Liberté, égalité, fraternité e laïcité

 

Mercoledì 14 gennaio il nuovo numero di Charlie Hebdo sarà in tutte le edicole italiane in allegato a il Fatto Quotidiano. È il nostro modo di essere vicini e di esprimere solidarietà alla redazione del settimanale francese sanguinosamente colpito dalla strage di Parigi e di testimoniare tutto il nostro amore per la libertà di espressione e dunque di satira. Ringraziamo gli amici di Charlie Hebdo, e quelli di Libération che li ospitano nella loro sede, per avere subito accolto con gioia la nostra proposta, così come quelle del New York Times per gli Stati Uniti e di alcuni altri quotidiani europei. Dal ricavato dell’iniziativa “il Fatto quotidiano – Charlie Hebdo” (in edicola al prezzo di 2 euro) trarremo una donazione per le famiglie dei colleghi giornalisti e vignettisti uccisi.

Mi fanno molto ridere quelli che condannano la violenza ma non la libertà di potersene fregare allegramente del rispetto per la religione imposto con la legge, o sotto la minaccia del terrore e iniziano e finiscono i loro bei discorsetti con la frasetta di circostanza: “lo dico da ateo, o atea”.
Provate a sostituire l’aggettivo “ateo” con “laico”, perché la libertà che si difende non è atea e non è religiosa ma è laica, ovvero di tutti: degli atei e dei religiosi.
La laicità è una cosa meravigliosa proprio perché garantisce la libertà di tutti, non solo di qualcuno o di nessuno. La laicità è quella cosa che ci permette di prendere le distanze dal fanatismo, dal simbolo sotto il quale si sono sempre riparati tutti quelli che credendo nel loro Dio pensano di avere dei diritti in più di chi non crede – perfino delle leggi speciali a tutela della creduloneria popolare – ma è comunque costretto a sottostare, subire non solo la visione di quei simboli in luoghi dove non devono stare ma anche la negazione dei diritti civili in virtù dell’ingerenza religiosa nella politica che per non offendere i cattolici più integralisti,  ma soprattutto per non perdere i loro voti,  non permette che i cittadini possano avere a disposizione la possibilità di vivere una vita più libera e più garantita nel rispetto di quelle che sono scelte personali che uno stato civile ha il dovere di riconoscere rispettandole. La laicità serve ad abbattere il falso mito di una spiritualità malata, viziata dalla suggestione e dalla soggezione, dall’ipocrisia di morali doppie e triple: basta vedere l’atteggiamento della chiesa verso i potenti anche quando sono delinquenti, tiranni, dittatori sanguinari. Serve a smontare la grande menzogna della vita bella nell’altro mondo che nessuno ci ha mai potuto raccontare  su cui si fondano le religioni: quel regno dei cieli per i cattolici,  le 72 vergini che spetterebbero di diritto al “martire” disposto a morire per difendere il Profeta. In un mondo a misura di lacità nessuno penserebbe di ammazzare gente per affermare la superiorità della sua religione sulle altre perché, come dice Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo  scampato alla strage, “sono tutte cretine allo stesso modo”.  E nel mondo normale si deve poter dire anche che le religioni, basate su delle idee e non sulle persone sono cretine senza rischiare la vita.

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Dio è incompatibile
con la democrazia
 – Angelo Cannatà per Micromega

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Quello che molti non hanno capito è che Charlie Hebdo sfotte e irride le idee, non le persone.
Che non è colpa di Charlie, di nessuna satira, letteratura né di qualsiasi arte sia stata prodotta nei secoli per far aprire la mente alla gente se a certe idee si è voluta dare la forma, la figura di divinità che non ci hanno mai fatto la cortesia di mostrarsi ma sono state create – al solo scopo di sedurre – ad immagine, somiglianza e fantasia di chi ha realizzato le religioni: la forma più violenta di controllo e sottomissione dei popoli. Ed è lì che la satira agisce, su quella forma di controllo e oppressione rappresentata non dalle figure delle varie rappresentazioni di Dio ma sulle idee, quella parola di Dio per mezzo della quale quell’oppressione e quel controllo hanno avuto, hanno ancora una ricaduta nella sfera civile, privata dei cittadini e politica delle società.
La laicità, tanto invisa a chi soprattutto in politica che nella religione trova un grande alleato e ha tutto l’interesse che si mantengano vive ed attive tutte le forme di controllo sui popoli, ha proprio la funzione di smontare la veridicità di teorie che non hanno nessun fondamento né riscontro nella vita reale, di conseguenza non permettere che abbiano la possibilità di essere usate per controllare ed opprimere, ordinare, modificare, obbligare, imporre uno stile di vita basato su un senso etico e moralisteggiante tipico delle religioni che vorrebbero imporre un senso uguale per tutt*. Teorie che non hanno, invece, nessun diritto di invadere la vita reale fatta di persone diverse che il senso alla loro vita lo danno nel modo che vogliono: ognun* il suo.
Il laico non dice di non credere in Dio, dice: credi pure nel tuo Dio ma fai in modo che resti una cosa tua, un sentimento di fede privato che non deve interferire nella vita di tutti del mondo reale condizionandola.
Cosa che invece le religioni fanno in assoluta libertà sostenute proprio dalle politiche che dovrebbero mettere una diga fra le faccende di stato e quelle inerenti la religione. La responsabilità dei cosiddetti scontri di civiltà che non si limitano alla messa in discussione delle idee ma provocano violenza e morte è quindi soprattutto politica, di gente irresponsabile che per opportunismi e interessi politici, economici invece di chiudere la diga l’ha spalancata senza curarsi delle conseguenze.

Nota a margine: dare ad una persona esistente le fattezze fisiche di una scimmia come ha fatto l’imbecille leghista con l’ex ministro Kyenge non è satira, è razzismo becero, perché nel momento in cui si paragona la persona alla scimmia non si sta contestando il suo pensiero ma si vuole offendere e denigrare proprio la persona mettendola ad un livello inferiore, quello di un animale.
E chiunque abbia bene chiaro in mente cosa significano la discussione, il dibattito, la critica sa benissimo che tutto questo non può e non deve mai riguardare la persona ma solo e soltanto il suo pensiero.
Non esiste il diritto al rispetto per le idee, un’idea diventa rispettabile quando trova appunto riscontro nel concreto, quando costruisce, quando è finalizzata al bene, esiste però quello per le persone ed è inalienabile, ecco perché viene garantito e tutelato dalla legge.

La Chiesa che condanna le mafie

Di quale chiesa parliamo, quella che ha seppellito un boss criminale in una chiesa che per toglierlo da lì ci sono voluti vent’anni durante i quali è stato impossibile indagare sul perché un criminale avesse potuto trovare spazio in una basilica al pari di papi e santi?

E di quale stato parliamo, quello che fa fare le leggi per gli onesti ad un delinquente amico stretto della mafia criminale, quella che fa saltare autostrade e palazzi e scioglie bambini e donne nell’acido? 

 

CASELLI: “IL PAPA È IL NEMICO” 

Già procuratore capo di Palermo e numero uno del Dap il magistrato ritiene che sia “importante che la Chiesa non ceda, che non faccia passi indietro” rispetto al gesto dei mafiosi di non partecipare alla messa. “La coraggiosa denuncia del Papa non deve restare isolata, va sostenuta da tutta la Chiesa. Altrimenti rischia di essere occasionale e quindi sterile. Guai se l’inchino fosse accettato. E se il vescovo Francesco Milito ha già detto che prenderà provvedimenti, auspico che faccia la stessa cosa lo Stato”.

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Se dei carabinieri, forse per la prima volta nella storia di questo paese, compiono il gesto palese, evidente ma non sufficiente  perché TUTTI i cittadini onesti avrebbero dovuto girare le spalle al solito gesto di riverenza al padrino mafioso,  di abbandonare una processione religiosa dove si è ripetuto l’atto, che ormai, salvo rare eccezioni coraggiose, è diventato anch’esso parte del folklore di far fare l’inchino al mafioso ad una statua che può rappresentare un santo o una delle figure della sacra famiglia i provvedimenti seri non li deve prendere il vescovo ma lo stato.
Perché questa è una questione di stato, non religiosa.
E’ un’abitudine che si è incistata nella subcultura popolare dove tutto si mescola, anche la criminalità sanguinaria alla religione.
E alla criminalità mafiosa ci deve pensare lo stato non chi, anche dalla parte della chiesa, ha sempre guardato con indifferenza e ancorché riverenza, rendendolo qualcosa di normale, l’atto di fedeltà della religione alla criminalità mafiosa.

MA

In fin dei conti è giusto, ognuno si sceglie i suoi rappresentanti, e quello che si fa fare ad un pezzo di gesso è semplicemente quello che ha sempre fatto la maggior parte della gente: inchinarsi davanti alla delinquenza e alla criminalità. Per paura, convenienza, perché qualcuno lo ha fatto prima e qualcun altro ha pensato di dover portare avanti questa tradizione. Perché se la maggior parte della gente avesse alzato la testa invece di chinarla in segno di rispetto forse qualcosa di questo paese si potrebbe ancora salvare. E invece non si salva niente nel paese dove anche lo stato si è inchinato davanti alla mafia quando, per mezzo di certi suoi rappresentanti alti e altissimi, ha pensato che fosse più proficuo trattare con la criminalità mafiosa, piuttosto di combatterla sul serio. E non si salva niente dove ad un amico della mafia si chiede di collaborare alla stesura delle leggi, alla riforma di quella Costituzione dove nessuno aveva previsto che bisognasse stringere accordi, e la mano, ai referenti della mafia.

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Oppido, parroco: “Cacciate cronista del Fatto”
Solidarietà Cei – E la Dda apre un’inchiesta
Figlia boss: “Orgogliosa di mio padre” (video)

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LA FEDE CRIMINALE – Roberto Saviano

Gli affiliati alle ‘ndrine rinchiusi nel carcere di Larino hanno deciso di non partecipare più alla messa. Da settimane attuano una sorta di sciopero religioso.

DOPO la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile — hanno detto al cappellano don Marco — andare a messa — È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti. L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di ‘ndrangheta. Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali. Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa. Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?
Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo. Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra. Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica. Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare. Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan.
Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione. La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa.
Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo («ero carcerato e siete venuti a trovarmi») il conforto ai detenuti. È un manifesto. È una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa. Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
Sottolineano: siamo scomunicati perché ‘ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà. Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società. Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue».
La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile. Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti. Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che — come in molti hanno lasciato trapelare — da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio.
Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata. Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali. Un’esclusione vera, radicale, definitiva.

Da La Repubblica del 07/07/2014.

 

 

Crozza delle meraviglie

“Nel paese sta dilagando il Razzi-pensiero: “pensa alla tua famiglia e fatti li cazzi tua”. [Maurizio Crozza]

“In questo periodo la Chiesa è in un momento fulgido… ha finalmente trovato il Papa perfetto! E’ come quando l’Algida ha beccato il Magnum. Questo Papa non è il Vescovo di Roma… è il Vescovo di Roaming. Da marzo a oggi, ha già consumato 35 SIM. Chiama tutti: il suo calzolaio, l’edicolante, studenti, donne incinta, signore scippate, bambini a Betlemme… tutti, chiama tutti.” [Maurizio Crozza]

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Crozza Papa Francesco 

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Si può credere o non credere, interessarsi alle religioni per fede o semplicemente per interesse, cultura, per spirito di comprensione. Ma il messaggio che arriva da questo papa è inequivocabile: lui parla di cose tangibili, tutt’altro che trascendentali, della realtà che ci riguarda da vivi, non in un’ipotetica prossima vita, il suo è lo stesso identico pensiero di una laicissima e ateissima Margherita Hack quando diceva che noi atei sappiamo di doverci comportare bene qui, in questa vita non per sperare nella gloria della vita eterna ma perché le leggi morali le hanno fatte donne e uomini da che esiste il mondo. E per questo andrebbero rispettate senza doversi aspettare una ricompensa in una prossima e ipotetica vita alla quale non tutti credono e sperano.

L’imitazione del papa di Crozza non è un semplice sketch: è una metafora. Io ci ho visto una grande rappresentazione dello squallore della politica italiana. La metafora inizia da Ratzinger che lascia, cede il passo, in un certo senso si umilia, dice al mondo: “non sono più in grado di fare il papa”. 

Il secondo papa nella storia della chiesa che se ne va da vivo.
Un gesto importante che nessun politico italiano ha mai fatto: nessuno dice mai “lascio perché non sono in grado”. Restano tutti, purtroppo. Anche da condannati alla galera.

E al suo posto arriva l’uomo semplice, quello che viene da lontano, che non chiede le larghe intese con “quello di prima” ma dimostra subito di avere un’altra visione di come deve essere concepita la sua missione. 

Il papa che si paga l’albergo, che snobba la security, che si fa toccare dalla gente, che fa gesti non previsti da un’etichetta vecchia, desueta. 

Il papa che capisce che il mondo è cambiato e che ci sono realtà che la chiesa ha ignorato, e quando non lo ha fatto ha giudicato, escluso, emarginato, realtà che non si possono più mettere sotto al tappeto dell’ipocrisia: i gay, le donne che abortiscono, chi divorzia, la politica disonesta che corrompe e si fa corrompere.

Il papa che telefona a privati cittadini per dirgli che è cosciente dei loro problemi, che vuole sentire e toccare personalmente le sofferenze dei cittadini comuni, non dare la precedenza ad udienze private che di solito i papi concedono solo a chi problemi non ne ha ma in compenso li crea.

Nello sketch il papa si porta il frigorifero da 76 chili sulle spalle, ovvero quello che lui sta mettendo a disposizione di tutti: i consigli, la sua umanità, il suo ripetere tutti i giorni che così non va bene, che bisogna cambiare. 

E con quel peso sulle spalle si preoccupa di cercare l’autobus per la prostituta, telefona a Scalfari “contemporaneamente” [e non sa cosa pesa di più].

Ma quando la signora destinataria di quel frigorifero in regalo lo vede con quel peso enorme sulle spalle anziché essere contenta del pensiero lo rimprovera, gli dice che quel frigorifero non le va bene, che mal si addice alle dimensioni della sua piccola casa [il parlamento?] e al colore delle sue mattonelle. Tant’è che il papa le dice addirittura di essere disposto a cambiarle le mattonelle piuttosto che riportarsi indietro il frigo.

Quel frigo che è troppo alto, che è “troppa roba”, che la signora rifiuta in malo modo, gli dice che se quello è tutto ciò che sa fare questo papa andava bene pure “quello di prima”. Quello dei giudizi e degli anatemi, quello più adatto allo spessore etico, morale e umano di questa politica.

La vedova Crocetti non rappresenta altro che la disgustosa ipocrisia della politica italiana da sempre inginocchiata e prona al vaticano e alla chiesa, sempre ben disposta a negare quei diritti che renderebbero più civile questo paese, più buono, per mero opportunismo, per non perdere i voti dei cattolici cattivi, egoisti ma che all’atto pratico non ha mai messo in pratica i più elementari concetti espressi dalla cristianità, quelli della solidarietà, dell’accoglienza, dell’onestà ma al contrario ha sempre preferito applicare la teoria del Razzi pensiero: quella del “pensa alla tua famiglia e fatti li cazzi tua”.