ImageShock

Penso che quello che sta succedendo a Gaza sia un orrore senza fine che dura da troppo tempo per considerare ancora questo un mondo civile.

Penso che sia utile e necessario far viaggiare le informazioni in Rete e non la propaganda che serve solo a sminuire la gravità degli accadimenti, alla fine succede come nella favoletta di “al lupo, al lupo”, e quando il lupo è quello vero ci si crede di meno o per niente.

Penso che ognuno debba fare ciò che sente senza sentirsi in qualche modo obbligato se qualcuno fa di più avendo capacità, conoscenza e possibilità.  E lo fa bene rendendo un servizio utile a chi legge.

Penso anche che sia inutile esagerare fino a farsi sospendere l’account di un social;  non  bisognerebbe mai perdere di vista il semplicissimo concetto che la libertà è qualcosa che si ottiene soltanto rispettando quella altrui; non siamo a casa nostra, e se esistono delle regole anche qui nel web, insufficienti, non sempre giuste perché spesso permettono delle cose a discapito di altre finché siamo qui dentro siamo tenuti a rispettarle.   Bisognerebbe smetterla di considerare censura tutto quello che invece dovrebbe essere relativo solo al buon senso di ognuno.

Qui dentro c’è un mucchio di gente che non ha ancora capito che un social non serve per metterci dentro ogni cosa che ci passa per la mente. Che anche il post su facebook va ponderato, scritto in una certa maniera, che i nostri link non vanno fatti subire visto che poi altra gente è costretta a vederli.

E non ci si può giustificare sempre con l’alibi che l’informazione mainstream non fa il suo dovere.

Il social non è una discarica pubblica dove ognuno può rovesciarci quello che vuole.
Mischiare corpi e corpicini dilaniati dalle bombe coi gattini, fotografie sorridenti di gente in vacanza e tutte le idiozie inutili che passano ogni giorno per facebook è il miglior modo di mancare di rispetto a quei morti e di non sostenere alcuna giusta causa. C’è gente che non sapeva nemmeno fosse la striscia di Gaza però sta lì a cliccare in modo compulsivo solo perché lo vede fare ad altra gente, nello stesso modo ce n’era altra che non sapeva dove fosse il Costarica finché non ha battuto l’Italia ai mondiali. Per combattere l’ignoranza servono le parole, e ne servono tante, solo dopo, eventualmente, si è pronti anche per le immagini. Ma deve essere una scelta suggerita da una vera urgenza, diffondere le immagini di quello che accade in Ucraina ad esempio  diventa urgenza perché in questi casi l’informazione generalista non lo fa davvero, perché non può spiegare con parole semplici alla gente che anche l’Italia è parte in causa nei massacri,  e allora sì, diventa necessario colmare il vuoto creato scientemente intorno ad una situazione insostenibile e inaccettabile. Ma della Palestina e di Israele se ne parla, e non è la fotografia di oggi ad essere rilevante per spiegare una strage di sopraffazione di un popolo nei confronti di un altro che continua da decenni. Non è una guerra quella che accade alla striscia di Gaza ma il tentativo di un popolo di sterminarne un altro, il tutto nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale perché uno dei due popoli non si può disturbare, semplicemente ricordandogli il rispetto delle regole e della vita umana, anche con le sanzioni che vengono comminate ad altri stati quando se lo dimenticano.
Di tutto  quello che viene diffuso in  Rete non mi fa effetto quasi più niente, ma dover sopportare di continuo l’esasperazione altrui diventa irritante.

Nessuno ci legge di più se urliamo col maiuscolo, se alla foto aggiungiamo il turpiloquio pesante, a nessuno credo piace l’insulto sistematico come modo di relazionarsi. E a nessuno piacerebbe entrare in un posto e ricevere uno sputo in faccia al posto del buongiorno, perché questa è la sensazione che si prova rispetto all’aggressione virtuale.

Ho visto minacce estese alla vita personale, gente che invita altra gente a farsi viva per regolare conti proprio a proposito di ciò che qualcuno ha scritto e postato sulla tragedia palestinese. Poi magari ci si meraviglia e ci s’incazza se vengono sospesi account.
Non si combatte la violenza con altra violenza, anche fosse solo quella verbale o espressa con una foto.

La Rete non può funzionare così, se non s’impara a filtrarsi da soli. E a non credere che ogni cosa che noi pensiamo sia utile lo deve essere poi per tutti. E quello che non lo è deve essere necessariamente censura.  Ho sempre detto che sarei rimasta a fare Rete finché all’utile avrei potuto unire anche il dilettevole, non sopporto chi ha un solo modo per stare qui dentro, quale che sia, anche la troppa serietà, l’interesse verso un solo tipo di problema mi infastidisce, penso che non si perdano dignità né reputazione mostrando anche le nostre debolezze, fragilità, essere anche leggeri ogni tanto è necessario; non si cambia il mondo su facebook, anzi, per come stanno le cose in Rete che viene usata così male, lo possiamo solo peggiorare attraverso il continuo peggioramento di noi stessi.

Per me facebook è anche leggerezza, la battuta, il post d’amore, il video musicale, la condivisione di foto simpatiche, è anche un posto dove faccio conversazione quando scrivo post sui fatti miei ma non dimentico mai che ho una responsabilità nei confronti delle persone che mi leggono. Ed è quella che manca a troppa gente, non solo qui ma in tutto il web dove c’è ancora troppa gente che pensa di dover dare un segno della sua esistenza virtuale solo con l’esagerazione, la provocazione continua. No, non va bene così. Anche la provocazione è un’arte e bisogna saperla dosare. Altrimenti diventa assuefazione, ci si abitua anche all’orrore. La Storia ci ha rimandato le immagini dell’olocausto nazista, è servito forse ad interrompere le spirali di violenza? No, anzi, molti hanno preso spunto da quello per produrne e commetterne altre. La violenza ha anche un fascino perverso, e le menti deboli possono trarne spunto per emularle.

Quindi, sì all’informazione, no però al tentativo di agitare emotivamente le persone costrette a guardare corpi mutilati, dilaniati, spezzettati anche se non hanno scelto di farlo.

Non trovo giusto che la propria libertà e il diritto di passare qualche ora in Rete senza essere aggrediti possano essere tutelati soltanto eliminando gente che non capisce che esistono modi più civili di convivenza anche qui dentro, ma stando così le cose credo sia necessario imparare a difendersi. 

La Rete non è esente da regole, non esiste il diritto all’anarchia totale in un posto dove ci sono milioni di persone e ognuna col suo sentire, la sua sensibilità personale e il suo vissuto che può essere anche complicato e doloroso e che non necessita quindi di un surplus di argomenti che possono provocare ansie e turbamenti.

La Rete non garantisce nessun diritto all’insulto, all’istigazione violenta, all’odio razziale, omofobo, alle varie apologie che si fanno, alla minaccia, anche di morte.

Ma nemmeno quello di mettere all’attenzione della gente tutto quello che noi riteniamo interessante, se quell’interesse poi non è di carattere generale, questo è proprio l’ABC del comportamento che si dovrebbe tenere nella pubblica piazza.
E darsi una regola anche qui non ha niente a che fare con quella censura di cui tutti hanno paura, perché poi quando la censura interviene davvero bisognerebbe domandarsi se è stato fatto tutto quello che si doveva per evitarla.

Il fatto che qualcuno, molti, troppi, abbiano l’insana convinzione che sia necessario guardare per capire anche le ovvietà – se lo fanno in proprio è già un problema – ma che pensano di avere un diritto di mostrare, e che solo così gli altri possano rendersi conto di quello che succede nel mondo penso che sia un modo di fare e di pensare molto presuntuoso, significa avere un’opinione molto bassa della gente che sta dentro un social, ci si arroga il diritto di pensare che non sappia, non abbia un’opinione, non conosca e che sia necessario il supporto di un’immagine per spiegare che ogni persona di buon senso deve stare sempre altrove dalle ingiustizie e dalla violenza.
Ma c’è chi i suoi altrove li ha già trovati anche prima del social, quindi sarebbe meglio non costringere nessuno a fare a meno di chi considera gli altri, i tutti, dei perfetti deficienti. 

– Conflitto israelo-palestinese, la violenza ai tempi di Facebook –

F. Sbandi, Il Fatto Quotidiano

Piccoli corpi martoriati da una brutalità troppo più grande di loro. Sono le tante, troppe, vittime del conflitto israelo-palestinese. Ecco, un articolo (o post che sia) non dovrebbe mai iniziare con un contenuto simile. E mi scuso per il tipo di foto, alla cui violenza visiva ho cercato di sopperire sfocando a dovere l’immagine. Ma era necessario far capire da subito di che tipo di contenuto si stesse parlando, per creare nel lettore familiarità con quanto esperito quotidianamente su Facebook, Twitter e su tutti gli altri aggregatori sociali di violenza indiscriminata.

Nonostante Facebook (in particolare) propagandi delle rigide policy in materia di contenuti più o meno censurabili, lo strazio visivo a cui sono sottoposti quotidianamente gli internauti getta un campanello d’allarme in casa Zuckerberg: Facebook ha perso il controllo dei post e non riesce – o non vuole – bannare contenuti che non hanno ragione di esistere. Sì alla censura di una mamma col seno scoperto che allatta amorevolmente il figlio e no alla censura di un minorenne dilaniato dalla bomba di turno? Criteri quantomeno curiosi.

Non si tratta di essere a favore di Israele o della Palestina, di parteggiare davvero una causa o l’altra. Si tratta di ammettere un limite tecnico delle piattaforme di social networking più diffuse al mondo, che in alcun modo stanno tutelando la sensibilità degli utenti. Facebook in testa.

I più faziosi potrebbero sostenere che, senza Facebook e colleghi, allo stato attuale, l’utenza mondiale sarebbe digiuna di informazioni una volta irraggiungibili. Sia per quantità che per qualità. Giusto. Ma la questione è che l’immagine straziante di turno – con l’uomo decapitato, la donna fucilata, il bimbo squartato, o tutte queste brutalità insieme – non aggiunge niente alla questione israelo-palestinese, perché non fornisce un’informazione e non si rivolge alla razionalità delle persone.Non documenta, sconvolge. Si rivolge al loro cuore, al loro disagio, al loro disgusto. E un utente solleticato sull’emotività non è un utente migliore, né un cittadino più documentato sulla vicenda. È solo una persona che viene scossa e spinta a schierarsi, acriticamente.

Un test cui tutti i lettori potranno sottoporsi? Contare il numero di “amici” e “followers” che si sono apertamente schierati sulla questione negli ultimi giorni, e che fino a poche settimane fa non sapevano neanche lontanamente individuare la striscia di Gaza sulla cartina geografica. Il perché di questo dirottamento dell’attenzione è presto detto: i social network. L’informazione tradizionale ha, come sempre, relegato la questione israelo-palestinese ad un servizio lampo del Tg o a qualche riflessione trascendentale a metà giornale. Perché tanto i giornalisti quanto i lettori hanno mediamente, in Italia, uno scarso interesse a volgere lo sguardo oltre i confini nazionali. Ma questo lo sappiamo. La vera scossa informativa ha avuto come epicentro homepage e diari, timeline e deck. E di informativo ha avuto poco e niente, mentre a scuotere ha scosso eccome. L’agenda di Facebook si è imposta su quella ufficiale, e in parte possiamo esserne lieti. Il punto è chiedersi quanto la deregolamentazione totale dei social network costituisca davvero un valore aggiunto allo sviluppo democratico della coscienza dei cittadini.

Una sorta di rivisitazione 2.0 della vecchia – e apocalittica – teoria dell’ago ipodermico: a un dato input dei media corrisponde un output dei fruitori mediali. L’input è costituito dalla sovracopertura fotografica delle violenze perpetuate in quelle terre lontane. L’output, ad altissimo tasso di emotività, è rappresentato dai tweet furiosi e dagli aggiornamenti di stato al veleno pubblicati a furor di popolo (del web) da quel segmento di utenza più suscettibile a questo tipo di contenuti. Della cui veridicità, tra parentesi, si può spesso sospettare, non essendo quasi mai indicata la fonte.

Se l’art. 8 del codice deontologico dei giornalisti ci ha insegnato qualcosa è che non esiste solo il diritto del cittadino ad essere informato. A monte, esiste il diritto del cittadino ad essere tutelato da pubblicazioni impressionanti e raccapriccianti – come per l’appunto foto e video di estrema violenza – e il diritto del soggetto rappresentato a veder tutelata la propria dignità. Pubblicare la foto di un neonato deturpato non rispetta né la sensibilità dell’utente che dovrà fruirne inconsapevolmente – reo, magari, di aver messo mesi addietro un semplice like a una pagina Facebook che aspira alla chimera di fare contro informazione – né la dignità umana del neonato stesso, il quale nonostante sia deceduto merita comunque il rispetto della dignità della memoria.

La contro-argomentazione potrebbe essere semplice: Facebook non è Reuters o Al-Jazeera e le pagine Facebook non sono amministrate da giornalisti. Ma di questa brutalità fotografica qualcuno deve rispondere. E quel qualcuno non può che essere il proprietario di casa, che come in ogni dimora ha il diritto e il dovere di far rispettate alcune regole di fondo, per la civile convivenza di tutti gli ospiti.

Proprio in questi giorni Facebook ha difeso il suo esperimento sociale del gennaio 2012, in cui ha testato su 700mila ignari utenti l’influenza dei singoli contenuti sul loro stato d’animo. Ebbene, se è vero che a un sentimento negativo dei post proposti in homepage corrisponde un significativo crollo di positività del loro umore, a rigor di logica è nell’interesse dello stesso Facebook che questo tipo di contenuti vengano censurati. Ne va del clima della sua stessa piattaforma, perché un utente insoddisfatto è un utente che rende di meno. Non lo vuole fare per questioni morali? Lo faccia allora per ragioni economiche, che evidentemente gli sono più congeniali.

La strumentalizzazione politica di quei corpi irriconoscibili non rende un servizio alla comunità. Dunque, si ponga un freno a questa pornografia social-e della violenza. Tra la sana informazione e il becero voyeurismo c’è di mezzo il rispetto di chi, questo conflitto, lo sta vivendo davvero sulla sua pelle. Facebook lo faccia per i suoi ospiti, gli ospiti lo facciano per se stessi. Perché prendere atto di una guerra non significa denudarla e metterla in vetrina. 

“Chiamatela come volete, ma non è difesa”

 Sottotitolo: “vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente gli israeliani non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni.
Quello che sta accadendo in Palestina è un crimine che possiamo paragonare agli orrori di Auschwitz.”
[José de Sousa Saramago]

 

Non si può vivere di rendita usando il proprio passato.

Quale che sia stato.
Se le cose sono andate benino bisogna impegnarsi per mantenerle così, migliorarle fin dove si può, onestamente, correttamente.
Ma quando il passato è stato orribile, violento per colpa di qualcuno non si può farla pagare a chi non c’entra per sempre.
Vivere nel rancore è molto simile a dover vivere nella riconoscenza perpetua come dobbiamo fare noi italiani da sempre schiavi di quegli americani che hanno contribuito – non da soli – a liberare l’Italia dal tiranno nazifascista.
Quella vissuta sulla scia dei disastri causati dalle guerre è una non vita, anche quando come da noi non provoca morte e distruzione, è dover comunque vivere in una libertà limitata, non completa.
Per questo sarebbe dovere morale e di rispetto per la vita liberarsi dei fantasmi del passato, specialmente quando sono la causa di morti, sempre ingiuste, tutte ingiuste, e di tanta distruzione. Non c’è niente come l’odio che si propaga e si tramanda nel tempo.

Cento morti in quattro giorni, centinaia di feriti, tutti civili, donne, bambini, famiglie intere sterminate dalle bombe per vendicarne tre che non si sa nemmeno come e perché sono morti.

E’ difesa, questa? E’ guerra alla pari? Lo chiedo al Segretario delle Nazioni Unite che rimprovera palestinesi e israeliani come se fosse uguale il modo in cui si attaccano, che chiede di smettere come se parlasse a due bambini che si fanno i dispetti.Ban Ki-moon  è il segretario della stessa ONU che non ha mai sanzionato Israele per i crimini commessi sulla striscia di Gaza perché l’America non vuole,  nemmeno l’America attuale che ha un presidente a cui è stato dato niente meno che un Nobel per la pace.

La terra, per chi ha un’idea di libertà non condizionata dai confini geografici deve essere tutta di tutti, meno però la striscia di Gaza che deve restare solo di qualcuno.

Dove sono i nostri rappresentanti della pace, nella politica italiana?  Tutti ad occuparsi di cose importantissime come abolire il senato, il bicameralismo, e già che ci sono anche un po’, un bel po’ di democrazia che se assunta a grandi dosi si sa, fa male perché libera dal male. Dov’è il punto di riferimento a cui ci possiamo affidare rispetto a quello che succede a qualche migliaio di chilometri da qui, a Gaza come in Ucraina, ma anche in luoghi dimenticati da tutti come la Siria? Non ce lo abbiamo. Da un bel po’ di tempo la figura del ministro degli esteri italiano più che essere una rappresentanza diplomatica ha molto più a che fare con  il referente col quale s’intrattengono relazioni commerciali che hanno a che fare con quella guerra che la nostra Costituzione invece, ripudia.

E questa è solo un’altra gigantesca vergogna italiana.

 A Gaza è in corso la fase finale della pulizia etnica dei palestinesi –

di Avram Noam Chomsky 

 

L’incursione e il bombardamento di Gaza non è per distruggere Hamas. Non è per fermare i razzi contro Israele, e non è per raggiungere la pace.

La decisione israeliana di far piovere morte e distruzione su Gaza, di usare armi letali dei moderni campi di battaglia su una popolazione civile ampiamente indifesa è la fase finale della campagna decennale di pulizia etnica dei palestinesi.

Israele usa sofisticati jet di attacco e navi per bombardare i campi profughi densamente popolati, scuole, case popolari, moschee, bidonville, per colpire una popolazione che non ha alcuna forza aerea, non ha difesa aerea, non ha una marina, non ha armi pesanti, non ha un’artiglieria, corazzati, nessuna cabina di comando, non ha esercito, e la chiama guerra. Questa non è una guerra, è un omicidio.

Quando gli israeliani nei territori occupati ora dicono di doversi difendere, essi stanno difendendo loro stessi nel senso che qualsiasi occupante militare deve difendersi dalla popolazione che sta stritolando. Non puoi difenderti quando stai occupando militarmente la terra di qualcun altro. Questa non è difesa. Chiamatela come volete, ma non è difesa.

 

 

Benvenuta Palestina [ma solo un po’]

https://i2.wp.com/nena-news.globalist.it/QFC/NEWS_80909.jpgComplimenti alla democraticissima America, sempre disponibile ad andare ad esportare la sua idea di democrazia, quella delle bombe, ma quando c’è da fare un passo avanti a favore della democrazia vera, quella che si ottiene coi trattati fra diplomazie così come dovrebbe essere sempre, non è d’accordo.

Chi nasce tondo [invasore], quadrato non ci muore.

I nove Stati che hanno votato no alla risoluzione per il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore sono stati naturalmente Israele, il Canada, gli Stati Uniti, la Micronesia, la Repubblica Ceca, le Isole Marshall, Nauru, Palau e Panama.

L’America, così come Israele, e gli altri staterelli che hanno votato no alla risoluzione ONU per il riconoscimento della Palestina quale stato “non membro” ma semplicemente osservatore, cioè, che deve rimanere alla finestra senza poter contribuire in qualità di stato a tutti gli effetti vogliono condannare un intero popolo al vagabondaggio così come è già accaduto ai Rom.
Ci sono perseguitati e perseguitati, evidentemente.

Quelli che oggi hanno la bomba atomica e sono in grado di sovvertire le sorti del mondo se vogliono, e quelli che non hanno mai avuto un esercito, non hanno mai dichiarato né fatto  guerre costretti a vivere ai margini, nel fango di una terra che non può mai essere anche la loro perché qualcuno ha deciso che deve essere così, tutto questo accade in questo meraviglioso terzo millennio.

E’ il progresso.

E’ la civiltà occidentale.

 

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Il genocidio infinito

Se un terrorista compie un attentato è giusto radere al suolo la città dove si presume che risieda l’attentatore più o meno come ha fatto l’America quando per vendicarsi delle torri gemelle è andata a bombardare l’Afghanistan tutto intero? o quando per prendere un dittatore ha dilaniato l’intero Iraq? perché se il ragionamento è questo è inutile che stiamo a parlare.

Per combattere la mafia nessuno ha mai pensato di buttare l’atomica sulla Sicilia, mi pare. Come è altresì ridicolo che l’obiettivo delle bombe indossi magari una maglietta con su scritto “mirate qui”; la Palestina non ha nemmeno un esercito, Israele ha l’atomica, far notare la discrepanza è offensivo per l’intelligenza di tutti.

Sottotitolo: L’inutilità degli organismi internazionali, quelli preposti a far sì che il mondo viaggi sull’onda della pace e non delle guerre infinite è testimoniata dalla loro vigliacca attesa che Israele e Palestina si massacrino un po’ – ancora un po’ – prima di dire che non è proprio giusto. C’è una guerra, va fermata e vanno creati due stati : prima che la mattanza non lo renda più necessario in quanto i morti saranno più dei vivi.

Maudite soit la guerre, ma maledetti pure quelli che non fanno niente per fermarla.” [Cecilia Strada]

A me  dà fastidio, un enorme fastidio che il discorso sulla questione palestinese non si possa mai affrontare senza scatenare una canea di inutili polemiche.
Il corto circuito in forza del quale se si dice che Israele ATTUALE è un paese governato da violenti e guerrafondai che non ha nulla da invidiare ad altri stati governati da violenti guerrafondai scatta subito la definizione di essere qualcuno che sta contro questo e pro quell’altro.

Che non sa, che non può capire e quindi farebbe meglio a tacere.
E’ assurdo che non si possa dire che Israele sta esercitando una violenza abnorme sul popolo palestinese per non dover passare per quella che ce l’ha con il popolo ebreo; questo è un corto circuito intellettuale che il mondo non si può più permettere se davvero si vuol mettere la parola fine a questa guerra per un pezzo di terra.

Penso che nascere in un posto invece che in un altro sia solo una casualità, una coincidenza più o meno fortunata, che terre di proprietà non ne dovrebbero esistere più per nessuno, figuriamoci dunque se qualcuno può difendersele a suon di bombe.

Non mi interessa approfondire la questione da un punto di vista storico cronologico né mi interessa sapere chi ha cominciato prima; io sono quella dei principi, chi mi legge lo sa, e, per principio,  ritengo semplicemente assurdo che si possa parlare di difesa di un diritto in presenza di uno sterminio di innocenti.

Perché se vale la regola che nel 2012 si possono ammazzare bambini per difendere un diritto, quale che sia quel diritto, io mi arrendo; perché allora vale per tutto e per tutti.

E il fatto che Israele sappia che i suoi obiettivi sono in mezzo alla gente ma continua a bombardare la gente ritengo che sia solo un’aggravante, non una giustificazione; aver subìto la persecuzione nazista non può diventare il bonus sempiterno col quale giustificare i crimini  commessi da Israele.

La Shoah è stata la peggiore atrocità che l’uomo moderno abbia potuto ideare e realizzare, ancora oggi ci sono olocausti che continuano in forme diverse contro gente diversa, ad esempio in Siria,  nell’assoluta indifferenza della politica internazionale, ma questo ricatto mondiale che Israele impone in virtù della persecuzione che subì il popolo ebraico non è più umanamente e intellettualmente sopportabile.
Di fronte a bambini maciullati a grappoli dalle bombe israeliane non si può più fare il giochino fra chi cell’ha più lungo.

Il Nobel per la pace, nonché presidente degli Stati Uniti da sempre sostenitori della politica di Israele  Barack Obama chiede una tregua ai bombardamenti, il time out come in una partita di basket. 

Lo Stato di Israele sta compiendo crimini contro l’umanità con il beneplacito di due  premi Nobel per la pace: l’Europa, appena premiata per chissà quale merito visto che si è sempre allineata a chi le guerre le fa e non a chi le subisce, e Mr Obama che fu omaggiato sulla fiducia e non sui fatti concreti tipo smettere di andare a bombardare mezzo mondo per meri interessi economici, quindi praticamente con il permesso di tutto il mondo.

Eh, bei tempi quando l’America andava ad esportare un po’ di sana democrazia, no?

Ma ovviamente non si può nemmeno dire che laddove gl’interessi sono ben condivisi oppure in quei paesi dove non c’è niente da arraffare, da derubare, l’America non è mai andata a mettere il becco nelle faccende interne ad uno stato.
Una settantina di  morti e qualche centinaio di feriti, dieci di quei morti sono bambini [ma è ancora mattina presto e la conta dei morti può cambiare: ore 13:45 un palestinese è stato ucciso durante un raid aereo che ha colpito la sua macchina nei pressi di Duwar Al Saftawi a Nord della Striscia di Gaza. Il bilancio sale a 94 morti.], gente che non può nemmeno essere curata perché nella striscia di Gaza mancano medici, medicine e perfino la corrente elettrica.
Però mi dicono che non ci si deve indignare di fronte a bambini che muoiono perché bisogna leggere i trattati e poi parlare.

Mi dicono che la colpa non è di chi bombarda ma degli obiettivi delle bombe che si nascondono fra la gente; poi penso, cazzo, ma sono gente anche loro, e dove dovrebbero stare?

Mi dicono che Israele ha il diritto di difendere un pezzo di terra sterminando bambini.

Mi dicono tante cose che io non voglio nemmeno sforzarmi di capire.
Non mi interessano le cose da esperti, ma mi interessano, eccome, le cose che vedo.
E se qualcuno pensa che quelle cose, quei bambini fatti a pezzi da una bomba siano giuste, comprensibili, giustificabili, in virtù della difesa di un diritto quale può essere un pezzo di terra,  io mi riservo la libertà di non pensarlo.