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Del web, dei social brutti, cattivi, pericolosi e assassini

Riflessioni di un webete – @zeropregi per Il Manifesto

La verità è che tutti quelli che hanno un pulpito cosiddetto autorevole dal quale esprimersi, per ruolo, qualifica professionale eccetera hanno preso atto da un bel po’ che anche il semplice blogger, utente social come l’autore di questo articolo con un po’ di impegno e voglia di rendersi utile è in grado di comprendere e decifrare il linguaggio della politica, dei media ufficiali e tradurlo in concetti non solo comprensibili ma molto più vicini alla verità di quanto lo siano quelli dei filosofi alla Serra, Gramellini,  degli affamati di censura sempre presenti al talk show che campano di rendita sulla battuta di Eco sui social pieni di imbecilli, rilanciata continuamente da chi non si è mai fatto premura di capirla ed ha la presunzione di pensare di non rientrare nella categoria.  Si potrebbe fare una lista infinita di tutto ciò che andrebbe evitato perché potenzialmente pericoloso. Al primo posto c’è l’uso della parola. Oggi molti parlano di internet nello stesso modo col quale trent’anni fa si parlava di televisione, chi lo fa è gente che grazie a questa ha acquisito notorietà, autorevolezza  perlopiù senz’alcun merito ed ecco perché oggi teme tutto quello che può metterle in discussione. Una volta la parola dei giornalisti era come quella di Dio. Loro scrivevano, parlavano, pontificavano e nessuno si poteva mettere in mezzo: al massimo si  scriveva qualche lettera sdegnata alle redazioni  di giornali e telegiornali senza ricevere mai una risposta.
Oggi invece c’è chi si mette in mezzo, chi riesce a costringere il giornalista alla risposta, alla rettifica, alla smentita o può semplicemente dimostrarne la pochezza. E questo per certuni è insopportabile.

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cyberb16Facciano molta attenzione tutti quelli che si stanno adoperando per agevolare il governo ad approvare la legge ammazzaweb, perché senza internet e senza i social la maggior parte di loro sarebbero confinati nell’oblio che spetta a tutti quelli che non hanno un cazzo da dire, se ce l’hanno è generalmente sbagliato e dannoso ma poi trovano sempre qualche ribalta televisiva che glielo fa dire.

La Gruber che invita ad #ottoemezzo Paolo Crepet, habitué del salotto di vespa dove si fa tutto meno che informazione a parlare di internet, dei social è uno dei sintomi che rivelano chiaramente che il problema non sta mai nello strumento ma sempre nell’uso che se ne fa: proprio come succede per la televisione.
Se si usassero per la tivù gli stessi parametri di giudizio, merito e demerito elencati ogni volta che si parla del web cattivo e di chi avrebbe il diritto o meno di potersi esprimere gli studi televisivi resterebbero inesorabilmente vuoti.
Gli agguati mediatici orditi dai bravi giornalisti e conduttori solo quando bisogna parlare della pericolosità di internet e dei social, gli stessi che inspiegabilmente tacciono su tutte le iniziative positive che è possibile intraprendere grazie ai social e alla rete sono il segno della malafede che esprime chi non ha nessun interesse a parlare per spiegare e aiutare nella comprensione delle cose ma solo quello di ergersi a giudice  per sentenziare su quello che si può o non si può fare.
La Rete e i social vengono descritti sempre come brutti, cattivi,  pericolosi perché pieni di gente brutta, cattiva e pericolosa solo perché danno la parola a tutti.  Questo dà molto fastidio non solo alla politica che sta tentando in tutti i modi di mettere dei limiti non perché le interessi realmente un’educazione all’uso del mezzo ma per la solita e irresistibile voglia di censura, irrita moltissimo tutti quelli che fino ad una manciata di anni fa avevano l’esclusiva del pulpito, potevano dire e scrivere quello che volevano senza il timore di essere smentiti e sputtanati: la Rete e i social hanno tolto ai cosiddetti addetti ai lavori della politica e dell’informazione il monopolio della diffusione del pensiero, non possono più trattare i cittadini da cretini senza conseguenze.
E’ tutto qui il problema.
Miliardi di persone ogni giorno nel mondo si mettono al volante di un’automobile, usano un martello, un coltello senza provocare ogni volta una strage.
Strumentalizzare la vicenda tragica di Tiziana per riportare ancora una volta il dibattito sul web pericoloso è un’operazione abominevole fatta da chi poi non ha nessuna remora ad invitare a parlare in televisione gente come sgarbi e salvini, molto più dannosi di qualsiasi utente social.
Tiziana non l’ha ammazzata il web ma l’irresponsabilità umana.

Quante altre volte si dovrà parlare di “poche mele marce”, di “schegge impazzite?”

“Perché, uno non può dire quello che pensa?”  Questo è il tenore dei commenti nei siti on line dei quotidiani relativi alla notizia dei poliziotti penitenziari che gioiscono perché un detenuto, un ergastolano, il rifiuto umano per definizione si è suicidato nonostante fosse sotto la loro tutela. I meschini e tapini invece di fare mea culpa sono andati a ridere nel social,  in Rete hanno suscitato più compassione che orrore come sempre accade quando dall’altra parte c’è il delinquente, il nemico, che sia il ladro, l’assassino, la madre sciagurata che perde la testa e ammazza il figlioletto non fa nessuna differenza. Sempre meglio che il nemico, il mostro sia altro da sé.

Se si togliesse la cronaca nera dai quotidiani molti commentatori del web non saprebbero che farsene delle loro paginette, bacheche dei social. E questo l’informazione ufficiale lo sa, ecco perché la nera viene usata come arma di distrazione di massa, finché la gente si occupa di infierire sul miserabile non ha occhi e attenzione per preoccuparsi di chi nel frattempo mette a soqquadro lo stato e il paese.

Però no, secondo me non sempre si può dire quello che si pensa, se tutti ci prendessimo la libertà di dire quello che pensiamo sempre e a tutti questa sarebbe una società di esiliati costretti a vivere in solitudine, di disoccupati perché immagino che tutti abbiano qualcosa di non piacevole da dire ai datori di lavoro, specialmente in questo periodo. E ai vicini di casa rompicoglioni non vogliamo dire niente? 
Il mondo della libertà di parola sempre sarebbe fatto di gente che proverebbe disgusto e anche odio solo a pensare che esistono gli altri solo perché gli altri dicono quello che pensano di tutti.
Bisognerebbe anche un po’ smetterla con questa leggenda della libertà di parola senza limiti e confini, con la licenza e l’autorizzazione di far dire tutto a tutti perché è meglio sapere che il contrario: non è così e non può mai essere così.
E a me personalmente non frega proprio niente di sapere delle tante miserie e malvagità che trovano residenza dentro cervelli bacati di gente che non si accontenta di ospitarle in silenzio ma vuole farle conoscere a tutti.

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Si può essere d’accordo come scrive Alessandro Gilioli  sulla funzione di valvola della Rete, ovvero finché le cose vengono scritte e non messe in pratica possiamo stare ancora tranquilli, ma non per questo si possono giustificare dei funzionari di stato così come non si dovrebbe coi politici quando assumono le sembianze dei cyberbulli. Il ruolo dovrebbe avere ancora una funzione di esempio, educativo. Qui invece è diventato un immondo carrozzone dove tutto viene ammantato del diritto alla libera espressione, anche quando non è espressione ma solo mera violenza e, tanto meno, manifestazione di libertà. La libertà di espressione la difendo con tutte le mie forze quando è vera libertà e vera espressione del pensiero, utile come può essere quello forte espresso dalla satira che ridimensiona e ridicolizza tutte le forme di potere, anche quello religioso, quando è nobile e invita a riflessioni sulle cose importanti che ci riguardano tutti, quando quel pensiero insegna e invita al miglioramento, non la difendo più né mai la potrei considerare un diritto quando diventa violenza che poi contamina, si fa virale come succede sistematicamente in Rete, ecco perché non credo che i liberi pensatori che un tempo venivano messi sul rogo abbiano sacrificato la loro vita per consentire la libertà di insulto, oltraggio e diffamazione che le leggi degli stati civili considerano reati proprio perché nessuno può considerare un diritto irrinunciabile l’offesa alla persona, il cui diritto quello sì inalienabile di non essere oltraggiata viene prima di qualsiasi presunto diritto alla libertà di espressione.

 

Il risvolto più interessante che fa capire lo stato di degrado irreversibile del concetto di libertà di parola e della considerazione dello stato per gli ultimi, i miserabili circa la squallida vicenda dei commenti pubblicati dai cosiddetti agenti di custodia del carcere di Opera dopo il suicidio del detenuto romeno sono le motivazioni usate per rimuoverli dalla pagina facebook.
Tolti non perché violenti, perché un funzionario di stato preposto alla tutela dei cittadini certi pensieri in testa non dovrebbe proprio averli così come non dovrebbe avere il pregiudizio razzista, nemmeno perché quei funzionari hanno mancato di rispetto non solo ad un morto che ormai non può più danneggiare nessuno ma soprattutto allo stato che ha conferito loro l’onere di svolgere un servizio importante ma per “evitare strumentalizzazioni che avrebbero potuto danneggiare il corpo di polizia penitenziaria”.

Per una questione di immagine, di reputazione, non per vergogna. Ecco perché questa gente va fermata, perché non ha capito che ogni suicidio che avviene nelle carceri, ogni morte che sopraggiunge a maltrattamenti che le forze dell’ordine non sono tenute a dispensare mentre dovrebbero occuparsi della tutela delle persone non sono solo un crimini contro l’umanità ma è soprattutto un fallimento  dello stato che non sa delegare la responsabilità di settori importantissimi delle istituzioni, quelli che si occupano direttamente delle persone, a gente adatta, adeguata al ruolo. L’esistenza di un sentimento forte come l’odio o di frustrazione per le condizioni in cui si è costretti a lavorare non possono né devono mai giustificare le espressioni più violente anche limitatamente a degli scritti come l’augurio di morte o il compiacimento per una morte. La semplificazione rispetto a fatti che meriterebbero la riflessione più profonda da parte nostra che assistiamo ai fatti che accadono e la prevenzione di chi dovrebbe fare in modo che chi svolge una professione delicata possa farlo in condizioni ottimali è violenta e  brutale. Sarebbe più facile per tutti dire “uno di meno” in riferimento a chi ha dimostrato di non avere rispetto per la vita degli altri, però così non funziona, così si scende ancora più in basso di chi commette un reato e di chi commenta un suicidio come un evento da festeggiare, mentre la coscienza civile deve impedirci di metterci allo stesso livello di chi non rispetta la legge e nemmeno le persone.

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La gabbia (Massimo Gramellini)

La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto. Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

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“Si è ucciso? Bene, uno di meno” l’ultima vergogna del carcere (Michele Serra)

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In uno stato di diritto anche i detenuti hanno diritto a vedersi riconosciuti i diritti di persona. 

Da vivi e soprattutto da morti, credo fra l’altro che l’ingiuria ai morti costituisca proprio un reato, non una volgare caduta di stile.
Invece di citare Voltaire ad cazzum circa cose che non ha mai detto sul “morire per” e bla bla bla si potrebbe ad esempio ricordare che l’illuminato filosofo disse, davvero, che la civiltà di un paese si riconosce dalle condizioni delle sue carceri.
Nessuno ci chiede di commuoverci, preoccuparci per la sorte di sconosciuti che hanno violato la legge, di chi ha ucciso, rubato, causato del male, di chi ha usato violenza a delle persone, questa è appunto una faccenda di cui si deve occupare lo stato, il nostro dovere di cittadini è pretendere che lo stato assolva a questa funzione in modo civile.
Che lo faccia per mezzo di persone che non dimentichino mai di avere a che fare con altre persone, anche fossero, spesso lo sono, miserabili, gente che ha commesso delitti efferati, azioni che incutono paura e scatenano una umanissima rabbia solo a pensarci.
Che penseremmo se in un asilo lavorassero persone che odiano i bambini e lo dicono, lo vanno a scrivere sul social?
O se in un ospedale operasse gente a cui fa schifo occuparsi dei malati e lo dice, lo scrive nella pagina social del sindacato di appartenenza?
Saremmo giustamente preoccupati, la stessa cosa a maggior ragione deve valere per chi si occupa di persone costrette dalle loro azioni in una condizione di privazione di libertà, una condizione che li pone in una situazione di inferiorità rispetto a chi sta dall’altra parte del muro di una cella, la loro parola o quella dei loro familiari contro quella del tutore della legge: lo abbiamo visto con Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e tutto l’angosciante elenco delle persone morte mentre erano sotto la tutela dello stato che poi quando deve prendere provvedimenti contro i suoi funzionari, le cosiddette mele marce, le schegge impazzite si mette il guanto di velluto, non usa gli stessi parametri di giudizio e di condanna come quelli applicati alle persone a cui toglie la libertà.
Non è sicuro un ambiente dove chi si deve occupare dei detenuti per conto dello stato ha in testa i pensieri violenti manifestati dagli agenti del carcere di Opera. Perché se pensiamo che quello esercitato da loro sia un diritto derivante dalla libertà di pensiero, parola ed espressione è inutile poi sbraitare contro lo stato carnefice al prossimo morto per colpa di nessuno mentre era sotto tutela dello stato.

Di Rete, di social, di odio e di balle [soprattutto, le balle]

Inserito il

Preambolo, off topic ma mica tanto: sta facendo più Anonymous contro l’Isis oscurando siti e account jihadisti –  rendendo quindi difficile la comunicazione – di tutte le varie concertazioni diplomatiche parolaie mondiali.
L’informazione mainstream prendesse esempio da loro invece di diffondere l’orrore usando l’alibi del diritto/dovere di informazione, mentre in realtà si tratta solo di pubblicità ai macellai che poi ne traggono altra esaltazione salvo poi inchinarsi davanti all’opportunità di non pubblicare la satira che “turba le sensibilità religiose”.

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Qualche giorno fa Corrado Augias ha annunciato la sua dipartita da twitter perché, ha detto, non si ritrova nei 140 caratteri e comunque non è il modo di comunicare che preferisce. Solo però ha aggiunto qualcosa di troppo che poteva evitarsi quando ha paragonato il metodo di comunicare del social al pizzino mafioso. E chissà perché la scelta personale di uno deve essere motivo di discredito per chi continua a fare qualcosa che quell’uno ha deciso di non fare più. Un po’ come quelli che smettono di fumare e poi passano la vita a molestare i fumatori.
E’ normalissimo che un uomo di ottant’anni, sebbene di cultura come il dottor Augias non si ritrovi nel modo di comunicare stringato e veloce di twitter ma è altrettanto normale che i figli di oggi, i nati nell’era delle tecnologie avanzate non abbiano nessuna difficoltà a farlo.
Paragonare il tweet al pizzino mafioso è una pessima caduta di stile che l’uomo di cultura avrebbe dovuto evitare.
Sarebbe bastato dire semplicemente di non gradire, di non ritrovarsi appunto nei 140 caratteri come molti, me compresa che non ho mai amato la sintesi nella scrittura, non dire che milioni di persone ogni giorno usano il social per scambiarsi messaggi cifrati o che sono sempre e tutti lì per insultare e insultarsi. 

Se c’è qualcuno che fa un uso sconsiderato di twitter e dei social sono proprio quelli che dovrebbero dare il buon esempio, a partire dai politici e certi giornalisti: i veri cyberbulli sono loro.

Indro Montanelli diceva più di vent’anni fa che se mussolini avesse avuto le televisioni sarebbe ancora qui, ovvero lì, in quell’epoca. La stessa cosa vale oggi per i politici a cui non bastavano le praterie immense dell’informazione asservita, oggi la propaganda se la fanno in casa aiutati  amorevolmente dai giornalisti della stampa amica tipo quelli alla Zucconi che potendo contare sulle migliaia di followers sanno bene cosa devono scrivere e quali temi toccare e come Lerner che la  scorsa settimana ha scritto che chi si è indignato per la presenza di berlusconi al Quirinale lo ha fatto perché “animato da pulsioni vendicative” e non perché un delinquente abbia ancora libero accesso nei palazzi istituzionali. Questo non è comunicare e non è esprimere un’opinione: è terrorismo semantico finalizzato alla propaganda utile al sistema, significa trasformare una sacrosanta repulsione per uno che dovrebbe stare in galera e invece viene pure invitato alla festa a palazzo in una questione personale di simpatia e antipatia, di cattiveria e bontà, odio e amore: le stesse argomentazioni di berlusconi. 

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La satira, ha detto Dario Fo da Fazio ieri sera non solo infastidisce il potere ma lo angoscia, la capacità di saper portare alla luce contraddizioni, difetti ed errori di persone a cui qualcuno ha dato l’autorità, l’autorevolezza, la possibilità di avere fra le mani la gestione di un paese, del mondo, saperlo fare poi in un linguaggio semplice e alla portata di [quasi] tutti effettivamente è molto “spaventevole”.
C’è il rischio che i vari giochini del potere possano sgretolarsi in un punto qualsiasi e provocare devastanti effetti domino, per il potere.
Ma non è solo il potere della politica ad essere angosciato da linguaggi diversi, un altro settore che risente molto dell’uso della parola semplice, disinvolta e spesso esplicita, chiara è il giornalismo dei professionisti che con l’avvento della Rete, dei social ha perso l’egemonia, l’esclusiva della diffusione di notizie e informazioni.
Da quando i social network, molti blog amatoriali sono diventati punti di riferimento per lo scambio di punti di vista ed idee, della libera circolazione delle notizie, spesso sostituendosi felicemente all’informazione ufficiale il giornalismo, specie quello che ha rinunciato alla sua funzione e deontologia a beneficio del potere ha cominciato ad attaccare l’utenza web, gli articoli che trattano della violenza del linguaggio web, dell’odio veicolato da certi commenti aumentano in maniera esponenziale.
Perfino Rampini, l’inviato di Repubblica, ha sentito l’impellente necessità di occuparsi del problema “dell’anonimato del web che scatena i peggiori istinti”, ieri Zucconi ha twittato che “l’anonimato su un social è la negazione dell’essere social”, concetti sui quali si potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che sia Rampini che Zucconi sanno che l’anonimato in Rete è qualcosa di molto effimero, che in presenza di fatti e situazioni che lo richiedono i gestori delle varie piattaforme hanno la possibilità di risalire all’identità reale degli utenti quando e come vogliono.
Lo scettro del preoccupato dalla “violenza web” ce l’ha comunque Michele Serra che ha iniziato da un bel po’ e ciclicamente sente il dovere di mettere sull’avviso circa il pericolo derivante dalla troppa libertà di espressione incontrollata che circola in internet.
Ora io non ho mai fatto mistero dell’inutilità dannosa delle molte volgarità violente spesso al limite, oltre la diffamazione che vengono scritte specialmente nelle pagine pubbliche dei politici, delle trasmissioni televisive ma anche rivolte all’utenza “semplice” nei contraddittori che si sviluppano nelle varie discussioni però, ugualmente, non ho mai creduto alla buona fede di chi sale sul pulpito per avvertire, in special modo se lo fa da giornalista, quindi da persona che pensa di essere autorizzata a farlo, di avere una qualche autorità che gli suggerisce di farlo “a fin di bene”. Esattamente come gli influencers sguinzagliati in Rete dal regimetto di turno appositamente per impedire il dibattito civile, per inserire nel dibattito la propaganda pro o contro quel partito ci sono giornalisti che provano a sminuire le possibilità che offre la Rete  facendo credere che i social non siano poi così utili ma addirittura pericolosi per violenza espressa, tutto questo perché il sistema e il potere non devono essere disturbati da altri punti di vista, opinioni e conoscenza che i frequentatori di internet mettono a disposizione degli altri senza il filtro dell’opportunità circa quello che si può e non si può dire. Non è un caso se i regimi totalitari adottano un controllo severissimo sul web fino ad impedire la circolazione delle notizie e la politica sia da sempre terrorizzata dal fatto che internet non è così facilmente controllabile come i media ufficiali.
Credo, invece, che il giornalista professionista dovrebbe smetterla di considerare l’utenza web un nemico capace solo di offendere, che gli toglie il lavoro o mette in discussione quella bella esclusiva di una volta che consisteva nell’articolo sui giornali che si poteva leggere e basta perché non c’erano i mezzi per far sapere al giornalista, ad esempio, che quello che aveva scritto non era corretto.
Parlare poi dell’odio che viaggia in Rete, della necessità di ripulire i social come se il sentimento negativo relativo alla realtà infame con cui moltissima gente deve fare i conti quotidianamente fosse circoscritto solo qui, che solo qui dentro la gente esprima il suo malcontento è una solenne cazzata, basta farsi una passeggiata per sapere che quel malcontento, le preoccupazioni hanno volti e voci, non corrispondono soltanto ad un account.
Per questo penso che gli addetti ai lavori, che siano politici o giornalisti dovrebbero benedire e ringraziare questo mezzo che “tiene”, ha la capacità di frenare istinti che se messi in pratica fuori dal social sarebbero molto più pericolosi di quanto lo sia la parola scritta, anche la più spregevole, quella che non si può condividere mai.