Il governo Coe_Renzi

Di facce nuove non ce ne sono molte.
Di facce che ne nascondono altre c’è l’imbarazzo della scelta.
La faccia come il culo invece è inconfondibile: impossibile non notarla.

“Il primo rottamato sarà silvio”: e l’ha resuscitato, proprio tirato fuori dal loculo del tempietto di Arcore.

“Mai al governo senza il voto”: e si è praticamente autoincoronato presidente del consiglio.

” Letta ha bisogno della fiducia di tutti quindi sosterremo il governo Letta”: il calcio in culo di Renzi Letta non se lo dimenticherà mai più nella vita.

“Mai più ricatti dai piccoli partiti”: per una settimana giorno e notte Renzi ha trattato con tutti, anche coi parenti, dei piccoli partiti.

“Basta Alfano nella squadra”: e olè, l’Arf_ano resta incollato dov’era prima.
Lupi e la Lorenzin perché sono stati bravi si sono meritati la riconferma.

“Dureremo fino al 2018”: essì, te piacerebbe.

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La cosa più squallida è l’essersi vantato di aver messo “il maggior numero di ministri donne”: in questo paese non usciremo mai da questo trip, da questo delirio collettivo.
Anche per la Boldrini il problema sono le percentuali, a voler fare la battutaccia ché tanto so’ femmina e me la posso permettere, le misure.
Come se Gino Strada e Beatrice Lorenzin fossero speculari per conoscenza, competenza e professionalità, diversi solo per genere quindi meritevoli di ricoprire lo stesso ruolo.

Far notare il particolare è ancora peggio del discriminare.

Nei paesi normali la percentuale uomo e donna nei ruoli chiave, politici e di impresa è alla pari per delle regole civili che si sono imposti per legge, leggi volute anche da governi di destra. E senza nemmeno una quota rosa.

Qui ancora una donna che va a fare un lavoro solitamente e storicamente, soprattutto, svolto da uomini deve essere un fenomeno da baraccone su cui fare la precisazione. Che poi, se si cominciasse a guardare alle competenze e alla preparazione e chissenefrega se uomo o donna non sarebbe male.
Giusto per non ritrovarsi due semplici diplomati come ministri della giustizia e della salute.

La questione è che ci siamo fatti abbindolare dalla teoria che “giovane è bello e meglio”, come se il merito oggi fosse quello di essere nati dopo o se il riferimento si potesse trovare solo nella gerontocrazia al potere. Mentre ci sono tante persone capaci e competenti pur avendo un’età matura  senza essere vecchie. Penso alla scienziata che Napolitano ha nominato senatrice a vita, Elena Cattaneo, che avrebbe potuto essere una  eccellente ministra della salute al posto della saputella che imputa allo stile di vita il cancro dovuto allo stile mafioso.
 Non c’è più nemmeno la signora Kyenge e il suo ministero, così la lega si toglie il pensiero, l’ossessione e la smette col tampinamento ad personam e di rompere i coglioni col suo razzismo, tanto qui non serve un ministero per l’integrazione. Gli immigrati hanno già un ottimo trattamento strettamente riservato anche senza. Poi magari qualcuno un giorno ci spiegherà perché  Nicola Gratteri al quale erano state già date garanzie per affidargli il ministero della giustizia è stato sostituito al fotofinish dal diplomato Orlando esperto e competente di non si sa bene cosa e come mai ci sono ministeri che vanno, vengono e qualche volta, spesso, non si trattengono come le pari opportunità mai più sostituito nel precedente governo dopo le dimissioni di Josefa Idem e quello per l’integrazione scomparso col governo del rottam’attore. E chi sostituirà la Madia quando fra qualche giorno dovrà abbandonare il lavoro per impegni presi precedentemente.  Le donne italiane ancora costrette a scegliere se fare i figli o lavorare, pena il licenziamento o la non assunzione e un ministro può essere nominato malgrado lo stato avanzato di gravidanza: a parità di quote rosa non ce n’era un’altra più libera dagl’impegni precedentemente presi. Ma non chiamiamola casta, ché poi s’offendono.

 Il renzicchio – Marco Travaglio, 22 febbraio

Bando alle ciance sul premier più giovane e sul governo più rosa della storia italiana. Chissenefrega della propaganda: il governo Letta vantava il record dell’età media più bassa, infatti è durato meno di una gravidanza. Fino a oggi avevamo concesso a Matteo Renzi – come sempre facciamo, senza preconcetti – il sacrosanto diritto di fare le sue scelte prima di essere giudicato. Ora che le ha fatte possiamo tranquillamente dire che il suo governicchio è un Letta-bis, cioè un Napolitano-ter che potrebbe addirittura riuscire nell’ardua impresa di far rimpiangere quelli che l’hanno preceduto. Già la lista con cui è entrato al Quirinale presentava poche novità vere, anzi una sola: quella del magistrato antimafia Nicola Gratteri alla Giustizia. Quella che ne è uscita dopo due ore e mezza di cancellature a opera di Napolitano è un brodino di pollo lesso che delude anche le più tiepide aspettative di svolta. E il fatto che la scure di Sua Maestà si sia abbattuta proprio su Gratteri la dice lunga sul livello di non detto dei patti inconfessabili che Renzi ha voluto o dovuto stringere col partito trasversale del Gattopardo. Se il premier fosse quello che dice di essere, avrebbe dovuto tener duro su Gratteri o mandare tutto a monte. Invece s’è democristianamente genuflesso a baciare la pantofola e ha nominato il ragionier Orlando, ultimamente parcheggiato all’Ambiente (“Orlando chi?”, avrebbe detto Renzi qualche giorno fa), rinunciando a dare una sterzata alla Giustizia. Complimenti vivissimi a lui e a Giorgio Napolitano, che si conferma il peggior presidente della storia repubblicana: se Scalfaro nel ’94 usò il potere di nominare i ministri per sbarrare la strada a Previti, lui l’ha usato per fermare un pm competente, efficiente, onesto ed estraneo alle correnti. E non per un’allergia congenita ai Guardasigilli togati: nel 2011 firmò l’incredibile nomina del magistrato forzista Nitto Palma, amico di B. e di Cosentino. Il veto è proprio ad personam contro Gratteri, che la Giustizia minacciava di farla funzionare sul serio, senza più indulti, amnistie, svuotacarceri e leggi vergogna. Davvero troppo per lo Stato che tratta con la mafia e per il suo capo. Accettando senza batter ciglio i veti del Colle, della Bce e di Bankitalia, Renzicchio si candida al ruolo di rottamatore autorottamato. Poteva tentare una svolta, costi quel che costi: s’è prontamente fatto fagocitare dalla “palude” che rinfacciava a Letta. Voleva essere il primo premier della Terza Repubblica: sarà il terzo premier a sovranità limitata, circondato da un accrocco di partitocrati di nuova generazione che non danno alcuna garanzia di esser meglio degli ante- nati. Con due sole eccezioni: il ministro dell’Economia Padoan, finto tecnico che rassicura le autorità europee e mastica politica da una vita, infatti era consigliere di D’Alema (Renzi voleva Delrio, poi anche lì ha alzato bandiera bianca); e l’addetta allo Sviluppo Federica Guidi, che ha soprattutto il merito di essere una turbo berlusconiana e la figlia di papà Guidalberto. Alfano, che Renzi voleva cacciare dal Viminale per l’affare Shalabayeva, resta a pie’ fermo al Viminale. Lupi, che persino il renziano De Luca accusava di farsi gli affari suoi alle Infrastrutture, rimane imbullonato dov’è. Un altro formidabile conflitto d’interessi porta con sé Giuliano Poletti, ras delle coop rosse, al Lavoro. Notevole anche la Pinotti, genovese come Finmeccanica, alla Difesa. La catastrofe Lorenzin farà altri danni alla Salute. Il multiuso Franceschini passa dai Rapporti col Parlamento alla Cultura. La Giannini, segretaria di quel che resta di Scelta civica, va all’Istruzione. Il cerchietto magico renziano si aggiudica gli Esteri con la Mogherini, le Riforme con la Boschi, la Pubblica amministrazione con la Madia (avete capito bene: Madia). Un po’ di fumo negli occhi con la sindaca antimafia Lanzetta alle Regioni, poi due figuranti come Martina all’Agricoltura e il casiniano Galletti che, essendo commercialista, va all’Ambiente. “Ora mi gioco la faccia”, ha detto Renzi. Già fatto.

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Governo Renzi auto-rottamato, fatto fuori Gratteri restano solo lobby e gattopardi – Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano

 

 

Nel 1994 era stato Cesare Previti, l’avvocato degli affari sporchi di Silvio Berlusconi, a entrare al Quirinale come Guardasigilli in pectore e a uscire degradato. Sull’onda dell’indignazione suscitata dalla scoperta di Tangentopoli, il Colle aveva detto no. E Previti era finito alla Difesa. Oggi, nel mondo alla rovescia dei ladri e della Casta, a venir depennato all’ultimo momento dalla lista ministri, è Nicola Gratteri, stimato magistrato antimafia, la cui colpa principale è quella di aver sognato di poter far funzionare la giustizia anche in Italia . Gratteri resterà in Calabria. E per la gioia della ‘ndrangheta, delle consorterie politico-mafiose e dell’Eterno Presidente, Giorgio Napolitano, in via Arenula ci finisce l’ex ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, celebre per aver chiesto l’abolizione dell’ergastolo e proposto l’abrogazione dell’obbligatorietà dell‘azione penale.

È il segno più evidente di come il rottamatore Matteo Renzi prosegua imperterrito nella distruttiva opera di auto-rottamazione e di demolizione del sogno di cambiamento che aveva rappresentato per molti italiani. Una stolta manovra iniziata con il tradimento e il successivo brutale accoltellamento politico del mediocre Enrico Letta, a cui il nuovo premier aveva più volte pubblicamente e bugiardamente assicurato lealtà.

Certo, sull’esclusione all’ultimo minuto di Gratteri in molti vedono le impronte digitali di Napolitano. Il presidente del secondo paese più corrotto d’Europa, noto per aver lesinato solo i moniti in materia di legalità della politica, ovviamente esclude ogni responsabilità. Resta però da spiegare come mai, stando a quello che risulta per certo a Il Fatto Quotidiano, al magistrato fosse stato assicurato il dicastero solo pochi minuti prima della salita di Renzi al Colle. E perché Napolitano, pubblicamente, abbia poi tenuto a precisare – con una sorta di excusatio non petita – che tra lui e il neo-premier non era avvenuto nessun “braccio di ferro” sulla lista dei ministri.

Nelle prossime ore le notizie su quello che è esattamente accaduto durante il lunghissimo faccia a faccia tra il neopremier e l’ottuagenario capo dello Stato, non mancheranno. Non c’è invece bisogno di retroscena per capire tutto il resto. Bastano i curricula dei ministri più importanti.

Nella lista spiccano i nomi dell’esponente di Confindustria e della Commissione trilaterale, Federica Guidi (Sviluppo economico), quello del presidente della Lega cooperative, Giuliano Poletti, dell’ex delfino di Berlusconi, Angelino Alfano (Interno), e del ciellino Maurizio Lupi (Infrastutture). Mentre all’Economia ci finisce Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse e ex presidente della Fondazione italiani europei di Massimo D’Alema, e alle Politiche Agricole, Maurizio Martina, già pupillo di Filippo Penati, l’ex presidente della provincia di Milano sotto processo per le tangenti di Sesto San Giovanni.

Il fatto che Renzi sia riuscito a mettere insieme una squadra formata al 50 per cento da donne, che l’età media dell’esecutivo sia piuttosto bassa, non servirà al premier per cancellare negli elettori la sensazione di trovarsi di fronte a un consiglio dei ministri espressione di quelle lobby da più parti ritenute responsabili del degrado del Paese. È infatti più che ragionevole dubitare che il suo obamiano programma di governo (“una riforma al mese”) possa essere messo in atto da una compagine del genere. Perché questo non è un dream team, ma solo una galleria di errori e orrori.

Così già oggi sappiamo che ha vinto il Gattopardo. #lavoltabuona può attendere.

Uno stato di diritto tutela anche i criminali

Non vorrei mai essere quella madre a cui suo figlio chiede aiuto e non glielo può dare. Piuttosto vorrei morire io al posto suo.

 La Cancellieri per Federico ha mandato l’ispezione dopo, per l’amica di famiglia  invece l’ha richiesta prima.

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“Il numero della Cancellieri non lo avevo
E mio figlio Federico è morto di carcere”

Intervista a Nobila Scafuro, madre del 34enne deceduto in prigione lo scorso 8 novembre. “Non ce la faccio più, mi stanno uccidendo”, le scriveva (leggi). Ma nonostante le ripetute perizie l’uomo non è mai stato scarcerato. [Il Fatto Quotidiano]

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Mentre tutti parlano del confronto Pd, di cui non mi fregava e frega assolutamente nulla, resto sconcertato dalla vicenda di Federico Perna. Un altro detenuto morto nell’indifferenza generale. L’ennesima prova tangibile di uno Stato assente, cinico e malato. Come Aldrovandi, come Cucchi, come Uva e tanti altri, che per loro sfortuna non conoscevano il cellulare del(la) Ministro della Giustizia.
La politica paragona empiamente berlusconi a Mandela, Moro e Pertini. E i martiri veri muoiono nell’indifferenza generale, con le madri costrette a pubblicare le foto dei figli martoriati per ricevere un briciolo di attenzione. Siamo un paese moralmente in coma. [Andrea Scanzi.]

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

CASO LIGRESTI, UNA GUARDASIGILLI CHE E’ RICATTABILE?

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Una persona che frequenta da trent’anni una famiglia di disonesti truffatori faccendieri ha paura che venga applicato il metodo Boffo anche su di lei; chi altro conosce la Cancellieri?

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Ha ragione D’Alia quando dice che ricordare i principi costituzionali  è demenziale.

Qui ormai siamo arrivati talmente oltre il punto del non ritorno che se non c’è il reato, l’azione penalmente rilevante non ci deve stare nemmeno la critica. E spesso e volentieri non ci può stare nemmeno in presenza del reato. Da novantasei giorni un pregiudicato condannato è ancora libero ma non si può dire: bisogna aspettare i tempi della democrazia per applicare una sentenza a un delinquente. Perché quel delinquente fa parte della casta protetta e privilegiata alla quale tutto è concesso, anche violare la legge e avere un trattamento diverso da quello riservato ai cittadini comuni.
Non ci sono solo i comportamenti illegali, ci sono anche quelli in contrasto con quell’etica a cui si richiama la Costituzione ispirata soprattutto dal buon senso lungimirante della prevenzione. Pensata specialmente per evitare di sbagliare. C’è scritto tutto, e c’era scritto anche che una persona come il delinquente ancora a piede libero non avrebbe potuto accedere alla carriera politica per evidenti contrasti fra i suoi interessi e la gestione delle cose pubbliche, ma questo non ha impedito che al delinquente siano state aperte lo stesso le porte del parlamento. Perché questo sia potuto accadere non ce lo ha mai spiegato nessuno; nessuno che si sia cosparso il capo di cenere per scusarsi di aver dato il permesso ad un personaggio che, se prima si poteva definire discutibile oggi si può addirittura dire di lui che è un pregiudicato condannato, di poter stravolgere un paese fin nelle sue fondamenta che risiedono proprio in quella Costituzione divenuta ormai un fastidio. Anzi, tutti si sono attivati per rendergli la permanenza nelle istituzioni il più confortevole possibile continuando a sfregiare quella Costituzione con leggi fatte apposta per lui e convalidate da chi viene definito “garante”: delle istituzioni e della Costituzione ma che in realtà l’unica cosa che ha difeso è proprio e solo quella casta di privilegiati di cui nulla si può dire senza essere tacciati di essere antipolitici, populisti antistato e demagoghi. E l’ha talmente difesa bene da volerla riunire tutta nell’abbraccio nelle larghe intese il cui operato non si deve discutere pena la stabilità del paese. Ora io non so se nel governo della stabilità del paese è prevista la presenza di un ministro che non pensa di aver fatto nulla in contrasto con quell’etica costituzionale occupandosi personalmente di segnalare con urgenza il caso di una persona amica che fa parte di una famiglia da sempre al centro di inchieste giudiziarie. Non c’è bisogno che nelle frequentazioni e nel comportamento del ministro ci sia qualcosa di penalmente rilevante per pensare che chi svolge una professione delicata che ha a che fare principalmente con l’applicazione della legge e della Costituzione non dovrebbe avere niente a che fare con gente abituata a violare la legge. E che non sta bene un ministro che pensa e dice che non sia stato giusto il trattamento riservato agli esponenti della famiglia fuorilegge dicendo di essere solidale con la famiglia e non con lo stato che rappresenta mettendosi a disposizione non dello stato ma dei fuorilegge.
Quello che so è che in un paese appena un po’ normale, uno di quelli dove presidenti e ministri si dimettono appena l’ombra del sospetto aleggia su di loro una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere. In questo invece quel ministro non solo trova il sostegno e la solidarietà della politica, del presidente della repubblica che non ha detto una sola parola nel merito della questione quindi è facile immaginare quale sia il suo pensiero, del presidente del consiglio la cui fiducia nei confronti del ministro è “a prescindere” ma anche di tanta gente comune che in questi giorni si è appellata all’impossibile e all’inenarrabile per difendere quel ministro in spregio non solo della Costituzione, della legge e del rispetto di quelle regole che vorrebbe che ognuno stia al suo posto: i ministri a fare i ministri e i delinquenti a fare i condannati quando li scoprono ma soprattutto in virtù di quella demenza diffusa che ha fatto perdere di vista il semplicissimo concetto di quello che è giusto, sbagliato, di quello che si può fare e quello che non si deve mai fare. Soprattutto quando si rappresenta lo stato, la qual cosa prevede anche il rispetto di quella Costituzione pensata proprio per difendere lo stato, non gli amici delinquenti dei ministri.

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Quello che mi dà fastidio, un enorme fastidio, sempre in base a quel concetto di demenza diffusa, sono le accuse di giustizialismo, di essere persone che umanamente non valgono niente rivolte a chi non pensa che difendendo la Cancellieri si sostenga qualche giusta causa. 
Men che meno quella della condizione disumana delle carceri che non si risolve occupandosi di pochi fortunati prescelti né liberando delinquenti a grappoli ogni tot di anni perché nelle galere si sta stretti. 

Chi tocca temi come amnistia e indulto verrà sbranato finché la politica non si libererà del più delinquente di tutti, se la politica non lo fa, se non elimina quelle leggi barbare che mandano in carcere chi non ci deve andare, significa che non le interessa minimamente la realtà drammatica dei detenuti in Italia ma le interessa che il dramma continui ad esistere in modo tale da poter giustificare poi i provvedimenti straordinari che non risolvono i problemi di chi in galera ci deve purtroppo stare ma aiutano a non entrarci chi non ci vuole proprio andare anche se la merita. 

E la Cancellieri per prima ha dimostrato che non le interessano i casi di tutti ma solo quelli di qualcuno, con buona pace di chi da giorni va impestando bacheche pubbliche ripetendo la litania che “la ministra ha agito secondo quelli che sono i suoi doveri”: e non è affatto così. 

E la domanda da fare non è la solita scemenza del “se capitasse a te” ma proprio quella opposta e cioè “se capitasse a ME”, e francamente l’idea di dovermi trovare in una situazione difficile e dover essere io quella che resta fuori dall’interessamento personale di un ministro non mi affascina particolarmente. Ecco perché il ministro si deve occupare di tutti e non solo di qualcuno. 

E dà fastidio anche la supponenza, quella presunta superiorità intellettuale benaltrista di chi pensa che ci si stia occupando troppo della vicenda rispetto ad altre realtà come se guardare una cosa impedisse di osservarne altre. 

E la solita insopportabile categoria di idioti nel profondo di quelli che, manco a dirlo, danno la colpa a certi giornali [uno nella fattispecie: il solito Fatto Quotidiano], e a certi giornalisti [uno nella fattispecie: il solito Marco Travaglio] di quella profonda insensibilità forcaiola di noi che vorremmo vivere in un paese dove le sentenze definitive si applicassero anche al prepotente delinquente nei tempi previsti dalle leggi, dove un ministro non telefonasse a casa di famiglie non al di sopra di ogni sospetto ma molto al di sotto di un’idea di onestà senza per questo doverci sentire noi dei fuori legge disumani.

Piovono bombe, anzi no: rimbalzano

Sottotitolo: ‎”Bisogna guardare le due facce della medaglia, ci sono anche tanti poliziotti che si sono comportati in modo egregio”. [Anna Maria Cancellieri]

Ecco, appunto, e se chiediamo di poter individuare più in fretta chi invece NON si comporta in modo egregio ed eccellente è proprio perché vogliamo vedere SOLO eccellenze nel corpo di polizia e nelle forze dell’ordine in generale. Non siamo così miserabili da non capire che lì in mezzo ci sono padri e madri di famiglia, ragazzi che potrebbero essere i figli di tanti di noi. Iniziamo a dare a queste persone uno stipendio ADEGUATO al rischio e alla responsabilità, magari dando una sforbiciata a tanti emolumenti percepiti indegnamente da politici e manager che hanno condotto l’Italia al fallimento.

O magari  al posto di dare tre milioni di euro al figlio della signora ministro dell’interno come buona uscita per UN ANNO di “lavoro”. Si può fare? sì, no, non è abbastanza tecnico, sobrio, non è politica buona, questa?

ALESSANDRO ROBECCHI – Lacrimogeni, balle e rimbalzi

Alla lettera, il rapporto dei carabinieri dice che la polizia ha tirato un lacrimogeno contro le finestre del ministero della Giustizia e per puro caso non ha fatto lacrimare la ministra e tutto il personale che stava lavorando.

In ogni caso, la toppa è peggiore del buco. [Il Manifesto]

ANNAMARIA RIVERA – I cecchini di via Arenula

Scontri e proteste, il Governo Monti è sotto assedio

Dopo Fornero, Passera e Profumo, la contestazione colpisce a Milano il premier [in visita alla Bocconi] e a Rimini il ministro Cancellieri, che sconta il comportamento della polizia negli incidenti di Roma. I sondaggi mostrano un Paese stremato e con i nervi a fior di pelle, che ai tecnici crede sempre meno [solo il 32%] – Il Fatto Quotidiano

Neanche questi eccellenti e sobri ministri, i migliori che ci potessero capitare secondo il presidente  Napolitano, conoscono la parola DIMISSIONI, è un virus che colpisce tutti quelli che mettono piede nel parlamento italiano.
Una residenza da sfruttare ad libitum, a proprio piacimento, Dio o chi per lui gliel’ha dato e guai a chi glielo tocca.
Un ministro dell’interno che invece di dimettersi dopo le scene da regime cileno a cui abbiamo dovuto assistere per l’ennesima volta va a impartire nientemeno che lezioni di legalità.
Come se Falcone e Borsellino non avessero di che rigirarsi nelle tombe già abbastanza.
La prima responsabile, o l’ultima, dipende da come si guardano le gerarchie, la persona che dunque sull’operato delle forze dell’ordine ci mette la sua faccia e purtroppo anche la nostra di cittadini, visto che rappresenta lo stato [ loro il manganello], che prima fa eseguire il lavoro e poi va a parlare di squadrismo e fascismo ai ragazzi.

Più che una lezione una minaccia.
La signora ministro poteva avere almeno il buon gusto di evitare di parlare di squadrismo e fascismo, considerato che sono proprio lì le origini storiche di un certo sentire ma soprattutto del modo di fare delle nostre forze dell’ordine.
Lo squadrismo è accanirsi in tanti contro uno, se non sbaglio, proprio come usano fare agenti e carabinieri durante le manifestazioni così come di solito si usa fare in tutte quelle occasioni in cui ci scappa il morto per sbaglio per caso e per eccesso, nelle questure come nei sotterranei di un carcere, in uno stadio, nelle strade e nelle piazze.

Purtroppo in questo paese fare il poliziotto o il carabiniere è spesso l’extrema ratio per chi avrebbe come alternativa il nulla, mentre invece una professione così delicata dovrebbe avere motivazioni più alte, fare il poliziotto e il carabiniere dovrebbe significare assumersi la responsabilità di prendersi cura dei cittadini, tutelare con discrezione sulla loro sicurezza.

Il cosiddetto tutore dell’ordine dovrebbe essere un punto di riferimento per i cittadini, non qualcuno a cui pensare con timore augurandosi di non dover mai incontrare un poliziotto o un carabiniere troppo da vicino.

Un paese dove il capo della polizia guadagna più del presidente degli Stati Uniti ha il diritto di avere una migliore gestione delle forze dell’ordine. L’Italia dovrebbe essere l’eccellenza nel mondo.

 E un poliziotto e un carabiniere non possono guadagnare 1300 euro al mese.

Il professionismo si paga, e Manganelli lo sa bene visto che il suo stipendio è intoccabile per Costituzione. Le nozze coi fichi sulla pelle degli altri non si possono fare.

I lacrimogeni di ritorno sono una cosa ridicola tanto quanto la teoria dell’insaputa, indice della mediocrità di chi è chiamato ad occuparsi delle cose di tutti e dei tutti, principalmente.

E se il paese bolle, ministro Cancellieri, questo non è un buon motivo per continuare ad accendere micce.
L’unico gesto di vero buon senso, per restituire un minimo di dignità ai cittadini da parte dello stato dopo i fatti di questi giorni sarebbe stato rassegnare le dimissioni,  invece, in perfetto stile italico non solo il ministro dell’interno resta ma trova perfino qualcuno che le offre un pulpito dal quale impartire lezioni: di legalità.
Vergogna su vergogna.