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Archivi tag: Massimo Gramellini

La testa a quelli delle brioches l’hanno tagliata loro, mica noi

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Quando berlusconi organizzò l’orrenda pagliacciata con tanto di sorveglianza armata pagata dai cittadini all’allora amico Gheddafi in quel di villa Pamphili, al centro di Roma, nessuno in politica e fra i cittadini si sognò di contestare e impedire l’uso privato di uno spazio pubblico. Anzi, per l’occasione un’agenzia si occupò anche del casting per noleggiare signorine di bella presenza pagate per allietare il soggiorno romano del dittatore.

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Grazie ad una petizione dall’esito velocissimo 150.000 tra francesi e residenti in Costa Azzurra costringono alla partenza il re saudita e il suo sobrio seguito di mille persone che voleva fare un uso privato di uno spazio pubblico. 

Re Salman aveva chiesto di chiudere la spiaggia antistante la sua villa, il permesso di trasformarla in un fortino blindato da nascondere ad occhi indiscreti ma è immediatamente partita la raccolta delle firme per dire di no. I cittadini hanno detto NO all’arroganza dei soldi anche di fronte alle ovvie rimostranze dei commercianti che, grazie alla presenza dell’illustre personaggio e della sua corte potevano contare su un’impennata negli incassi.
In Italia non si riesce ad impedire ai politici di fare un uso privato di un paese pubblico nemmeno con “democratiche elezioni”. 
La Francia è stata molto criticata specialmente in questo ultimo periodo per come sta affrontando la questione dei migranti, ma un paese dove ai cittadini si lascia l’ultima parola, che viene pure ascoltata, sarà sempre superiore per civiltà al nostro dove pur di non lasciarci l’ultima parola non ci mandano nemmeno più a votare.

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R-egalité – Massimo Gramellini –  La Stampa, 4 agosto

A distanza di secoli dalla gloriosa Rivoluzione il rapporto dei francesi con i re non sembra molto migliorato. Appena il monarca saudita Salman è sbarcato in Costa Azzurra con i propri cari (mille persone del seguito) e ha chiesto di transennare una spiaggia pubblica che aveva avuto l’ardire di trovarsi nei pressi della sua villetta grande come il Molise, i cittadini e i politici locali sono insorti, raccogliendo in pochi giorni centocinquantamila firme che ieri lo hanno indotto a sloggiare.  

Ho il sospetto che poche decine di chilometri più a Est le cose sarebbero andate diversamente. L’idea che un miliardario si fosse impadronito di uno spazio pubblico non avrebbe indignato nessuno. In Italia «pubblico» non significa «di tutti», ma «del primo che ci mette sopra le mani». Lungi dal cacciare il prepotente, avremmo solo cercato il modo di approfittarne. Ristoranti improvvisati da diecimila euro a coperto sarebbero sorti nei pressi della villa per sfamare le truppe vacanziere saudite.  

E il popolo estromesso dalla spiaggia sarebbe stato ben felice di andare in visita ai luoghi proibiti su appositi pedalò muniti di macchine spara-selfie. Sarebbero sorti baracchini abusivi per vendere le magliette del re, i burqa delle favorite e il famoso panino Salman, un kebab scongelato ripieno di carne scaduta. Il re, commosso, si sarebbe affacciato da un balcone della villa per lanciare petali di rosa e azioni della compagnia petrolifera di famiglia, e i giornali avrebbero sciolto inni alla sua simpatia democratica. Del resto ciascun Paese ha le sue tradizioni: noi il balcone e i francesi la ghigliottina.  

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Di influenze, propaganda e libertà di espressione

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Sottotitolo: potenzialmente tutti possono diventare un punto di riferimento per il proprio settore, potenzialmente tutti possono crearsi uno spazio in cui sparare cazzate. [Veronica Gentili]

Preambolo: anch’io, in misura piccolissima, minima rispetto ai grandi opinion makers del web ho una piccola cerchia di persone che mi legge, mi segue e che sulle cose importanti è d’accordo con me, perché se è vero che il contraddittorio non prevede l’assenso sempre e comunque è  normale ed inevitabile che relazionarsi ogni giorno con continuità da una pagina web permette che si crei un’affinità, che le persone poi si ritrovino in quei concetti che dovrebbero essere universalmente riconosciuti come l’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto ad ogni forma di discriminazioni e violenze anche verbali. Ecco perché so di avere una responsabilità circa le cose che scrivo, che non posso mettermi davanti al mio computer e impiastrare questo blog e la mia pagina facebook di sciocchezze,  non posso istigare le persone che mi leggono con la persuasione malsana finalizzata a dirottare il  pensiero e incentivare reazioni violente e volgari. So che è mio dovere mettermi sempre di traverso davanti a chi nascost* dietro un nick ma anche disinvoltamente con nome e cognome usa la Rete per esprimere violenza e volgarità gratuite. Non sono mai stata d’accordo sulla teoria che in Rete è come fuori. Nella vita di tutti i giorni non ci si pone verso gli altri con la disinvoltura con cui molti lo fanno qui potendo contare sull’immunità. Prima di dire “puttanella succhiacazzi” in faccia a una ragazzina che per età potrebbe essere una figlia ci penserebbero. Non sarebbe possibile rovesciare le proprie frustrazioni sui colleghi di lavoro, in famiglia e con gli amici senza pagarne le conseguenze. E quello che manca qui è proprio la conseguenza,  l’assunzione di responsabilità, tutto diventa permesso in virtù della libera espressione del pensiero anche quando diventa oltraggio e  violenza. Una violenza da cui non sempre è possibile difendersi, non tutti abbiamo gli strumenti che può avere ad esempio il personaggio politico e quello pubblico, non per evitare di subire l’aggressione virtuale ma per obbligare all’assunzione di responsabilità quelli che pensano di avere un diritto all’offesa e all’oltraggio.

In un mondo sempre più dipendente dalla Rete è molto più facile orientare le opinioni di quanto lo sia stato quando le informazioni circolavano solo attraverso la carta stampata; l’opinionista, il giornalista oggi hanno meno potere di quanto ne abbia chi ogni giorno si esprime nei social e riesce ad acquistare una considerevole quota di consensi. 

Mille, duemila, cinquemila persone che fanno parte di liste di chi apre un account nei social e che ogni giorno si connettono a facebook, a twitter non solo per seguire quei siti che divulgano l’informazione ufficiale, quella che poi leggiamo anche nelle versioni cartacee dei quotidiani ma anche per andare a vedere cosa ha scritto quell’utente che, perché ha un sacco di gente che lo o la segue deve essere sicuramente affidabile.
Tutto questo fa sì che quell’utente diventi nel tempo un riferimento, le sue parole vengono condivise, fatte proprie, acquistano un’autorevolezza.
Molto spesso poi l’utente famoso, quello delle bacheche dei 5000 è la stessa persona che leggiamo in blog seguitissimi o in rubriche radiofoniche e televisive che trattano l’informazione riuscendo così ad ampliare il suo raggio di “influenza”.
Nella maggior parte dei casi queste persone agiscono in buona fede, ovvero fanno quello che fa qualche miliardo di persone ogni giorno in Rete: esprime i suoi punti di vista che si possono condividere o meno, confutare o prendere per buoni così come sono, ma c’è un sottobosco di “influencers” che non opera affatto in questo senso.
C’è una consistente presenza fissa nei siti online dei quotidiani e nei social, persone che scrivono sulla pagina pubblica del politico e del giornalista e che lo fanno su commissione, scendono ogni giorno nell’arena del web con lo scopo preciso di orientare le opinioni, fanno propaganda.
E questo costituisce un pericolo sì ma fino a un certo punto, chi conosce un po’ le dinamiche web sa benissimo dove andare ad attingere per informarsi e quali utenze meritano considerazione e attenzione. Impara a leggere e a selezionare. Io ho un contenzioso aperto da anni con la moderazione del Fatto Quotidiano on line dove si lasciano passare commenti violenti, offensivi e si censurano quelli che provano a restituire un livello civile alla discussione. L’influencer lo fa lo stesso media che poi ricava dei guadagni. Più gente entra in un sito e più il sito guadagna. Una discussione civile in Rete non “acchiappa”, è noiosa, mentre lo scontro, il botta e risposta attirano e invogliano a partecipare.
Ma che succede quando l’influencer è il segretario di un partito politico?
Prendiamo ad esempio il caso della liberazione di Greta e Vanessa ma anche la strage di Parigi: senza l’ossessionante martellamento di salvini circa le paure per “i milioni di tagliagole pronti ad ammazzarci tutti” e “lo schifo per il pagamento del riscatto” ci sarebbe stata lo stesso l’escalation di commenti violenti e incivili verso i musulmani che non sono terroristi e le ragazze colpevoli al massimo di ingenuità?
Io dico di no, perché il pericolo non è costituito soltanto dalle parole irresponsabili di salvini che mirano a fare cassa nel suo elettorato, sono parole che poi anche a fin di bene e col solo scopo di contrastarle e dissociarsene vengono condivise, riprese, fatte circolare in ogni dove.
Ed è lì che scatta l’influenza in grado di orientare, quando certe parole vengono lette da chi non ha un’opinione precisa su un fatto e leggendo che salvini alla cazzata razzista quotidiana prende due o tremila likes, colleziona migliaia di condivisioni potrebbe avere ragione quando dice e scrive che ai confini dell’Italia sono pronte orde di terroristi che verranno ad ammazzarci tutti, quando apparentemente in buona fede chiede se la gente “ha paura” oppure quando dice, da tutte le ribalte che i media e il mainstream gli mettono ogni giorno a disposizione, scrive nella sua pagina facebook che gli fa schifo che gli italiani abbiano contribuito con una cifra irrisoria a salvare la vita di due ragazze di poco più di vent’anni.
Quindi attenzione a vantarsi di “essere Charlie” e libertari tout court pensando che sia giusto e doveroso lasciare la libertà anche al segretario di partito che diventa un troll per opportunismi suoi di poter istigare alla violenza e procurare allarmi in un paese intero.
Io, rispetto a salvini e quelli come lui non sarò mai Charlie, non per censura ma per autodifesa.

La parola vigliacca – Massimo Gramellini

Quando i messaggi in Rete divennero di uso comune, noi fanatici della scrittura vivemmo un momento di rivalsa. L’oralità trionfante cedeva sorprendentemente il passo a una comunicazione meno spudorata, che avrebbe consentito anche ai timidi e ai riflessivi di fare sentire la propria voce nella piazza dell’umanità. Mai previsione è stata più stropicciata dalla realtà. Che si parli della malattia di Emma Bonino o della liberazione delle ragazze rapite in Siria – per limitarsi agli ultimi giorni – sul web si concentra un tasso insostenibile di volgarità e di grettezza. Una grettezza cupa, oltretutto, raramente attraversata da un refolo di ironia. 

Non mi riferisco al merito dei commenti. Nell’Occidente di Charlie ciascuno è libero di esprimere le opinioni più urticanti, purché rispettose della legge. No, è la forma dei messaggi che corrompe qualsiasi contenuto. Una radiografia di budella, una macedonia di miasmi, una collezione di frasi impronunciabili persino con se stessi. Nessuna di queste oscenità pigiate sui tasti troverebbe la strada per le corde vocali. Nessuno di quelli che per iscritto augurano dolori atroci alla Bonino e rimpiangono il mancato stupro delle cooperanti liberate avrebbe la forza di ripetere le sue bestialità davanti a un microfono o anche solo a uno specchio. La solitudine anonima della tastiera produce il microclima ideale per estrarre dalle viscere un orrore che forse neppure esiste. Non in una dimensione così allucinata, almeno. Per noi innamorati della parola scritta è una sconfitta sanguinosa che mette in crisi antiche certezze. Per la prima volta guardo il tasto «invio» del mio computer come un nemico.  

 

La bocca sollevò dal fiero pasto [breve ma intenso ^_^ ]

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Anche oggi la palma dello spreco di carta di giornale sottratta ad un uso più utile, magari per scriverci su un po’ di informazione vera va a Michele Serra che, con tutto quello che succede in giro preferisce continuare ad occuparsi degli strascichi del mondiale e del morso di Suarez che peraltro è stato sanzionato a tempo di record: magari in certi paesi, tipo l’Italia, anche le sanzioni per i politici delinquenti arrivassero a stretto giro di lancette d’orologio.  Anche Gramellini, alter ego di Serra per la frequente inutilità dei suoi “buongiorni” su La Stampa si  ri_occupa del morso, ma almeno Gramellini ci risparmia la morale sui cattivoni del web un giorno sì e l’altro pure.
Serra, invece,  che è così attento alle questioni etiche, ai messaggi violenti che vengono diffusi in rete da anonimi imbecilli e non [anonimi] poteva dirci che ne pensava della pagina del Corriere della sera venduta agli amici e agli amici degli amici di Dell’Utri, ad esempio.

Illuminarci su quale sia il livello etico, morale e semplicemente quello del buon gusto e dell’opportunità di un direttore di giornale che davanti alla possibilità di un profitto economico dimentica quali sono le funzioni di un giornale. Perché se oggi va bene concedere spazio agli amici e conoscenti di un mafioso domani potrebbe andar bene per qualsiasi altra cosa, un po’ come si fa con quegli aeroplanini che passano sulle spiagge d’estate per mezzo dei quali chi ha soldi da buttare – perché ce ne vogliono molti esattamente come per comprare una pagina di giornale – reclamizza i suoi prodotti o invia messaggi a qualcuno in particolare ma che poi verranno letti da tante persone.

Perché se l’idea è quella di trasformare un quotidiano in una sorta di pizzino col quale veicolare messaggi a persone precise ma che poi leggeranno anche altre persone ha ragione chi s’incazza che i quotidiani vengano finanziati coi soldi di tutti, che poi è la stessa persona che nel 2005  per far pubblicare il link al suo blog con l’elenco dei politici italiani condannati fu costretta ad acquistare una pagina di un quotidiano straniero, l’International Herald Tribune, perché TUTTI i quotidiani italiani rifiutarono di farlo.  In quell’elenco, inutile precisarlo, c’era anche Marcello Dell’Utri.  Allora il Corriere scrisse: “Grillo sbatte in prima i deputati condannati”, chissà se qualche collega degli Ostellino, Battista, Galli Della Loggia, Cazzullo nonché del megadirettore De Bortoli  avrà voglia ma più che altro coraggio  di scrivere che il Corriere solidarizza con un mafioso, a pagamento?

 

L’AMACA del 27/06/2014 (Michele Serra)

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L’ultimo morxista (Massimo Gramellini)

 

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Le pornoriforme – Marco Travaglio

Anche ieri, come ogni giorno, Repubblica ci ha anticipato la quotidiana Grande Riforma che presto, prestissimo, quanto prima, il Pie’ Veloce Matteo ci regalerà. Dopo quelle della Costituzione, della legge elettorale, del fisco, del lavoro, dell’ozio, della burocrazia, della scuola, dell’università, dell’asilo, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, della pastorizia, della caccia, della pesca, dell’apicoltura, della mitilicoltura, delle carceri e dei circhi equestri (per fortuna mai viste se non in qualche slide), è in arrivo una nuova mirabolante Rivoluzione: quella della Giustizia, civile e pure penale. Rassicuriamo subito i lettori: le probabilità che la Palingenesi veda un giorno la luce sono pari a zero. Sia perché i neoriformatori non son buoni neppure a legarsi le scarpe. Sia perché in Parlamento una maggioranza che voti i brevi cenni sull’universo del ministro Orlando, non c’è. O meglio: ci sarebbe se il Pd facesse ciò che dice, nel qual caso potrebbe trovare sponde robuste nei 5Stelle e in quel che resta di Sel (ma così crollerebbe il governo, sostenuto ufficialmente da Ncd e centrini vari, e ufficiosamente da FI).

Ma il partito dell’impunità è ancora ben saldo anche nel Pd, come dimostrano il voto sulla responsabilità civile diretta delle toghe e l’immunità ai senatori non più eletti. Dunque la fine del pacchetto Orlando (semprechè sia il suo, viste le smentite di ieri) è già nota: le buone intenzioni (falso in bilancio, autoriciclaggio, blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) imboccheranno il solito binario morto, e viaggeranno col turbo solo quelle pessime, che piacciono un sacco a Ncd, centrini, FI, del cui sacco sono infatti farina: il solito bavaglio sulle intercettazioni e il dirottamento del giudizio disciplinare sui magistrati dal Csm verso un’“Alta Corte” (idea di Violante, cioè del centrodestra), ovvero a un plotone d’esecuzione infarcito di politicanti.
Le intercettazioni sono la prima ossessione della Casta da almeno 10 anni: da quando, sterilizzati i pentiti e tolto il valore di prova delle chiamate in correità, gli scandali escono direttamente dalle boccucce ciarliere di lorsignori. Spesso l’intercettazione è un selfie: ritrae il criminale nell’atto di delinquere; e le chiacchiere su complotti, toghe rosse, garantismo e giustizialismo stanno a zero. Non potendo (ancora) vietare ai magistrati di disporle, la Banda Larga s’accontenterebbe di proibire ai giornali di pubblicare le intercettazioni, rinviando alla fine del processo il momento della divulgazione: quando ormai nessuno si ricorda più nulla. Se le conseguenze penali di un reato spaventano poco lorsignori, grazie ai tempi biblici della giustizia con prescrizione garantita, gli effetti mediatici delle indagini restano seccanti: costringono il politico ladro o mafioso a difendersi dinanzi agli elettori, spiegando parole e opere difficilmente spiegabili, col rischio che la gente si faccia un’idea precisa sul suo conto. Ecco dunque ricicciare, dopo le leggi Mastella e Alfano fortunatamente abortite, la trovata di Orlando: i magistrati non potranno più inserire il testo delle intercettazioni nelle ordinanze di custodia cautelare (di per sé non segrete, dunque pubblicabili), ma solo il “riassunto”; e gli avvocati degli arrestati non potranno disporre delle trascrizioni dei nastri prima di una “udienza stralcio”, dove pm e difensori decideranno quelle da distruggere perché non penalmente rilevanti. Ma così si calpesta il diritto di difesa: chi finisce dentro ha il diritto di conoscere le parole esatte che l’han portato in galera, per impugnare al Riesame e in Cassazione. E si violano pure la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati: ciò che non ha rilevanza penale può avere una grande rilevanza morale, politica, deontologica. Se un politico frequenta abitualmente mafiosi, per dire, non commette reato e non deve finire in galera, ma a casa sì. E l’elettore per mandarcelo deve sapere tutto. L’abbiamo scritto tante volte quando ci provava B. e, almeno nel mondo progressista, si gridava alla “porcata” e al “bavaglio”. Ora che ci riprova Renzi, nessuno fiata. Anzi, tutti parlano di “riforma” e “rivoluzione”. Per questo oggi è peggio.

“Renziano lo dice a sua sorella”. E piddino anche a suo nonno

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Questo paese è una vergogna, non c’è un angolo in cui rifugiarsi per poter trovare un po’ di pace, un punto da guardare per ritrovare non dico un ottimismo ma almeno il minimo di quella spinta che sappia dare un senso a quello che si fa, alle giornate, una motivazione nobile per alzarsi ogni giorno dal letto. Un paese dove si brucia un bambino di tre anni e il presidente della repubblica non dice una parola e non la dicono i presidenti di senato e camera solitamente loquaci rispetto ad altre situazioni anche meno importanti e gravi non se lo merita un futuro. In Italia l’adozione ai gay no ma l’affido al nonno ‘ndranghetista sì. Nessuno ha pensato che fosse una persona inadatta e inadeguata ad occuparsi di un bambino. Miserabili, che siano stramaledetti in questa e nelle loro prossime vite  tutti quelli che hanno ridotto l’Italia in macerie.

Il ministro che non c’è – Massimo Gramellini, La Stampa

Ma l’Italia ce l’ha un ministro dell’Interno? si chiede Antonio Barone nel suo blog sull’Huffington Post. A scandalizzarlo, a scandalizzarci, è il silenzio di Alfano intorno al rogo di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato dalla ’ndrangheta. Quel gesto disumano, che ha cancellato definitivamente l’epica dei cosiddetti «uomini d’onore», scosso le coscienze e ispirato parole infuocate a Claudio Magris, è planato sulle spalle larghe del ministro senza lasciare traccia. In cinque giorni neppure una dichiarazione o un gesto che dessero la sensazione di uno Stato presente e, se non responsabile, almeno consapevole. Evidentemente Alfano considera ordinaria amministrazione che sul territorio italiano si consumino non solo i rapimenti dei familiari di un oppositore kazako, ma anche le mattanze infantili.  La storia di Cocò è ancora più complessa e avvilente per le strutture dello Stato: c’è di mezzo una mamma in galera con cui il piccolo ha convissuto dietro le sbarre, prima di essere affidato da una decisione demenziale al nonno pregiudicato. Ma neanche su questo Alfano ha trovato il tempo di dire qualcosa. Comprendiamo che i tormenti della legge elettorale ingombrino una parte imponente della sua pur vasta intelligenza. E siamo certi che abbia presieduto vertici su vertici per mettere nel sacco gli assassini di Cocò. Ma la politica è comunicazione. Un ministro che parla di listini bloccati e non di un fatto di sangue che ha sconvolto il mondo intero farebbe meglio a presentare le dimissioni. Pubblicamente, però. Altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno.  

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“Renziano lo dice a sua sorella” è da Oscar. Questi lorsignori permalosi devono smetterla. I giornalisti fanno i giornalisti, non i piccoli e grandi fans dei politici.

Il rapporto fra quel giornalismo che informa e la politica non è alla pari: perché il giornalismo ha il dovere di raccontare i fatti, anche quando sono spiacevoli per la politica, e il politico non deve e nemmeno per sogno rispondere con altrettante critiche, giudizi o rilasciando  patenti  di appartenenza ma con i fatti e le azioni che possono confutare e smentire ciò che dice il giornalismo. Qui invece i politici sono disabituati a trovarsi di fronte i giornalisti,  soprattutto sono disabituati alle critiche, non le vogliono, gli danno noia, scoprono altarini,  permettono di ricordare episodi che non sono affatto parte del passato, demagogia e retorica qualunquista ma le fondamenta di questo presente. E siccome il passato non lo possiamo cambiare, conoscerlo dovrebbe servire a non ripetere gli stessi errori. Dovrebbe: appunto.

 

“Mediaset è stata una delle società con il maggior rialzo in Borsa nel 2013, + 122%, e in un giorno solo il 19 dicembre +16,4%”.

Se malgrado le vicissitudini giudiziarie di un imprenditore in odor di mafia, quello entrato in politica appositamente per il salvataggio di se stesso dalla galera e delle sue imprese dal fallimento, quello che non pare ma è stato condannato alla galera per frode fiscale [capisco che l’argomento può annoiare ma anche a me irrita oltremodo che un delinquente processato e condannato in via definitiva possa ancora agire e muoversi da cittadino libero e onesto]: il reato che gli ha permesso di accrescere in maniera esponenziale il suo patrimonio le sue aziende continuano a guadagnare e crescere, nonostante e malgrado una crisi che sta uccidendo tutte le altre, significa che lo stato è un complice, altroché quel socio occulto che pretende la marchetta senza farti nemmeno godere che si portano dietro i cittadini italiani, quelli che se violano la legge lo stato non li manda per premio a fare le leggi ma che in galera ci vanno e ci restano.

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LA BANDA DEI DISONESTI – Marco Travaglio, 24 gennaio 2014

Ricapitolando: siccome ogni detenuto sigillato al 41-bis ha diritto di trascorrere le ore di “socialità” con un suo simile per scambiare quattro parole, il Dap e la Dna designano per far compagnia a Totò Riina il capomafia pugliese Alberto Lorusso. La scelta, a posteriori, si rivela infelice perché Lorusso è uno specialista in linguaggi cifrati, con cui riesce a trasmettere fuori dal carcere i suoi messaggi criminali, seguitando a gestire le estorsioni nella sua zona fra Taranto e Brindisi. In ogni caso la Procura di Palermo non viene consultata e decide autonomamente di intercettare Riina, che s’è appena confidato con un agente sulla trattativa con lo Stato: insomma sembra in vena di parlare. Infatti le intercettazioni si rivelano proficue: il boss non parla nella saletta ricreativa del carcere di Opera, temendola imbottita di cimici; invece esterna a ruota libera nel cortiletto esterno, non sospettando di essere ascoltato anche lì, e svela retroscena interessanti e in parte inediti delle stragi e delle trattative con la politica, naturalmente tutti da verificare. Già che c’è, si scaglia con rabbia inestinguibile contro il pm Nino Di Matteo, ordinando di ammazzarlo in una strage modello 1992-’93.

È bene o è male che i magistrati vengano a sapere ciò che dice, auspica e progetta un boss irriducibile che ha sempre rifiutato di collaborare? Ovviamente è bene: le intercettazioni si fanno apposta. Se Riina progetta attentati, lo Stato può far di tutto per sventarli proteggendo le vittime designate. Se dice cose vere e verificabili, aiuta involontariamente la ricerca della verità. Se mente per depistare, i giudici possono scoprire perché lo fa e comportarsi di conseguenza. Chi può mai aver paura delle parole del boss? Nessuno, a parte chi ha la coscienza sporca e i suoi manutengoli.

Infatti Giuliano Ferrara, sul Foglio di casa B., parte subito lancia in resta, anche se non si capisce bene con chi ce l’ha e che diavolo vuole. Non l’ha capito neanche lui, infatti – nell’attesa di capirlo – invoca una commissione parlamentare d’inchiesta: che è comunque il sistema migliore per fare casino e buttare tutto in politica, cioè in caciara. Ieri sul Foglio un tal Merlo domandava pensoso “quale magistrato ha autorizzato le intercettazioni dei colloqui di Riina?”. La risposta – il pm Di Matteo e i suoi colleghi che indagano sulla trattativa – la sanno tutti quelli che seguono anche distrattamente la vicenda, dunque non Merlo. Altra domandona: “Qualcuno ha imbeccato Lorusso per pilotare le risposte di Riina?”. Basta leggere quei dialoghi per accorgersi che Lorusso si limita a chiedere e Riina risponde quel che gli pare. Terza domanda a cazzo: “Possibile che nessuno si attivi per difendere la presidenza della Repubblica mostrificata nelle parole del capomafia?”. Di grazia, chi dovrebbe difendere il Quirinale? E come? E da chi? Boh. “Il ministero della Giustizia tace”. E che potere ha il ministero di impicciarsi in un’indagine in corso? Le risposte sono affidate a un tal Buemi del Pd, quello che si opponeva alla decadenza di B. e che ora delira di un imprecisato “clima di linciaggio nei confronti delle istituzioni”.

In realtà Riina non lincia affatto Napolitano, anzi lo elogia, lo esorta a non testimoniare sulla trattativa e invita i suoi corazzieri ad assestare altre “mazzate nelle corna a questo pm di Palermo”. Dunque di che linciaggio parla questo tizio? Da parte di chi? In che senso? Boh. Sempre sul Foglio interviene Massimo Bordin convinto che, se Riina dice a Lorusso che bisogna ammazzare Di Matteo, allora Di Matteo è “beneficiario dell’operato” di Lorusso e Riina “supporta” il pm che vuole far saltare in aria. Bordin naturalmente raccomanda una scrupolosa verifica delle fonti e delle date. Infatti chiama Lorusso “Lo Verso”. Come Totò che, ne La banda degli onesti, chiama l’amico Giuseppe Lo Turco (Peppino De Filippo) Lo Turzo, Lo Curto, Turchesi, Turchetti, Lo Tripoli, Gianturco, Lo Struzzo, Lo Sturzo, Lo Crucco e Lo Truzzo. E questi sono gli esperti. Poi ci sono anche gli ignoranti.

I popoli maturi premiano la politica seria

Avercelo qui un pulpito autorevole dal quale giudicare i tedeschi che votano la Merkel per tre volte di seguito dopo che per quasi vent’anni la maggioranza degli italiani ha votato per berlusconi. 
C’è gente che dovrebbe stare solo zitta, per decenza, e di più ancora dovrebbero starci quegli organi di stampa e informazione cosiddetta che oggi analizzano il “fenomeno” Merkel dopo aver contribuito alla costruzione del fenomeno berlusconi.

Se avessimo avuto anche noi un governo simile a quello della Merkel, che avesse raggiunto gli stessi risultati l’avremmo fatta rieleggere anche noi, l’Angelina. Il fatto che in questo paese non sia stato possibile in 60 anni di repubblica di costruire una destra, un centrodestra  decenti, senza il manganello, senza il fascismo, l’aver consentito la formazione di un partito reazionario di proprietà di un disonesto, di un corruttore evasore, uno con dei procedimenti penali pesantissimi e che per sua stessa ammissione è entrato in politica per non finire in galera, uno che per le sue ambizioni di potere si è tirato dentro la feccia fascista, i razzisti “padani”, un partito  i cui rappresentanti e lui stesso si spacciano per moderati liberali, la dice lunga su quanto sia maturo questo paese, e dovrebbe dire molto anche a proposito di chi se ne è occupato fino ad oggi, non solo incapaci ma anche complici nell’impresa di voler mantenere tutto così com’è:  a misura di casta.

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Preambolo: un sentito ringraziamento ai supermanager italiani, i più pagati in assoluto e che vengono ricompensati – con soldi pubblici – anche quando portano le aziende di stato al fallimento, quelli a cui non si può mettere un tetto ai compensi perché essendo i più bravi di tutti e si vede, devono essere anche pagati meglio di tutti i loro pari grado d’Europa e del mondo, per aver contribuito in solido alla svendita di quell’italianità con la quale si sono riempiti solo la bocca e i conti in banca.

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Il Paese senza Scilipoten – Massimo Gramellini

Mica è colpa della Germania se loro hanno Angela Merkel e noi, ad esempio, Anna Finocchiaro.
E mica è colpa della Germania se per loro “grosse koalition” significa mettere in cantiere un progetto di lavoro serio finalizzato al benessere del paese e non invece una grande ammucchiata che serve soltanto a mantenere al potere gente a cui del paese non gliene importa nulla, che se non avesse la politica e un parlamento accogliente come il nostro chissà che farebbe nella vita. E nelle loro grandi alleanze non ci sono delinquenti  dal passato oscuro e dal presente torbido.

E non è mica colpa della Germania se lì i leader politici non si confezionano negli atelier dei congressi e delle assemblee ma ci diventano grazie alla loro abilità dimostrata coi fatti, non con gli eterni chiacchiericci, con le menzogne, con le facili illusioni, con promesse mai mantenute come si fa qui.

E nemmeno è colpa della Germania e della Merkel se qui invece di svolgere il mestiere della politica seriamente si continuano a fare i soliti giochetti di potere nei quali rientra anche l’obiettivo di ammorbidire, annullare una sentenza definitiva che ha condannato un colossale frodatore fiscale, a cui si permette in un momento tragico come questo di monopolizzare ancora l’attenzione su di sé, di ricattare, minacciare tutto e tutti e il presidente della repubblica invece di battere il pugno sul tavolo e ribadire i principi ai quali si deve attenere la politica, quella disciplina e quell’onore  obbligatori e indispensabili per svolgere l’attività politica, per servire lo stato, sceglie di sgridare i giudici che condannano i delinquenti.

E non è  colpa della Merkel se da dodici anni vince le elezioni perché ha altre referenze e un’altra serietà espressa anche da un popolo che non va a votare con lo stesso spirito di chi sceglie una pizza, l’automobile nuova, il colore delle tappezzerie dei divani, e che non sceglie, per farsi rappresentare, vecchi erotomani puttanieri, disonesti seriali e incalliti a cui nessuno in Germania avrebbe dato libero accesso alla politica per permettergli di mandare un paese al fallimento.

Si può essere distanti quanto si vuole dall’orientamento politico di Angela Merkel, ma non riconoscere non il suo merito quanto quello di un popolo che ha saputo far tesoro degli errori del passato è disonestà.

Se tanti italiani scappano da qui per andarsi a cercare una vita in Germania, e la trovano, qualche ragione ci sarà.

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Biancamerkel e i 7 nani – Marco Travaglio, 24 settembre

Farà senz’altro piacere ad Angela Merkel, reduce da un trionfo elettorale mai visto in Germania dai tempi di Adenauer (e in Italia dai tempi di De Gasperi), apprendere che gli autorevoli Pino Pisicchio, Gianfranco Rotondi, Bobo Craxi, Potito Salatto, Giuliano Cazzola, Dorina Bianchi e persino Deborah Bergamini e Franco Frattini hanno molto apprezzato il suo successo. E non è dato sapere se riuscirà a farsi una ragione del fatto che, invece, tre prestigiosi germanisti come Gasparri, Cicchitto e Brunetta appaiono critici nei suoi confronti. Noi italiani, dal canto nostro, abbiamo di che gonfiare il petto di spirito patriottico, nel vedere i nostri nani arrampicarsi sulla gigantessa con la consueta ampiezza di vedute, che non va oltre la buvette di Montecitorio. Gente che non ha mai vinto un’elezione in vita sua e, senza le liste bloccate, non prenderebbe neppure i voti dei parenti stretti discetta di Merkel e di Germania con grande sicumera, riuscendo perfino a non ridere. Gasparri stigmatizza “il frastuono degli applausi che circondano la Merkel” e paventa il “rischio di analisi affrettate”. Per questo noto frequentatore di se stesso, infatti, la Merkel non ha affatto vinto: “successo individuale ma non strategico, i moderati tedeschi perdono complessivamente 6 punti” e ora la Cancelliera “dovrà inseguire singoli parlamentari”. Poveretto, lui pensa che sia italiana e si metta a comprare deputati un tanto al chilo.

Per Brunetta, il risultato tedesco è una lezione per Renzi: “l’Italia ha bisogno di persone serie, non di buontemponi e di cicisbei della Merkel”, che non è mica come lui e Berlusconi: è “una furba massaia” che vuole “germanizzare l’Europa”. Ma ora la sistema lui: “La speranza è che la Merkel sia costretta o liberamente decida la Grande Coalizione con i socialdemocratici” che impedirà “il trionfo di un pensiero unico dalla Germania a tutto il continente”. Insomma, Renatino non vorrebbe “passare dal ‘meglio rossi che morti’ degli anni 80 al ‘meglio tedeschi che morti’”. La Merkel, c’è da giurarci, prenderà buona nota. Così come della lucida analisi di Cicchitto: “È augurabile una grande coalizione in Germania che attenui l’eccesso di rigorismo. Le ‘terze vie’ sono sempre difficili, ma è con questa esigenza di fondo che dobbiamo misurarci, guerriglia giudiziaria permettendo”. Il guaio è che, in tedesco, “guerriglia giudiziaria” è intraducibile, anzi la Merkel è lì proprio grazie alle indagini su Helmut Kohl, che si dimise per pochi milioni di finanziamenti occulti al partito (nemmeno a lui), anche perché non aveva tra i piedi nessun Kikkitten.

Pure Letta Nipote punta sulla grande coalizione, così almeno gli eventuali elettori del Pd la smetteranno di chiedergli di zio Gianni e di nonno Silvio: “Dal voto tedesco emerge un modello di cooperazione simile al nostro. Forse in Italia si capirà che quando gli elettori ci obbligano a una grande coalizione bisogna farsene una ragione”. E pazienza se il centrodestra e il centrosinistra tedeschi non hanno mai giurato agli elettori di non governare insieme; e se il centrodestra tedesco è guidato da una persona seria che non racconta barzellette, non organizza orge, non smacchia giaguari, non asfalta (almeno a parole) nessuno, non bivacca in salotti tv, non fa affari, ma soprattutto non ruba e non risulta pregiudicata (e il centrosinistra tedesco non è guidato dal braccio destro del capo del centrodestra). Bobo Maroni, dall’alto del suo 3 virgola qualcosa, trova che “l’alleanza della Cdu con la Csu bavarese ha dato i suoi risultati: è uno schema che può essere replicato anche da noi e sul quale sto lavorando”. E certo, perché la Lega e la Csu bavarese sono la stessa cosa. Si risente persino Frattini Dry, dato per disperso da mesi: siccome è un tipo originale, parla di “risultato storico” e spiega che “i tedeschi hanno premiato una linea politica che può combinare il rigore con la crescita: la stessa che i tedeschi vivono. Noi no, perché fino all’altroieri non avevamo fatto i compiti a casa”.

Insomma “il successo Cdu è la bocciatura esplicita della tesi di quello che allora era il mio partito”. E lui era soltanto il ministro degli Esteri di B., dunque non c’entra. Anzi, rivela che lui “dissentiva”, ovviamente di nascosto. Deborah Bergamini, nota internazionalista di scuola arcoriana, ritiene che la Merkel – “la cui intelligenza politica non è in discussione” (entusiasmo a Berlino) – abbia vinto perché “è stata capace di imporre gli interessi del suo Paese” (in controtendenza col Caimano, che s’è sempre fatto i cazzi suoi), dunque “le quale auguriamo buon lavoro” (sollievo alla Cancelleria). Laura Garavini del Pd è lapidaria: “Quanto alla vittoria della Merkel, me l’aspettavo”: che testa, che preveggenza. Non se l’aspettava invece Nichi Vendola, l’altro del 3 virgola qualcosa, che trova il risultato tedesco “molto curioso”, perché “la Merkel trionfa ma il centrodestra arranca”. Evidentemente non ha imparato nulla da Sel.

In attesa del commento di Capezzone, che purtroppo tarda ad arrivare, ci si contenta di Bobo Craxi, che elogia “la tendenza politica che tende a far prevalere la stabilità al caos, assegnando alle forze politiche di ispirazione più tradizionale, quella cattolica e quella socialdemocratica, un ruolo centrale ed essenziale” (mica fesso, il ragazzo). E di Potito Salatto, “vicepresidente della delegazione Popolari per l’Europa al Parlamento europeo”, ex Pdl, poi Fli, ora non si sa: “Tutto ciò deve spingere le delegazioni italiane nel Ppe a trovare un unico contenitore in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, in modo da consentire all’Italia di contare di più nello stesso Ppe”. Purtroppo B., essendo pregiudicato, non lo faranno entrare: non per la legge Severino, ma perché – fa subito sapere la Merkel – “il Ppe ha uno statuto”.

Il più giulivo comunque è Rotondi, candidato alle primarie immaginarie del Pdl: “Quella tedesca è la vittoria dei democristiani contro i socialisti. In Italia invece le identità sono demonizzate. A maggior ragione oggi mi sento di rilanciare con forza la mia candidatura a premier per un centrodestra europeo e normale”. Ecco perché la Merkel ha vinto: per tirare la volata a Rotondi.

Il governo dei larghi sottintesi

Inserito il

Mucchetti [pd], che insieme al suo collega Zanda ha proposto una legge per dilatare i tempi di sopravvivenza di berlusconi in parlamento a discapito di quella del paese, non voterà la mozione di sfiducia all’inutile ministro dell’interno alfano, quello che non sapeva, non c’era e nessuno gli dice niente se un mezzo esercito di polizia va a rapire e sequestrare persone colpevoli di niente perché la vicenda di Alma e Alua si deve inserire semplicemente in un contesto di realpolitik; cose che succedono “ma che speriamo non accadano più” che non devono e non possono determinare la caduta del governissimo del largo inciucio.

Ecco: io auguro a Mucchetti e a tutti quelli come lui, quindi quasi tutti,  che qualcuno li faccia uscire dal parlamento, quando questo incubo sarà finito, con le stesse dinamiche da realpolitik utilizzate per due persone innocenti, una delle quali è una bambina.

Il fatto che alfano non si dimetta, calderoli non si dimetta, Napolitano che non fiata sulla vicenda kazaka, la difesa disperata e ridicola di letta che “non vede nubi” mentre invece dovrebbe sentire il peso di una meteorite che gli è cascata addosso è un’offesa per tutta l’Italia onesta e perbene. 

 In un paese normale TUTTO il governo avrebbe fatto le valigie, e invece sono ancora tutti lì a dire di non aver capito, di non sapere e che insomma, madre e figlia se la caveranno.  La politica dello ‘sticazzismo sfrenato a vantaggio e beneficio delle proprie poltrone rese intoccabili dal presidente della repubblica anche a sprezzo del ridicolo.

Per tacere di tutti quelli che si staranno fregando le mani per l’assoluzione del generale Mori che di fatto vanifica ogni speranza di fare chiarezza sulla trattativa tutt’altro che presunta fra lo stato e la mafia.

Nota a margine: quei quasi 92 milioni, tutti per medicine, fino all’ultimo centesimo.

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Alfano e Calderoli, si salvi chi può? [Peter Gomez, Il Fatto Quotidiano]

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 Alfano, Pd: ‘No sfiducia o cade governo’

Renzi: ‘Perdiamo voti per le poltrone’

Democratici divisi sul ministro dell’Interno. I renziani chiedono le dimissioni. Anche Finocchiaro per
il passo indietro. La segreteria si schiera: “Esecutivo deve andare avanti”. E Letta dice: “Non vedo nubi”.

Camera boccia stop finanziamento partiti
Flash mob M5S: “Si tengono il malloppo”

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Al di sotto di ogni sospetto
Marco Travaglio, 18 luglio

Non c’è analisi politica o sentenza giudiziaria che descriva la nostra classe dirigente meglio di un detto napoletano: “Fa il fesso per non andare in guerra”. Si riferisce all’usanza di fingersi scemi alla visita di leva per essere riformati. Poi, naturalmente, capitava che qualcuno venisse riformato perché era scemo davvero. Ecco, noi non sappiamo quanti politici o imprenditori o manager o funzionari o alti ufficiali siano scemi e quanti fingano di esserlo.

Ma prendiamo atto che molti, moltissimi, fanno di tutto per sembrarlo. 

E, va detto a loro onore, ci riescono benissimo. L’altra sera Angelino Alfano, nientemeno che segretario del Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno, doveva essere davvero orgoglioso della sua performance davanti al Senato e poi alla Camera, quando leggeva solenne e ieratico il rapporto Pansa che gli faceva fare la figura del fesso, tra un “aperte virgolette”, un “chiuse le virgolette” e un “aperte e chiuse le virgolette all’interno del virgolettato”. 

Manco si rendeva conto di essere la parodia di Alberto Sordi che, nel film Il vedovo , ripassa con i complici il piano per far precipitare la moglie nella tromba dell’ascensore, nella quale alla fine sprofonderà lui (“Volta foglio! Proseguiamo: paragrafo 21, volta pagina! Alt!”). Ora c’è pure il Procaccini espiatorio che racconta: fu il ministro a chiedermi di incontrare l’ambasciatore kazako e, dopo, gli riferii le sue richieste. Ma il premier Nipote non sente ragioni: “Alfano è totalmente estraneo”, dunque resta al suon posto. In fondo è per questo che andiamo a votare: perché venga fuori una maggioranza che esprima un governo che nomini dei ministri che non sappiano una mazza di quel che avviene nel loro ministero. 

Totalmente estranei. Sono lì apposta: per non sapere nulla. Dunque Jolie è assolto — si dice in linguaggio penalistico — per totale incapacità di intendere e volere. Di solito, il passo successivo è il ricovero in un’apposita comunità di recupero. Ma pure il governo può andar bene. Lo stesso dicasi per i politici Prima e Seconda Repubblica, destra e sinistra, che fino all’altroieri han fatto affari con Ligresti: chi l’avrebbe mai detto che era un poco di buono. In fondo don Salvatore già vent’anni fa entrava e usciva dalle patrie galere. In fondo le sue aziende colavano a picco da anni mentre i compensi della famiglia lievitavano (nel 2008-2010, 9 milioni a Jonella più laurea honoris causa all’Università di Torino in Economia aziendale, e in cosa se no?; 10 a Gioacchino Paolo; 3,4 a Giulia; 8 al manager Talarico; 15 al manager Marchionni). Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe tornato al gabbio. Pareva una così brava persona. E Tronchetti Provera? Sono sei anni che tutti sanno dello spionaggio ordito dalla Security Telecom del fedelissimo Tavaroli nell’ufficio accanto al suo, e tutti a domandarsi: chissà mai se Tronchetti lo sapeva. Qualcuno si sbilanciò a ribattezzarlo Tronchetti Dov’Era.

Poi ieri arriva una sentenza, di primo grado per carità: forse sapeva. In un paese decente si leverebbe un coro di giubilo (anche da lui): meno male, vuol dire che almeno era un buon capo. Invece no. La comunità finanziaria è sgomenta: ma come, un top manager che sa qualcosa di quanto accade nella sua azienda? Dove andremo a finire. Quel che è certo invece da ieri — in attesa delle motivazioni — è che il generale Mori era sì un grande detective antimafia. Però prima catturava un boss e non gli perquisiva il covo; poi l’altro boss non lo catturava proprio. Ma sempre in buona fede (il fatto non costituisce reato: cioè è vero, ma senza dolo). Mica voleva favorire la mafia: semmai lo Stato, ammesso e che ci sia qualche differenza. Anche lui agiva a sua insaputa, mirabile emblema di una classe dirigente al di sotto di ogni sospetto. Alla fine però chi fa il fesso è furbo. Il vero fesso — scriveva Giuseppe Prezzolini — “è stupido. 
Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo”.

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Il ministro ombra –  Massimo Gramellini, La Stampa, 18 luglio

È possibile che travestire una palestra da prima casa sia colpa infinitamente più grave che consegnare moglie e figlia di un dissidente al satrapo di un Paese fornitore di petrolio. Quindi non le dimissioni della perfida Idem si pretendono dal timido Alfano, ma semmai un’immissione sulla poltrona di ministro dell’Interno, che per sua stessa ammissione è attualmente disabitata. Alfano ha un vero talento nel non abitare le poltrone che occupa. Sarà per questo che gliene offrono in continuazione. Se fosse stato effettivamente il segretario del Pdl, quando il proprietario del partito gli fece ringoiare la promessa delle primarie avrebbe dovuto dimettersi. Ma lui non è il segretario del Pdl, lui non è il ministro dell’Interno, lui probabilmente non è neanche Alfano, ma un cortese indossatore di cariche per conto terzi. Tra le tante squisitezze che ha pronunciato l’altro giorno al Senato vi è l’affermazione perentoria che al cognato della signora kazaka (o kazakistana, per citare quell’acrobata del vocabolario di La Russa) i poliziotti non abbiano torto un capello. E pazienza se nell’intervista al nostro Molinari il cognato racconta di essere stato preso a pugni e ceffoni, come conferma il verbale del pronto soccorso pubblicato dall’«Espresso». Alfano era e rimane all’oscuro di tutto: pugni, ceffoni, cognati, forse anche che esista una polizia e che sia alle sue dipendenze. 
Rimane la speranza che certi giudizi come questo lo offendano a morte e che in un soprassalto di dignità il ministro ombra di se stesso si dimetta, preferendo passare per responsabile che per inutile. Ma la nostra è, appunto, solo una speranza.

Commistioni

Inserito il

Sottotitolo: quando poche settimane fa è morta Margaret Thatcher nessun comitato sportivo ufficiale inglese  ha stabilito che si dovesse osservare il minuto di silenzio, è stato chiesto ai diretti interessati, ovvero ai tifosi, se fossero o meno d’accordo, alla loro risposta negativa il rifiuto è stato rispettato e non c’è stata nessuna commemorazione sui campi di calcio. 

Dunque hanno fatto benissimo all’Olimpico a fischiare il minuto di silenzio per Andreotti, visto che nessuno ha chiesto ai tifosi se fossero o meno d’accordo nell’osservarlo.
Inutile l’ipocrisia degli speakers che hanno parlato del momento di crisi della gente verso la politica. Quei fischi erano proprio e solo per il fu divo.

Se un ex procuratore antimafia promosso alla presidenza del senato va al funerale di un prescritto per mafia, in quale versione ci va: da ex procuratore antimafia, da presidente del senato, da conoscente dispiaciuto, da ipocrita così come c’è andata la maggior parte della gente che era presente ai funerali “in forma privata” di Andreotti o che altro?


E magari fra quindici giorni Grasso andrà anche a Palermo a fare il discorsetto di ordinanza a Capaci?
Ci sono cose che si devono fare e quelle che perfino un’istituzione può evitare di fare se vuole, se pensa che non siano opportune, la politica è fatta soprattutto di gesti simbolici, e malgrado l’avvocatessa Bongiorno ancora ieri parlava di un Andreotti “assoltissimo” così non è. 
E il presidente del senato, se ci teneva così tanto a non far mancare la sua presenza poteva benissimo limitarsi a mandare un telegramma di condoglianze suo personale, visto che non tutta l’Italia che adesso anche Grasso rappresenta è obbligata a commemorare Andreotti e a dispiacersi per la sua dipartita, invece di sedere in prima fila ai funerali del prescritto per mafia.

Andreotti non andò al funerale di mio padre. Preferiva i battesimi di Nando Dalla Chiesa – Il Fatto Quotidiano

Andreotti, Ambrosoli non commemora

Se l’è andata a cercare
Massimo Gramellini, La Stampa

Mentre il consiglio regionale della Lombardia rendeva omaggio al fantasma di Andreotti, il capo dell’opposizione Umberto Ambrosoli è uscito dall’aula. Suo padre, l’avvocato Giorgio, fu ammazzato sotto casa in una notte di luglio per ordine del banchiere andreottiano Sindona: aveva scoperto che costui era un riciclatore di denaro mafioso. Trent’anni dopo Andreotti commentò l’assassinio di Ambrosoli con queste parole: «Se l’è andata a cercare». 

Il perdono è una cosa seria. E’ fatto della stessa sostanza del dolore e si nutre di accettazione e di memoria, non di ipocrisie e rimozioni forzate. La morte livella, ma non cancella. Con buona pace del quotidiano dei vescovi che ieri titolava: «Ora Andreotti è solo luce». Per usare una parola alla moda, Andreotti era divisivo. Lo era da vivo e lo rimane da morto. Purtroppo anche Ambrosoli. Perché esistono due Italie, da sempre. E non è che una sia «buona» e l’altra «cattiva», una di destra e l’altra di sinistra (Giorgio Ambrosoli era un liberale monarchico). Semplicemente c’è un’Italia cinica e accomodante – più che immorale, amorale – che non vuole cambiare il mondo ma usarlo. E un’altra Italia giusta e severa – più che moralista, morale – che cerca di non lasciarsi cambiare e usare dal mondo. Due Italie destinate a non comprendersi mai. Un’esponente lombarda del partito di Berlusconi ha detto che il figlio di Ambrosoli ha mancato di rispetto al morto. Non ricorda, o forse non sa, che anche Andreotti aveva mancato di rispetto a un morto. Quell’uscita dall’aula se l’è andata a cercare.

QUANDO IL DIVO DISSE: “SE L’ANDAVA CERCANDO”

Il dottor Ambrosoli  ha fatto benissimo.  

Le cattive abitudini si correggono solo con azioni educative, con gesti esemplari, e quella di Ambrosoli lo è stata, così come è illuminante l’articolo di Nando Dalla Chiesa.

Oggi non sa solo chi non vuole sapere e nessuno è obbligato a dovere del rispetto ad una persona morta, se quel rispetto non ha saputo conquistarselo da viva.

Uno dei miei punti di riferimento  è una  donna nera che una sera, tornando dal lavoro, rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus che a quei tempi era  riservato solo ai bianchi.

Con quel semplicissimo NO diede il via ad una rivoluzione  senza precedenti: il segno che bastano anche i piccoli gesti simbolici a cambiare le cose. 

Qui ci vorrebbero meno politici e più Rose Parks.

 E se sparissero finalmente tutti gl’ ipocriti, corrotti, conniventi con tutte le mafie, opportunisti, invece di essere infilati nelle commissioni preposte al controllo degli apparati dello stato sarebbe una grande conquista di civiltà per l’Italia.

“Ha una vaga idea la signora della storia di quegli anni? ci sono anche dei libri, s’informi, e si vergogni”.

Bravo Cacciari, quanno ce vo’ ce vo’.


Le lingue di Menelik
Marco Travaglio, 8 maggio

Nel 1889 l’ambasciatore italiano ad Addis Abeba siglò un trattato di amicizia con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, dopo la conquista dell’Eritrea. La firma avvenne nell’accampamento del Negus, a Uccialli. Ma ben presto i due paesi tornarono a litigare, perché il trattato diceva una cosa nella versione in lingua italiana e un’altra in quella in lingua amarica. Nella prima, l’Etiopia diventava un protettorato italiano e il Negus affidava la politica estera etiope al nostro governo. Nella seconda, il Negus poteva delegare la politica estera all’Italia quando voleva, e quando non gli conveniva poteva fare di testa sua. Una furbata all’italiana per consentire a entrambi i governi di presentarsi come vincitori agli occhi dei rispettivi popoli. Naturalmente la magliarata durò pochi mesi: poi Menelik, senz’avvertire Roma, strinse rapporti diplomatici con la Russia e la Francia. E riesplose la guerra. La storia ricorda quel che sta accadendo nel Pd: da quando, non bastandogli il suicidio sulla via del Colle, ha deciso di suicidarsi una seconda volta (impresa che può riuscire solo al Pd) sulla strada di Palazzo Chigi, non passa giorno senza che un dirigente del Pdl lo richiami ai “patti”: sui ministri, sui sottosegretari, sull’Imu, sulla giustizia, sui presidenti di commissione. E pare che quei patti ci siano, senza errori di traduzione. Nulla di strano: quando due partiti decidono di governare insieme, è normale che prendano accordi. Gli elettori del Pdl lo sanno e, se va bene a B., buona camicia a tutti. Viceversa gli elettori del Pd non devono saperlo: questa almeno è l’illusione dei dirigenti che da vent’anni li raggirano, estorcendogli i voti in nome dell’antiberlusconismo e poi usandoli per inciuciare con Berlusconi. Ora però, nel raggiro, c’è un salto di qualità. Due mesi fa la parola d’ordine era “mai con B.”. Un mese fa era “con B. solo per il Quirinale”. Due settimane fa era “con B. solo per un governo di scopo di pochi mesi: legge elettorale e si torna a votare”. Ora è “con B. per un governo di legislatura e la riforma della Costituzione”. Nel timore che domani si passi a “con B. per un partito unico guidato da B.”, la base si sta ribellando in tutt’Italia. Il che spiega perché il Pd resta senza segretario: così i dissidenti non sanno a chi tirare i pesci in faccia.
Ma quali siano i patti stipulati da Letta e B. nel famoso incontro clandestino con lo zio Gianni, l’hanno capito tutti. Il governo Letta — come l’Italia descritta da Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli con la voce di Sordi — “non è né di destra né di sinistra: è di Berlusconi”. Lui l’ha voluto, lui ha scelto il Premier Nipote e i ministri che contano, lui decide il programma (anche perché il Pd ne ha diversi, cioè nessuno), lui detta i tempi, lui staccherà la spina quando gli farà comodo. Intanto le questioni che gli stanno a cuore, cioè la giustizia, la tv, le autorizzazioni a procedere e le ineleggibilità sono cosa sua. Dunque il sottosegretario alle Comunicazioni è Catricalà e il presidente della relativa commissione è Matteoli. Il presidente della giunta delle immunità è La Russa. Il presidente della commissione Giustizia sarà Nitto Palma o, se non passa, Ghedini. Il presidente della giunta delle elezioni sarà un leghista. Il tutto, beninteso, coi voti determinanti del Pd. Ora B. vorrebbe anche la Convenzione (“come da accordi”, dice lui), che comunque spetta di diritto al Pdl, visto che il centrosinistra col 29% dei voti ha occupato le prime quattro cariche dello Stato. Ma il Pd si oppone, come se tra B. e qualche suo servo ci fosse qualche differenza. Ragazzi, giù le maschere e via le lingue di Menelik: l’han capito tutti che vi siete messi d’accordo con B. Dategli pure ‘sta Convenzione e non se ne parli più. Dopo la faccia, evitate almeno di perdere tempo.

Ps. Complimenti all’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. L’altroieri era ai funerali di Agnese Borsellino, ieri a quelli di Giulio Andreotti.