo facilmente comprensibile dal popolo ha il diritto ma anche il dovere di irridere il potere terreno depotenziandolo, evidenziandone le contraddizioni, gli errori, a maggior ragione lo può fare, lo deve fare anche con quello che ufficialmente risiede altrove dalla vita reale   ma che è stato sempre inventato da uomini in carne ed ossa al solo scopo di controllare, dividere e che tanti problemi ha creato e continua a creare nel mondo popolato di persone che poi in nome del loro dio sono disposte anche ad ammazzare chi mette in discussione l’esistenza di dio.  Per questo tutti i regimi totalitari vietano la diffusione non solo dell’informazione ma anche della satira. Guai a chi oggi pensasse che la risposta al terrore e alla morte sia silenziare chi usa l’ironia, il sarcasmo, le uniche armi che insieme all’intelligenza e alla cultura di cui la satira fa parte a pieno titolo non hanno mai ucciso nessuno.

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Premesso che, come da copione, la quasi totalità dell’informazione italiana sta spacciando la strage di Parigi come la conseguenza del contenzioso fra‪ ‎Charlie Hebdo‬ e i musulmani e non è così, la rivista ha sempre preso di mira tutte le religioni con buona pace di chi in queste ore nei vari telegiornali sta mostrando le vignette cosiddette anti-islam ma si guarda bene dall’esibire anche quelle sul referente dei cattolici [paura, eh?] che dire di quelli che “c’era proprio bisogno di provocare”?
Perché io penso di sì, penso che c’è sempre bisogno della provocazione, quando è intelligente, mirata a far riflettere, a descrivere la pochezza di una umanità che ha bisogno del tutor invisibile perché non ha mai voluto imparare a fare da sola.

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Skytg24 passa in rassegna le vignette di ‪#‎CharlieHebdo‬, da Mentana allo speciale di ‪#‎Bersagliomobile‬ la solita pletora in versione per fortuna ridotta dei funzionari di regime: il moderato Cazzullo, quello che non si doveva festeggiare l’uscita di berlusconi da palazzo Chigi, purtroppo solo ufficiosa,  per non offendere la sensibilità dei suoi elettori: un po’ come non si deve disegnare Maometto per non turbare gli integralisti islamici, l’Annunziata che da presidente di garanzia della Rai non esitò a cacciare Sabina Guzzanti dopo una sola puntata di Raiot perché aveva osato spiegare il conflitto di interessi di berlusconi ai telespettatori di Raitre.

Mi chiedevo e mi chiedo se quelli che sono tutti Charlie, che da ieri si disperano, scrivono, denunciano, promettono di fare e di mostrare, di non farsi intimorire un po’ come fa Napolitano quando parla di mafia ad ogni commemorazione dei morti di stato sono gli stessi che ieri, un ieri metaforico che dura da una ventina abbondante di anni, hanno speso due parole per le numerose censure nostrane, non solo in materia di satira, che qui da noi non hanno ammazzato le persone con un colpo solo in testa ma la libertà sì. Mi chiedo dov’erano quelli che oggi lacrimano sulla libertà di espressione mentre molti loro colleghi, attori, conduttori, giornalisti, comici sparivano dai palinsesti ma loro no: erano e sono ancora tutti al loro posto.
In materia di libertà di espressione, di giornalismo libero, di attacchi alla libertà di stampa e informazione non si prendono lezioni da chi si fa condizionare da sempre dal vaticano e poi va a straparlare in tivvù dei fondamentalisti “altri”, da chi apre i telegiornali con le notizie sul papa come se fossero fatti di rilevanza e importanza nazionale e non qualcosa che dovrebbe riguardare solo i diretti interessati, e a cui dedicare il giusto spazio che meritano le notizie di attualità e politica estera; nessuna lezione da chi dedica le prime pagine dei quotidiani all’ultima affermazione/dichiarazione del papa e dell’eminenza; da un servizio pubblico che non manca mai di infarcire il palinsesto della televisione di stato con la propaganda pro chiesa sotto forma di filmetti, fiction, speciali su santi e papi in prima serata. Nessuna lezione da chi per non alimentare i vari turbamenti e sturbamenti nei telegiornaletti di regime del cosiddetto servizio pubblico ha passato solo le vignette su Maometto e l’islam e nessuna sul Dio nazionale.

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Lo scontro di civiltà, quello vero – Alessandro Gilioli, L’Espresso

Charlie Hebdo ecco
le vignette sulle religioni

Queste sono alcune copertine di Charlie Hebdo sulla religione cattolica.

Le ho tratte dalla gallery dell’Espresso (dove ci sono anche quelle su islam ed ebraismo) perché qui si è perfettamente d’accordo con Libernazione.

Il vero scontro di civiltà mondiale oggi è uno solo.

Tra quelli che quelli che anche di fronte a vignette così – quale che sia il Dio rappresentato, quale che sia la religione presa di mira – continuano a dire:

Io sono Charlie.

E quelli che no.

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CHARLIE HEBDO E GLI ISTANTANEI PALADINI DELLA LIBERTÀ DI PAROLA – Dan Marinos,  Libernazione

Cari i miei razzisti del “padroni a casa nostra”, che finalmente avete un motivo per riempire di insulti i musulmani senza che nessuno vi dica nulla perché – forza ragazzi, “siamo tutti Charlie Hebdo!” – vi fate scudo della libertà d’opinione.

Cari i miei bigotti promotori dell’Editto Bulgaro, paladini della libertà di opinione mentre mettavate giù la cornetta dopo una bella telefonata ai vertici AGCOM e che ora vi stracciate le vesti per mostrare sotto la scritta “Siamo tutti Charlie Hebdo”.

Cari i miei giornali e giornalisti, che già ora lanciate appelli “Siamo tutti Charlie Hebdo”, mentre sui vostri schermi e sulle vostre pagine scorrono le vignette di Charlie Hebdo unicamente rivolte all’Islam (qualcuno su RaiNews24 ha detto, mandandomi ai pazzi: “Charlie Hebdo non mancava di fare satira pesante anche sulla religione cristiana, per esempio su Papa Ratzinger” “Si, ma si percepiva sempre la tenerezza nelle vignette.”), quelle stesse immagini che vi cagavate addosso a pubblicare quando fu Calderoli a mostrarle e anzi condannavate chi, tra i media, le ripubblicava.

Ecco, carissimi, se volete un po’ di tenerezza pubblicate sui vostri profili, siti, giornali, televisioni questa vignetta di Charlie Hebdo.

Perché difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

***

Non siamo tutti Charlie Hebdo.

[…]

Che oggi, a piangere i morti e a sfruttare il dolore dei sopravvissuti, ci siano quelli che mai e poi mai avrebbero permesso a Charlie Hebdo di esistere, e se fosse esistito avrebbero fatto carte false per farlo chiudere, non mi sta bene. Voi che vi lamentate se uno scrive cazzo o se non applaude i vostri comici preferiti, che segnalate su Facebook (maestra, quello dice le male parole!), guardatevi bene la copertina di Charlie in cui si vedono Padre, Figlio e Spirito Santo che giocano a incularella, e chiedetevi se l’avreste comprato, quel numero lì. Le parole contano, e almeno davanti alla morte, dovete sapere che la regola del vale tutto non funziona. Ecco perché non tutti possono dire siamo tutti Charlie Hebdo.

Io non posso perché non sono mai stato abbastanza bravo, e perché sarei scappato al minimo accenno di minacce: lo ammetto. Mi sarei rintanato tremando come un sorcio.

Ma voi, voi, non siete Charlie Hebdo perché eravate tutto quello che Charlie Hedbo combatteva.

Piangetevi i vostri, di morti.

 

La quota [i]rosa, reloaded

Il problema non sono le quote rosa ma è la legge indecente, frutto dell’accordo fra Renzi e un delinquente da galera che non permetterà nessuna scelta.
Altroché ‘n omo e ‘na donna, ‘na donna e ‘n omo come nelle tavolate in pizzeria. Perché mentre noi ci divertiamo a discettare sulle pari opportunità quelli stanno mettendo per legge che i cittadini italiani non devono più avere la possibilità di votarsi il parlamento.
Che forse è una questione più seria.

La “parità di genere” che è prevista dalla Costituzione non significa parità numerica, ed è lì che si appoggia l’incostituzionalità della quota rosa che invece dovrebbe obbligare per legge ad assumere donne al posto di uomini stravolgendo proprio l’articolo 3 che ci fa tutti uguali: parità di genere significa che a parità di ruoli da assegnare bisogna considerare diversi fattori, principalmente competenza e merito di cui però si sente solo parlare ma non espressamente il genere di chi presenta una richiesta davanti ad un’offerta professionale. E rispetto a questo se è vero che esiste una predominanza maschile che nel concreto non c’è perché basta guardare alla pubblica amministrazione, alla scuola, alla giustizia e alla sanità per scoprire che non è vero, mi piacerebbe sapere quante sarebbero le donne favorevoli all’applicazione delle quote rosa ad esempio nei cantieri dove non si va a lavorare con la mise elegante e il tacco dodici: perché poi se quota rosa deve essere deve esserlo per tutto, non solo per il posticino in parlamento.

 Se la battaglia per l’applicazione della parità fosse concentrata sull’ipotesi di ottenere un posto sul ponteggio all’ottavo piano non la farebbe nessuno; tutte le signore a cui oggi si sbriciola il french dalla rabbia starebbero zitte augurandosi in cuor loro che a nessun pazzoide venga mai in mente di mettere per legge che anche le donne devono vestirsi con tuta e anfibi e andare a cementare i foratini. Certo che deve esistere la parità di genere che non è parità anche nei numeri come qualcuno pensa, ma deve esserci per cultura, non per legge. Tante cose devono esserci, la parità rispetto a tutti i diritti che vengono negati da sempre, e il rispetto dell’uguaglianza vera. Non si capisce però perché le stesse persone che quando si parla che ne so, di matrimonio omosessuale, della possibilità di affidare dei bambini ai gay come succede in tutto il mondo civile pensano e dicono che non è il momento, non è MAI il momento e poi davanti alla quota rosa svengono per la negazione del diritto.

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L’esito della votazione sulle cosiddette quote rosa mi rallegra perché è l’ennesima conferma del vero volto del partito cosiddetto democratico: quello del “mai con berlusconi” e che invece per stare sempre con berlusconi non ha esitato ancora una volta a tradire i suoi e le sue.  Porre la questione del voto secondo coscienza anche su un eventuale provvedimento finalizzato ad obbligare per legge la parità di genere oltre ad essere un’immensa stronzata: non si capisce infatti cosa c’entri la coscienza con una decisione del genere, spiega perfettamente che tipo di coscienza circola nel parlamento della nostra repubblica.

Le quote rosa in parlamento sono una stortura in un paese dove si viene assunti nei posti pubblici per concorso che non guarda al genere: è pieno di impiegate statali donne, di dirigenti pubbliche donne, di insegnanti donne, di avvocati donne, di giudici donne, di magistrati donne che sono lì non grazie alla quota ma perché hanno dimostrato di avere titoli e merito per occupare i loro posti. E non capisco perché si continui a favoleggiare circa l’ipotesi che più donne in parlamento significhi poi automaticamente più garanzie per tutte le donne. Da dove nasce questa leggenda che solo una donna sappia garantire per altre donne.  Una Binetti vale quanto potrebbe valere Rodotà in materia di diritti e di uguaglianza? Chissà perché poi non si pretende la quota rosa ad esempio sul diritto alla genitorialità.  In caso di separazione le donne di questo paese continuano ad essere la parte avvantaggiata: a loro i figli, la casa, il mantenimento. E se il  padre/marito separato ce la fa bene, sennò ‘sti cazzi, per lui non garantisce nemmeno il parlamento maschilista.

Perché così è più chiaro anche il significato del 50/50 nel governo di Renzi al quale non fregava e continua a non fregare nulla della parità di genere quanto invece di rendere operativo il suo accordo elettorale con berlusconi, il cui unico obiettivo è quello di alzare le barricate e impedire ai cittadini di poter eleggere un parlamento semplicemente in quota competenza e onestà.

Perché è vero che la maggior parte degli italiani voterebbe ancora oggi più col culo che col cuore ma è anche vero che gentaglia come quella che si sta cercando di recuperare a tutti i costi, che si è già recuperata come Razzi, Formigoni, Casini e tutta l’orrida compagnia del caravanserraglio delle larghe intese napolitane con una legge decente, civile, giusta avrebbe sicuramente meno possibilità di quante gliene abbiano già concesse le segreterie dei loro partiti.

Perché dalle quote rosa dovrebbero dissociarsi prima di tutto proprio le donne; perché relegare le donne al ruolo di “quota”, ovvero di una parte dell’insieme è prima di tutto un’ammissione di inferiorità; le donne costrette ad elemosinare per legge e per quota il loro posticino al sole, in secondo luogo sono l’opposto e il contrario di quel concetto di meritocrazia col quale tutti si riempiono la bocca ma poi ne fatti, essendo preclusa la possibilità di votare la preferenza, significa rischiare di ritrovarci il parlamento pieno di Prestigiacomo, De Girolamo, Santanchè, Madia, Boldrini eccetera, eccetera.

Parità, rispetto e considerazione non si ottengono per quota e per decreto legge. Questa discussione è stata una buffonata fin dall’inizio, l’ennesima distrazione di massa per distogliere l’attenzione dai veri interessi della politica che sono sempre gli stessi: quelli del mantenimento di un sistema che ha tutelato soprattutto gli incapaci, i disonesti, altrimenti oggi non saremmo qui con Renzi a palazzo Chigi né a parlare di queste cose.

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La Papessa Laura – Marco Travaglio, 11 marzo

Chissà se madonna Laura Boldrini, papessa della Camera, ha letto di recente I promessi sposi e s’è dunque imbattuta in Donna Prassede, bigottissima moglie di Don Ferrante, convinta di rappresentare il Bene sulla terra e dunque affaccendatissima a “raddrizzare i cervelli” del prossimo suo e anche le gambe ai cani, sempre naturalmente con le migliori intenzioni, di cui però – com’è noto – è lastricata la via per l’Inferno. Noi tenderemmo a escluderlo, altrimenti si sarebbe specchiata in quel personaggio petulante e pestilenziale descritto con feroce ironia da Alessandro Manzoni, e avrebbe smesso di interpretarlo ogni giorno dal suo scranno, anzi piedistallo di terza carica dello Stato. Invece ha proseguito imperterrita fino all’altroieri, quando ha fatto sapere alla Nazione di non avere per nulla gradito l’imitazione “sessista” della ministra Boschi fatta a Ballarò da Virginia Raffaele, scambiando la satira per lesa maestà e l’umorismo su una donna potente per antifemminismo. E chissenefrega, risponderebbe in coro un altro paese, abituato alla democrazia, dunque impermeabile alla regola autoritaria dell’Ipse Dixit. Invece siamo in Italia, dove qualunque spostamento d’aria provocato dall’aprir bocca di un’Autorità suscita l’inevitabile dibattito. Era già capitato quando la Rottermeier di Montecitorio aveva severamente ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia, redarguito gli autori di uno spot che osava financo mostrare una madre di famiglia che serve in tavola la cena al marito e ai figli, sguinzagliato la Polizia postale alle calcagna degli zuzzurelloni che avevano postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce – sessiste, ça va sans dire – sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei), proibito le foto e i video dei lavori parlamentari in nome di un malinteso decoro delle istituzioni, fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura “Il presidente della Camera” con la più decorosa “La presidente della Camera”. Il guaio è che questa occhiuta vestale della religione del Politicamente Corretto è incriticabile e intoccabile in quanto “buona”. E noi, tralasciando l’ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni, siamo d’accordo: Laura Boldrini, come volontaria nel Terzo Mondo e poi come alta commissaria Onu per i rifugiati, vanta un curriculum di bontà da santa subito. Poi però, poco più di un anno fa, entrò nel listino personale di Nichi Vendola e, non eletta da alcuno, anzi all’insaputa dei più, fu paracadutata a Montecitorio nelle file di un partito del 3 per cento e issata sullo scranno più alto da Bersani, in tandem con Grasso al Senato, nella speranza che i 5Stelle si contentassero di così poco e regalassero i loro voti al suo governo immaginario. Fu così che la donna che non ride mai e l’uomo che ride sempre (entrambi per motivi imperscrutabili) divennero presidenti della Camera e del Senato. La maestrina dalla penna rossa si mise subito a vento, atteggiandosi a rappresentante della “società civile” (ovviamente ignara di tutto) e sventolando un’allergia congenita per scorte, auto blu e voli di Stato. Salvo poi, si capisce, portare a spasso il suo monumento con tanto di scorte, auto blu e voli di Stato. Tipo quello che la aviotrasportò in Sudafrica ai funerali di Mandela, in-salutata e irriconosciuta ospite, in compagnia del compagno. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di “sessismo” e morte lì. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice “il Pd è peggio del Pdl” con un bizzarro “non offenda”, dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di “potenziale stupratore” a “chi partecipa al blog di Grillo”, dal ghigliottinare l’ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche.

Se ogni tanto si ghigliottinasse la lingua prima di parlare farebbe del bene soprattutto a se stessa, che ne è la più bisognosa. In fondo non chiediamo molto, signora Papessa. Vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po’ di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l’opposizione si oppone. Se qualcuno l’avesse mai eletta, siamo certi che non l’avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse laCostituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). Se poi volesse dare una ripassatina ai Promessi Sposi, le suggeriamo caldamente il capitolo XXVII: “Buon per lei (Lucia) che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddrizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza”. Poco dopo, sventuratamente, la peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”. Amen.

Se dico che Laura Boldrini è noiosa sono sessista?

Tutti dovremmo riflettere pensando  a quanto è diverso il concetto di libertà di espressione fuori dagli italici confini dove nessun giornalista chiederebbe mai ad un politico di esprimere un giudizio su una trasmissione televisiva, uno sketch comico/satirico anche quando prendono di mira la politica, il potere, anche quello religioso. Personalmente  provo un grande imbarazzo a far parte dello stesso genere, quello femminile, se penso che ci sono donne che approfittano di ogni occasione per lamentare una questione sessista che nei fatti non c’è.  E quando c’è non è presente certamente ai piani alti del potere. Questo fatto che non si possa mai criticare, fare una battuta, esprimere un parere verso una donna di potere senza incappare poi puntualmente nella cazziata, nella ramanzina di chi tutto è fuorché una vittima di una società maschilista è diventato stucchevole, noioso, insopportabile. Solo qui si fanno questioni sulla satira e solo qui la politica mette bocca sulla satira. 

Laura Boldrini non delude mai, quando ti aspetti che si esprima su qualcosa lei lo fa. E lo fa perché qualcuno, una giornalista di quelle considerate financo autorevoli pensa che agli italiani interessi il parere di Laura Boldrini su cinque o sei minuti di una inutilissima scenetta comica a cui lei oggi e Anzaldi del pd due giorni fa con la lettera alla Tarantola hanno dato una visibilità e un rilievo mediatico che altrimenti non avrebbe mai avuto. Figurarsi se qualcuno non tirava fuori il sessismo anche stavolta. Figurarsi quanti pensieri importanti ha per la testa chi come Anzaldi chiede addirittura conforto al direttore generale della Rai nel merito di una scenetta assolutamente innocua non foss’altro perché l’imitazione era assolutamente innocua. Figurarsi quanto interessa la questione sessista a gente come la Boldrini che nessuno critica “in quanto donna” ma proprio e solo “in quanto Boldrini” alla quale non viene proprio in mente che si possa prendere di mira qualcuno con la satira, uomo o donna che sia, solo per ciò che rappresenta e non per questioni di genere.

A furia di giustificare la critica alla satira, di mettere in pratica le richieste di chi non gradisce che si faccia dell’umorismo sui vari poteri – non solo quello politico – nel servizio pubblico, quello di stato, pagato coi soldi di tutti non si fa più satira.

A parte qualche sporadico siparietto all’interno di altri programmi concordato con autori e conduttori non c’è un solo programma dedicato a quella che – piaccia o meno a permalose e permalosi – è una forma di cultura millenaria. Alla Rai non si fanno, ma soprattutto non CI fanno mancare niente ma, per l’amordiddio guai a correre il pericolo di suscitare qualche riflessione seria attraverso una delle forme espressive culturali più antiche del mondo.

Così nel corso degli anni la Rai ha lasciato andare senza rimpianti Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti, Serena Dandini malgrado la loro presenza garantisse un guadagno sicuro all’azienda, ha voluto perdere Crozza per non inimicarsi brunetta, come se la politica avesse il diritto di indicare le sue preferenze anche in fatto di palinsesti tv, quali artisti possono o no lavorare per il servizio pubblico.

E invece qui si fa esattamente questo: la politica interferisce perché sa di avere sufficiente autorità per farlo. Perché davanti al politico sono poche le persone che mantengono la testa alta e rivendicano il loro diritto ad un’autonomia.

E sono ancora di meno quelle che, come avrebbe dovuto fare Lucia Annunziata sanno, si ricordano che ci sono ruoli istituzionali che prevedono l’assoluta imparzialità nei giudizi e che quindi ci sono domande che un giornalista non dovrebbe mai fare al politico quando nelle risposte sono contenute non le opinioni personali di qualcuno ma i giudizi di chi per ruolo non può permettersi il giudizio, che sia sulla satira o sulle forze politiche presenti in parlamento perché votate regolarmente dagli elettori, e non perché come Laura Boldrini fanno parte di una casta di miracolati scelti da nessuno.

Laura Boldrini non è una persona qualunque che può dire quello che vuole a proposito di tutto e tutti: è il presidente della camera. Se Laura Boldrini vuole rendere un servizio utile alle donne maltrattate dal sessismo, quello vero, quello violento che discrimina, non questo usato come alibi dietro al quale ormai si nasconde qualsiasi critica o giudizio verso le donne di potere, lo andasse a fare in quegli ambiti dove le donne sono vittime davvero. Fuori dal parlamento c’è l’imbarazzo della scelta.

Libera chiesa in libero stato; ma anche viceversa, s’il vous plaît

Corrado Guzzanti denunciato per offesa alla religione

 L’Aiart si arrabbia per il personaggio del monsignore nello spettacolo di La7 CONTINUA

Ma come sono permalosi i cattolici; non tutti ma molti sì.

Anch’io vorrei denunciare Rai, mediaset e Sky, quest’ultima addirittura con una finestra interattiva dedicata unicamente alla messa della domenica, all’angelus e altre cose che per molti sono importanti ma che molti altri hanno il diritto di considerare poco interessanti o per niente ma che, in barba al fatto che una religione di stato in Italia non esiste più e per fortuna  vengono riproposti a random tutto il giorno ogni volta, quindi sempre, egli esterna, pontifica, insorge, insulta le donne e gli omosessuali.

Ed estenderei la denuncia  anche a quei quotidiani che aprono col vaticano, il papa e le eminenze varie in prima pagina ogni giorno  anziché in quelle interne dedicate alla cronaca internazionale così come si fa con le notizie che riguardano gli stati esteri.

C’è un mucchio di gente a cui il papa non interessa ma Guzzanti ed un sacco di altre cose che i cattolici non gradiscono perché pensano che offenda la loro morale [la 1, la 2, la 3? chissà…] sì, come la mettiamo cari integralisti rompicoglioni che non siete altro?

Un’improbabile associazione che si richiama ai valori cattolici e dunque cristiani, quelli che ben conosciamo e che si richiamano a loro volta ad una presunta morale stravagante e ondivaga, quella che condanna l’amore omosessuale definito addirittura un pericolo per la pace ma non la pedofilia che secondo molti referenti di dio va “compresa” e ancorché perdonata, quella che NON paga le tasse; quella che condanna una donna che abortisce appellandola con l’insulto di assassina ma che fa dire a dei preti – senza che nessuna eminenza insorga abbastanza –   che ammazzare una donna perché “provoca” è solo una giusta e comprensibile reazione di uomini esasperati da donne che hanno capito [finalmente!] che oltre ai figli da crescere, a mariti da viziare a tempo indeterminato, ai manicaretti perfetti e una casa splendente c’è di più, anche una mise succinta e sexy e perché no; quella che i funerali a Welby no ma a Pinochet sì, quella che ha permesso che in una chiesa venisse ospitata la salma di un boss assassino per una ventina d’anni in qualità di “benefattore”; quella che ha tollerato una chiesa cattolica che si è messa in casa, ha accolto, protetto e dato asilo ai peggiori dittatori sanguinari, ai presidenti di presunte democrazie evolute che dichiarano guerra e vanno a bombardare innocenti civili, donne e bambini nel nome di dio, ha denunciato Corrado Guzzanti a proposito di uno spettacolo vecchio di sei anni perché avrebbe, secondo certe menti contorte, malate “vomitato falsità e dileggio alla chiesa, offendendo il sentimento religioso dei telespettatori”.

Lo spettacolo peraltro è stato trasmesso non dalla tv di stato, dunque quella pagata coi soldi dei cittadini ma da una privata, finanziata dai proventi della pubblicità e dal suo editore.

E comunque una delle grandi invenzioni di questo millennio è il telecomando col quale cambiare, volendo, canale, perché quello che non piace si può evitare senza pretendere che non venga trasmesso per non offendere i sentimenti di qualcuno.

Perché quel che eventualmente offende me potrebbe invece essere gradito da qualche miliardo di persone. 

Naturalmente questa bella associazione di IPOCRITI BIGOTTI  può benissimo sorvolare sul fatto che venga offeso, insultato ogni giorno da duemila anni il sentimento razionale, laico, agnostico e ateo di miliardi di persone che non si riconoscono nella religione cattolica – quella che  attraverso i suoi referenti religiosi, suorine che ne han fatte di ogni ma sono state prima beatificate e poi santificate, da duemila anni vanno in giro per il mondo a proclamare il loro credo, ad imporlo con metodi subdoli, veicolando ignoranza, impedendo la contraccezione, vietando l’uso del profilattico financo come sistema di prevenzione da malattie orribili qual è l’AIDS, promuovendo una cosa impraticabile da tutti i sani di mente, quella sì contronatura  come  l’astinenza sessuale.

Né tanto meno  possiamo e dobbiamo offenderci noi italiani e tutti i  residenti di questo paese, ostaggi di questi invasori arroganti che siamo costretti a sopportare e mantenere: l’Italia è l’unico stato al mondo che ne mantiene un altro,  nel NOSTRO stato, uno stato laico per Costituzione, solo per il fatto di ospitare il vaticano in terra italiana e dal quale la politica tutta, di destra di centro e di sinistra non ha mai voluto prendere le giuste distanze che il concordato aveva stabilito e cioè che ognuno è sovrano ma nel proprio stato. 

Oh mon dieu!

Sottotitolo: Micciché,  leader del Grande Sud ci fa sapere che è stato un errore  intitolare l’aereoporto di Palermo a Giovanni Falcone in quanto  figura troppo negativa perché evoca la mafia che, lo sappiamo tutti non esiste e comunque il problema di Palermo è sempre il traffico. 
Secondo lui sarebbe stato più opportuno dedicarlo ad Archimede. E perché no a Eta Beta mi chiedo io, a Ben Ten o al pompiere Sam.
Micciché non ha perso il vizio, evidentemente, di ficcare il naso dappertutto.

Forse Vauro avrebbe potuto disegnare le calze a rete anche sulle gambe di Monti, come gia fece con quelle di Alfano a conferma che, per chi fa satira, spesso il sesso è quello degli angeli.
[…]
Del resto Fornero non è la sola a risentirsi: la reazione del Pdl alla parodia televisiva della Minetti la dice lunga sull’intolleranza nei confronti della satira. L’attrice ha replicato che continuerà ad imitare la consigliera berlusconiana finché avrà burro di cacao. Noi possiamo garantire che Vauro prenderà in giro tutti e tutte (Fornero compresa), finché avrà una matita per disegnare.
[dal Manifesto]

Devo parlare di satira e non so cosa mettermi, ma qualsiasi cosa abbia il colore dell’ipocrisia andrà benissimo in questo paese arretrato [l’ha detto anche Rosy Bindi perciò è vero] composto in maggioranza da gente ipocrita.

Un migliaio di persone in questo paese perdono il lavoro OGNI GIORNO [anche grazie alle scelte del governissimo che fa benissimo del quale fa parte anche Fornero], e i commentatori si indignano e fanno indignare i moralisti à la carte  per una vignetta; poi ci stupiamo ancora se berlusconi è potuto rimanere dov’è  stato per diciassette anni a tempo praticamente indeterminato.

La satira non è mai bella. NON DEVE essere bella.

E stupisce che nel terzo millennnio si aprano ancora dibattiti infiniti su cosa è opportuno e cosa no riguardo alla satira.

E stupisce che i politici di oggi, tecnici e non, siano molto peggiorati nelle loro reazioni rispetto a quelli della cosiddetta prima repubblica, Spadolini è stato massacrato, Andreotti non ne parliamo proprio, D’Alema, invece, da bravo politico di sinistra, anzi statista di sinistra, querelò Forattini per la storia del bianchetto. La classe, ça va sans dire, non è acqua.
Ipocriti perché la satira, come il giornalismo, non può essere “buona” quando prende di mira il nemico e cattiva quando invece se la prende con tutti. 

Ipocrita perché, e questo ormai dovrebbero saperlo anche i bambini, la satira non deve essere bella, gentile, opportuna, educata altrimenti non è satira ma squallida comicità da Bagaglino.

Ipocrita perché la “ministra squillo” sarebbe un insulto sessista e, ad esempio, un topo che ha abitato per mesi nel culo di larussa non scandalizzava invece nessuno. Un topo nel culo dovrebbe essere molto più spiacevole e quindi più criticabile,  così come lo era ridicolizzare Spadolini perché ce l’aveva piccolo, ma allora non mi pare che nessuno abbia mai aperto dibattiti sul sessismo.

Ipocrita e anche profondamente ignorante perché invece di alzare il ditino e arricciare il naso disgustati basterebbe andarsi a leggere un po’ di storia per comprendere dove e come è nata la satira e qual è stata la sua funzione nel corso della storia, si parla di millenni, da imparare ce n’è.

La satira è nata per essere linguaggio di popolo, per ridicolizzare il potere, TUTTO il potere, perché non esiste il potere buono e quello cattivo, esercitare potere nei confronti di un popolo è sempre limitare la libertà di quel popolo, ed ecco che la funzione della satira è quella di parlare al popolo, di raccontare col suo linguaggio cosa fanno e come i rappresentanti di quei poteri, i re cattivi, i dittatori, o semplicemente gli esecutori di progetti assassini.

La Fornero esige vergogna da chi la ridicolizza per mezzo della satira dopo che, grazie alla sua bella “riforma” su lavoro e pensioni migliaia di persone sono ridotte praticamente alla fame.

Il concetto da non perdere di vista è questo, non, invece, aprire il dibattito sulla vignetta di un satiro, sebbene irriverente [e deve esserlo!] come vauro.   

Alla Fornero e a chi s’indigna per la satira piacerebbe che l’Italia diventasse come quei bei paesi dove per una vignetta di satira si scatena una guerra? dove chi osa prendere di mira dittatori e religione viene ammazzato, perseguitato, costretto all’esilio, gli vengono mozzate le mani? ce lo dicano, ci dicano  quale deve essere il termine ultimo per un’innocente presa per il culo qual è una vignetta, una battuta.

Il satiro dei tempi antichi veniva chiamato alla corte dei re per farlo ridere, ma il satiro rideva di lui senza che questo se ne accorgesse, perché solitamente i re cattivi sono anche dei perfetti coglioni, e nel frattempo parlava al popolo, un popolo che in tempi molto remoti capiva, metteva da parte e si organizzava per difendersi dalle tirannie.

Oggi invece no, oggi il popolo se la prende col satiro, c’è gente che pur di difendere i re cattivi, dunque gl’indifendibili, manderebbe  al patibolo il buffone e salverebbe quel re.

E’ l’evoluzione della specie.