Quando c’era lui [silvio], i talk show facevano più ascolti di Rambo

Massimo Giannini oggi fa il conduttore al servizio pubblico di Raitre dopo essere stato per anni il vicedirettore di un quotidiano, La Repubblica, che ha fatto la guerra a berlusconi su tutte le cose che oggi perdona a Renzi, compresa l’insopportabile legge bavaglio che quando la voleva fare berlusconi diocenescampieliberi ma ora che la fa Renzi è tutta un’altra cosa e dopo avergli tirato la volata per mesi. Dunque è abbastanza difficile se non impossibile cucirgli addosso i panni del perseguitato ora che il nemico dell’informazione non è più il caimano ma il pupillo stracoccolato dalla grande stampa italiana.

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Rai, Giannini: “Renzi ha liberato i cani
Partita la caccia ai programmi scomodi
Nella sostanza è come l’Editto bulgaro”

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Il fatto che ci sia gente che pensa al giornalista come ad un’entità soprannaturale, senza idee proprie, senza un orientamento politico, una fede religiosa se ne ha bisogno dà l’esatta misura del perché il giornalismo in Italia è ridotto ai minimi termini: la gente non giudica nel merito del servizio e dei contenuti  ma basandosi sulla persona, un giudizio che spesso è viziato dal pregiudizio sul giornalista antipatico e dunque non credibile perché è troppo di destra, troppo di sinistra o troppo indipendente.
Non è importante se il giornalista è di destra o di sinistra, se crede in Dio, Buddha o Allah, non sono importanti le sue faccende private, se è eterosessuale, lesbica o omosessuale.
Dal giornalismo e dai giornalisti si deve pretendere che facciano quello che hanno liberamente scelto di fare e cioè INFORMARE: tutto il resto è  la solita fuffa e caciara costruite ad arte da chi ha la necessità di difendere pedissequamente il proprio idolo, totem e guru e per questo rinuncia a confrontarsi con la realtà che diventa odio, livore, menzogna.
Le persone intelligenti,  interessate alla conoscenza dei fatti li vanno a cercare ovunque e preferiscono sempre sapere con chi hanno a che fare,  proprio per poter valutare la credibilità e l’esattezza di chi dà le notizie e le commenta secondo il suo punto di vista.
Questo per quanto riguarda un’opinione pubblica lobotomizzata da decenni di propaganda.

Parlando nel merito di ciò che deve fare un giornalista, che piaccia o meno al podestà di turno, ai suoi vassalli e servi sciocchi al seguito il compito del giornalista è, contrariamente a quello che pensano in troppi proprio quello di criticare la politica, altroché seguire una linea o accorgersi di chi “ha vinto le elezioni”, fra l’altro Renzi non ha vinto proprio niente, è diventato perfino noioso dover ricordare ogni volta in che modo Renzi è andato a finire a palazzo Chigi.
Chi parla di odio, livore e partigianeria a proposito di un certo giornalismo vada a guardarsi un talk show in un qualsiasi paese civile, dove i palinsesti non li fanno i capi del governo in concerto con le redazioni e le domande non vengono concordate con gli uffici stampa del politico.
Normalmente il giornalista fa la prima domanda ma soprattutto la seconda, ed esige una risposta, perché da giornalista sa di non dover rendere conto al politico ma ai cittadini che per mezzo dell’intervista possono costruirsi una libera opinione sul politico. Uno come Renzi verrebbe inchiodato per ore nel talk show e invitato a dimostrare con i fatti tutte le balle che si limita a citare e ad annunciare. Punto su punto.
Ma questo è incomprensibile in un paese dove si calcola tutto in piccoli e miserabili numeri per ricavarci la percentuale di share, di chi parla di più o di meno e sulla base del proprio sentire, così tutto quello che è contrario ai desiderata del capetto e dell’infatuato viene considerato alla stregua del dispetto personale.
Non esiste paese al mondo, se parliamo di democrazie occidentali, dove la politica interferisce in modo così asfissiante sull’informazione come succede qui. Questo si rovescia inevitabilmente poi sulla scelta della classe dirigente fatta da cittadini continuamente imbambolati e rincoglioniti dalla propaganda coi risultati che vediamo, perché a fronte di una piccola minoranza di gente responsabile che non si fa guidare e indirizzare dal talk show ci sarà sempre la maggioranza rincoglionita che si è fatta abbindolare e che impone le sue scelte politiche anche alle incolpevoli vittime della minoranza.
Le cose buone fatte dalla politica, dai governi non deve raccontarle il giornalista: se ne devono accorgere i cittadini vedendo la loro vita cambiare in meglio, perché tutto funziona meglio.
Ma siccome la politica e i governi sanno di non essere mai nel giusto allora hanno bisogno di chi racconti le cose per come dovrebbero essere ma non sono.
E tutto quello che si contrappone fra la realtà vissuta e la menzogna raccontata diventa un pericolo, qualcosa da eliminare dalla visuale dei cieli azzurri e del panorama del tutto va bene.
E’ tutta qui la storia.

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E’ seccante dover dire “io l’avevo detto”, però lo avevo detto, e l’ho ripetuto nel tempo in varie occasioni quando la truppa d’assalto degli antigrillo si organizzava per terrorizzare, paventare il pericolo dell’ascesa del movimento del popolo, il movimento “fascista”, mentre il vero fascismo si organizzava per tornare in grande stile sotto forma dell’ancien régime più reazionario e antidemocratico che abbia mai preso possesso del potere dopo il ventennio, non quello di berlusconi ma di mussolini.
Ed è veramente pietoso ascoltare e leggere le arrampicate sugli specchi di chi ancora adesso, alla luce delle minacce di Vincenzo De Luca al “giornalismo camorristico” e alle richieste di Renzi per bocca di Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza Rai circa un maggiore asservimento dell’informazione: specificamente quella del servizio pubblico al pensiero unico del partito unico, continua a ripetere la filastrocca di Grillo che faceva la lista dei giornalisti “cattivi” sul blog, come se si potesse anche lontanamente paragonare un presidente del consiglio andato al potere in modo arbitrario e assai discutibile all’opinione, spesso legittima anche se talvolta espressa male di chi è stato ed è continuamente bersagliato dagli stessi media che tacciono sulla bulimia di potere che affligge Renzi e il suo centro di potere.
Nota a margine: difendere il giornalismo libero significa, ad esempio, pretendere che il direttore di un telegiornale non si offra all’osceno siparietto organizzato da Bianca Berlinguer che è andata di persona dal presidente del consiglio a farsi rassicurare nel merito del suo futuro professionale dopo le minacce di epurazione del segretario della vigilanza Rai.
Perché se fino a ieri il dubbio sull’imparzialità del Tg3 non c’era oggi forse a qualcuno gli viene.

A proposito di talk show: quando la tivù è diseducazione violenta

Sottotitolo: la questione è seria, non si tratta solo di comunicazione distorta, la gravità sta nel messaggio che arriva nelle case ma soprattutto nella testa della gente.
Perché se l’attore protagonista diventa il carnefice, il criminale, il satrapo che approfitta di ragazzine minorenni a pagamento e lo si invita in qualità di vittima perseguitata, inevitabilmente le vere vittime e le conseguenze sociali delle azioni dei carnefici assumono un’importanza secondaria.
Mentre è a queste e solo a queste che si deve dare la priorità.
La maggior parte della gente che ha capito della vicenda dei Casamonica?
Riassumendo che è gente che ha un sacco di soldi, guadagnati anche illegalmente ma nel paese dove tutti lo fanno e come ci ha insegnato anche la buonanima di craxi che male c’è, che li hanno spesi per onorare il morto di casa e chi non lo farebbe, chi avendo la possibilità non farebbe piovere petali di rose sulla bara del nonno con tanto di fanfara ad allietare l’ultimo viaggio del caro estinto, che comunque se qualcuno li invita in televisione significa che non hanno fatto niente di male.
Del resto è proprio a Porta a Porta che la prescrizione di Andreotti fu trasformata in assoluzione con tanto di scritta gigantesca sul maxischermo che ne ribadiva quell’innocenza che non c’è mai stata.
Porta a Porta non va chiusa perché fa cattiva informazione ma per questioni di igiene ambientale, perché è una di quelle macchine infernali che trasforma gli orchi in principi azzurri e le streghe cattive nelle fatine dei miracoli, la qual cosa nel paese dei telerincoglioniti è molto peggio della cattiva informazione.

E mi raccomando, stasera tutti a guardare la puntata “riparatrice” di ‪‎Porta a Porta‬, fate fare a ‪‎Bruno Vespa‬ il pieno dell’audience, non aspettate di rivederla domani. Chissà come campano gli sciacalli mediatici.

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Preambolo: giovanardi può decidere di non fare una legge, può essere l’ostacolo al raggiungimento di un obiettivo semplicemente civile.Sono anni che provo a dire di non ridere di giovanardi, che è lo stesso che insulta i morti di stato, le loro famiglie, che va in radio e televisione a straparlare di cose che non sa perché qualcuno ci tiene a sapere cosa passa nella testa di giovanardi e vuole farlo sapere anche a noi. giovanardi che è lo stesso della legge  dichiarata incostituzionale sulle droghe fatta insieme a quell’altro sant’uomo di fini che se non ci fosse stata oggi forse Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo.  giovanardi è uno fra quelli che si oppone anche alla legge contro le torture. Dopo aver insultato le famiglie Aldrovandi, Cucchi, Magherini e chiunque abbia avuto una storia di violenze e morte subite dallo stato giovanardi si oppone all’unica legge che potrebbe ridurre di molto il contenuto della cesta delle “poche mele marce”.

Sono anni che ripeto che giovanardi non è lo scemo del villaggio ma un politico che mette la firma sulle leggi, che partecipa alle decisioni importanti e sono anni che quando si parla di giovanardi leggo sempre rispostine ironiche, piuttosto a cazzo: giovanardi, chi? Questo, se non vi basta, finalizzate a sminuire la pericolosità di giovanardi, che è lo stesso al quale stava benissimo l’unione di berlusconi con la mafia di dell’utri ma vuole impedire – la tragedia è che lo può fare – l’unione di persone che semplicemente si vogliono bene e vogliono avere gli stessi diritti che ho io e, purtroppo, anche giovanardi.

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Non ho guardato tutto ‪#‎Ballarò‬ ma dopo aver visto un film ho fatto in tempo a non perdermi  l’intervista di Giannini a Bagnasco, vera guest star del programma che rende perfettamente l’idea di cosa sarà la Rai di Renzi il quale, dopo l’inevitabile discorso retorico e ipocrita sull’accoglienza ai profughi: se oggi nella politica c’è chi soffia sul fuoco dell’intolleranza razzista una buona parte di responsabilità è proprio del vaticano che ha sempre coccolato la peggiore politica purché tenesse ben aperti i rubinetti, è stato interpellato sul richiamo della Ue all’Italia riguardo le unioni civili.
Domanda a cui Bagnasco ha risposto più o meno che sì, l’Europa, insomma va bene, il parlamento europeo dice che c’è un problema da risolvere ma non è che sia così importante poi dar retta a quello che chiede l’Europa in materia di diritti perché alla fine chi decide sono gli stati membri.
Dichiarazione che Giannini ha incassato senza fare un plissé, senza rivendicare il diritto di un paese democratico ad avere delle leggi semplicemente civili che mettano tutti i cittadini allo stesso livello indipendentemente dai loro orientamenti sessuali e scelte di vita personali. Giannini non ricorda a Bagnasco che il parlamento europeo è composto da persone votate dai cittadini di tutti quegli stati membri che hanno delegato a quel parlamento le decisioni sulle cose importanti che fanno di un continente una vera comunità moderna ed evoluta: non hanno chiesto al vaticano di farlo.
A margine di questo, giovanardi è quello che è e che abbiamo purtroppo imparato a conoscere, ma se dalla parte opposta di giovanardi ci fosse stata una politica forte, determinata nel riconoscimento dei diritti, anziché gente che nei fatti concreti non la pensa poi così diversamente da lui, la legge sulle unioni civili sarebbe già da tempo una realtà e il partito di giovanardi non sarebbe così determinante nelle scelte che farebbero di questo un paese appena più civile come e da tempo ci chiede l’Europa non solo riguardo le unioni civili.

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Casamonica e non solo: la scalata dei clan sinti
Latina, strana amicizia tra lo ‘zingaro’ e il ‘nero’

Il gruppo dei celebri funerali show parte di una costellazione criminale alleata con ‘ndrangheta e camorra
Nel Pontino i Ciarelli-Di Silvio: omicidi e debitori immersi nel letame. E il rapporto con un deputato Fdi

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Chi comanda alla #Rai, direttamente i #Casamonica? Dov’è la Boldrini che censura la réclame del mulino bianco e dei detersivi perché offensiva per le donne? E dove sono le parlamentari piddine che vogliono vietare i cartelloni con le modelle scosciate?

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Art. 21 della Costituzione
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni CONTRARIE AL BUON COSTUME. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.


Paghiamo il canone alla RAI che invita la figlia, il nipote di Vittorio Casamonica e  l’avvocato dei Casamonica. La descrizione del funerale, la storia della famiglia Casamonica, le loro attività illecite, la difesa dei Casamonica in un programma del servizio pubblico mentre è in corso l’inchiesta di #mafiacapitale.

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Il bel “parterre-de-puah” di #portaaporta: come scrivono i ragazzi di Arsenale K peccato che Riina sia al 41bis, altrimenti Vespa un’ospitata non l’avrebbe negata neanche a lui.

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“Abbiamo cacciato i nazisti, cacceremo anche i mafiosi”, ha detto giorni fa il sindaco Marino durante la manifestazione contro le mafie organizzata dal pd che la mafia se la teneva in casa,  tanto a recuperarli poi ci pensa Bruno Vespa che invita i Casamonica a Porta a Porta.  Vespa che conduce un programma che si paga con una tassa pagata dai cittadini che non rubano, non mafiano, non fanno profitti con le estorsioni e il racket della prostituzione porti in televisione le vittime della criminalità dei Casamonica in combutta con lo stato, la chiesa e la politica che per i soliti opportunismi hanno chiuso gli occhi su più di mille persone che coordinano e gestiscono il malaffare di Roma e provincia.
Racconti le loro storie invece di rendere la mafia e la criminalità una questioncina da talk show sorridente.

Dove sono oggi tutti quelli che strepitano contro la commissione di vigilanza Rai, specialmente ora che alla presidenza ci sono i 5stelle, ogni volta che un programma solleva polemiche relative alla mancanza di contraddittorio? Chi ha fatto da contraddittorio ai Casamonica che dopo lo spettacolo osceno del funerale mafia style hanno minacciato pesantemente anche i giornalisti? Lo sa Vespa che altri suoi colleghi come Lirio Abbate sono sotto scorta perché minacciati di morte proprio per aver indagato anche sui Casamonica?
Vespa chieda scusa a chi gli paga lo stipendio: gli italiani non pagano le tasse per stare a sentire i Casamonica e i loro deliri.  Se vuole parlare coi Casamonica, gradisce la loro compagnia, li invitasse a casa sua.

Niente di nuovo sul fronte Quirinale

Riccardo Mannelli per Il Fatto Quotidiano

Il Quirinale con i suoi 224 milioni di euro di spese l’anno costa quattro volte Buckingham Palace, il doppio dell’Eliseo  e otto volte Casa Merkel che in quanto a rendimento paragonato alla politica italiana beh, lasciamo perdere. Almeno in questi paesi ci provano a fare qualcosa anche per i cittadini, non solo per mantenersi in piedi il fortino delle caste come da noi. Che intende Napolitano con il concetto “la politica cambi”?  Politici di ogni ordine e grado che amministrano il piccolo comune come la grande metropoli continuano a guadagnare cifre indecenti coi risultati che sappiamo e vediamo. Governatori e direttori generali della Banca d’Italia, il capo della polizia, il personale di camera e senato continuano ad essere i più pagati al mondo. Manager pubblici che possono svolgere dieci, venti, trenta incarichi contemporaneamente, tutti lautamenti ripagati e nessuno pensa né ha mai pensato che il rapporto 30 a 1 come nel caso di Mastrapasqua [INPS] sia non solo uno schiaffo alla miseria ma uno spreco di risorse che toglie possibilità ad altra gente. Quelli che erano troppo ricchi prima della crisi continuano ad essere troppo ricchi anche ora perché questo stato anziché pensare ad una seria redistribuzione di risorse e redditi dà la possibilità di speculare e guadagnare sulle altrui povertà, soprattutto quelle nuove indotte e causate da una crisi che ha festeggiato svariati compleanni, ma in tutto questo tempo nessuno ha mai pensato a dare un segnale forte per un cambiamento che passa, e come no, anche per i costi di questa macchina del potere che dissangua i cittadini senza dare il minimo contributo al loro benessere. Napolitano vive nella politica e  di politica da sei decenni, e chissà  perché l’uomo che Kissinger definì “il mio comunista preferito” in questi sessanta lunghi anni non ha mai sviluppato quella lungimiranza  che i veri padri della patria di questo paese sono riusciti a mettere su Carta in un tempo infinitamente minore e oggi, a danni irreversibili compiuti parla come se la cosa non lo riguardasse.  La Costituzione non andrebbe interpretata come si usa fare in questa magnifica era moderna ma applicata. Se l’avessero fatto, anziché aggirare leggi, regole, quei principi inviolabili che qualcuno che amava questo paese ha pensato in tempi diversi, per prevenire anziché curare, oggi non ci troveremmo a vivere tutti in un dramma a cielo aperto qual è l’Italia. Ma ovviamente ricordare perché l’Italia è un dramma a cielo aperto e per colpa di chi è demagogia, populismo, qualunquismo e ancorché “grillismo”.

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Non si capisce perché, quando a fallire nella sua attività è un cittadino comune il massimo di quel che riceve dalla società, la sua più prossima, è il compatimento se non addirittura l’indifferenza mentre quando a fallire è chi per il ruolo che riveste trascina con sé nel fallimento anche gente incolpevole, quella che si impegna per il contrario, per non fallire, deve ricevere la solidarietà e l’approvazione di quasi tutto un paese. 

Chi fallisce perché ha sbagliato nella maggior parte dei casi si copre il capo di cenere e se ne vergogna: c’è gente che si è suicidata per la disperazione di aver trascinato  incolpevoli vittime nel suo fallimento – molto spesso nemmeno causato dal suo agire ma da altri fattori di cui non è stato responsabile il “fallito”,  uno su tutti credere di vivere in un paese normale quale non è più da tempo l’Italia, semmai lo sia mai stato – perché non ha sopportato l’idea di far subire l’onta di quella vergogna alla famiglia, ai suoi figli. 

Qui invece abbiamo un signore, responsabile di diversi fallimenti tutti gravissimi e che hanno coinvolto tutti tranne la gente a lui più cara, ovvero quelle categorie che non vengono danneggiate da nessuna crisi o fallimento ma anzi guadagnano sulle crisi e i fallimenti altrui, la politica che è la prima causa della crisi e non ne risponde da fallita coprendosi il capo di cenere ma con la solita arroganza – che può andare in televisione a reti unificate a fare l’elenco di quei fallimenti come se fossero dipesi da altri e non da lui e pretendere pure di ricevere sostegno, rispetto e comprensione per il suo agire.
E il dramma è che nel paese alla rovescia li trova pure. Quando si fanno voli pindarici insopportabili con le parole per non dire quello che è davanti agli occhi di tutti, per non ammettere i propri fallimenti, c’è purtroppo chi non capisce e continua ad illudersi. Illudere la gente da politico e da giornalista dovrebbe diventare un reato.

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Meno male che anche Alessandro Gilioli la pensa come me.
Mi sento al sicuro, quando le mie idee coincidono con quelle di chi è molto più bravo e capace di me a metterle per iscritto.
Troppo semplice liquidare tutto con le solite accuse di populismo: lo strappo fra le istituzioni e i cittadini non si ricuce con una manciata di parole, in verità nemmeno troppo ben assortite e convincenti come ci si aspetterebbe da chi viene definito “statista”. 
Nessuno avrebbe avuto quelle tendenze distruttive delle quali si lamenta Napolitano se avesse visto davvero le buone intenzioni di una politica che a migliorarsi per migliorare non ci pensa nemmeno. 
L’esasperazione è una conseguenza logica dello stato pietoso di questo paese certamente non voluto da chi ne è vittima ma causato principalmente da chi si sarebbe dovuto occupare del paese. Ovvero, la politica.
A tutti piacerebbe avere a portata di mano il capro espiatorio da accusare per le proprie manchevolezze: purtroppo a noi non è concesso. 
Chiunque abbia delle responsabilità sa che se le disattendesse dovrebbe pagare in prima persona, in politica questo non succede mai. Dei disastri politici è sempre colpa di qualcun altro: dei governi precedenti, di chi c’era prima ma mai di chi c’è mentre e durante. 
Adesso addirittura la colpa è anche di chi è arrivato dopo. Oppure, che lo dico a fare, della gggente. Il danno, anzi tanti, e pure le beffe. Questo non è più sopportabile.

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Piccoli scalfarini crescono. 
Ci fosse una critica nell’analisi del vicedirettore di Repubblica.
Segno che i vicedirettori dei quotidiani non sono tutti uguali. E nemmeno i quotidiani, per fortuna. Adesso forse sarà più chiaro a tutti perché Giannini a Ballarò ci può andare e Travaglio no.

LA VOCE DEL DISAGIO (Massimo Giannini)

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Mi scusi Presidente – Alessandro Gilioli, Piovono rane

Può un Presidente della Repubblica non dire una parola sulle politiche che hanno generato questa catastrofe? Può fingere di ignorare da cosa sono state causate queste «tendenze distruttive»? Può non pronunciare nemmeno una parola di critica verso gli establishment dei Palazzi e dell’economia che ci hanno portato fin qui, fino a questa dissoluzione della coesione sociale?

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COLLE 22 (Marco Travaglio)

Metteva tristezza, molta tristezza, l’ottavo monito di Capodanno del Presidente Monarca. Triste il tentativo disperato di recuperare uno straccio di rapporto con la gente comune dopo il crollo di popolarità nei sondaggi (dall’84% di due anni fa al 47-49 di oggi) inaugurando la rubrica “La posta del cuore”: Sua Maestà ha declamato alcune lettere di sudditi in difficoltà per la crisi, omettendo quelle critiche e senza rispondere a nessuna. Triste l’evocazione del dramma degli esodati e il silenzio su chi li ha condannati alla miseria: il governo Monti e la ministra Fornero, creati in laboratorio da lui stesso. Triste l’appello al cambiamento e al rinnovamento della classe politica lanciato da un veterano della Casta entrato in Parlamento nel lontano 1953 per non uscirne mai più. Triste l’encomio al governo Letta jr. per le “misure recenti all’esame del Parlamento in materia di province e di finanziamento pubblico dei partiti”, due maquillage gattopardeschi che non faranno risparmiare un solo euro alla collettività. Triste il successivo atteggiarsi ad arbitro imparziale: “Non tocca a me esprimere giudizi di merito sulle scelte compiute dall’attuale governo… il solo giudice è il Parlamento”, come se non avesse appena elogiato due scelte compiute dall’attuale governo. Triste la citazione con nomi e cognomi dei due marò imputati in India per aver accoppato due innocenti pescatori indiani e spacciati per eroi nazionali martirizzati per la guerra alla pirateria; e, al contempo, il silenzio sul pm Nino Di Matteo condannato a morte da Totò Riina e sui suoi colleghi palermitani minacciati dalla mafia. Tristemente beffardo l’accenno alla Terra dei Fuochi come un “disastro” contro l’“ambiente”, senza una sola parola sulle 150 mila cartoline con le foto dei bambini morti di cancro per un crimine perpetrato dalla camorra e insabbiato per quasi vent’anni dallo Stato, fin da quando lui, Napolitano, era ministro dell’Interno. Tristemente imbarazzante l’autoelogio per lo scrupoloso rispetto delle prerogative presidenziali: “Nessuno può credere alla ridicola storia delle mie pretese di strapotere personale”. Lo dice lui, dunque c’è da credergli: come all’oste che assicura che il vino è buono.

Triste l’excusatio non petita (accusatio manifesta) per la rielezione, sempre smentita e poi accettata dopo ben un quarto d’ora di tormento interiore: “Tutti sanno (a tutti è stato raccontato, ndr) – anche se qualcuno finge di non ricordare – che il 20 aprile, di fronte alla pressione esercitata su di me da diverse e opposte forze politiche perché dessi la mia disponibilità a una rielezione a Presidente, sentii di non potermi sottrarre a un’ulteriore assunzione di responsabilità verso la Nazione in un momento di allarmante paralisi istituzionale”. Peccato che il 20 aprile, dopo la quarta votazione a vuoto per il nuovo presidente, non ci fosse alcuna “paralisi istituzionale”: ben quattro presidenti non furono eletti nei primi quattro scrutini (Saragat passò al 21°, Leone al 23°; Pertini e Scalfaro al 16°), altri quattro passarono al quarto (Einaudi, Gronchi, Segni e Napolitano) e solo tre al primo colpo (De Nicola, Cossiga e Ciampi). E peccato che nessuno abbia ancora spiegato come fu che il mattino del 20 aprile, nel giro di due ore, Bersani, Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e 17 governatori regionali su 20 abbiano avuto tutti insieme la stessa idea di salire in pellegrinaggio al Colle, sincronizzati disciplinatamente, per chiedergli di restare: furono colti tutti e 22 contemporaneamente da un attacco di telepatia o qualcuno suggerì loro quella scelta e dettò loro i tempi delle visite scaglionate? Triste, infine, la conferma del suo “mandato a tempo” e “a condizione”, espressamente vietato dalla Costituzione. Che, all’articolo 85, recita: “Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni”. Non per la durata che decide lui, né tantomeno alle condizioni che impone lui.

Alla base di quella norma costituzionale tanto secca quanto perentoria c’è un motivo molto semplice: le istituzioni e i cittadini devono sapere quando scade il presidente e viene eletto il successore, affinché le elezioni presidenziali non condizionino permanentemente la normale vita democratica. Ma Napolitano se ne frega e conferma: “Resterò Presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile… e dunque di certo solo per un tempo non lungo”. Cioè soltanto finché durerà il presunto stato di necessità, che però non dipende da fattori oggettivi e da tutti verificabili, ma esclusivamente dal suo insindacabile capriccio. Se ne andrà quando non sarà più necessario, ma il necessario lo decide lui. Dal Comma 22 al Colle 22. Così ogni giorno, ogni minuto, il Parlamento rimarrà ricattato da questa spada di Damocle, e ogni volta che deciderà qualcosa su qualunque materia, dalla legge elettorale in giù, ogni parlamentare si domanderà se stia facendo il meglio non per gli elettori, ma per il capo dello Stato. Che sarà dunque il padrone assoluto del Parlamento, e quindi del governo: perché ha annunciato che si dimetterà certamente prima del 2020, ma non ha precisato quando. Insomma resterà una mina vagante in grado di condizionare governi, maggioranze e opposizioni, ma anche l’elezione del successore (che, se Napolitano se ne andrà prima delle prossime elezioni, rispecchierà verosimilmente l’attuale asse Pd-Udc-Sc-Ncd; se invece sloggerà dopo, ne rifletterà un’altra ancora tutta da immaginare). E meno male che dice di conoscere bene “i limiti dei miei poteri e delle mie possibilità”: deve averglieli spiegati, in sogno, il Re Sole.