Di empatia, etica, coscienze, “risvegli” ma soprattutto di banalizzazione del dolore altrui

A proposito di Aylan, tre anni, il bimbo morto col fratellino Galip di cinque in Turchia la cui immagine ha fatto il giro del mondo. Io ho scelto di non pubblicarla qui né di condividerla sulle mie pagine social: ognuno ha la sua linea editoriale.

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Impubblicabile

Sottotitolo: “nell’era social ognuno di noi è media, e ognuno di noi si prende la responsabilità dei contenuti che pubblica. Per la maggior parte chi ha condiviso, almeno dal mio punto di osservazione, ha scelto di farlo perché “il mondo deve sapere”, senza che alcuna informazione approfondita o meno accompagnasse quelle immagini. Chi è quel bimbo, da cosa sta fuggendo, cosa sta succedendo in Siria? Perché decido di “imporre” quell’immagine ai miei contatti? Non so onestamente, quanti di quelli che hanno pubblicato o condiviso conoscano le risposte, si siano posti dubbi prima di usare il tasto “pubblica” o “condividi”. Sui miei spazi ho deciso di non condividere. Avrei voluto scegliere se vedere o meno. Non mi è stato possibile. Alcuni dei miei contatti hanno deciso che era loro missione “risvegliare” la mia coscienza.
Quei contatti li ho oscurati, da oggi non vedrò più i loro contenuti su Facebook o su Twitter”. [Arianna Ciccone – Valigia Blu ]

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Da qualche parte ho letto che chi non ha cervello non ha nemmeno cuore. Gli altri, chi ha i due organi perfettamente funzionanti si abituano, questo mostrare di continuo la violenza produce assuefazione, nessuno si sofferma più di un secondo sulle immagini di corpi straziati, malnutriti, molti le evitano di proposito. Come scrivevo giorni fa altrove una società tollerante, comprensiva ha bisogno di serenità, e finché saremo qui tutti quanti a doverci confrontare con difficoltà di tutti i tipi dovute alla stessa politica sciagurata che non si attiva per evitare che migliaia di persone muoiano per salvarsi la vita è perfettamente inutile sollecitare delle reazioni in modo violento da parte dei media, spesso gli stessi che tacciono su altre questioni.

In queste ore migliaia di italiane e italiani non sanno che sarà della loro vita fra meno di due settimane, gente costretta a spostarsi di centinaia di chilometri per andare a lavorare abbandonando casa, famiglia, figli, non penso che sia giusto caricare di ulteriori angosce e di colpevolizzare ingiustamente chi già vive in situazioni di disagio, povertà, mancanza di lavoro, del necessario per sopravvivere, chi è malato, sofferente:  specialmente in periodi di crisi ognuno è vittima di una guerra.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di interrompere la spirale della morte collegata ai conflitti del mondo, possiamo stare qua tutto il giorno davanti a un monitor e piangere guardando  foto ma niente cambierà, perché chi potrebbe cambiare le cose non lo farà: nessun potere del mondo rinuncerà alla sua quota di morte che si trasforma in profitti economici, questo è, che si sia coscienti o meno. E prima lo capiamo tutti meglio è. 

Se l’obiettivo, il fine di queste continue sollecitazioni violente, non richieste, è costruire una società mondiale fatta di cattivi che edificano il male perché si traduce in soldi,  potere e di gente confusa che non capisce più perché viene accusata ogni giorno e ovunque di cose che non ha fatto né contribuito a fare e nella quale il potere del mondo può agire come gli pare bisognerebbe rivedere la strategia. La diffusione del male, della violenza, dell’orrore  non  aiuta e non risolve. 

Ci si abitua a tutto: anche all’orrore.

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L’etica della condivisione nell’era dei social

Il rischio di banalizzare l’orrore con la tendenza alla pubblicazione dei contenuti ‘forti’ esiste. E dovremmo quanto meno esserne consapevoli. Nel caso della tragedia al largo della Turchia ci sono differenze tra la condivisione sui social e la pubblicazione o meno delle immagini da parte dei media.

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Empatia significa anche pensare che qui in Rete non siamo soli, non siamo a casa nostra, fra persone che ci conoscono e che conosciamo, quando  la parola è supportata dalla gestualità, gli sguardi,  quando si può insistere finché non c’è un chiarimento e la comprensione.

Imporre la visione di un’immagine che non abbiamo cercato espressamente perché magari volevamo guardarla da soli senza trasformarla nel soggetto da condivisione e likes  da social è violenza, è impedire agli altri di decidere SE la vogliono vedere, quindi anche una privazione della propria libertà personale, non tutti siamo qui a per farci risvegliare le coscienze.
La maggior parte di noi è arrivata già sveglia, non ha bisogno del tutor che le dica cosa deve guardare per capire.
I social non sono entità astratte, li facciamo noi ogni giorno con quello che scegliamo di scrivere e condividere: regolarsi, specialmente davanti ai drammi, alle tragedie, evitare di imporre ad altri la visione di quello che magari preferiscono guardare privatamente, senza coinvolgere centinaia, migliaia di persone sarebbe solo una bella forma di rispetto che non guasta nemmeno qui.
Come scrive benissimo un amico su facebook: chi ha comprato il Manifesto è, presumibilmente, un lettore del Manifesto e non credo debba essere scosso o convinto di qualcosa, chi non è lettore ne sarà con ogni probabilità un detrattore e, con ogni probabilità, dirà: “guarda questi che speculano eccetera (valutazione sulla quale non concordo, è una libera scelta editoriale)”.
Il bambino rimane lì e genera più retorica di mamma e papà che altro.

Non ho mai cancellato né oscurato nessuno dalle mie pagine web per il contenuto di ciò che pubblicava, a meno che non fosse manifestamente contrario ai miei principi o esageratamente offensivo e, siccome a molti piace tanto la canzonetta del “siamo tutti”  sarebbe il caso di iniziare a canticchiarla anche rispetto a ciò che si scrive e si pubblica nelle proprie pagine, bacheche dei social, blog eccetera.

La foto del bimbo morto sulla spiaggia in Turchia andava portata al vaticano, dai rabbini, agli imam, ai capi di stato e di governo del mondo che scatenano, appoggiano e finanziano tutti i conflitti sull’orbe terracqueo, ai fabbricanti di armi, anche italiani, che continuano a vendere morte nel sud del pianeta e a fare profitto su donne, uomini, bambini morti nelle guerre o perché scappano dalle guerre, non usata per far sentire in colpa chi con quelle morti non c’entra e magari per vendere qualche copia in più di un giornale.

Idem, che in latino significa “lo stesso” [anche al femminile]

Quello che si evince perfettamente dalla vicenda delle tasse non pagate da Josefa Idem, delle irregolarità che riguardano la palestra dove il ministro viveva a sua insaputa fino a qualche giorno fa è che se nessuno se ne fosse accorto tutto sarebbe rimasto com’era.

Quindi una signora che ha fatto l’atleta, che dovrebbe conoscere e applicare la lealtà,  la disciplina morale meglio e di più di tanta altra gente, quella che almeno non offre la sua immagine a improbabili spot anti evasione [ma magari paga le sue tasse sempre e tutte] può, una volta intrapresa la carriera politica, farsi beffe di quella lealtà e andare davanti a dei giornalisti dicendo che non si dimette perché è onesta, ha vinto delle medaglie, ha partorito due figli e avendo avuto modo di “ravvedersi” non c’è ragione perché si dovrebbe dimettere.

Mentre, e invece, l’unico modo, quello eticamente perfetto di chiedere scusa per un politico e generalmente per chi svolge un lavoro di responsabilità che ha a che fare con la gestione della cosa pubblica è proprio e solo quello di chiedere sì scusa e dimettersi cinque secondi dopo.

 

Josefa Idem: ‘Non lascio, io onesta
Ex collega: lei assessore? Era certo

 IL MISTERO DELLA CASA-PALESTRA

 

La politica in questo paese rende semplicemente casta, con buona pace di chi ancora maledice Rizzo e Stella perché senza di loro non saremmo mai arrivati fino a qui, dicono gli stolti che considerano una colpa aver scoperchiato in modo definitivo la pentola delle indecenze politiche italiane.

 Con le medaglie della Idem non ci si pagano le rate del mutuo, quelle dell’ICI né le bollette, e mentre lei era impegnata a vincerle  tanti italiani, padri e madri come lei erano impegnati in  ben altre sfide, ad esempio quella di cercare di sopravvivere in un paese ridotto ai minimi termini e che sta morendo per colpa della disonestà politica.

Assurdo poi che a Josefa Idem sia stato messo a disposizione niente meno che palazzo Chigi per convocare la sua conferenza stampa con tanto di avvocato al seguito. 
Fino ad oggi le conferenze stampa con avvocati annessi le aveva fatte solo silvio berlusconi, che dati i suoi noti problemi con la giustizia per stare più sereno ha portato i suoi avvocati  direttamente in parlamento.
Mai si era visto un ministro utilizzare un palazzo delle istituzioni come il salotto di casa sua.
In questo paese si è perso completamente il senso delle cose e della loro importanza.

La signora abitava in una palestra, suo marito da un’altra parte ma non lo sapeva,  in tutto questo tempo non le è mai capitato di dare un’occhiata a un documento: come ho scritto in altre occasioni anche alle prese per il culo dovrebbe esserci un limite.

Il virus della “scajolizzazione” si è esteso in maniera impressionante fra i politici italiani ma  nessuno ha la benché minima intenzione di vaccinarsi nell’unico modo possibile,  cioè tornarsene nell’oblio della sua vita privata così come si fa in tutti i paesi normalmente civili, anche in Germania, terra d’origine del ministro Idem, nonostante lei abbia in modo menzognero e  indecente affermato il contrario: il suo è il paese dove il presidente della repubblica si è dimesso per aver detto una stronzata e un ministro  per aver copiato una tesi  da internet, per dire.

 

 

 Josefa Imu

Marco Travaglio, 23 giugno

Siccome molto opportunamente e molto tardivamente la ministra delle Pari Opportunità, Josefa Idem (Pd), ha parlato alla stampa (senza domande, però) sugli scandali che la vedono coinvolta per tasse non pagate e una palestra abusiva, è giusto esaminare con cura le sue parole prima di trarne le conclusioni. “Ero un’atleta, non ho studiato da commercialista. Ho delegato le questioni fiscali ed edili dando indicazione di fare tutto a regola d’arte”. Ma nessun contribuente ha studiato da commercialista, a parte i commercialisti. Se tutti i non commercialisti non pagassero le tasse staremmo freschi, o meglio ancor più freschi di quanto già non stiamo. 

E comunque l’ignoranza delle leggi non può valere per scusare chi le viola: l’evasore a sua insaputa non ha né deve avere alcuna attenuante. “Ho vinto 30 medaglie per l’Italia, ho partecipato a 8 Olimpiadi, ho fatto 2 figli, mi sono data alla politica per promuovere i diritti delle donne e difendere lo sport”. 

Con tutto il rispetto, chi se ne frega. Altrimenti chiunque abbia successo nel lavoro potrebbe dire altrettanto. Le medaglie non sono detraibili dal 740. “Non è vero che il ministro non ha pagato Ici e Imu — dice il suo avvocato-: c’è stato un ravvedimento operoso con l’Agenzia delle Entrate. Dunque le accuse sono inconsistenti e non c’è reato”. Ma il ravvedimento operoso lo fa chi non ha pagato le tasse, dunque le accuse sono consistenti. Può darsi che non ci sia reato,ma solo perché in Italia gli evasori, per finire nel penale, devono superare soglie altissime, quasi insuperabili. “Nei lavori edili – dice la Idem – ci sono stati irregolarità e ritardi”. Ma il problema della palestra “Jajo Gym” di Ravenna non è solo di lavori edili (abusivi, altrimenti perché la sanatoria?): spacciata per luogo di allenamento privato, la struttura ha agito per anni senza agibilità, non era segnalata alle autorità, eppure era aperta al pubblico, gestita da un’associazione sportiva con dipendenti (pagati come?) che raccoglieva soci e quote d’iscrizione, citata nella lista degl’impianti comunali. “Me ne scuso pubblicamente e sanerò quello che c’è da sanare. Come qualunque cittadino. Non sono infallibile, ma sono onesta e non permetto a nessuno di dubitarne”. Dipende dal concetto di onestà, piuttosto elastico in Italia. 

Non basta non commettere reati per essere onesti, anche perché non tutte le leggi prevedono sanzioni penali per chi le viola. E non è vero che “tutti i cittadini” siano costretti a sanare ex post, quando vengono beccati, le irregolarità commesse: c’è anche chi non ha nulla da sanare o chi non ha bisogno di finire sui giornali per correggere gli errori. La Idem, poi, non è un qualunque cittadino: è ministro di un governo che parla ogni giorno di Imu e tasse. Con che faccia Letta & C. parleranno d’ora in poi di fisco, lotta all’evasione e all’abusivismo edilizio, avendo in squadra una signora che ha confessato di aver violato la legge? “Non voglio darla vinta a questa montatura mediatica”. Ma i fatti, come confermano la Idem e il suo legale, sono tutti veri. E non c’è stata alcuna montatura mediatica. 

A parte il Fatto e Libero , primi quotidiani nazionali a rivelare la notizia mercoledì, la stampa di destra e di sinistra che veglia sul governo-inciucio l’ha tenuta bassa o addirittura l’ha nascosta (la solita Unità). “In Germania nessuno si sarebbe dimesso per una cosa simile”. In Germania s’è dimesso il presidente della Repubblica per una gaffe sull’Afghanistan e un ministro per aver copiato dal web parte della tesi di dottorato: figurarsi un ministro pizzicato per tasse non pagate e lavori abusivi. 

Lasci stare la sua Germania, ministra Idem. In Germania un ministro che dice “mi scuso e mi assumo tutte le responsabilità” si dimette un istante dopo. In Italia, un istante dopo, aggiunge: “Resto per non tradire i miei elettori e per il bene dell’Italia”. Da tedesca che era, la Idem è diventata una perfetta italiana alla velocità della luce. Roba da record. Anzi da medaglia d’oro. La trentunesima.

Bavaglio tecnico, che idea

In un paese democratico definito “parzialmente libero”  dalle classifiche internazionali (l’ultima di Reporter Sans Frontières ci piazza al 61° posto  dopo Cile e Corea del Sud, per dire)   per quanto riguarda la libertà di informazione il ministro Severino intravvede il pericolo nei blog.
E riesce perfino a dirlo restando seria.

“Per Severino quello dei blog è «un fenomeno certamente positivo per certi aspetti, ma nel quale si possono annidare anche cose negative, può essere un punto criminogeno. Questo mondo va regolamentato e pur nella spontaneità che ne rappresenta la caratteristica non può trasformarsi in arbitrio»”.

Lettera 43 allarga il tiro. I blog rappresentano un fenomeno pericoloso. Almeno così la pensa il ministro della Giustizia, Paola Severino, secondo cui bisognerebbe «reprimerne l’abuso». Intervenendo a Perugia a un dibattito su etica e giornalismo, il Guardasigilli ha spiegato: «Il giornale ha una sua consistenza cartacea. Il giornalista e l’editore sono individuabili ed è dunque possibile intervenire. Il blog ha invece una diffusione assolutamente non controllata e non controllabile. È in grado di provocare dei danni estremamente più diffusi. Ecco perché bisogna vederne anche la parte oscura».

[Nella ricerca presentata da Enrico Finzi si sostiene che internet è la fonte più attendibile mentre i giornalisti sono considerati scarsamente attendibili.]

Questa è la considerazione che ha la politica (anche quella sobria) dei cittadini: una massa di idioti che non sanno distinguere il buono dal cattivo e ai quali serve sempre la manina per attraversare la strada. Dove per ‘manina’ s’intende ovviamente censura. Che poi l’Italia sia già un paese da sempre considerato e classificato parzialmente libero in fatto di libertà di informazione  ed è l’unico paese democratico in cui al possessore di almeno l’ottanta per cento dei media suddiviso fra giornali, televisioni private, controllo diretto su quella pubblica, case editrici eccetera sia stata consentita l’ascesa politica è solo un dettaglio che, evidentemente alla Severino (e non solo a lei, purtroppo), deve essere sfuggito. Così come deve esserle sfuggito che in Italia non c’è una legge che regolamenta il gigantesco conflitto di interessi che, grazie a berlusconi e alla politica che non lo considera un problema non è mai stato affrontato come invece sarebbe stato opportuno fare.

Così come si fa in tutti i paesi normalmente civili dove O fai l’imprenditore, l’editore,  O fai il politico.

Dove la stessa persona non può fare il controllore e il controllato.
Tutte le piattaforme hanno gli strumenti per impedire che vengano veicolati messaggi inneggianti ad odii di vario genere, istigazioni e apologie. La tutela legale esiste già. Basta ricorrere al giudice.
Il tema che il centrodestra (governo compreso)  e di una politica letteralmente terrorizzata dalla potenza dei social network, dei blog e di chiunque esprima pubblicamente un dissenso, stanno cercando di far passare è che chiunque possa pretendere la censura senza bisogno di ricorrere al giudice.

Il che significa non poter pubblicare più niente su  niente e nessuno.

Pensare che debba essere la censura preventiva ad impedire gli abusi è una solenne STRONZATA.
Oggi, inoltre, basta venire a conoscenza del codice IP di un utente per mettere in moto la giustizia, sporgere regolari denunce.
Internet non va “normalizzato”, controllato, censurato, si dovrebbe semplicemente incentivare un buon uso della Rete, ma questo come sempre è solo un fatto culturale che non va risolto con la censura ma con l’educazione.

Bavaglio tecnico, che idea
 Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 27 aprile

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare ” e “limitare ” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare.
Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali.
Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti.
 E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.