Quante altre volte si dovrà parlare di “poche mele marce”, di “schegge impazzite?”

“Perché, uno non può dire quello che pensa?”  Questo è il tenore dei commenti nei siti on line dei quotidiani relativi alla notizia dei poliziotti penitenziari che gioiscono perché un detenuto, un ergastolano, il rifiuto umano per definizione si è suicidato nonostante fosse sotto la loro tutela. I meschini e tapini invece di fare mea culpa sono andati a ridere nel social,  in Rete hanno suscitato più compassione che orrore come sempre accade quando dall’altra parte c’è il delinquente, il nemico, che sia il ladro, l’assassino, la madre sciagurata che perde la testa e ammazza il figlioletto non fa nessuna differenza. Sempre meglio che il nemico, il mostro sia altro da sé.

Se si togliesse la cronaca nera dai quotidiani molti commentatori del web non saprebbero che farsene delle loro paginette, bacheche dei social. E questo l’informazione ufficiale lo sa, ecco perché la nera viene usata come arma di distrazione di massa, finché la gente si occupa di infierire sul miserabile non ha occhi e attenzione per preoccuparsi di chi nel frattempo mette a soqquadro lo stato e il paese.

Però no, secondo me non sempre si può dire quello che si pensa, se tutti ci prendessimo la libertà di dire quello che pensiamo sempre e a tutti questa sarebbe una società di esiliati costretti a vivere in solitudine, di disoccupati perché immagino che tutti abbiano qualcosa di non piacevole da dire ai datori di lavoro, specialmente in questo periodo. E ai vicini di casa rompicoglioni non vogliamo dire niente? 
Il mondo della libertà di parola sempre sarebbe fatto di gente che proverebbe disgusto e anche odio solo a pensare che esistono gli altri solo perché gli altri dicono quello che pensano di tutti.
Bisognerebbe anche un po’ smetterla con questa leggenda della libertà di parola senza limiti e confini, con la licenza e l’autorizzazione di far dire tutto a tutti perché è meglio sapere che il contrario: non è così e non può mai essere così.
E a me personalmente non frega proprio niente di sapere delle tante miserie e malvagità che trovano residenza dentro cervelli bacati di gente che non si accontenta di ospitarle in silenzio ma vuole farle conoscere a tutti.

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Si può essere d’accordo come scrive Alessandro Gilioli  sulla funzione di valvola della Rete, ovvero finché le cose vengono scritte e non messe in pratica possiamo stare ancora tranquilli, ma non per questo si possono giustificare dei funzionari di stato così come non si dovrebbe coi politici quando assumono le sembianze dei cyberbulli. Il ruolo dovrebbe avere ancora una funzione di esempio, educativo. Qui invece è diventato un immondo carrozzone dove tutto viene ammantato del diritto alla libera espressione, anche quando non è espressione ma solo mera violenza e, tanto meno, manifestazione di libertà. La libertà di espressione la difendo con tutte le mie forze quando è vera libertà e vera espressione del pensiero, utile come può essere quello forte espresso dalla satira che ridimensiona e ridicolizza tutte le forme di potere, anche quello religioso, quando è nobile e invita a riflessioni sulle cose importanti che ci riguardano tutti, quando quel pensiero insegna e invita al miglioramento, non la difendo più né mai la potrei considerare un diritto quando diventa violenza che poi contamina, si fa virale come succede sistematicamente in Rete, ecco perché non credo che i liberi pensatori che un tempo venivano messi sul rogo abbiano sacrificato la loro vita per consentire la libertà di insulto, oltraggio e diffamazione che le leggi degli stati civili considerano reati proprio perché nessuno può considerare un diritto irrinunciabile l’offesa alla persona, il cui diritto quello sì inalienabile di non essere oltraggiata viene prima di qualsiasi presunto diritto alla libertà di espressione.

 

Il risvolto più interessante che fa capire lo stato di degrado irreversibile del concetto di libertà di parola e della considerazione dello stato per gli ultimi, i miserabili circa la squallida vicenda dei commenti pubblicati dai cosiddetti agenti di custodia del carcere di Opera dopo il suicidio del detenuto romeno sono le motivazioni usate per rimuoverli dalla pagina facebook.
Tolti non perché violenti, perché un funzionario di stato preposto alla tutela dei cittadini certi pensieri in testa non dovrebbe proprio averli così come non dovrebbe avere il pregiudizio razzista, nemmeno perché quei funzionari hanno mancato di rispetto non solo ad un morto che ormai non può più danneggiare nessuno ma soprattutto allo stato che ha conferito loro l’onere di svolgere un servizio importante ma per “evitare strumentalizzazioni che avrebbero potuto danneggiare il corpo di polizia penitenziaria”.

Per una questione di immagine, di reputazione, non per vergogna. Ecco perché questa gente va fermata, perché non ha capito che ogni suicidio che avviene nelle carceri, ogni morte che sopraggiunge a maltrattamenti che le forze dell’ordine non sono tenute a dispensare mentre dovrebbero occuparsi della tutela delle persone non sono solo un crimini contro l’umanità ma è soprattutto un fallimento  dello stato che non sa delegare la responsabilità di settori importantissimi delle istituzioni, quelli che si occupano direttamente delle persone, a gente adatta, adeguata al ruolo. L’esistenza di un sentimento forte come l’odio o di frustrazione per le condizioni in cui si è costretti a lavorare non possono né devono mai giustificare le espressioni più violente anche limitatamente a degli scritti come l’augurio di morte o il compiacimento per una morte. La semplificazione rispetto a fatti che meriterebbero la riflessione più profonda da parte nostra che assistiamo ai fatti che accadono e la prevenzione di chi dovrebbe fare in modo che chi svolge una professione delicata possa farlo in condizioni ottimali è violenta e  brutale. Sarebbe più facile per tutti dire “uno di meno” in riferimento a chi ha dimostrato di non avere rispetto per la vita degli altri, però così non funziona, così si scende ancora più in basso di chi commette un reato e di chi commenta un suicidio come un evento da festeggiare, mentre la coscienza civile deve impedirci di metterci allo stesso livello di chi non rispetta la legge e nemmeno le persone.

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La gabbia (Massimo Gramellini)

La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto. Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

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“Si è ucciso? Bene, uno di meno” l’ultima vergogna del carcere (Michele Serra)

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In uno stato di diritto anche i detenuti hanno diritto a vedersi riconosciuti i diritti di persona. 

Da vivi e soprattutto da morti, credo fra l’altro che l’ingiuria ai morti costituisca proprio un reato, non una volgare caduta di stile.
Invece di citare Voltaire ad cazzum circa cose che non ha mai detto sul “morire per” e bla bla bla si potrebbe ad esempio ricordare che l’illuminato filosofo disse, davvero, che la civiltà di un paese si riconosce dalle condizioni delle sue carceri.
Nessuno ci chiede di commuoverci, preoccuparci per la sorte di sconosciuti che hanno violato la legge, di chi ha ucciso, rubato, causato del male, di chi ha usato violenza a delle persone, questa è appunto una faccenda di cui si deve occupare lo stato, il nostro dovere di cittadini è pretendere che lo stato assolva a questa funzione in modo civile.
Che lo faccia per mezzo di persone che non dimentichino mai di avere a che fare con altre persone, anche fossero, spesso lo sono, miserabili, gente che ha commesso delitti efferati, azioni che incutono paura e scatenano una umanissima rabbia solo a pensarci.
Che penseremmo se in un asilo lavorassero persone che odiano i bambini e lo dicono, lo vanno a scrivere sul social?
O se in un ospedale operasse gente a cui fa schifo occuparsi dei malati e lo dice, lo scrive nella pagina social del sindacato di appartenenza?
Saremmo giustamente preoccupati, la stessa cosa a maggior ragione deve valere per chi si occupa di persone costrette dalle loro azioni in una condizione di privazione di libertà, una condizione che li pone in una situazione di inferiorità rispetto a chi sta dall’altra parte del muro di una cella, la loro parola o quella dei loro familiari contro quella del tutore della legge: lo abbiamo visto con Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e tutto l’angosciante elenco delle persone morte mentre erano sotto la tutela dello stato che poi quando deve prendere provvedimenti contro i suoi funzionari, le cosiddette mele marce, le schegge impazzite si mette il guanto di velluto, non usa gli stessi parametri di giudizio e di condanna come quelli applicati alle persone a cui toglie la libertà.
Non è sicuro un ambiente dove chi si deve occupare dei detenuti per conto dello stato ha in testa i pensieri violenti manifestati dagli agenti del carcere di Opera. Perché se pensiamo che quello esercitato da loro sia un diritto derivante dalla libertà di pensiero, parola ed espressione è inutile poi sbraitare contro lo stato carnefice al prossimo morto per colpa di nessuno mentre era sotto tutela dello stato.

Di donne, di uomini, di leggi fasciste

La cosiddetta legge sul cosiddetto “femminicidio” prevede anche l’assistenza legale gratuita indipendentemente dal reddito della denunciante.

E chissà se le vedove delle migliaia di morti sul lavoro hanno potuto contare sul patrocinio legale offerto dallo stato, dipendentemente da un reddito che nella maggior parte dei casi scompare insieme alle vittime degli incidenti: ma quella delle morti sul lavoro non è evidentemente un’emergenza così grave e importante da richiedere leggi speciali nonostante il numero delle vittime, uomini perlopiù, sia infinitamente maggiore a quello delle donne che muoiono, in situazioni diverse, per mano di uomini violenti.
Quel decreto è un attentato a mano armata contro l’uguaglianza e quella parità di diritti tanto sbandierata ai quartieri alti delle istituzioni.

Se esiste un diritto per evitare di applicare il giudizio del popolo come si faceva ai tempi della legge del taglione, un diritto pensato e fatto apposta per evitare che si giudichi il responsabile di un reato, di qualsiasi reato, anche quelli che smuovono le pance e gl’istinti più beceri di chi li commenta, quel diritto che serve ai giudici a non condannare il reo sulla base del comune sentire o del loro, perché si accetta, si tollera che vengano fatte leggi sulla base di una campagna terroristica mediatica come quella sul “femminicidio”? 

Mesi, anni, di martellamento, di manipolazioni, di dati riportati in modo tale che facessero sembrare l’Italia come il paese in cui le donne rischiano di più mentre da recenti statistiche Istat risulta che Italia e Grecia sono le nazioni in cui le donne sono più sicure. 
E basta fare una ricerca di dati facilmente reperibili in Rete per avere la conferma che in Italia non c’era nessuna emergenza. 

Solo fatti di cronaca, purtroppo ripetuti come ne accadono in tutti i paesi del mondo dove però nessun governo pensa a fare leggi che puniscano lo stalker, il violentatore nello stesso modo dell’ultrà di calcio violento o di chi manifesta per i suoi diritti.

Fomentare, dire che c’è un’emergenza, un allarme, farlo da ministro, da presidente del consiglio e della camera quando i dati, le statistiche, i numeri raccolti in ambito internazionale dicono di no significa essere irresponsabili, complici di un governo sciagurato che ha messo in cantiere una legge indecente.

Se, come aveva detto la ministra prematuramente licenziata dal parlamento “la violenza si elimina e si combatte occupandosi di chi la perpetra”, come pensa di fare questo stato ultimo in tutto: per investimenti in cultura e informazione libera prima di tutto, solo realizzando ridicole leggi repressive?

Contrastare la violenza sulle donne fa parte dell’ordine pubblico in cui è stato inserito quell’osceno testo di legge o è parte di una subcultura che va combattuta informando e insegnando già dalla prima infanzia, dalle scuole dell’obbligo? chiedo.
Un obiettivo che si può raggiungere solo liberando la scuola da una religione che, dalla notte dei tempi, pone le donne all’ultimo gradino della scala non solo sociale ma anche naturale visto che la Creazione l’ha fatta arrivare dopo l’uomo e gli animali e informando in un modo corretto, che definisca perfettamente quello che è emergenza e quello che non lo è.

Mi piacerebbe sapere quante sono le donne che dicono di impegnarsi nel contrasto alla violenza sulle donne e poi mandano i figli al catechismo per la comunione.  Perché voglio dire, una certa coerenza fa cultura, e sappiamo tutti in che modo le religioni, praticamente tutte, considerano le donne.

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Il mio pensiero di oggi lo voglio dedicare agli uomini, da sempre vittime del pregiudizio femminile che però non fa notizia, non si merita il dibattito culturale, quello politico né tanto meno una legge che tuteli il loro diritto a non essere discriminati in quanto uomini.

Uomini aggrediti psicologicamente e non solo, ci sono, il cui disagio non fa notizia semplicemente perché non viene denunciato forse per pudore, per il timore di essere considerati meno uomini. 

Del resto la storia vuole l’uomo infrangibile, che risolve tutti i problemi grazie alla sua maggiore forza fisica, già da bambini i maschi vengono rimproverati di “essere delle femminucce” quando piangono perché si fanno male, un maschio non ha diritto ad avere le sue debolezze, fragilità pena essere considerato uno che vale poco mentre la donna nasce già col diritto di lamentarsi, di piangersi addosso, di ritenersi una vittima per il solo fatto di essere femmina.

Uomini maltrattati da donne scaltre, approfittatrici e che tacciono la loro condizione perché la loro denuncia non verrebbe nemmeno presa in considerazione da una società e da un’opinione pubblica che hanno maturato ormai una mentalità che vuole le donne sempre vittime e gli uomini sempre carnefici; provare a girare le carte in tavola significa vedersi piovere addosso ogni tipo di critica, accuse di non capire, di non sapere.

Eppure ci sono dati ufficiali, ad esempio quello del Registro Criminologi e Criminalisti che un po’ di tempo fa ha dichiarato che “il maschio italiano ha difficoltà a rendere noto e a denunciare il maltrattamento subito.
Un tentativo di studio è stato fatto nel 2002 analizzando un campione di 2.500 coppie in crisi, i risultati finali non sono confortanti perché è emerso che circa il 30% degli uomini aveva ammesso di aver subito violenze: schiaffi, morsi, tirate d’orecchie, ricatti e che la metà degli omicidi coniugali viene commesso da donne”.

Ma questi sono dati che non fanno notizia semplicemente perché non interessano nessuno quanto invece gonfiare quelli che vedono le donne vittime: nei cosiddetti “femminicidi” viene inserito tutto: omicidi per rapina, quelli commessi da estranei che nulla c’entrano con una relazione andata a male, 124 donne donne morte ammazzate su una popolazione di sessanta milioni di persone fanno una percentuale che vede parecchi zeri prima di un uno, e mai nessuno che si preoccupi di andare a vedere come sono morte, chi l’ha uccise e perché. 

E’ “femminicidio”, una parola orribile, che non significa niente e punto e basta.

E la politica che fa? invece di pensare di offrire il suo contributo per una svolta culturale: non esiste violenza di genere, esiste una violenza maturata nell’ambito familiare per i motivi più disparati, esercitata soprattutto nei modi più disparati ed è assolutamente reciproca, mette il carico da 11 della legge speciale, fascista, inserita in un contesto di ordine pubblico per regolare le faccende private di chi non sa fare ordine nemmeno a casa sua.