#‎iosonocharlie‬. Purché la satira non disturbi i manovratori, di terra e di cielo

#iosonocharlie, purché resti a casa sua.

Sono tutti Charlie ma pochi hanno rischiato la vita e l’hanno persa per esserlo fino in fondo, senza ipocrisie, pregiudizi, senza preoccuparsi se fosse opportuno e conveniente.

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Le immagini del terrorista che spara in testa al poliziotto,  gli dà il colpo di grazia hanno fatto il giro del mondo a tutte le ore. Ugualmente quelle di ieri che lo scrupoloso Mentana ha mandato in onda fuori dall’orario di fascia protetta in cui vengono mostrate le immagini dell’irruzione delle teste di cuoio francesi nel supermercato con tanto di cadavere in primo piano. Nessuno ha chiesto di non mostrare al mondo queste immagini violente per non urtare la sensibilità dei familiari dei coinvolti nella strage di Parigi. Ad un presunto diritto di cronaca si può e si deve sacrificare tutto,  la questione si rovescia, si riempie di suggerimenti, consigli, pretese, strumenti legali come il reato di “vilipendio alla religione” che costò a vauro una condanna a tre mesi  quando si tratta di satira che deve essere in linea col sentire personale. Ma la satira non tiene conto delle miserabili regole dettate dall’ignoranza di chi rifiuta tutto quello che non riesce a capire e impone per legge che lo facciano anche gli altri. E’ libera, nuda e per questo bellissima. I parametri dell’offesa non li stabilisce il sentire comune o quello personale ma il codice penale, e se ci sono stati in cui il culto non viene considerato una specie protetta da tutelare con leggi apposite la satira agisce di conseguenza, ovvero senza considerare i turbamenti e le opportunità.

Ad esempio io non tollero la violenza nemmeno quando è finzione. Non riesco più a vedere film d’epoca sul nazifascismo, mi vengono il mal di stomaco e la nausee perché so che quegli orrori sono stati commessi davvero, quando mio marito vuole vedersi un film d’azione dove si spara e si ammazza  me ne vado altrove dalla televisione. Nello stesso modo mi piacerebbe vivere in un paese e in generale in un mondo dove quelli che “la satira deve essere opportuna per non offendere” andassero altrove da immagini che non condividono soprattutto perché non le capiscono, in perfetta armonia con la libertà di poter vedere o non vedere quello che interessa, perché se oggi il pericolo è la satira domani potrebbe essere un film, un libro. Un tempo c’è stato chi bruciava persone che si ponevano delle domande, che mettevano il dubbio nella testa di chi si accontentava di quello che gli veniva detto senza guardare oltre, senza incuriosirsi, lo faceva in nome del suo dio, poi abbiamo avuto il nazismo che sul rogo ci metteva ancora persone e anche i libri e lo faceva in virtù di una superiorità di razza. Oggi qualcuno ci vuole mettere la satira perché disturba, questa è una follia pari a quella di chi si arma per uccidere.  Chiedere che la satira si adegui al sentire comune vuol dire arrendersi all’imbecillità criminale di chi non accetta che TUTTO si possa ridicolizzare, anche dio che se esistesse lo farebbe lui per primo.

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Mostrare le immagini di corpi dilaniati dalle bombe non aggiunge e non dà nessun contributo utile a far sì che le guerre smettano di essere.

 Eppure qui in Rete ci sono state discussioni ferocissime con gente che pretende che sia nel suo diritto postare corpi e corpicini spezzettati fregandosene bellamente se questo può dare fastidio a chi preferirebbe non vederle perché solo in questo modo, dicono, si può capire l’orrore della guerra. 

Per la satira, invece, bisogna essere “opportuni”, perché, dicono, non è giusto offendere e urtare la sensibilità di chi crede nel suo dio.
Io sono fra quelle persone che non pensa affatto che la visione di corpi massacrati nelle guerre serva da deterrente, che abbia una qualche funzione “educativa”, al contrario ho sempre pensato che mettere violenza su violenza faccia abbassare sensibilmente la soglia della percezione della violenza, ci si abitua a quelle immagini e poi comunque tutti sanno che in guerra si muore, vedere come non è necessario. Non per tutti, almeno.
La satira invece una funzione educativa ce l’ha, l’ha sempre avuta, è nata per questo.
Ai tempi dello stracitato Voltaire per qualcosa poi che non si è mai sognato di affermare come il morire per dare a tutti la possibilità di esprimersi, la satira prendeva già di mira la casta di allora, l’aristocrazia sullo stile “mangino brioches”, per mezzo della satira si cercava di illuminare le menti di chi accettava la sua condizione di sottomissione al potere senza reagire.
E la religione è esattamente questo: una forma di potere che sottomette, secondo me la peggiore perché quel potere viene esercitato per mezzo della seduzione, esige una fedeltà incondizionata imposta dal volere di entità che nessuno ha mai visto, sentito parlare ma che si esprimono attraverso il pensiero di uomini in carne ed ossa, testi, parole che poi vengono letti e interpretati in base a quello che si desidera ottenere a vantaggio di quel potere.
Non dubita, il credente, e guai a chi osasse mettere in discussione l’esistenza del suo dio.
Mentre il dubbio è il nutrimento essenziale dell’evoluzione umana sul piano culturale, senza il dubbio oggi la terra sarebbe ancora quadrata.
Le vignette di ‪#‎CharlieHebd‬ avevano e spero avranno ancora per lungo tempo la funzione di instillare il dubbio nelle menti, ecco perché se nessuna immagine di corpi insanguinati farà mai desistere l’umanità dal farsi la guerra, soprattutto in nome di quel dio rappresentato come buono, giusto al quale però si fanno dire un sacco di sciocchezze che poi gli uomini mettono in pratica il linguaggio della satira può servire eccome ad eccitare quel dubbio, smontare quelle teorie, quei dogmi che non servono affatto a vivere meglio ma che contribuiscono alla divisione e a tutte le forme di ostilità, come abbiamo visto anche le più violente.

3 maggio: Giornata internazionale della libertà di stampa e informazione

Naturalmente l’Italia, col suo 57° posto nella classifica internazionale di Report sans frontiéres  [l’anno scorso era al 61°], e in quella della Freedom House non è che le cose vadano tanto meglio, si può esimere dai festeggiamenti.

Laura Boldrini: “Sulla Rete campagne d’odio, è tempo di fare una legge” (Concita De Gregorio)

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Preambolo: mandare affanculo e sparare sono due cose diverse, ha detto vauro commentando una sua  vignetta ieri sera a Servizio Pubblico.
E se sparare è sempre sbagliato chi si veste coi panni del rappresentante di uno stato democratico che ripudia la guerra per Costituzione non dovrebbe dire che ci sono guerre giuste, giudicare irresponsabili e ancorché fiancheggiatori dei terroristi chi a quelle guerre si è opposto e si oppone come ha fatto varie volte Emma Bonino considerata, chissà perché, un personaggio politico di livello superiore.
Se la vita è ancora un valore universale dovrebbe esserlo per tutti, non ci sono situazioni che possono metterlo in discussione, chi spara lo fa per ammazzare, sia che indossi una divisa da soldato, da funzionario dello stato o la sua disperazione. La Bonino è un bluff democratico in cui è caduto perfino Lerner tutto contento che Emma sia stata nominata ministro degli esteri e che se lo merita perché “parla anche l’arabo”. E chissà con chi deve parlarci, in arabo.

 La risposta dello stato alla disperazione, al disagio sociale non è aumentare la protezione verso la politica raddoppiando e triplicando le scorte,  aumentando de facto le spese della politica e sottraendole, ça va sans dire, al sociale, quello in cui nasce e si alimenta la disperazione e tutte le sue conseguenze tragiche.

Quando uno stato guadagna fabbricando e vendendo armi, quando contribuisce alle guerre mandando il suo esercito a sparare nonostante una Costituzione che lo vieta, nessuno dei suoi rappresentanti dovrebbe permettersi di salire sul pulpito a dire che la violenza no, mai.

Questo lo possiamo dire noi che non fabbrichiamo e non vendiamo le armi, che non promuoviamo la giustezza della guerra e che mai accetteremmo di ammazzare gente per mestiere.

La biancofiore e micciché nella squadra di governo sono l’espressione della democrazia [quella esercitata sotto il ricatto di un malfattore] o un’istigazione alla violenza, almeno a quella mentale, nel senso che ognuno che conosca in che modo dovrebbe essere esercitata la democrazia può pensare quello che vuole?
Io mi riservo di pensare quello che voglio, e anche di dirlo e scriverlo, mi spiace per i fan sperticati dell’abbassamento dei toni e del linguaggio consono, ma finché in questo paese di consono non ci sarà niente a partire dalle sue rappresentanze più “alte” le conseguenze non possono e non potranno essere che queste.
Quando uno stato risponde al disagio sociale e alla disperazione aumentando la protezione alla politica, ostentando personaggi ambigui presentandoli come se fossero davvero statisti in grado di operare per il bene, non tutelando né dimostrando di preoccuparsi di chi è stato danneggiato, offeso, vilipeso da quello stesso stato bisognerebbe almeno piantarla con le ipocrisie.

In nessun paese normale un politico viene processato 24 volte, ha detto l’ottimo sallusti sempre da Santoro.
Ha ragione, nei paesi normali un politico che avesse accumulato una tale quantità di capi di imputazione da richiedere [sempre se questo fosse un paese normale. quindi esente da impedimenti più o meno legittimi e presidenti della repubblica che sgridano i magistrati invece degli imputati] la sua presenza ciclica nei tribunali in qualità di imputato, sarebbe stato fermato molto prima. E anche sallusti, se questo fosse un paese normale non avrebbe la possibilità di andare a pontificare in nessun talk show ma sarebbe a casa a riflettere sulla differenza fra informazione, diritto di critica e di cronaca e DIFFAMAZIONE, il reato di cui lui si è macchiato sei volte ma questo non ha impedito a Napolitano di concedergli il perdono istituzionale su cauzione. 
Ieri sera sallusti ha confermato che questo governo è nato sotto l’egida del ricatto di berlusconi come se fosse la cosa più normale del mondo, come se fosse normale che quella che doveva essere l’opposizione non si è mai opposta come ci ha ricordato un Travaglio superlativo, ma stamattina, sono sicura, ci sarà qualcuno che invece di guardare all’enormità del danno prodotto dalla politica di questo paese a questo paese preferirà criticare Santoro e Travaglio che “dicono sempre le stesse cose”, cosa che è del tutto naturale, se le cose sono le stesse da vent’anni.

“Ma che fai ahò, prima spari e poi dici chi va là?
Sentinella: è sempre mejo ‘n amico morto che un nemico vivo! 
Chi sete? semo l’anima de li mortacci tua! 
Sentinella: E allora passate!” [dal film La grande guerra, di Mario Monicelli]

Questi non hanno fatto nemmeno finta di sparare al nemico.
Sono passati direttamente all’annientamento dell’amico.

Marco Travaglio riepiloga la presunta guerra civile tra centrodestra e centrosinistra negli ultimi 20 anni.

In un paese collocato per libertà di stampa e informazione alle stesse posizioni di altri che almeno non si ammantano dell’aggettivo di democrazie ci mancano solo le leggi speciali per il riordino della Rete.
Non ci vuole nessuna legge speciale, evocatrice peraltro di periodi tristissimi, e tutti i paesi che hanno applicato restrizioni alla Rete secondo le loro leggi non si possono ascrivere nella categoria delle democrazie, in quella delle dittature sì.
Ci vorrebbe l’applicazione di leggi già esistenti, e se una pagina web veicola violenza, minacce, apologie di razzismi, fascismi, xenofobia e omofobia va chiusa e va denunciato il suo creatore, nonché i partecipanti consapevoli che contribuiscono alla diffusione di quella che non è libera espressione del pensiero ma un reato.
Vale per la pagina di facebook aperta dai soliti imbecilli frustrati in cerca di attenzione ma anche per quei siti tipo pontifex che, nello stesso modo diffondono odio e istigazioni alle violenze facendosi scudo con la croce di Cristo.
Ho imparato a diffidare della politica quando cerca di allungare le mani sulla Rete, anche se ufficialmente a fin di bene ma nascondendo in realtà la voglia di censura. Il web non ha bisogno di tutori terzi ma di responsabilizzazione individuale, da parte dei gestori di siti, portali e social network ma soprattutto di chi usufruisce dei servizi in Rete.

Perché poi se i parametri di libertà li stabilisce la politica sono guai.

 Non ho mai pensato che il web sia una zona franca ed esente da regole, anzi, essendo stata una vittima di quella “libertà” e pur avendo sperimentato personalmente cosa si prova ad essere molestati, minacciati continuo a rifiutare l’idea che si possano pensare leggi “speciali” per tutelare il quieto vivere virtuale.

Le leggi ci sono, basterebbe applicarle seriamente.

Il Portabugie
Marco Travaglio, 3 maggio

In questi tempi bizzarri accadono cose davvero strane. Càpita persino di ricevere lezioni di giornalismo e deontologia da Pasquale Cascella, giornalista di cui sfuggono i pensieri e le opere, ma non le parole e le omissioni. Giornalista dell’Unità a targhe alterne, Cascella fu portavoce di Napolitano presidente della Camera, poi di D’Alema premier (quando Palazzo Chigi divenne — Guido Rossi dixit — “l’unica merchant bank dove non si parla inglese”), poi di Violante capogruppo Ds alla Camera, poi di nuovo di Napolitano presidente della Repubblica. Dunque è Cavaliere di Gran Croce, Grand’Ufficiale e Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica, e ora candidato del Pd a sindaco della natìa Barletta. Ieri il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand’Uff. ha rilasciato un’intervista al prestigioso programma radiofonico La Zanzara: “La vicenda D’Ambrosio? Bisogna chiedere a Travaglio se non ha problemi di coscienza, per il modo in cui ha fatto informazione, non credo sia un modo di fare giornalismo. È stato un attacco mirato alla persona, a Napolitano. Mi chiedo come alcuni facciano informazione sul Fatto , come facciano a convivere con la propria coscienza e deontologia professionale, che nel caso D’Ambrosio è stata violata”. Questo monumento dell’informazione libera e indipendente si riferisce al magistrato Loris D’Ambrosio, come consigliere giuridico di Napolitano, sorpreso l’anno scorso dalle intercettazioni disposte dai giudici di Palermo sui telefoni di Nicola Mancino ad attivarsi, su richiesta dell’ex ministro indagato per falsa testimonianza, per deviare le indagini sulla trattativa Stato-mafia con pressioni sul procuratore antimafia Grasso e sui Pg della Cassazione Esposito e Ciani. Il Fatto , come tutti i quotidiani, pubblicò le telefonate, depositate e non più segrete. Criticò, come pochi quotidiani, le intromissioni del Quirinale in un’indagine In corso. E, come nessun quotidiano, diede la parola a D’Ambrosio con un’ampia intervista. D’Ambrosio disse di non poter rispondere sul ruolo di Napolitano mandante delle sue mosse (come emergeva dalle sue parole intercettate), perché era tenuto a un presunto “segreto” e a un’imprecisata “immunità” presidenziale. Ma s’impegnò a farlo se il capo dello Stato l’avesse svincolato. Il che purtroppo non avvenne: al posto suo intervenne Cascella per opporre il silenzio stampa. Il Fatto inviò le domande direttamente a Napolitano. Il quale rispose, con un dispaccio recapitatoci da un messo in motocicletta, che non intendeva rispondere. Però fece poi sapere che D’Ambrosio gli aveva offerto le dimissioni e lui le aveva respinte confermandogli “affetto e stima intangibili”. Anche quella fu una risposta ai nostri interrogativi, incentrati su una questione cruciale: quando D’Ambrosio svelava a Mancino di aver parlato a Grasso, Esposito e Ciani in nome e per conto del “Presidente” che “ha preso a cuore la questione” e “sa tutto”, millantava credito o diceva la verità? Il fatto che Napolitano gli confermasse fiducia significa che D’Ambrosio non millantava: obbediva agli ordini. Dunque tutto ciò che ha fatto, conseguenze comprese, è responsabilità di Napolitano (e Mancino). Forse tutto sarebbe ancor più chiaro se il Colle avesse divulgato il contenuto delle quattro telefonate Napolitano-Mancino, anziché scatenare la guerra termonucleare ai pm di Palermo per farle distruggere, a maggior gloria dell’inciucio. Non contento, quando D’Ambrosio morì d’infarto, Napolitano tentò di scaricare la colpa su chi l’aveva criticato. Ora il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand’Uff. Cascella ci riprova. Ma sbaglia indirizzo. Noi siamo a posto con la nostra coscienza, avendo esercitato il dovere di cronaca, il diritto di critica e di replica.

Chissà se può dire altrettanto chi usò D’Ambrosio come scudo umano e parafulmine.

Ma in Italia, oltre al principio di responsabilità, è stata abolita anche la vergogna.