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Non è il posto che fa la gente, è sempre stato il contrario

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In fin dei conti i social ricreano in chiave moderna quella che era l’arena di un tempo, il luogo in cui si decideva l’innocenza e la colpevolezza delle persone per mezzo di un gesto molto simile al like di facebook.
Io trovo perfettamente inutile spostare il problema come sempre sullo strumento web, è pieno di casi antecedenti ad internet che si possono paragonare a quello che avviene qui.
Serial killer, assassini di genitori e fratelli che ricevono lettere da ammiratori e ammiratrici, Charles Manson ora ottantenne, più di mezza vita passata in un carcere, satanista, regista e attore fra gli altri dell’omicidio di una donna incinta convolerà a giuste nozze con una ventiseienne che lo ritiene innocente, una vittima.
Pietro Maso, che tolse di mezzo i genitori ha un vero e proprio fan club come pure Angelo Izzo, uno dei responsabili della strage del Circeo, anche lui felicemente coniugato in galera dopo aver commesso altri due omicidi nel paese che un’altra possibilità l’ha sempre data a tutti meno a chi la merita.
L’infermiera di Lugo di Romagna accusata di aver ucciso 38 pazienti riceve regolarmente lettere da ammiratori e ammiratrici in carcere.
Raffaele Sollecito e Amanda Knox hanno ricevuto proposte di matrimonio quando erano in carcere.
Quindi non c’è da interrogarsi sul perché uno che ammazza la sua ex moglie, la madre di sua figlia riceva consensi tramite il web per il gesto criminale, c’è da chiedersi piuttosto come mai ci sia tanta gente incapace di condannare la violenza, di trovare anzi una giustificazione all’atto criminale di sopprimere una o più vite.
Ho letto ieri coi miei occhi in una bacheca di un’ amica un uomo che, relativamente ai problemi di coppia ha scritto: “ci sono situazioni in cui un vaffanculo non basta”. Quindi significa che si legittima il passo successivo, se il vaffanculo non basta ci vuole lo schiaffone, e se non basta nemmeno quello che si fa?
Quante volte di fronte alla violenza, allo stupro ci troviamo di fronte al fatidico “bèh, un po’ se l’è cercata”, perché magari la vittima si veste in un certo modo, ha un fare disinvolto, oppure esce la sera, il che per certi cervelli bacati implica automaticamente dover rischiare la propria incolumità o, peggio ancora, si considerano atteggiamenti che meritano la punizione.
E quando come prima reazione non c’è la condanna ferma e senza ma alla violenza ma si preferisce girare intorno al dramma cercando una motivazione significa che non è la Rete che facilita l’espressione volgare, becera, razzista, violenta ma che tutte queste cose sono dentro chi le manifesta poi col commento e l’apprezzamento. Significa che non dobbiamo considerare nemico il social ma, come sempre, chi lo fa.
Quella stessa gente che poi ci ritroviamo ovunque nella nostra vita quotidiana, non nasce e muore qui dentro.

Quello che è accaduto ieri è solo la conseguenza della fallimentare teoria del “lasciamoli parlare così la gente capisce con chi ha a che fare” da cui si trae ispirazione quando s’invitano nelle pubbliche ribalte persone di cui si conosce esattamente il pensiero. Quando si chiede a giovanardi il parere sugli omosessuali e gli ammazzati di stato o alla santanché sull’Islam. O a salvini sull’immigrazione. Questa perversione di continuare a far esprimere, col solo scopo di aizzare le folle e alzare lo share da radio, tv, social media gente che veicola il pensiero discriminatorio, razzista, violento e che poi viene ripreso e rilanciato da migliaia di imbecilli, le folle, che sanno di poterlo fare perché dopo non succede niente.  I fomentatori della violenza sono i programmi come Piazza Pulita dove si trattano temi delicati e verso i quali servirebbe un grande equilibrio ma che invece si fanno commentare a chi soffia sul fuoco dell’intolleranza violenta. Se un demerito il web ce l’ha consiste nella libertà che offre a tutti di potersi esprimere in tutti i modi,  la possibilità che invece andrebbe un po’ meritata di rendere pubblico quello che un tempo si condivideva in un contesto ristretto, la famiglia, gli amici. La chiacchiera da bar estesa al dibattito, trasformata poi in argomento del quale si parlerà sine die. Cose di una banalità disarmante, tipo di post di Selvaggia Lucarelli che trovano migliaia di adesioni, condivisioni pur non aggiungendo una virgola alla cultura, all’informazione. La Rete una responsabilità ce l’ha in quanto tutti hanno libero accesso alla diffusione dei propri pensieri il più delle volte senza il passaggio essenziale nel filtro della riflessione proprio perché a costo e rischio zero, una volta questo era un’esclusiva di scrittori, giornalisti, gente comunque con un grado di cultura elevato, oggi no. Tutti opinion makers della qualunque. Tutta gente poi che pretende che ogni sua scemenza si possa inserire nella cosiddetta libertà di espressione/opinione sul cui altare viene spesso sacrificata invece la semplice decenza: istigare alle violenze è un reato, non è un’opinione.
Così come non sono opinioni le apologie di razzismo e fascismo.
Quando si capirà questa semplicissima cosa sarà un gran bel giorno.

Ieri si è riproposto lo stesso teatrino del servizio di Chi sulla Madia che mangiava un gelato, un episodio da confinare nell’indifferenza totale che invece è stato oggetto di giorni e giorni di dibattiti,  naturalmente “serissimi”  di tutti quelli che per denunciare uno squallore l’hanno rilanciato migliaia di volte. Un po’ come combattere le volgarità col turpiloquio.

Questo paese è pieno di deficienti, di gente che ha scelto di vivere nella sua ignoranza in cui coinvolge poi tutti gli altri, quelli che s’impegnano a capire,   anche per mezzo delle sue scelte elettorali;  chi ha  cliccato il like all’assassino poi va a votare come anche chi si augura la riapertura dei campi di sterminio per i Rom, l’Italia è profondamente diseducativa per i figli che stanno crescendo adesso.
Non sono solo i crimini il pericolo, la politica disonesta, ma è tutta quella gente che non sa articolare uno straccio di pensiero che sia pulito, anche semplice, non necessariamente di uno spessore culturale elevato ma almeno privo della malvagità ignorante che ogni giorno siamo costretti a leggere qui dentro.
Perché questa non è la Rete, è la vita quotidiana di tutti noi che gente così inquina e avvelena con la sua ignoranza criminale. I complimenti all’assassino sono solo l’ultima conferma di una deriva culturale e sociale difficilmente recuperabile.

IL FEMMINICIDIO SU FACEBOOK E LA DERIVA DEL “MI PIACE” – Gabriele Romagnoli 

Come la caduta di un albero nella foresta aveva necessità di una ripresa televisiva per essere reale, così un femminicidio ha bisogno di un contorno social per fare (ancora) notizia? I like all’annuncio del delitto da parte dell’ennesimo ex marito incapace di rassegnarsi sono altrettante e ulteriori coltellate o soltanto quel nulla in più che però rende il tutto nuovamente scabroso e inaccettabile?

L’assassino, Cosimo Pagnani, anni 32, della provincia di Salerno, non risponde né a queste né ad altre domande. Arrestato, tace. Ferito, non a morte. Da se stesso, in tutti i possibili sensi. La sua è una storia che si ripete, con un’appendice neppure troppo sorprendente. Gli elementi di realtà sono scarni e consueti: un uomo e una donna si incontrano, si amano e si sposano, hanno una figlia, la passione finisce, a uno dei due quel che resta non basta, si separano, lui non lo accetta (accade anche il contrario, ma le Medea sono una contro dieci), quando lei trova un altro il risentimento esplode, dalle recriminazioni si passa alle minacce, dalle urla ai colpi di qualche arma. A rendere particolare la vicenda è il suo svolgersi, parallelamente, nel mondo di Facebook: è lì che tutto si deposita, lascia tracce, monta. Lì adesso inquirenti e media ricostruiscono personalità dell’omicida, escalation della battaglia tra lui e l’ex moglie, modalità del delitto. E rinvengono, a margine, utili a futura memoria, tracce di diffusa imbecillità.

Per spiegare chi sia quest’uomo vengono messi in fila i suoi selfie. Appare in tenuta da caccia e in costume tirolese, ma non è chiaro in quale delle due immagini volesse realizzare una parodia. Lo pervade quella disperazione che abbassa la soglia del pudore, spingendolo a mostrarsi fiero di un nuovo piercing, sullo sfondo delle piastrelle da doccia, testimone un bagnoschiuma, o in tenuta da superatleta, senza il fisico corrispondente, nel tinello. Esibisce ingenuamente le proprie passioni: il fucile appoggiato a un sasso, il paesello visto dalla collina, il furgone con cui lavora.

Con personaggi così in America ci fanno sit com di successo. Ma Cosimo Pagnani ha perduto ironia e amabilità perché ha perduto un ingrediente indispensabile: la famiglia. Ha sostituito i sentimenti ordinari con dosi straordinarie di affetto (per la figlia) e di rancore (per l’ex moglie). È sempre dai suoi post su Facebook che emergono la devozione per la bambina, “principessa”, e l’odio per la donna, che gliel’ha “rubata”. Per comunicare tra di loro i due non usano né telefono né av- vocati, come avviene in questi casi, ai diversi livelli di ostilità. Di nuovo, tutto avviene su Facebook che si trasforma nel loro teatro. Gli amici comuni sono gli spettatori, hanno accesso ai loro dialoghi, li commentano, applaudono chi l’uno chi l’altro. È lei a dettare tempi e modalità di questa recita e rifiutare ogni altra forma di contatto. C’è chi ammira la sua risolutezza, chi solidarizza con l’amarezza di lui, che si sente defraudato ma ritrova la forza di sperare e giura che tornerà “felice da morire”. Non è questo il messaggio più sinistro, il peggio deve arrivare. Se lui fosse rimasto in Germania dove ha trovato lavoro, se i loro scambi fossero rimasti su Internet non sarebbe successo nulla di irreparabile. Con tutta la sociologia demonizzante la Rete può rendere ridicoli e volgari, ma non uccide. Per quello occorre ancora la vecchia, mai obsoleta, realtà. La rappresentazione però esige un finale nello stesso teatro in cui si è svolta e quindi Cosimo Pagnani, sanguinante, manda dal cellulare un ultimo post annunciando il delitto con un estremo insulto alla vittima. Per come tutto è accaduto è una chiusa che gli sembra, e quasi è, necessaria.

Dopodiché parte la reazione del pubblico, per lo più positiva. Il profilo viene rimosso quando ci si accorge che i like sono oltre 300. Qualcuno pensa che siano giudizi inavvertiti, ma un altro frequentatore della rete controlla: solo 32 sono precedenti alla notizia dell’omicidio, gli altri 265 vengono apposti quando la fine è nota. Parlare per questo di social murder sarebbe una sciocchezza: Facebook è uno strumento come lo è un coltello, utilizzabile da un raffinato chef o da un matto. La caratteristica del giudizio emesso in Rete è l’assenza di mediazione, una specie di intercettazione senza filtro, nemmeno della voce al telefono, peggio: del pensiero nella testa.

Schiacciare like è un gesto da scimmia in laboratorio, si reagisce con un istinto primitivo e, quindi, più bestiale che umano. La cosa veramente esecrabile è che dopo, con tutto il tempo per riflettere e agire di conseguenza, decine di siti abbiano pubblicato il post dell’assassino così com’era, insulto postumo incluso. E giudizi morali a seguire.

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