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Di influenze, propaganda e libertà di espressione

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Sottotitolo: potenzialmente tutti possono diventare un punto di riferimento per il proprio settore, potenzialmente tutti possono crearsi uno spazio in cui sparare cazzate. [Veronica Gentili]

Preambolo: anch’io, in misura piccolissima, minima rispetto ai grandi opinion makers del web ho una piccola cerchia di persone che mi legge, mi segue e che sulle cose importanti è d’accordo con me, perché se è vero che il contraddittorio non prevede l’assenso sempre e comunque è  normale ed inevitabile che relazionarsi ogni giorno con continuità da una pagina web permette che si crei un’affinità, che le persone poi si ritrovino in quei concetti che dovrebbero essere universalmente riconosciuti come l’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto ad ogni forma di discriminazioni e violenze anche verbali. Ecco perché so di avere una responsabilità circa le cose che scrivo, che non posso mettermi davanti al mio computer e impiastrare questo blog e la mia pagina facebook di sciocchezze,  non posso istigare le persone che mi leggono con la persuasione malsana finalizzata a dirottare il  pensiero e incentivare reazioni violente e volgari. So che è mio dovere mettermi sempre di traverso davanti a chi nascost* dietro un nick ma anche disinvoltamente con nome e cognome usa la Rete per esprimere violenza e volgarità gratuite. Non sono mai stata d’accordo sulla teoria che in Rete è come fuori. Nella vita di tutti i giorni non ci si pone verso gli altri con la disinvoltura con cui molti lo fanno qui potendo contare sull’immunità. Prima di dire “puttanella succhiacazzi” in faccia a una ragazzina che per età potrebbe essere una figlia ci penserebbero. Non sarebbe possibile rovesciare le proprie frustrazioni sui colleghi di lavoro, in famiglia e con gli amici senza pagarne le conseguenze. E quello che manca qui è proprio la conseguenza,  l’assunzione di responsabilità, tutto diventa permesso in virtù della libera espressione del pensiero anche quando diventa oltraggio e  violenza. Una violenza da cui non sempre è possibile difendersi, non tutti abbiamo gli strumenti che può avere ad esempio il personaggio politico e quello pubblico, non per evitare di subire l’aggressione virtuale ma per obbligare all’assunzione di responsabilità quelli che pensano di avere un diritto all’offesa e all’oltraggio.

In un mondo sempre più dipendente dalla Rete è molto più facile orientare le opinioni di quanto lo sia stato quando le informazioni circolavano solo attraverso la carta stampata; l’opinionista, il giornalista oggi hanno meno potere di quanto ne abbia chi ogni giorno si esprime nei social e riesce ad acquistare una considerevole quota di consensi. 

Mille, duemila, cinquemila persone che fanno parte di liste di chi apre un account nei social e che ogni giorno si connettono a facebook, a twitter non solo per seguire quei siti che divulgano l’informazione ufficiale, quella che poi leggiamo anche nelle versioni cartacee dei quotidiani ma anche per andare a vedere cosa ha scritto quell’utente che, perché ha un sacco di gente che lo o la segue deve essere sicuramente affidabile.
Tutto questo fa sì che quell’utente diventi nel tempo un riferimento, le sue parole vengono condivise, fatte proprie, acquistano un’autorevolezza.
Molto spesso poi l’utente famoso, quello delle bacheche dei 5000 è la stessa persona che leggiamo in blog seguitissimi o in rubriche radiofoniche e televisive che trattano l’informazione riuscendo così ad ampliare il suo raggio di “influenza”.
Nella maggior parte dei casi queste persone agiscono in buona fede, ovvero fanno quello che fa qualche miliardo di persone ogni giorno in Rete: esprime i suoi punti di vista che si possono condividere o meno, confutare o prendere per buoni così come sono, ma c’è un sottobosco di “influencers” che non opera affatto in questo senso.
C’è una consistente presenza fissa nei siti online dei quotidiani e nei social, persone che scrivono sulla pagina pubblica del politico e del giornalista e che lo fanno su commissione, scendono ogni giorno nell’arena del web con lo scopo preciso di orientare le opinioni, fanno propaganda.
E questo costituisce un pericolo sì ma fino a un certo punto, chi conosce un po’ le dinamiche web sa benissimo dove andare ad attingere per informarsi e quali utenze meritano considerazione e attenzione. Impara a leggere e a selezionare. Io ho un contenzioso aperto da anni con la moderazione del Fatto Quotidiano on line dove si lasciano passare commenti violenti, offensivi e si censurano quelli che provano a restituire un livello civile alla discussione. L’influencer lo fa lo stesso media che poi ricava dei guadagni. Più gente entra in un sito e più il sito guadagna. Una discussione civile in Rete non “acchiappa”, è noiosa, mentre lo scontro, il botta e risposta attirano e invogliano a partecipare.
Ma che succede quando l’influencer è il segretario di un partito politico?
Prendiamo ad esempio il caso della liberazione di Greta e Vanessa ma anche la strage di Parigi: senza l’ossessionante martellamento di salvini circa le paure per “i milioni di tagliagole pronti ad ammazzarci tutti” e “lo schifo per il pagamento del riscatto” ci sarebbe stata lo stesso l’escalation di commenti violenti e incivili verso i musulmani che non sono terroristi e le ragazze colpevoli al massimo di ingenuità?
Io dico di no, perché il pericolo non è costituito soltanto dalle parole irresponsabili di salvini che mirano a fare cassa nel suo elettorato, sono parole che poi anche a fin di bene e col solo scopo di contrastarle e dissociarsene vengono condivise, riprese, fatte circolare in ogni dove.
Ed è lì che scatta l’influenza in grado di orientare, quando certe parole vengono lette da chi non ha un’opinione precisa su un fatto e leggendo che salvini alla cazzata razzista quotidiana prende due o tremila likes, colleziona migliaia di condivisioni potrebbe avere ragione quando dice e scrive che ai confini dell’Italia sono pronte orde di terroristi che verranno ad ammazzarci tutti, quando apparentemente in buona fede chiede se la gente “ha paura” oppure quando dice, da tutte le ribalte che i media e il mainstream gli mettono ogni giorno a disposizione, scrive nella sua pagina facebook che gli fa schifo che gli italiani abbiano contribuito con una cifra irrisoria a salvare la vita di due ragazze di poco più di vent’anni.
Quindi attenzione a vantarsi di “essere Charlie” e libertari tout court pensando che sia giusto e doveroso lasciare la libertà anche al segretario di partito che diventa un troll per opportunismi suoi di poter istigare alla violenza e procurare allarmi in un paese intero.
Io, rispetto a salvini e quelli come lui non sarò mai Charlie, non per censura ma per autodifesa.

La parola vigliacca – Massimo Gramellini

Quando i messaggi in Rete divennero di uso comune, noi fanatici della scrittura vivemmo un momento di rivalsa. L’oralità trionfante cedeva sorprendentemente il passo a una comunicazione meno spudorata, che avrebbe consentito anche ai timidi e ai riflessivi di fare sentire la propria voce nella piazza dell’umanità. Mai previsione è stata più stropicciata dalla realtà. Che si parli della malattia di Emma Bonino o della liberazione delle ragazze rapite in Siria – per limitarsi agli ultimi giorni – sul web si concentra un tasso insostenibile di volgarità e di grettezza. Una grettezza cupa, oltretutto, raramente attraversata da un refolo di ironia. 

Non mi riferisco al merito dei commenti. Nell’Occidente di Charlie ciascuno è libero di esprimere le opinioni più urticanti, purché rispettose della legge. No, è la forma dei messaggi che corrompe qualsiasi contenuto. Una radiografia di budella, una macedonia di miasmi, una collezione di frasi impronunciabili persino con se stessi. Nessuna di queste oscenità pigiate sui tasti troverebbe la strada per le corde vocali. Nessuno di quelli che per iscritto augurano dolori atroci alla Bonino e rimpiangono il mancato stupro delle cooperanti liberate avrebbe la forza di ripetere le sue bestialità davanti a un microfono o anche solo a uno specchio. La solitudine anonima della tastiera produce il microclima ideale per estrarre dalle viscere un orrore che forse neppure esiste. Non in una dimensione così allucinata, almeno. Per noi innamorati della parola scritta è una sconfitta sanguinosa che mette in crisi antiche certezze. Per la prima volta guardo il tasto «invio» del mio computer come un nemico.  

 
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