Scontri un cazzo, reloaded

 

Quando la polizia armata picchia dei manifestanti disarmati non si chiama scontro: si chiama repressione violenta dello stato.
Bisogna sempre ripetere le stesse cose qui.

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Quelli che vanno in piazza a manifestare contro una legge dello stato come la 194 che consente e regola l’interruzione di gravidanza, oppure vanno ad istigare e fomentare violenza e razzismo come la lega e l’omofobia come le sentinelle, tutta gente puntualmente appoggiata e sostenuta da associazioni fasciste dunque fuori legge come casapound non vengono mai sfiorati nemmeno per sbaglio dai manganelli di stato.
Mentre chi difende il diritto allo studio e al lavoro sì.

Nel paese sano e democratico davvero lo stato e la politica stanno dalla parte dei diritti, non di chi li nega, qui no, lo stato e la politica guardano senza particolare preoccupazione agli estremisti, razzisti, integralisti e fascisti che in piazza vanno quanto e quando vogliono e tornano a casa sempre sani e salvi nascondendo il tutto dietro l’alibi della libertà di manifestare, di espressione e rispondono con la repressione violenta alla richiesta dell’applicazione dei principi costituzionali quali sono lo studio e il lavoro.  Le forze dell’ordine vengono istruite dalla politica, e quando picchiano è perché qualcuno dà un ordine preciso.
La polizia ha picchiato i manifestanti sotto maggioranze e  governi di tutti i colori.
E lo continua a fare anche col governo dei non eletti.
Durante i governi di berlusconi le cosiddette forze dell’ordine hanno dato il meglio, l’apoteosi della violenza di stato al G8 di Genova, ma anche con d’alema a palazzo Chigi se la sono cavata bene, per chi ha memoria di quello che accadde al vertice Osce a Napoli del 2001 che fu una specie di anteprima di quello che avvenne poi a Genova.
Quando le forze dell’ordine picchiano uomini, donne, ragazzi e studenti la politica e i governi sono sempre d’accordo, polizia e carabinieri non prendono iniziative proprie, non serviva la genialità di Susanna Camusso per capirlo e saperlo. E non serve nemmeno un’intelligenza particolare per capire che uno stato che si serve della forza pubblica, quella che dovrebbe tutelare i cittadini, per picchiare gente disarmata, in difficoltà, è uno stato che non si è mai liberato del fascismo.

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IL LAVORO NELL’ERA RENZI: PRIMA TI CACCIO, POI TI MENO (Salvatore Cannavò)

Maledetta colla. Sono mesi che prova a gettare la maschera ma resta incollata. Che deve fare per liberarsene, povero cristo? Ha cominciato con due bugie interne, stai sereno Enrico e mai più larghe intese. Poi è corso in soccorso dello sponsor interdetto dai pubblici uffici, riabilitandolo come interlocutore e addirittura ammantandolo da pseudocostituente. Dopodichè mance da 80 euro pro-europee nell’ottica di “non insegnare a pescare, regala il pesce che così il pescatore affamato resta in debito per sempre”, tagli al welfare come e con più entusiasmo di Berlusconi, tagli alla scuola pubblica e doni alla privata, pubblica umiliazione degli avversari (di centrosinistra, quelli di centrodestra sono tutti contenti), pieno sostegno alle vecchie pratiche di confindustria (ormai da quelle parti lo chiameranno “Babbo Natale”), qualche annuncio mirato per tenere buoni gli omosessuali senza far nulla e in definitiva una scelta precisa e da tea party: senza se e senza ma contro i lavoratori e senza se e senza ma in difesa dei poteri forti. Che – per inciso – sono quelli che in tempo di crisi si arricchiscono (come in un giallo se “segui i soldi”, trovi il colpevole). Come se non bastasse, oscura la manifestazione della CGIL con una kermesse di corrente ossessivamente vuota di contenuti, attacca l’articolo 18 e e fa picchiare gli operai e i sindacalisti. Che deve fare di più, povero? Il saluto romano? [Andrea Marinucci Foa]

Quando si fanno accordi politici con uno che per tornaconto e opportunismo ha riempito il parlamento di feccia fascista poi succede che non si può tirare indietro la manina.
Quando si fa il patto con uno che ha trasformato la russa, gasparri e alemanno in ministri della repubblica se ti obbligano a tenerti alfano poi lo devi fare.
Questo dovrebbero dire certi giornalisti, quelli del bersaglio grosso sempre uguale, che non è solo berlusconi il problema, che lo scandalo non è solo il patto con un pregiudicato cosa inimmaginabile in qualsiasi altrove e ovunque ma è tutto quello che poi il pregiudicato impone, ad esempio alfano ministro dell’interno.
alfano che coordina le forze dell’ordine.
alfano, responsabile della sicurezza nazionale.

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Finirà come al solito.
Pagherà, forse, l’ultima ruota del carro ma i veri responsabili no.
Quando in un paese democratico – non nel regimetto che piace agli estimatori di questo fascistello amico dei finanzieri e degli imprenditori che sfruttano i lavoratori – la polizia carica gli operai che protestano per difendere il loro diritto al lavoro il governo non chiede scusa: si dimette per manifesta inadeguatezza.
Gli operai volevano occupare la stazione Termini? A parte che le immagini dicono di no,  ma anche se fosse? Che azione dimostrativa è quella che non disturba nessuno? In questo paese i governi sono abituati male, abituati a vedere la manifestazione fatta di bandierine e canzoncine di sabato quando non si dà fastidio a nessuno.
Mentre la protesta vera è quella che dà fastidio a tutti, a chi non c’entra ma soprattutto a chi non sa.
La protesta vera è quella che fa aprire gli occhi: porta l’attenzione su un problema, senza discrezione..
Come sono fastidiosi gli scioperi che poi non fanno passare gli autobus, non mandano maestri e professori a lavorare, fanno saltare gli appuntamenti di lavoro al cretinetti amico di Renzi, vero?
Quanta gente si lamenta quando i cortei si fanno nei giorni di lavoro perché non trova la strada aperta, perché fa tardi al lavoro, a scuola, dal parrucchiere?
Questo succede perché in questo paese c’è un sacco di gente incapace di fare suo il problema di altri.
Quando la sua piccola vita è al sicuro va tutto bene, ed ecco che diventano un fastidio i problemi degli altri: alterano gli equilibri, le sicurezze, l’organizzazione della propria vita.
Tranquilli, adesso ci toglieranno anche da questo imbarazzo: il divieto al dissenso è uno dei punti del piano di rinascita di Gelli: niente scioperi, niente manifestazioni, e a chi si ostina a far valere i suoi diritti le botte, quelle materiali e quelle finalizzate al discredito mediatico, ed ecco che i Notav diventano terroristi e il governo in carica fa una legge per rendere più difficile la protesta di piazza, trasformando una richiesta di ascolto in una questione di ordine pubblico da redimere con le botte e la galera.
Il governo di Renzi è solo uno dei tasselli del mosaico di un progetto antico, non fa nulla di sua iniziativa: esegue.

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Cosa fare quando picchiano un operaio (e altri consigli utili) – Saverio Tommasi

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QUANDO LA CORDA ALLA FINE SI SPEZZA – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano

Ai tempi di Scelba, quando la celere caricava (e ammazzava) i lavoratori in sciopero, i ruoli apparivano chiari: per il sindacato erano le manganellate del governo dei padroni e per i comunisti col pugno chiuso era quello lo sbocco dell’insanabile conflitto tra la classe proprietaria e il lavoro dipendente. Quando la polizia di Berlusconi fece del G8 di Genova una macelleria messicana, la sinistra all’opposizione spiegò che la destra al potere aveva in fondo mostrato la sua sostanziale natura fascista. Ma non è affatto nell’ordine delle cose che nell’autunno 2014, sotto il governo guidato da Matteo Renzi e dal Pd, gli operai delle acciaierie di Terni, colpiti da licenziamenti di massa e giunti in corteo pacifico a Roma, vengano picchiati a sangue dai reparti antisommossa e ciò dopo altri pestaggi pretestuosi avvenuti in altre città.

Ciò accade quando per la prima volta, nella storia repubblicana, un premier eletto dalla sinistra cerca lo scontro frontale con il sindacato di sinistra tra gli applausi della destra. Nessuno pensa che l’ordine di attaccare i manifestanti sia arrivato dal presidente del Consiglio. Ed è evidente che le frasi inconsulte della pd Picierno contro la leader della Cgil Camusso “eletta con le tessere false” appartengano soltanto alla Picierno, un’altra senza arte né parte catapultata in situazioni assai più grandi di lei. Semplicemente, lo statista di Rignano sta raccogliendo i frutti di ciò che ha seminato, o meglio rottamato. La sgangherata lotta di classe contro le conquiste sociali e le tutele del lavoro. O la crociata contro il posto fisso da sostituire con un sistema di precariato permanente e a basso costo. Il tutto espresso in qualche Leopolda con disarmante lingua banalese dove milioni di persone con redditi da fame si sentono paragonati a gettoni del telefono nell’epoca dell’iPad, scampoli del passato da gestire senza tanti problemi. Anche se non fosse arrivato a Palazzo Chigi “per volere dei poteri forti e di Marchionne” (Camusso), Renzi fa di tutto per farlo sembrare. E a furia di scherzare col fuoco, nel giorno più brutto della sua scalata, ha assaggiato la rabbia della gente. Dei tanti stufi di prendere legnate, mentre altri si apparecchiano il pranzo di gala. La corda si sta spezzando.

C’era una volta un partito

I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi.

Gino Strada

Il pd non ha avuto paura di andare in piazza: NON C’E’ POTUTO ANDARE.
Così come non ha potuto dire mezza parola sulla manifestazione eversiva del pdl a Brescia.
Il pd si è consegnato spontaneamente a quello che avrebbe dovuto essere il nemico, l’avversario, l’antagonista, e questa è una delle conseguenze.

Se guardate dietro, ma dietro dietro, dovrebbe esserci anche bersani [che in quanto segretario dimissionato avrebbe potuto esserci davvero, per dire].

E’ meglio, molto meglio che la politica dei giorni nostri non si accosti nemmeno per sbaglio alla questione morale, quella di cui parlava Berlinguer trentadue anni fa.
Perché sarebbe molto complicato spiegare da un punto di vista morale, che non è uguale a quello moralista, o “moralisteggiante” come va di moda dire adesso, com’è stato possibile che un partito che diceva di essere l’alternativa al disastro economico, etico e, appunto, morale, prodotto da berlusconi in questi due decenni,  sia rimasto a guardare dalla finestra uno spettacolo al quale non avrebbe dovuto partecipare come spettatore muto ma da protagonista principale.
Il pd non ha solo abbandonato l’idea di essere alternativa, ha proprio e definitivamente rinunciato all’idea di una politica onesta, al servizio della gente, dei suoi bisogni e necessità.
Non si abbandona il popolo e non si abbandonano i lavoratori a favore della risoluzione dei problemi di un  delinquente.

Pdl dopo insulti a Carfagna
“Colpa dei cattivi maestri”

Lei: “Mi spaventa il clima” video

La pretesa che dei carabinieri si debbano occupare di insulti verbali dà l’esatta misura di quanto questa gente sia distante dalla realtà, quella di altra gente che è costretta a rubare per mangiare a causa delle loro politiche scellerate, hanno ridotto un paese in miseria e in ginocchio, l’hanno stravolto e deformato a immagine e somiglianza di un delinquente  e in cambio  pretendono  il silenzio rispettoso?

Preambolo: “ chi infiamma le piazze, chi alza i toni, chi insulta con disprezzo, dovrebbe riflettere e farsi un accurato esame di coscienza” .

Aristotele? no, brunetta a proposito di madonna carfagna insultata.

brunetta, se sbaglio mi corigerete, è stato quello che insultò una signora tre volte laureata dicendole che lei e quelle e quelli come lei erano “l’Italia peggiore”.
Allora io voglio dire a brunetta, alla carfagna, a schifani [!] che parla di episodi preoccupanti […], e per conoscenza anche a Laura Boldrini, che ancora non c’entra ma si è dimostrata assai sensibile al tema dell’insulto al politico ed è subito accorsa a dare la sua solidarietà di genere alla carfagna, forse per il timore che brunetta le potesse rifare lo stesso cazziatone di qualche giorno fa in parlamento, che forse bisognerebbe andare oltre la solita solidarietà pelosa e ricercare  i motivi del disagio nei motivi, appunto, che ci sono, non sono il frutto di nessuna fantasia né dell’antipatia personale nei confronti di qualcuno.

Bisognerebbe chiedersi, seriamente,  come mai  c’è gente, nella fattispecie gente che fa politica per mestiere, che non può mettere piede in un negozio, in un ristorante, al supermercato senza essere presa di mira. All’estero i politici vanno in giro in bicicletta, coi mezzi pubblici, a piedi, qui no.

Ci sarà un motivo?

Non ne possiamo più, è diventato difficile e complicato anche pensare che esistono persone così,  insopportabili, false, bugiarde, arroganti e questo al di là di tutti i  privilegi, di tutto l’esercito di poliziotti e carabinieri con cui sono costrette ad andare in giro per evitare che le lincino, altroché insulti, e non è più tollerabile il tentativo reiterato ormai quotidianamente di reprimere il dissenso che loro stesse hanno prodotto in tutti questi anni.  

Il clima di odio l’hanno costruito loro e ora se ne lamentano?

Questa  ossessione dell’intervento repressivo, di censurare le voci contro  è stomachevole. 

L’odio è un sentimento, come l’amore, e nessuno può impedire a nessun altro di odiare qualcuno e di dirglielo, se ne ha voglia.  

Noi, al contrario di loro una coscienza l’abbiamo, ed è proprio quella, che si ribella.

La carfagna non si offende di stare al fianco del puttaniere corruttore [sempre per sentenze, non per le opinioni mie o di qualcuno]? non lo trova violento?

LE LARGHE INTESE: STORIA GROTTESCA DI UN AUTOCOMPLOTTO 
Furio Colombo, 19 maggio

Certo che c’è un complotto. Ci deve essere una ragione urgente, grave e pericolosa, se il nuovo segretario del Pd, già segretario della Cgil, è costretto a non andare al corteo e alla manifestazione della Fiom (Cgil) che difende accanitamente il lavoro. Per non turbare il governo delle larghe intese? Non può essere perché appena una settimana prima il collega di Letta dell’altro partito era andato in piazza in difesa di Berlusconi condannato due volte e in attesa di due sentenze. Lo aveva fatto contro i giudici, ovvero un leader dell’esecutivo contro un altro potere democratico della Repubblica. Lui risponde: “È la politica, bellezza”. Non vale per il Pd. Il Pd deve fingere di esserci e restare fermo, sottomesso, a obbedire. Questo è il complotto. Ecco le prove. Una sera in televisione compaiono fianco a fianco il presidente della commissione Giustizia del Senato, Nitto Palma (Pdl) e la presidente della commissione Giustizia della Camera, Ferranti (Pd). Sono due esperti, due magistrati. Rappresentano i due partiti che si contendono il governo in Italia. Viene buttata lì la domanda (Lilli Gruber, 16 maggio): “Secondo lei Berlusconi potrà essere senatore a vita?”. Il lettore immaginerà che il senatore del Pdl abbia detto con convinzione ed entusiasmo che certo, sì, Berlusconi è lo statista italiano che più di tutti merita questo onore. Giusto. Nitto Palma lo ha fatto. E che la presidente Ferranti, anche perché giudice, abbia respinto con un certo sdegno questa risposta. Invece, con un sorriso ha detto che “non saremo noi a dire se Berlusconi può diventare senatore a vita. Il privilegio di quella decisione spetta al presidente della Repubblica”. Gli spettatori – elettori (ormai le elezioni sono sempre imminenti) hanno constatato che una delle parti è attiva e occupa tutto lo spazio che può (molto, data la doppia disponibilità televisiva che è dono del conflitto di interessi) al punto da mandare in onda, in tempo reale, contro-inchieste televisive su processi in cui Berlusconi è imputato. L’ALTRA PARTE è immobile. E viene incoraggiata a disertare e disprezzare una grande manifestazione operaia per il lavoro. Non mancano i momenti in cui le conseguenze del complotto contro il Pd diventano ancora più chiare. Arriva Chiamparino, che lascerebbe tutto per diventare segretario del Pd dopo il Congresso d’autunno. La notizia sembra interessante, smuove le acque. Ma il complotto obbliga Chiamparino ad aggiungere una condizione non negoziabile: “Accetterei solo se il Pd facesse proprie le proposte di Pietro Ichino sul lavoro”. Come è noto, sono le stesse regole di condotta che hanno affondato il lavoro negli Stati Uniti, mettendo tutto il potere nelle mani delle imprese, fino a quando il presidente Obama ha strappato al Congresso più diritti e più lavoro per la parte di americani che lo ha votato, cioè i più poveri. Il Pd, invece è deciso (o costretto) a ignorare i suoi elettori. Eppure molti di loro cercavano, anche i meno sicuri, una sola qualità nel Pd: la certezza che non fosse il Pdl. Ma qui entra in funzione, potente e bene organizzato, il complotto. Centouno estranei si infiltrano nel partito che, in Europa, è parte del Pse (Socialisti europei) e prima abbattono Prodi, poi obbligano l’intero partito, dirigenza e deputati, a non vedere Rodotà. Votarlo voleva ridare istantaneamente identità e dignità a un intero partito immobilizzato e sotto assedio, avviare un nuovo governo e soprattutto restare dalla parte degli elettori. Ma la ferrea crudeltà del complotto non lo ha permesso. Forse per questo Beppe Grillo, leggero di mano come al solito, può dire in un suo comizio di questi giorni: “Non preoccupatevi, è tutto chiaro. A ottobre andremo alle elezioni perché così vuole il nano e allora saremo in due a misurarci, noi e il nano. E li spazzeremo via”. Non sappiamo se la previsione sull’happy end di Grillo sia fondata. Ma purtroppo la descrizione del paesaggio sembra realistica. Si vedono con chiarezza due protagonisti, non tre. VI DIRETE: ma il presidente del Consiglio è del Pd. Inevitabile rispondere. Sì, ma da lontano non si vede. E questo è il capolavoro del complotto che sta togliendo di mezzo il Pd: quel partito, da lontano, dal punto di vista degli spettatori-elettori, non si distingue. Avrete notato il tono padronale del vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno (carica non da poco in caso di imminenti elezioni). Avrete notato il tono padronale dei loro giornali, delle loro televisioni. Ti parlano con la contenuta indignazione di chi comanda, e includono un evidente disprezzo per chi ha detto o scritto ciò che non vogliono. Anche l’uso del governo – che offre al ridicolo la reputazione di uno dei partiti per segnare i punti dell’altro – dovrebbe far riflettere. Esempio, l’Imu. Letta rischia tutto con l’Europa, un bravo banchiere gli fa da notaio. Ma è Berlusconi che si presenta al pubblico per l’incasso. Lo ottiene perché, per forza, credono a lui. Nessuno farebbe spontaneamente, contro se stesso e la propria credibilità e immagine, ciò che il Pd ha fatto e sta facendo. Come Pasolini, devo dire – del complotto contro il Pd – che “io so, ma non ho le prove”. A differenza di Pasolini mi tormenta un dubbio. Che si tratti di un folle autocomplotto che punta a un risultato inevitabilmente distruttivo? Altrimenti come spiegare che un solo senatore (Luigi Zanda) ha chiesto al Pd di dichiarare l’evidente ineleggibilità di Berlusconi? Gli altri sono minacciati?

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LA SOLITUDINE DEGLI ELETTORI 
Antonio Padellaro, 19 maggio

Di bandiere del Pd ce n’era una soltanto, ma siamo convinti che di elettori del Pd ce ne fossero davvero molti, forse la maggioranza tra i centomila di piazza San Giovanni a Roma dove, ieri, intorno alla Fiom-Cgil di Maurizio Landini, c’erano con la sinistra del lavoro, della legalità e della dignità, Stefano Rodotà, Sergio Cofferati, Gino Strada, Antonio Ingroia, Nichi Vendola e i 5Stelle. Lavoro e diritti che teoricamente dovrebbero stare a cuore al Pd dell’ex leader della Cgil Epifani, così come a Bersani e agli altri esponenti del sinedrio democratico che, sempre molto teoricamente, di sinistra dovrebbero sentirsi. È un caso unico, quello di un gruppo dirigente che, come paralizzato da una forza potente quanto misteriosa, abbandona i propri militanti nella solitudine politica anche a costo di perderli per sempre. Una coazione a ripetere gli stessi errori che dura guarda caso da un decennio, da quando (era il 2002) sempre in quella piazza San Giovanni un milione di cittadini dissero: basta con Silvio Berlusconi. Sembrò la volta buona, ma poi furono lasciati soli dai Ds, e si è visto come è finita. Oggi la situazione si presenta ancora più grave. È comprensibile che, dopo il vergognoso tradimento del contratto con gli elettori, quei dirigenti che firmando la resa nelle mani di Napolitano sono andati al governo con il Pdl non abbiano più il coraggio e la faccia per mostrarsi a un popolo che forse non li riconosce più. Solo in due non hanno avuto paura di andare in piazza: Fabrizio Barca e Matteo Orfini. Gli altri sono o ministri o sottosegretari. Esiste anche il problema opposto, poiché farsi vedere accanto a Landini e Rodotà potrebbe scatenare le ire dei Brunetta e dei Cicchitto, e ciò per i colonnelli delle larghe intese pd è oltremodo disdicevole. Michele Serra sull’Espresso ha narrato da par suo la triste condizione dei deputati e senatori democratici, costretti a convivere nella stessa maggioranza con i berluscones: “Le inventano tutte, dai sedativi alla cannabis, e i più audaci tagliano la testa al toro e diventano di destra”. C’è poco da ridere: con il sesto senso della satira, Serra ha colto nel segno. È il destino di chi, a furia di arretrare sui principi e di fare compromessi con la propria storia, non si ricorda più chi era e da dove veniva. Del resto, la classe operaia è dispersa e anche il lavoro si va estinguendo. Non è meglio allora “fare spogliatoio” con Alfano e Quagliariello?

Abbracci fra il presidente della repubblica e il ministro della sanità. In un paese normale sarebbe stato così.

 

Happy birthday, mr president!

Sottotitolo: io, che non bastava il tacco 5 lo scrivevo anche un anno fa.

Preambolo: perché non possiamo avere nel parlamento una persona splendida come Maurizio Landini? perché quando si parla di esperti non si pensa mai a chi esperto lo è davvero, sa quello che dice per esperienza e non per averlo studiato nelle sofisticatissime aule di una università privata? adoro quell’uomo, sono affascinata dalla sua competenza, dalle cose che dice, che spiega con parole semplicissime.

Sarebbe perfetto, ecco perché non lo vedremo mai ministro né sottosegretario.
 De Gennaro invece è competente, espertissimo, altroché.
In un paese normale e con una sinistra decente al governo, Landini sarebbe ministro del lavoro, un eccellente ministro del lavoro.

TEPPISTI E POLIZIOTTI

http://libernazione.it/teppisti-e-poliziotti/

D’accordo, ministro Cancellieri: facciamole vedere tutte, le foto.
Ma non dimentichiamo, per cortesia, che in uno stato di diritto la foto di un teppista che mena un poliziotto non ha, non può avere, un peso anche minimamente paragonabile alla foto di un poliziotto che compie un abuso: per la semplice, ovvia ma troppo spesso dimenticata ragione che un teppista è un teppista, mentre un poliziotto è un poliziotto; il che equivale a dire che dai teppisti, per universale e condivisa percezione, ci si deve difendere, mentre dai poliziotti, che non a caso indossano un’apposita divisa per essere riconosciuti, si dovrebbe essere protetti.
Credo sia per questa ragione -semplice, ovvia ma troppo spesso dimenticata- che i giornali tendono ad enfatizzare le foto dei poliziotti che compiono abusi rispetto a quelle dei teppisti che li menano: perché un teppista che fa il teppista non è propriamente una notizia sconcertante, mentre un poliziotto che si comporta come un teppista sì.
Ne consegue, ministro Cancellieri, che le foto possiamo pure mostrarle tutte: ma ai fini di questo discorso, per come la vedo io, non dimostrerebbero un bel niente.
Ciò detto, se le fa piacere, partiamo pure con la fotogallery.

Un paese in cui si lanciano lacrimogeni, da un ministero, su ragazzi inermi, non é piú, semmai lo sia stato,  un paese civile, é uno stato di polizia, una dittatura.

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Un ministro dell’interno che si complimenta del lavoro svolto dalle forze dell’ordine  senza visionare le immagini nella sua interezza, facendo una patetica e ancorché miserabile  considerazione su un casco rotto in testa ad un poliziotto come se fosse uguale ad una testa, un braccio, una gamba spaccati da funzionari dello stato preposti a tutelare i cittadini, non a prenderli a calci quando sono a terra, disarmati, inoffensivi e inermi.
Un ministro cosiddetto del lavoro che in un anno, ebbene sì, per chi se lo fosse dimenticato oggi è un anno esatto dall’insediamento del governissimochefabenissimo, non ne ha azzeccata una, in compenso ci ha allietati con le sue stupide contumelie quotidiane verso tutti, perfino su un malato incurabile di sla dal quale è stata elegantemente compatita.
Un ministro dello sviluppo economico indagato per un reato strettamente collegato all’economia nazionale che può fare il ministro riverito e rispettato come se niente fosse perché il suo reato, dice, non compromette l’attività governativa [neanche andare a mignotte se si pagano con soldi propri e non con ministeri e posti in regione,  se è per questo, però, insomma, eh?].
Un ministro della giustizia che si vanta di una legge anti corruzione deprivata di tutto quello che servirebbe per renderla davvero efficiente ammettendo che, farla bene significa poi non poterla mettere in pratica.

Un presidente del consiglio che continua ad essere ottimista nonostante dati e numeri di tutto quest’anno trascorso abbiano detto e dicano tutt’altro a poposito della crisi, Monti solo pochi giorni fa si vantava, in perfetto stile british, che in Italia non si fossero ancora manifestati episodi di malcontento, effettivamente noi italiani saremo anche un po’ coglioni ma in quanto a pazienza non ci frega nessuno, quando proprio non si sopporta più si prende una corda e una pistola e si chiude lì, senza fare troppa confusione: sono stati più di cinquanta i suicidi di quest’anno che avevano alla base problemi economici, mentre  in altri paesi la gente è in piazza tutti i giorni da mesi, altro che gli scioperelli di tre, quattro ore che organizzano i nostri gloriosi sindacati, nemmeno tutti poi, qui.
Solo pochi esempi, i più recenti, che denotano, semmai ce ne fosse ancora l’esigenza, la distanza fra politica e realtà, e quanto questa distanza sia pericolosa perché quando non si capiscono i problemi della gente non si ha nemmeno la capacità di risolverli anche da un punto di vista umano, non solo pratico – logistico.
Come scrivevo esattamente un anno fa “non ci vuole  monsieur de la Palisse per dire che, se paragonato a berlusconi TUTTO è meglio di lui e dell’operato del suo governo […].

Ma io non mi sono seduta dalla parte dei “menopeggisti” come han fatto altri, quelli che oggi al solo sentire pronunciare il nome di Monti abbassano le palpebre in segno di rispetto per la paura che dopo o senza di lui sarà il diluvio. Salvatori  “aggratis” in Italia non ne abbiamo mai avuti. E nessuno ha mai fatto cose per la gloria e il prestigio.
L’Italia ha sempre pagato un prezzo altissimo a chi l’ha tolta dai guai. E la prima cifra di quella somma è stata ed è la limitazione della libertà. Una cosa che si ripete da 65 anni ormai.
Perché con Monti tutto sarà meno che una festa.

E infatti oggi non abbiamo niente da festeggiare.

Servizio Pubblico, Travaglio: “Elsa Fornero non sbaglia mai”

Petraeus e le cene eleganti
Marco Travaglio, 16 novembre

Da giorni il generale Petraeus occupa le prime pagine dei giornali, ma siamo ancora in attesa di un illuminante commento di uno dei nostri esperti di intercettazioni, privacy, presunzione d’innocenza e giustizialismo sullo strano caso del capo della Cia intercettato dall’Fbi e perciò costretto alle dimissioni. Quelli, per intenderci, che da 15 anni raccontano che solo in Italia si fanno tante intercettazioni (6 mila su 60 milioni di abitanti contro le centinaia di migliaia degli Usa, per giunta incoltrollate perchè gestite aumma aumma dai servizi e dalle varie polizie, come ha spiegato bene Bruno Tinti),che non si può più telefonare in santa pace, che siamo uno Stato di polizia e che per lasciare una carica pubblica ci vuole prima una condanna definitiva. Dove sono i Polito, i Panebianco, i Galli della Loggia, i Battista, i Ferrara, ora che il loro paradiso terrestre manda a casa il capo della Cia che tradiva la moglie con la sua biografa? L’unico temerario che ha osato pronunciarsi è quel kamikaze di Piero Ostellino: gli altri, colti da improvvisa afasia, l’hanno rimasto solo. Ostellino, peraltro, non coglie il nocciolo del problema, infatti riduce il caso Petraeus che sta terremotando l’intelligence della prima potenza mondiale e lambisce il presidente Obama, a una storiella di corna. Sorvolando su un piccolo dettaglio: decine di migliaia di telefonate, sms e mail intercettate (30 mila solo quelle fra il generale Allen e Jill Kelley, amica di Petraeus), su cui la stampa e le tv di tutto il mondo si stanno avventando come piranhas, senza risparmiare alcun dettaglio, nemmeno il sesso sotto la scrivania. Infatti Ostellino, affranto e inconsolabile per le dimissioni del generale, scrive che s’è fatto inopinatamente “condizionare dalle convenzioni sociali di una società puritana che ha trasformato l’etica individuale in etica collettiva, contravvenendo alla separazione fra peccato e reato, fra Stato e Chiesa, fra sfera privata e sfera collettiva”. Insomma, doveva tener duro: “Chi glielo ha fatto fare” di dimettersi? “Il senso di colpa, e di relativa oppressione, che l’adultero deve aver provato di fronte alla prospettiva della riprovazione generale che avrebbe suscitato la sua infrazione al codice coniugale”. Una “manifestazione di bigottismo sociale tutt’altro che esemplare”, che Ostellino ha ritrovato solo “in Cina”: ecco, stiano attenti gli americani, perchè stanno diventando tutti comunisti. Il fatto che per mesi e mesi una signora, per giunta giornalista e scrittrice, abbia avuto accesso ai segreti più reconditi di Petraeus, e dunque della Cia, abbia maneggiato documenti riservatissimi e classificati, nell’oggettiva condizione di poter ricattare uno degli uomini più potenti d’America, non sfiora nemmeno il povero Ostellino.Eppure è proprio la ricattabilità,non certo il bigottismo del capo della Cia che, una volta scoperta dall’Fbi, l’ha condotto all’unico passo che poteva liberarlo da quella spada di Damocle.

Per la stessa ragione, fin dall’inizio dei casi Noemi, D’Addario e Ruby, qualche voce sparuta in Italia aveva osato chiedere a B. di lasciare Palazzo Chigi: non per le sue cene eleganti, ma perchè le continue forniture di decine e decine di ragazze di cui nemmeno sapeva il nome lo ponevano in una condizione insostenibile. Quella che ancor oggi lo costringe a mantenerle tutte, a botte di 2500 euro al mese, come se non bastassero i milioni che di tanto in tanto “deve “versare a Dell’Utri e a chissà quanti altri. Ma le vestali della privacy fingevano di non capire, anzi dicevano che il vero problema sono le intercettazioni. E invocavano la legge bavaglio, che vaga ancora per il Parlamento con tanto di ministri tecnici che ogni tanto vorrebbero riesumarla perchè “il problema esiste”. 
Per questo nessuno trae le necessarie conseguenze dal caso Petraeus: troppi bugiardi dovrebbero ammettere di aver raccontato agli italiani un sacco di balle.