La paura, l’odio e la propaganda

Si è detto fino alla nausea che tutti i peggiori dittatori sanguinari dicevano e dicono di agire ognuno nel nome del loro Dio, la Germania nazista firmò un trattato con la chiesa che ha sempre sostenuto il regime di hitler e quello di mussolini e la frase “Gott mit uns” [Dio è con noi] era impressa sulle fibbie delle cinture dei soldati della Wehrmacht.  bush padre ordinò di attaccare l’Iraq “perché glielo aveva detto Dio”, ma nessuno ha mai detto e scritto che tutti gli europei e gli occidentali cattolici erano nazisti o fanatici  potenzialmente in grado di compiere disastri umanitari della portata dell’olocausto e delle guerre imperialiste americane. Tutti i terroristi sono islamici?
Quando in questo paese si facevano saltare in aria le stazioni, esplodere gli aerei in volo, i palazzi, le banche e le autostrade di fondamentalismi non parlava nessuno. Perché ogni realtà produce i suoi terrorismi, ognuno con matrici e motivazioni diverse nelle quali è più che probabile che la religione non c’entri proprio nulla.
Quindi, casomai, è il terrorismo ad essere bastardo, non gli islamici. Bastardi sono quelli che aiutano il terrorismo ad espandersi continuando a fabbricare sia le ragioni sia  le armi e presentarsi poi al mondo come quelli che risolvono il problema. Quelli che sono qui, nel bel mondo occidentale.

“Stato islamico” non vuol dire niente, è il solito giochino di prestigio del mainstream, della propaganda che costruisce confusione.
Nessuno ha parlato di strage riferibile allo stato cattolico quando 77 persone furono uccise in un attentato simile a quelli compiuti dal fondamentalismo da Anders Breivik, norvegese, cristiano dalla carnagione chiara e gli occhi azzurri.
Il manipolo destroide, violento e reazionario dei belpietro, gasparri, salvini, santanché, meloni lo vedrei meglio arruolato nell’isis che in un qualsiasi contesto di un paese democratico.
Se qualcuno pensa che si debbano mettere in pratica i deliri di questi disertori della civiltà che sanno rispondere alla violenza solo con l’istigazione violenta, probabilmente il suo posto non è in un paese civile ma proprio in quelli da cui la gente scappa per non dover sottostare al regime violento e sanguinario del fondamentalismo, creato ad arte da chi ha tutto l’interesse che le guerre non abbiano mai una fine.
La rabbia è un sentimento umano che si può permettere di esprimere solo chi è stato toccato da vicino dalle tragedie, ma da chi ha un ruolo pubblico che lo porta ad esprimersi in pubblico, che sia il giornalista o l’esponente di un partito io mi aspetto e pretendo che non dica la prima idiozia che gli passa per la testa, nell’eventualità tutt’altro che remota considerati i personaggi che non ci sia altro da questa che taccia.
Il processo di civiltà democratica s’interrompe nel momento in cui qualcuno pensa che il circuito violento e ormai inarrestabile dello scontro globale si possa controllare ed arginare con maggiore violenza.
I fanatici che fomentano ed istigano all’odio esprimendosi sempre e solo con quello come salvini, gasparri, la meloni, belpietro, la santanchè e la tanto rimpianta Fallaci che salvini vorrebbe addirittura portare nelle scuole, tutti quelli che associano la religione alla violenza non vanno ascoltati perché non hanno mai ragione.  Pensare che si possa ridurre il fenomeno estremista violento dell’integralismo fondamentalista che uccide portandolo al semplice scontro di religioni elevandone una su un’altra che per luogo comune ed ignoranza viene associata a quelle violenze significa semplificare, non avere nessuna intenzione non dico di risolvere questa immane tragedia planetaria nella quale siamo ormai coinvolti tutti ma nemmeno di comprenderla né di aiutare a farlo.
Proprio quello che cercano i propagandisti d’accatto alla belpietro, ferrara, gasparri, salvini, santanché, meloni e i loro complici nei media che danno voce, risalto, visibilità a questi funzionari dell’istigazione violenta nascondendo l’operazione dietro alla ormai vilipesa libertà di espressione. Quando per libertà di informazione si intende la precisa intenzione di permettere di far viaggiare il messaggio negativo e violento che aizza e fomenta non è più libertà, tanto meno può essere informazione. In un momento così delicato della storia del mondo è urgente spegnere qualsiasi focolaio che possa trasformarsi in un motivo di ritorsioni da parte di chi non ha niente da perdere. Chi aizza e fomenta l’odio non ha nessuna intenzione di contrastare l’odio ma ha tutto l’interesse a mantenere questo clima di tensione permanente che è l’unico che gli consente la sopravvivenza e l’esistenza mediatiche. Una volta si diceva “facciamoli parlare, così la gente capirà”: stabilito che ormai sappiamo tutti come e cosa pensano belpietro, gasparri, salvini, santanché, meloni, ferrara e in che modo viene recepito quel “pensiero” direi che è arrivato il momento di smetterla con questa reiterazione del reato.  I veri complici del clima invivibile di questo paese sono quelli che danno spazio e visibilità a salvini come a gasparri, ferrara, meloni e alla santanché.
Saranno loro, i falsi liberali a cui in realtà interessa solo la repellenza che fa share a rispondere alla storia della subcultura intollerante, odiosa e pericolosa in cui hanno volutamente e scientemente trascinato tutto il paese per meri interessi editoriali.

Risvegli

 

 

Se domani qualcuno decidesse che è necessario mostrare l’abuso dei bambini da parte degli adulti per spiegare che la pedofilia è un crimine orrendo altrimenti la gente non capisce e le coscienze non si risvegliano, tutti d’accordo? Pietà.

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Gli architetti della crisi ci spiegano che loro più di così non potevano fare e che da qui a vent’anni saranno solo cazzi nostri. Capito perché non possiamo prenderci la colpa?

Ci sarà sempre chi minimizzerà, chi dirà che certe cose non sono mai esistite, ancora oggi si nega l’appoggio della chiesa alle peggiori dittature, questo non vuol dire trasformare l’informazione in un immenso obitorio dove mostrare solo disperazione e morte. Anche sui pacchetti delle sigarette c’è scritto che il fumo uccide, ma la gente continua a fumare lo stesso. Che società si può formare mostrando solo l’orrore? E quanto è giusto mostrare l’orrore per colpevolizzare tutti?

Le colpe di tutti sono speculari a quelle di nessuno: tutti colpevoli nessun colpevole, mentre qui i colpevoli ci sono, hanno nomi e cognomi, i “signori” delle guerre.

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Mentana: perché non facciamo vedere il bambino morto

Dopo trenta ore in cui il leit motiv più ricorrente è stato quello del “risveglio delle coscienze” Mentana ha ribadito un concetto importantissimo: “che gente è quella che deve vedere la foto di un bambino morto per capire”.  Non fa una piega.  Un giornale, il telegiornale che entrano nelle case di migliaia, milioni di persone non possono arrogantemente imporre la loro ‘scelta’ di EDUCARLE, anziché INFORMARLE e di farlo con la violenza di un’immagine crudele che qualcuno avrebbe preferito non vedere. Qualche mese fa sono morte ottocento persone annegate, tutte insieme, dov’era la gente che si è indignata solo ieri spinta dalla suggestione della foto di Aylan? 

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L’Onu chiede che si trovi una soluzione all’orrore, anche a palazzo si sono svegliati dopo aver visto la foto del piccolo Aylan, nato bambino e morto da profugo.
Come se non fossero loro, il mondo:  hanno messo pure il diritto d’autore sulla loro responsabilità.
Cameron scopre che esiste una responsabilità morale sugli orrori.
Solo morale?
Qualcuno dovrebbe avvisare Cameron che lui è una delle cause degli orrori avendo contribuito alla loro costruzione.  Cameron si è mai commosso davanti ai morti bombardati anche da lui che fa parte della ‘santa alleanza’ esportatrice di democrazia?  Uno che si reputa statista, che viene considerato tale e che ammette una responsabilità morale nella morte dovuta alla guerra che proprio gli “statisti” scatenano in giro per il mondo si dovrebbe dissolvere, sparire.
Che tipo di problemi hanno le persone che hanno bisogno di VEDERE per capire e che dall’alto della loro presunzione pretendono che questa sia una regola universale?
Forse gli stessi che hanno quelle che per sapere che il veleno uccide e che la merda non si mangia anche se miliardi di mosche lo fanno li devono assaggiare?
Grazie a Mentana che ha ricordato che il dovere del giornalismo è quello di informare e che ha scelto di non mostrare la foto del piccolo Aylan infilandola per l’ennesima volta nel tritacarne del mainstream.
Al Manifesto prendano appunti, invece di vantarsi di fare parte della maggioranza che deve vedere sennò non capisce.

Quelli che “lavorano” alla  costruzione degli orrori, in primis i capi di stato e di governo occidentali conoscono benissimo tutte le loro conseguenze, non hanno bisogno di vederle nella morte di un bambino, il lavoro della propaganda è quello di far ricadere la responsabilità su chi non ha nessuna possibilità di sovvertire lo stato delle cose. Qualcuno dirà “però andiamo a votare”. Giusto, e ci andiamo, ma quando abbiamo mandato al governo Prodi e D’Alema non hanno contribuito anche loro alla costruzione degli orrori? D’Alema che ha mandato a bombardare Belgrado senza il permesso di nessuno, berlusconi che ha offerto l’esercito italiano a bush che nemmeno lo voleva sono stati votati. Renzi che continua a finanziare le finte missioni di pace in cui la gente muore come in guerra,  compra coi nostri soldi gli aeroplanini da guerra che Prodi ha ordinato prima di lui in virtù di accordi internazionali presi sopra e sotto il banco è stato votato. I cittadini di un paese con una Costituzione che ripudia la guerra i cui governi spendono fantastiliardi in armi, in cui vengono costruite armi,  mine antiuomo che ammazzano anche bambini che però nessuno vede, armi che usano i soldati italiani e quelli degli eserciti del mondo in che modo si possono opporre, ribellare a tutto questo,  difendere gli  altri Aylan del mondo dai costruttori di orrore e di morte, prendendosi loro la colpa di tutto?

 

ImageShock

Penso che quello che sta succedendo a Gaza sia un orrore senza fine che dura da troppo tempo per considerare ancora questo un mondo civile.

Penso che sia utile e necessario far viaggiare le informazioni in Rete e non la propaganda che serve solo a sminuire la gravità degli accadimenti, alla fine succede come nella favoletta di “al lupo, al lupo”, e quando il lupo è quello vero ci si crede di meno o per niente.

Penso che ognuno debba fare ciò che sente senza sentirsi in qualche modo obbligato se qualcuno fa di più avendo capacità, conoscenza e possibilità.  E lo fa bene rendendo un servizio utile a chi legge.

Penso anche che sia inutile esagerare fino a farsi sospendere l’account di un social;  non  bisognerebbe mai perdere di vista il semplicissimo concetto che la libertà è qualcosa che si ottiene soltanto rispettando quella altrui; non siamo a casa nostra, e se esistono delle regole anche qui nel web, insufficienti, non sempre giuste perché spesso permettono delle cose a discapito di altre finché siamo qui dentro siamo tenuti a rispettarle.   Bisognerebbe smetterla di considerare censura tutto quello che invece dovrebbe essere relativo solo al buon senso di ognuno.

Qui dentro c’è un mucchio di gente che non ha ancora capito che un social non serve per metterci dentro ogni cosa che ci passa per la mente. Che anche il post su facebook va ponderato, scritto in una certa maniera, che i nostri link non vanno fatti subire visto che poi altra gente è costretta a vederli.

E non ci si può giustificare sempre con l’alibi che l’informazione mainstream non fa il suo dovere.

Il social non è una discarica pubblica dove ognuno può rovesciarci quello che vuole.
Mischiare corpi e corpicini dilaniati dalle bombe coi gattini, fotografie sorridenti di gente in vacanza e tutte le idiozie inutili che passano ogni giorno per facebook è il miglior modo di mancare di rispetto a quei morti e di non sostenere alcuna giusta causa. C’è gente che non sapeva nemmeno fosse la striscia di Gaza però sta lì a cliccare in modo compulsivo solo perché lo vede fare ad altra gente, nello stesso modo ce n’era altra che non sapeva dove fosse il Costarica finché non ha battuto l’Italia ai mondiali. Per combattere l’ignoranza servono le parole, e ne servono tante, solo dopo, eventualmente, si è pronti anche per le immagini. Ma deve essere una scelta suggerita da una vera urgenza, diffondere le immagini di quello che accade in Ucraina ad esempio  diventa urgenza perché in questi casi l’informazione generalista non lo fa davvero, perché non può spiegare con parole semplici alla gente che anche l’Italia è parte in causa nei massacri,  e allora sì, diventa necessario colmare il vuoto creato scientemente intorno ad una situazione insostenibile e inaccettabile. Ma della Palestina e di Israele se ne parla, e non è la fotografia di oggi ad essere rilevante per spiegare una strage di sopraffazione di un popolo nei confronti di un altro che continua da decenni. Non è una guerra quella che accade alla striscia di Gaza ma il tentativo di un popolo di sterminarne un altro, il tutto nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale perché uno dei due popoli non si può disturbare, semplicemente ricordandogli il rispetto delle regole e della vita umana, anche con le sanzioni che vengono comminate ad altri stati quando se lo dimenticano.
Di tutto  quello che viene diffuso in  Rete non mi fa effetto quasi più niente, ma dover sopportare di continuo l’esasperazione altrui diventa irritante.

Nessuno ci legge di più se urliamo col maiuscolo, se alla foto aggiungiamo il turpiloquio pesante, a nessuno credo piace l’insulto sistematico come modo di relazionarsi. E a nessuno piacerebbe entrare in un posto e ricevere uno sputo in faccia al posto del buongiorno, perché questa è la sensazione che si prova rispetto all’aggressione virtuale.

Ho visto minacce estese alla vita personale, gente che invita altra gente a farsi viva per regolare conti proprio a proposito di ciò che qualcuno ha scritto e postato sulla tragedia palestinese. Poi magari ci si meraviglia e ci s’incazza se vengono sospesi account.
Non si combatte la violenza con altra violenza, anche fosse solo quella verbale o espressa con una foto.

La Rete non può funzionare così, se non s’impara a filtrarsi da soli. E a non credere che ogni cosa che noi pensiamo sia utile lo deve essere poi per tutti. E quello che non lo è deve essere necessariamente censura.  Ho sempre detto che sarei rimasta a fare Rete finché all’utile avrei potuto unire anche il dilettevole, non sopporto chi ha un solo modo per stare qui dentro, quale che sia, anche la troppa serietà, l’interesse verso un solo tipo di problema mi infastidisce, penso che non si perdano dignità né reputazione mostrando anche le nostre debolezze, fragilità, essere anche leggeri ogni tanto è necessario; non si cambia il mondo su facebook, anzi, per come stanno le cose in Rete che viene usata così male, lo possiamo solo peggiorare attraverso il continuo peggioramento di noi stessi.

Per me facebook è anche leggerezza, la battuta, il post d’amore, il video musicale, la condivisione di foto simpatiche, è anche un posto dove faccio conversazione quando scrivo post sui fatti miei ma non dimentico mai che ho una responsabilità nei confronti delle persone che mi leggono. Ed è quella che manca a troppa gente, non solo qui ma in tutto il web dove c’è ancora troppa gente che pensa di dover dare un segno della sua esistenza virtuale solo con l’esagerazione, la provocazione continua. No, non va bene così. Anche la provocazione è un’arte e bisogna saperla dosare. Altrimenti diventa assuefazione, ci si abitua anche all’orrore. La Storia ci ha rimandato le immagini dell’olocausto nazista, è servito forse ad interrompere le spirali di violenza? No, anzi, molti hanno preso spunto da quello per produrne e commetterne altre. La violenza ha anche un fascino perverso, e le menti deboli possono trarne spunto per emularle.

Quindi, sì all’informazione, no però al tentativo di agitare emotivamente le persone costrette a guardare corpi mutilati, dilaniati, spezzettati anche se non hanno scelto di farlo.

Non trovo giusto che la propria libertà e il diritto di passare qualche ora in Rete senza essere aggrediti possano essere tutelati soltanto eliminando gente che non capisce che esistono modi più civili di convivenza anche qui dentro, ma stando così le cose credo sia necessario imparare a difendersi. 

La Rete non è esente da regole, non esiste il diritto all’anarchia totale in un posto dove ci sono milioni di persone e ognuna col suo sentire, la sua sensibilità personale e il suo vissuto che può essere anche complicato e doloroso e che non necessita quindi di un surplus di argomenti che possono provocare ansie e turbamenti.

La Rete non garantisce nessun diritto all’insulto, all’istigazione violenta, all’odio razziale, omofobo, alle varie apologie che si fanno, alla minaccia, anche di morte.

Ma nemmeno quello di mettere all’attenzione della gente tutto quello che noi riteniamo interessante, se quell’interesse poi non è di carattere generale, questo è proprio l’ABC del comportamento che si dovrebbe tenere nella pubblica piazza.
E darsi una regola anche qui non ha niente a che fare con quella censura di cui tutti hanno paura, perché poi quando la censura interviene davvero bisognerebbe domandarsi se è stato fatto tutto quello che si doveva per evitarla.

Il fatto che qualcuno, molti, troppi, abbiano l’insana convinzione che sia necessario guardare per capire anche le ovvietà – se lo fanno in proprio è già un problema – ma che pensano di avere un diritto di mostrare, e che solo così gli altri possano rendersi conto di quello che succede nel mondo penso che sia un modo di fare e di pensare molto presuntuoso, significa avere un’opinione molto bassa della gente che sta dentro un social, ci si arroga il diritto di pensare che non sappia, non abbia un’opinione, non conosca e che sia necessario il supporto di un’immagine per spiegare che ogni persona di buon senso deve stare sempre altrove dalle ingiustizie e dalla violenza.
Ma c’è chi i suoi altrove li ha già trovati anche prima del social, quindi sarebbe meglio non costringere nessuno a fare a meno di chi considera gli altri, i tutti, dei perfetti deficienti. 

– Conflitto israelo-palestinese, la violenza ai tempi di Facebook –

F. Sbandi, Il Fatto Quotidiano

Piccoli corpi martoriati da una brutalità troppo più grande di loro. Sono le tante, troppe, vittime del conflitto israelo-palestinese. Ecco, un articolo (o post che sia) non dovrebbe mai iniziare con un contenuto simile. E mi scuso per il tipo di foto, alla cui violenza visiva ho cercato di sopperire sfocando a dovere l’immagine. Ma era necessario far capire da subito di che tipo di contenuto si stesse parlando, per creare nel lettore familiarità con quanto esperito quotidianamente su Facebook, Twitter e su tutti gli altri aggregatori sociali di violenza indiscriminata.

Nonostante Facebook (in particolare) propagandi delle rigide policy in materia di contenuti più o meno censurabili, lo strazio visivo a cui sono sottoposti quotidianamente gli internauti getta un campanello d’allarme in casa Zuckerberg: Facebook ha perso il controllo dei post e non riesce – o non vuole – bannare contenuti che non hanno ragione di esistere. Sì alla censura di una mamma col seno scoperto che allatta amorevolmente il figlio e no alla censura di un minorenne dilaniato dalla bomba di turno? Criteri quantomeno curiosi.

Non si tratta di essere a favore di Israele o della Palestina, di parteggiare davvero una causa o l’altra. Si tratta di ammettere un limite tecnico delle piattaforme di social networking più diffuse al mondo, che in alcun modo stanno tutelando la sensibilità degli utenti. Facebook in testa.

I più faziosi potrebbero sostenere che, senza Facebook e colleghi, allo stato attuale, l’utenza mondiale sarebbe digiuna di informazioni una volta irraggiungibili. Sia per quantità che per qualità. Giusto. Ma la questione è che l’immagine straziante di turno – con l’uomo decapitato, la donna fucilata, il bimbo squartato, o tutte queste brutalità insieme – non aggiunge niente alla questione israelo-palestinese, perché non fornisce un’informazione e non si rivolge alla razionalità delle persone.Non documenta, sconvolge. Si rivolge al loro cuore, al loro disagio, al loro disgusto. E un utente solleticato sull’emotività non è un utente migliore, né un cittadino più documentato sulla vicenda. È solo una persona che viene scossa e spinta a schierarsi, acriticamente.

Un test cui tutti i lettori potranno sottoporsi? Contare il numero di “amici” e “followers” che si sono apertamente schierati sulla questione negli ultimi giorni, e che fino a poche settimane fa non sapevano neanche lontanamente individuare la striscia di Gaza sulla cartina geografica. Il perché di questo dirottamento dell’attenzione è presto detto: i social network. L’informazione tradizionale ha, come sempre, relegato la questione israelo-palestinese ad un servizio lampo del Tg o a qualche riflessione trascendentale a metà giornale. Perché tanto i giornalisti quanto i lettori hanno mediamente, in Italia, uno scarso interesse a volgere lo sguardo oltre i confini nazionali. Ma questo lo sappiamo. La vera scossa informativa ha avuto come epicentro homepage e diari, timeline e deck. E di informativo ha avuto poco e niente, mentre a scuotere ha scosso eccome. L’agenda di Facebook si è imposta su quella ufficiale, e in parte possiamo esserne lieti. Il punto è chiedersi quanto la deregolamentazione totale dei social network costituisca davvero un valore aggiunto allo sviluppo democratico della coscienza dei cittadini.

Una sorta di rivisitazione 2.0 della vecchia – e apocalittica – teoria dell’ago ipodermico: a un dato input dei media corrisponde un output dei fruitori mediali. L’input è costituito dalla sovracopertura fotografica delle violenze perpetuate in quelle terre lontane. L’output, ad altissimo tasso di emotività, è rappresentato dai tweet furiosi e dagli aggiornamenti di stato al veleno pubblicati a furor di popolo (del web) da quel segmento di utenza più suscettibile a questo tipo di contenuti. Della cui veridicità, tra parentesi, si può spesso sospettare, non essendo quasi mai indicata la fonte.

Se l’art. 8 del codice deontologico dei giornalisti ci ha insegnato qualcosa è che non esiste solo il diritto del cittadino ad essere informato. A monte, esiste il diritto del cittadino ad essere tutelato da pubblicazioni impressionanti e raccapriccianti – come per l’appunto foto e video di estrema violenza – e il diritto del soggetto rappresentato a veder tutelata la propria dignità. Pubblicare la foto di un neonato deturpato non rispetta né la sensibilità dell’utente che dovrà fruirne inconsapevolmente – reo, magari, di aver messo mesi addietro un semplice like a una pagina Facebook che aspira alla chimera di fare contro informazione – né la dignità umana del neonato stesso, il quale nonostante sia deceduto merita comunque il rispetto della dignità della memoria.

La contro-argomentazione potrebbe essere semplice: Facebook non è Reuters o Al-Jazeera e le pagine Facebook non sono amministrate da giornalisti. Ma di questa brutalità fotografica qualcuno deve rispondere. E quel qualcuno non può che essere il proprietario di casa, che come in ogni dimora ha il diritto e il dovere di far rispettate alcune regole di fondo, per la civile convivenza di tutti gli ospiti.

Proprio in questi giorni Facebook ha difeso il suo esperimento sociale del gennaio 2012, in cui ha testato su 700mila ignari utenti l’influenza dei singoli contenuti sul loro stato d’animo. Ebbene, se è vero che a un sentimento negativo dei post proposti in homepage corrisponde un significativo crollo di positività del loro umore, a rigor di logica è nell’interesse dello stesso Facebook che questo tipo di contenuti vengano censurati. Ne va del clima della sua stessa piattaforma, perché un utente insoddisfatto è un utente che rende di meno. Non lo vuole fare per questioni morali? Lo faccia allora per ragioni economiche, che evidentemente gli sono più congeniali.

La strumentalizzazione politica di quei corpi irriconoscibili non rende un servizio alla comunità. Dunque, si ponga un freno a questa pornografia social-e della violenza. Tra la sana informazione e il becero voyeurismo c’è di mezzo il rispetto di chi, questo conflitto, lo sta vivendo davvero sulla sua pelle. Facebook lo faccia per i suoi ospiti, gli ospiti lo facciano per se stessi. Perché prendere atto di una guerra non significa denudarla e metterla in vetrina.