Tana libera [quasi] tutti

Ultim’ora: Telefonate Napolitano-Mancino: “Pg chiede proscioglimento per pm Di Matteo”

 

L’incompetenza in ogni dove e poi si pretende la precisione scientifica col risvolto culturale da chi va a manifestare; ovvio che non si può condividere niente con chi per denunciare un disagio inneggia alla mafia e si mette sottobraccio ai fascisti, ma questo fatto che dal cittadino si pretende il comportamento esatto sempre  pena tuttoquanto e alla politica si concede sempre la licenza di fare cazzate a ripetizione non è più sopportabile.
Il dramma delle carceri esiste da almeno vent’anni, e tutto quello che sa fare la politica è il provvedimento ‘eccezionale’ ogni tot di anni, col risultato di non risolvere nessun problema ma al contrario di accentuarne altri così come è successo con  quell’indulto di cui hanno usufruito anche le bestie assassine di Federico Aldrovandi e i massacratori del G8. Senza l’indulto quelle sentenze avrebbero avuto tutt’altri esiti. Per non parlare delle licenze premio destinate e concesse ai serial killer. Un assassino seriale, totalmente infermo di mente in questo paese può ricevere il trattamento di favore perché il direttore del carcere dove è detenuto non era nemmeno a conoscenza dei suoi precedenti: la competenza prima di tutto.
Una società civile lo è anche quando la separazione fra onesti e delinquenti è netta, e non lascia spazio a nessuna interpretazione: chi ruba, ammazza, stupra, froda lo stato per i suoi interessi non è uguale a chi non lo fa.

E uno stato civile, sebbene garantendo diritti e tutela anche a chi viola la legge questo non lo può dimenticare. Anzi, lo dovrebbe proprio esaltare. E la politica tutto può fare fuorché indignarsi dei suoi stessi fallimenti.
La bonino che sgrana gli occhi davanti agli orrori di Lampedusa è la stessa che non ha fatto un plissé quando il governo di cui fa parte ha riconfermato angelino alfano dopo la deportazione di madre e figlia kazake. Mentre in un paese normale avrebbe dovuto fare le valigie pure lei.
Questi non conoscono il benché minimo significato della parola RESPONSABILITA’. Soprattutto delle loro.
L’amnistia concessa in emergenza, così come l’indulto, questo svuotacarceri di cui all’estero, nei paesi normali, non esiste traduzione, i decreti catalogati come “eccezionali” perché servono a tappare buchi ma non ad aggiustare la frana sono un fallimento dello stato i cui rappresentanti dovrebbero tenere gli occhi bassi e tacere, almeno.

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Visto che 7000 detenuti stanno per ricevere un bel regalo di natale che consiste nell’anticipazione della loro libertà, sarebbe carino se anche a Nino Di Matteo venisse restituita un po’ della sua. 

Cancellare il provvedimento disciplinare che lo riguarda sarebbe un bel gesto che il presidente della repubblica in qualità di capo del CSM potrebbe fare, se volesse. 
E, visto che ad oggi ancora non si è degnato di dire una parola nel merito delle minacce di morte al giudice Di Matteo, sarebbe anche un bel modo per farci dimenticare almeno in parte il precedente di un capo dello stato che si preoccupa e si è preoccupato – molto – della sorte dei delinquenti veri [soprattutto uno: il più delinquente di tutti] ignorando e fregandosene apertamente di quella di chi i delinquenti li combatte da una vita.

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Forche & Forconi – Marco Travaglio, 19 dicembre

Grande esultanza e complimenti vivissimi sta suscitando il decreto svuotacarceri Cancellieri-2, il terzo in tre anni dopo l’Alfano e il Cancellieri-1, varato dalla ministra dei Ligresti per liberare 7 mila criminali nei prossimi 12 mesi. La leggenda metropolitana inventata per giustificarlo è che così l’Italia non verrà più condannata dalla Corte europea che ci ha dato tempo fino al maggio 2014 per metter fine alle condizioni disumane dei 67 mila detenuti stipati in 47 mila posti-cella (solo teorici: quelli effettivi sono meno di 40 mila). In realtà l’Italia verrà condannata lo stesso: per scendere a 47 mila detenuti bisognerebbe liberarne 20 mila, uno su tre, e non farne entrare più nemmeno uno. Cioè pregare i criminali di astenersi dal delinquere fino al termine della legislatura o, in alternativa, ai giudici di andarsene in ferie o, se proprio vogliono lavorare, di assolvere tutti i colpevoli. Anche chi considera questa classe politica un pericoloso branco di cialtroni stenta a credere che il decreto Cancellieri possa davvero diventare legge dello Stato. E chi non stenta a crederlo è solo perché non lo conosce. Fra le geniali invenzioni partorite dalla ministra, oltre al regalino dei braccialetti elettronici obbligatori a Telecom (di cui è direttore finanziario il pargolo Piergiorgio Peluso), spiccano due norme ai confini della realtà. La prima è l’innalzamento da 3 a 4 anni delle pene (totali o residue) che i condannati potranno scontare comodamente in libertà, con la simpatica formula “affidamento in prova ai servizi sociali”. Oggi, in base alla legge Gozzini, chi deve scontare 3 anni o meno, resta fuori o, se è dentro, esce. I classici ladri di polli? No, la stragrande maggioranza dei condannati, visto che in media le pene irrogate dai tribunali, anche per reati gravi (soprattutto quelli finanziari e tipici dei politici e dei colletti bianchi), sono inferiori ai 3 anni. Siccome poi i reati commessi fino a maggio 2006 sono coperti dall’indulto di 3 anni, non fanno un giorno di carcere i condannati fino a 6. E, per meritare pene superiori ai 6 anni, bisogna proprio sparare o trafficare quintali di droga. Ora, non bastando questo formidabile bonus impunitario, la ministra ha previsto che resti o torni libero chi di anni ne deve scontare 4. Compresi i condannati a 7 anni per reati pre-2006. Per quelli che non riuscissero a farla franca con quel sistema, ecco la seconda ideona: l’innalzamento della “liberazione anticipata” da 45 a 75 giorni a semestre. Oggi il detenuto che si comporta bene (cioè non si comporta male: non scanna né stupra il compagno di cella) si vede detrarre 3 mesi di pena ogni 12. Ora, siccome non basta ancora, lo sconto sale a 5 mesi su 12. Immaginiamo la scena di un processo qualunque: dopo una decina d’anni passati fra indagini, interrogatori, perizie, rogatorie, arresti, perquisizioni, sequestri e intercettazioni, e poi udienza preliminare, e poi i dibattimenti di primo, secondo e terzo grado, spendendo un occhio e impegnando decine fra agenti, magistrati, cancellieri, segretarie, avvocati e così via, i giudici riescono finalmente a emettere la sentenza definitiva. Che, in caso di condanna, ammonta mediamente a 2-3 anni di pena. Mentre il presidente legge solennemente il dispositivo in nome del popolo italiano, l’avvocato dà di gomito al condannato: “Tranquillo, Jack, il giudice ha detto 3 anni, ma è tutto finto: 36 mesi vuol dire 21 e 21 vuol dire che non fai un giorno di galera. Però mi raccomando, non scordarti il braccialetto”. E Jack, asciugando il sudore dalla fronte con un sospiro di sollievo: “Ah meno male, avvoca’, chissà che mi credevo. Ho sempre pensato che il crimine paga. Ma, a furia di sentire ‘ sti politici parlare di ‘ certezza della pena’, quasi quasi ci cascavo anch’io”. Intanto la vittima se ne va schiumante di rabbia: “Se si rischia così poco, la prossima volta non lo denuncio: gli spacco direttamente la faccia”. 
Sono i risultati dal garantismo all’italiana: predica bontà e sotto sotto lavora per la forca.

Preoccupazioni “diverse”

Il ministro Cancellieri non ha il coraggio delle parole, così dichiara di essere molto preoccupato perché i blocchi ai caselli autostradali, potrebbero “sfociare in cose di tipo diverso”. (Rita Pani)

Anche noi siamo preoccupati, signor ministro, solo però, le nostre sono preoccupazioni “altre”, lei direbbe “diverse” perché non ha la sfortuna che abbiamo noi di doversi confrontare ogni giorno con gli stessi nostri problemi, lei come tutti quelli che si occupano di noi, vivete in un altro mondo rispetto al nostro, un mondo dove le preoccupazioni – bene o male – si risolvono senza molto “sacrificio”. A noi invece ne avete chiesti tanti di sacrifici, forse troppi.

I Partigiani non hanno usato i fiori nei cannoni per liberarsi dai fascisti. Per liberare l’Italia, dai fascisti. Hanno preso non i forconi ma i fucili e sono andati a sparare a tutti quelli che ostacolavano la loro ricerca di libertà. Non hanno trattato col nemico né lo hanno considerato un interlocutore col quale poter discutere. Erano altri tempi, s’intende.

Si sono fatte tante chiacchiere su questo movimento che sta mettendo in difficoltà l’Italia intera, come se la richiesta dei diritti si possa fare senza disturbare troppo, in silenzio, senza causare nessun disagio, e allora che protesta è? i diritti sono sempre costati molto più di tanti sacrifici, ecco perché avrebbero dovuto essere difesi meglio e di più di come invece è stato fatto perdendone per strada sempre un po’ in nome di ipotetici ‘sacrifici’ richiesti a chi la parola sacrificio la conosce fin troppo bene. Ecco perché io piuttosto che a complotti, a gente manovrata da chissà chi e cosa preferisco credere che questa gente si sia davvero scocciata di questa mancanza di considerazione della politica di qualsiasi genere si tratti, di quest’arroganza per cui non si pensa mai a come verranno elaborate poi quelle  scelte,  quelle decisioni che altri dovranno subire, decisioni ovviamente indiscutibili perché “necessarie” dall’unico giudice preposto che è il popolo, in questo paese definito sovrano per Costituzione, ma mai come ora ridotto al più servile dei sudditi in quanto non può ribellarsi ma deve tacere e chinare la testa perché c’è la crisi, come se la crisi l’avesse costruita il popolo e non invece quelli che oggi pensano di uscirne rendendo la vita difficilissima e impossibile da vivere per un sacco di gente. E non è pensabile, non è più pensabile che chi si vede messo all’angolo, immobilizzato, privato, deprivato e e violentato non cerchi di liberarsi in tutti i modi.

Cose di tipo diverso

Non penso più che gli uomini o le donne che si avvicendano al governo di questa nazione ridicola siano dei “senzapalle”, credo siano proprio perfidi e bastardi, al punto di non aver mai avuto il coraggio delle parole.

Perché ci vuole coraggio a parlare, e soprattutto a chiamare le cose col proprio nome. Non si fa più ormai, da quando la propaganda ha compreso che utilizzare la “neolingua” a volte tranquillizzante, a volte narcotizzante era di gran lunga più semplice e proficuo.

Al di là delle diatribe, delle analisi più o meno politiche degli accadimenti, in queste ultime settimane pare proprio che l’Italia si stia muovendo, e come primo passo si stia impedendo la circolazione delle merci – peggio che mai della benzina.

I blocchi interessano ormai tutt’Italia e ci sono problemi ai caselli autostradali, inizia a scarseggiare la benzina nei distributori del sud e della Sicilia, presto potrebbero esserci problemi per tutte le merci in tutti i supermercati.

No, il ministro Cancellieri non ha il coraggio delle parole, così dichiara di essere molto preoccupato perché i blocchi ai caselli autostradali, potrebbero “sfociare in cose di tipo diverso”.

Ma è davvero così difficile chiamarle Rivolte? E’ così tragico ammettere che siamo prossimi alla guerra civile? Come si combatte una cosa di tipo diverso? Forse con la polizia diversamente armata?

Le cose di tipo diverso a noi italiani non piacciono per definizione. Sono diversi i gay, i negri di qualunque etnia, sono diversi persino i meridionali rispetto alla logica padana. “Diverso” è una parola importante, che negli anni utilizzata al massimo della sua potenzialità ha dato risultati notevoli. Proprio l’altro giorno un servizio di un telegiornale che criticava le vacanze in famiglia del presidente Fini, evidenziava come il loro tempo fosse trascorso in maniera differente da quello dei “diversamente fortunati”. Poi i disabili, diversamente abili – che storpio pare proprio brutto, o zoppo e cieco, sordo o muto, tetraplegico, paraplegico – diversi. (Da chi?)

E allora speriamo che la nostra intera esistenza possa sfociare in una cosa di tipo diverso, anche perché ci stanno portando dritti e tirandoci per i capelli.

Quell’altro senzapalle di Monti – il professore – ha ribadito un’altra formula magica inventata dalla Marcegaglia, ossia che l’articolo 18 non è un tabù.

Poi provano a spiegare che si potrà licenziare con più facilità, ma gli stipendi saranno più altri per permettere una maggiore capacità di spesa agli italiani, e che perdere i diritti ce ne farà ottenere sicuramente degli altri. Ovviamente fingendo di ignorare la prassi consolidata dei “ricatti d’assunzione”, quelli che al momento del contratto devi accettare per lasciare libertà di licenziamento al padrone …

Che si diceva? Sì, le cose d’altro tipo. Se sapesse il ministro quante me ne passano per la mente …

Rita Pani (APOLIDE)

 

 

 

La metafora

 Sottotitolo: La tragedia del Giglio è la più perfetta delle metafore italiane. Onnipotenti al comando che si rivelano codardi incapaci. Dell’equipaggio sbarcano in molti prima di soccorrere. Avranno in premio la vita. Chi resta ad aiutare viene accusato di negligenza. Muoiono i turisti. Ma soprattutto muoiono gli ultimi dell’equipaggio. Gli schiavi. Quelli che lavorano sotto il livello del mare. E mentre la barca è in equilibrio su tre speroni di roccia, ecco giovedì la mareggiata che la inabisserà.

Schettino starebbe bene in parlamento. (D.D.)

 

Naufragio Costa. Da Venezia si leva la protesta contro le grandi navi da Crociera

 la furia dei cervelli: COSTA CONCORDIA: LA “MOVIDA” GALLEGGIANTE

Il naufragio di un Paese

Con la Costa Concordia è naufragato quel poco di reputazione del nostro Paese che ancora ci rimaneva.  

Perché fare tante polemiche sulla sicurezza delle navi proprio ora che c’è una tragedia? Semplice, perché siccome tra poco non fregherà più (quasi) nulla a (quasi) nessuno, forse è l’unica occasione per fare qualcosa per rendere più sicura la navigazione. Della serie: si può chiudere il recinto solo quando i buoi sono scappati, è vero, ma almeno si evita che scappino i prossimi. Pensare di eliminare il fattore pericolo nelle cose che si fanno, si devono fare e affrontare è mera utopia, ma buona parte della sicurezza quando si ha a che fare con la responsabilità di altra e tanta gente è nella gestione dell’emergenza e del rischio; gli incidenti capitano in continuazione ma quando si ha una fabbrica, una nave, un autobus bisogna essere responsabile e sapere di aver fatto tutto il meglio per fronteggiare il rischio. Trovare una situazione sicura è impossibile, ma bisognerebbe trovare una situazione almeno “preparata”,  quando si dipende completamente da strutture su cui non si ha voce in capitolo o da altre persone (in nave, in autobus, in aereo, a scuola, in ufficio, a teatro, allo stadio,  in fabbrica, eccetera…).