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I politici passano, la Costituzione resta

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referendum-5dNell’epoca di internet, dei social dove Renzi e i suoi sono iper presenti la maggior parte di chi ha votato sì ha più di 55 anni. Il che vuol dire che in Italia c’è un enorme problema di informazione generalista che non fa il suo dovere. Chi attinge solo dai canali ufficiali, telegiornali, talk show, quotidiani compiacenti al potere ha creduto a tutte le balle che Renzi ha propalato in questi mesi da tutti i media. Chi invece non si accontenta perché fa parte della generazione più colpita dalle politiche di Renzi e va oltre, si informa altrove, ha capito la truffa e salvato l’Italia.

Alle tre di stamattina c’era ancora gente che twittava insulti a Travaglio, ospite della maratona di Mentana. Se il problema di un’informazione sempre e da sempre accucciata davanti al potere quale che sia sono due quotidiani: Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto che non lo fanno, significa che non si capisce cos’è più dannoso fra un giornale come Il Fatto che forse accentua i toni, mai comunque più di quanto abbia già fatto la politica, forse non le azzecca sempre e tutte ma in quanto a notizie ne dà sempre qualcuna in più degli altri e tutta quella stampa e informazione parlata e scritta sempre disposta a reggere il gioco al potere, a legittimarne le menzogne, a conferire autorevolezza a chi non meriterebbe neanche una briciola di stima, a disorientare i cittadini, a dichiararsi corretta e imparziale mentre e specialmente in questa orrenda campagna elettorale, non è mai stata né l’una né l’altra. 

E, se il problema è Marco Travaglio e non i cosiddetti leader di ‘sinistra’,  non solo Renzi, i quali nel tempo hanno fatto strame della sinistra e l’hanno diluita sempre di più in una destra farlocca, neanche buona a difendere un po’ questa nazione sciagurata ma ottima per consegnare l’Italia a mani estranee e tutt’altro che disinteressate, non bastano tutte le Costituzioni più belle del mondo a salvare l’Italia ma ci vogliono molti medici bravi, capaci e competenti.
Perché in un paese normale oggi scatterebbero le dimissioni per vergogna e indecenza della maggior parte dei giornalisti, direttori di quotidiani che in questi mesi hanno scritto l’impossibile e raccontato l’inenarrabile per vendere la “riforma” di Renzi e Renzi quale unica cura per la salvezza dell’Italia, in questo, invece, li ritroveremo tutti allineati e pronti a mettersi al servizio del prossimo che arriverà a sostituire Renzi.

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L’unico bel gesto che avrebbe dovuto fare Renzi era non intestarsi la paternità di una riforma costituzionale in cui non doveva entrarci lui e nemmeno il suo governo.
Nelle repubbliche democratiche la Costituzione la tocca solo il parlamento espressione dei cittadini, non di una legge incostituzionale che al massimo doveva garantire la tenuta dello stato fino alla nuova legge elettorale.

Renzi ha perso anche col voto degli italiani all’estero, evidentemente i nostri connazionali in terra straniera, anche quelli che non parlano l’italiano, che non hanno nessuna intenzione di tornare in Italia,  non pagano neanche le tasse all’Italia ma viene ugualmente concesso loro di decidere come deve essere la Carta dei diritti e dei doveri del paese che volontariamente hanno lasciato e anche chi lo deve governare erano informati, nonostante le incursioni della Boschi che ha utilizzato le ambasciate e i soldi pubblici per sponsorizzare la sua “riforma”.

Sono contenta per la Costituzione, per gli italiani, i quali, quando si toccano gli affetti più cari sono ancora capaci di difenderli, che hanno dimostrato una grande maturità scegliendo quella Carta delle garanzie, dei diritti e dei doveri per tutti messa in serio pericolo dal plurinquisito prescritto per corruzione verdini che Renzi ha eletto a suo alleato necessario, come se vent’anni di berlusconi non fossero bastati, dagli impiccioni oltre confine che in queste settimane le hanno inventate tutte per terrorizzarci, convincerci che la “riforma” di Renzi, della Boschi e di verdini fosse davvero la soluzione a tutti i problemi dell’Italia, da Vincenzo De Luca che pensava di poter barattare i prossimi cinquant’anni di questo paese con qualche frittura di pesce, dai vigliacchi che per opportunismi politici e interessi privati relativi all’élite di cui Renzi si è circondato non hanno esitato a tirare dentro una campagna elettorale infame perfino i malati di cancro, bambini compresi.

Una batosta simile si prende solo se a votare contro sono stati anche quelli che dicevano di votare “con”.
Per mesi la gente che non voleva votare contro Renzi ma contro una riforma confusa, scritta male, pericolosa per la democrazia è stata insultata non solo dai derelitti che usano i social come un campo di battaglia ma l’unica guerra che vincono è contro la civiltà, il rispetto e l’educazione: ancora stamattina si leggono accuse di fascismo distribuite a chi ha votato no nelle bacheche di quelli che vengono considerati influencer, che hanno naturalmente ottime referenze che conferiscono loro autorevolezza ma in realtà sono i veri napalm51, i quali non digitano scemenze in solitudine come nella gag del comico per far ridere ma hanno a disposizione liste affollate, esprimono tutto il peggio e coinvolgono molta più gente di quanta ne segua il cane sciolto, lo scemo del villaggio virtuale sul quale viene scaricata la colpa di avvelenare e inquinare i pozzi come dice Mentana. Una responsabilità che va estesa anche a chi mai se l’assumerà, ovvero chi aveva il dovere di mantenere un equilibrio civile, di intercettare il disagio dei cittadini e fare da tramite con la politica, non offenderli più di quanto lo siano stati da Renzi e dal suo governo: parlo naturalmente di certi giornali e giornalisti che usano la loro visibilità mediatica, le loro pagine web per istigare, fomentare, amplificare le menzogne della politica. Per mesi ci hanno detto che avremmo votato come i fascisti, come casa pound, come Salvini, come Brunetta mentre Renzi andava avanti come un caterpillar occupando tutto quello che gli è stato messo a disposizione insieme a Briatore, Marchionne, le banche, Confindustria, la finanza che opprime, i padroni che sfruttano, ora meglio e di più grazie alla sua legge sul lavoro, quelli che Renzi si è guardato bene dal mostrare nella letterina inviata agli elettori.
Renzi, la Boschi hanno insultato non solo le persone e la loro intelligenza ma soprattutto la Storia che racconta come i referendum siano del tutto scollegati dagli orientamenti politici. Al referendum non si vota per il politico ma per stabilire se una determinata cosa che esiste deve rimanere com’è o può essere cambiata dalla politica: ecco perché si vota anche come gente con cui non si prenderebbe un caffè.
Si parlava di Costituzione, non di Renzi che ha voluto prendere il timone, mettersi al comando della ristretta maggioranza che, senza nessuna autorizzazione della maggioranza degli italiani voleva cambiare le regole per tutti perché è un egocentrico, un piccolo provinciale con smanie di potere che si è trovato l’Italia fra le mani per grazia napolitana ricevuta e non sapendo che farci l’ha disintegrata non solo con leggi sbagliate ma anche sotto il profilo etico, civile e morale. Ha usato gli italiani, li ha messi uno contro l’altro, ha provocato conflitti sociali e anche familiari: non c’è una persona che in questi mesi non si è ritrovata a discutere e forse litigare con l’amico e il parente sul sì e il no per colpa dell’irresponsabile che pur di arrivare ai suoi traguardi non ha esitato ad offendere, screditare, ridicolizzare ed eliminare tutto ciò che considerava un ostacolo ai suoi obiettivi. La stessa cosa avrebbe voluto fare anche con la Costituzione che è della repubblica italiana, non è di Renzi, non è di Napolitano, non è delle banche, dell’Europa, né di chiunque si ritrovi per periodi più o meno lunghi al governo del paese. Gli italiani hanno per fortuna capito, anche se nessuno glielo diceva e nonostante il bombardamento di una propaganda incivile, costosa molto più di quanto l’Italia si sarebbe potuta permettere con migliaia di persone senza più una casa che per abolire un ente ritenuto, chissà perché inutile fra i tanti esistenti,  abbattere i costi della politica non serviva e non serve nessuna riforma costituzionale: basta un governo capace che faccia gli interessi dei cittadini, non i suoi, degli amici né di chi chiede di fare altro da questi.

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Provo rabbia mista a pena e compatimento per chi, anche dopo la gigantesca risposta di popolo è capace di dire che gli italiani hanno perso la loro Grande Occasione come se fossero stati loro ad intestarsi la paternità di riforme che non hanno mai chiesto a Renzi, ad accelerarne l’urgenza e reso una questione di vita o di morte quel “cambiamento” del quale nessuno, ancora oggi né mai per fortuna lo potrà fare può decretarne l’efficacia.
In tutti questi mesi ci hanno detto che bisognava cambiare come se questa parola contenesse ogni concretezza positiva e non, invece, il coronamento del progetto scellerato di Renzi preteso da Napolitano, che ha impegnato tutte le energie del governo che avrebbe dovuto occuparsi dei problemi del paese, è costato un sacco di soldi ai cittadini che con le loro tasse vorrebbero invece indietro una scuola che funzioni, coi soffitti che non crollino sulle teste degli alunni, una sanità efficiente davvero pubblica, la messa in sicurezza di un territorio devastato dagli abusi concordati fra imprenditori criminali e la politica che fa sì che un terremoto ma anche tre giorni di pioggia siano la certezza di una strage. Quell’essenziale che in questo paese nessun governo e nessuna politica vuole più garantire, non per colpa di quella Costituzione nella quale c’è scritto tutto quello che serve all’Italia e per questo chi è arrivato dopo la considera un fastidio, un orpello del quale fare a meno e l’ostacolo che impedisce alla politica la realizzazione dei progetti scellerati.

 

 

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Paura, eh?

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“Una società senza paura è come una casa senza fondamenta e, seguendo correttamente questo stato d’animo, io aiuto il mondo a mantenere ordine…” [Antonio Albanese, ministro della Paura]

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Che bella civiltà, l’etnicizzazione dei titoli, vero? Chissà, magari erano pure musulmani, e avrebbero potuto titolare: “Derubato da una banda di islamici”. Oppure cattolici: “Derubato da una banda di cristiani”. O forse erano rom comunitari: “Derubato da una banda di europei”. La teoria degli insiemi, applicata a informazione e politica, per smascherare il sonno della Ragione. [Daniele Sensi]

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Se il giornalismo vuole fare davvero un servizio utile potrebbe fare delle ricerche serie e informare su quanti sono proprio nei numeri esatti i rom che svaligiano gli appartamenti, quanti i romeni che rapinano i bancomat, quanti i maghrebini che spacciano rispetto agli italiani che commettono gli stessi reati. Chissà, si potrebbe perfino scoprire che gli unici da temere sono proprio e solo i nostri connazionali così come è stato scoperto che non  è la maggioranza degli stranieri a maltrattare, violentare e stuprare donne italiane ma sono proprio e solo i loro italianissimi  fidanzati o ex, mariti o ex, compagni o ex.  Ma non lo fa, paura, eh? 
 Se a gente che non apre un libro e un giornale decente – e purtroppo il razzismo è sempre sintomo di profonda ignoranza – si dice che gli stranieri cattivi,  mica i francesi, gli americani, e nemmeno guardaunpo’ i cinesi ma sempre e solo un certo tipo di stranieri, quelli con la pelle scura,  ci portano via il lavoro, la casa, i mariti, le mogli, rubano stuprano ammazzano e adesso, notizia di queste ore ci vogliono pure contagiare con l’ebola senza fare chiarezza, senza dire ad esempio e fino alla noia che non è la “razza” a fare di una persona un delinquente o una persona onesta e che certi contagi seri di malattie gravi si possono rischiare anche andando, per esempio, a fare viaggetti in oriente per stuprare i ragazzini, attività in cui gli italiani eccellono, quella gente ci crede.

Sessanta milioni – pure qualcosina in più – di persone vengono private sistematicamente da sempre del loro diritto ad essere informate correttamente e onestamente ma nessuno si sognerebbe mai di dire o scrivere che “bande di giornalisti armate del loro servilismo sfrenato derubano gli italiani dell’informazione”. Si può al massimo dire, o scrivere, che ci sono tanti non professionisti del settore a cui piace mestare nel torbido ogni volta che, rispetto alla notizia di un furto, una rapina et similia pensano che sia utile sottolineare la nazionalità, l’etnia del delinquente. Così come pensano che sia una notizia degna delle cronache dei quotidiani nazionali un furto, una rapina come ne succedono ogni microsecondo in tutto l’orbe terracqueo. Ovviamente tutte le persone dotate del minimo sindacale di capacità di comprensione sanno che nessuna delle due cose rientra nella sfera dell’informazione corretta, utile e necessaria a formare un’opinione o a mettere al corrente la gente di fatti particolarmente gravi, importanti e significativi – sarebbe questo il compito del giornalismo – e che, star sempre lì a scrivere che a rubare, spacciare, rapinare è stato il rom, il romeno, il maghrebino e via a seguire l’unico effetto che produce, che ha prodotto nel tempo è stato aumentare il senso di insicurezza degli italiani rispetto allo straniero, lo “zingaro” e il relativo razzismo espresso nei loro confronti.
Ma questo evidentemente non preoccupa, mentre invece, dovrebbe.
Perché non la piantano, un po’ tutti, di alimentare il razzismo?
Quando mi hanno svaligiato l’appartamento l’ultima mia preoccupazione era conoscere la nazionalità dei ladri, non ci ho nemmeno pensato; un danno e il relativo dispiacere non aumentano o diminuiscono di importanza se a causarli è l’italiano o lo straniero, hanno lo stesso identico peso, e sarebbe il caso che lo imparassero anche nelle redazioni dei giornali.

Bella, ciao

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Su wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

 Franca Rame, i fascisti ordinarono lo stupro

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

E, a proposito di balle e ballisti,  qual è il senso di fare il Pigì Battista se poi c’è sempre almeno un Marco Travaglio che gli fa fare la figura di merda che si merita?

I ragazzi del coro
Marco Travaglio, 30 maggio

L’altra sera il giornalismo indipendente ha fatto un altro passo da gigante a Ballarò con l’intervista, si fa per dire, di Giovanni Floris a Pier Luigi Bersani. Parevano due compari che si ritrovano al bar dopo tanto tempo e il più cazzaro dei due racconta all’altro che lo voleva la Juve come centravanti, ma lui ha rifiutato perché merita ben di meglio. Solo che al bar, di solito, l’altro compare guarda il cazzaro con un misto di simpatia e commiserazione, e se è molto buono lo asseconda, altrimenti gli ride in faccia. Floris invece assisteva alle bugie di Bersani con compunta partecipazione, alzandogli lui stesso la palla per aiutarlo a mentire meglio. Così lo smacchiatore di giaguari ha potuto raccontare la favola del “governo del cambiamento” con i 5Stelle, abortito per il no di Grillo (tutti sanno che era un governo Bersani di minoranza, in cui i 5Stelle non avrebbero avuto alcun ministro e alcuna voce in capitolo sul programma, che Bersani si era premurato di preparare in anticipo: i famosi otto punti di sutura). La frottola della sua proposta ai grillino di votare Prodi al Quirinale (proposta mai fatta né in pubblico né in privato, mentre fu Grillo a proporgli pubblicamente di votare Rodotà e poi discutere di un governo insieme). La balla del no del Pd a Rodotà perché “non avrebbe avuto i voti” (e allora perché proporre Marini e Prodi, che non avevano neppure i voti del Pd, ed escludere in partenza Rodotà, che aveva già i voti dei 5Stelle e di Sel e avrebbe potuto essere eletto anche senza un terzo del Pd?). La bufala della sua disponibilità a farsi da parte (lo disse solo il 2 aprile, dopo aver ripetuto per un mese e mezzo “governo Bersani o elezioni”, e poi non lo fece mai). La patacca del “sempre stato contrario al finanziamento pubblico dei partiti” (celebre il refrain della campagna elettorale:”anche Clistene era favorevole, sennò fan politica solo i ricchi”). E via balleggiando. L’unica volta che Bersani ha detto qualcosa di vero, e cioè che sa chi sono i 101 “o forse 110” parlamentari del Pd che han tradito Prodi e il partito, ma non intende svelarli, Floris ha lasciato pietosamente cadere la questione. Meglio non metter troppo in imbarazzo l’ospite. Meglio servirgli altri assist spiritosi, tipo: “È più facile governare con Alfano o con Casaleggio?”. Ah ah, zuzzurellone. Il clima è da quiete dopo la tempesta: ce la siamo vista brutta, ma ora è passata, tutto è tornato al suo posto: Grillo perde, i partiti vincono (mettono in fuga 4 elettori su 10, ma è un trionfo), i giornalisti tornano a sdraiarsi dopo tanta paura, la cadrega è salva e si può anche riscrivere la storia a uso e consumo dei presunti vincitori. È lo stesso clima che si respira nei giornali, che celebrano il record dell’astensionismo con titoli virili del tipo “Una domanda di governo” (Corriere ), “Il riscatto dei partiti” (Repubblica ), “Il voto sveglia la sinistra” (l’Unità). Anche gli onanisti di twitter si scatenano. Il neomartire Pigi Battista (Grillo l’ha insultato per le balle che scrive, dunque tutti solidali, mentre chi viene insultato da Battista non merita nulla) cinguetta: “Per Ingroia l’anno della catastrofe: arrestato il suo pataccaro Ciancimino jr.”. Strana esultanza, da parte di uno che passa il tempo a travestire da Tortora qualunque potente arrestato o inquisito. Figurarsi se avessero ingabbiato uno a scelta fra i suoi editori evasori: pianti a dirotto e alti lai contro le manette facili e l’accanimento delle toghe cattive. Trattandosi invece di Ciancimino, viva la garrota. Peccato che il primo a far arrestare Cincimino per calunnia e porto di esplosivi sia stato proprio Ingroia, che poi lo fece rinviare a giudizio per minaccia a corpo dello Stato e concorso esterno. E peccato che l’arresto per evasione fiscale non c’entri nulla con la veridicità o meno di quel che Ciancimino ha detto sulla trattativa e dei 50 documenti che ha prodotto (già autenticati dalla Scientifica). 
Queste cose le sanno tutti i giornalisti, anche i meno dotati. Dunque non Battista.

Della Repubblica [e dell’informazione che non c’è]

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  Sottotitolo:  nel piddì qualcuno mi legge. Solo ieri avevo scritto che il cosiddetto e ormai defunto a quanto pare centrosinistra si trova impossibilitato a fare quelle leggi che in paesi normali e civili fanno anche governi di destra moderati e liberali tipo regolamentare le coppie di fatto e omosessuali perché c’è sempre qualche Fioroni e qualche Binetti di troppo. Avevo dimenticato, purtroppo, il pezzo da novanta, quella Rosy Bindi che in tutti questi anni per molti ha avuto il ruolo della pasionaria, di quella che per il bene del suo partito e di leggi riformiste utili al rinnovamento e alla crescita di un paese ancorato e incollato ai desiderata della vaticano spa e incapace di smarcarsene –  come si fa nei paesi civili dove le leggi si fanno in parlamento e non in sacrestia né nell’anticamera di sua santità – avrebbe messo da parte il suo sentire personale, la sua fede religiosa. Invece Rosy nei momenti topici ci tiene a ricordare che nelle sue intenzioni non c’è niente di tutto questo,  che un cattolico è come un diamante: per sempre, specie se fa il politico in Italia. Ed ecco perché all’interno di un vero partito di sinistra, liberale e riformista non ci possono stare i cattolici. Almeno non quelli come Fioroni, Binetti e Rosy Bindi.

Meno di un mese fa Bersani era ancora a chiedersi se fosse opportuno chiamare “matrimonio” l’unione fra due persone dello stesso stesso. Come se il problema fosse la definizione, il nome e non il fatto che l’Italia nel terzo millennio è ferma al medioevo, e non certo per colpa del vaticano che fa il suo, lo faceva anche quando c’erano fanfani e andreotti ma questo non ha impedito ai governi di allora di varare leggi importanti come la 194 e quella sul divorzio, ma di quella politica (tutta, praticamente) che ha il terrore di perdere il voto dei cattolici più integralisti – oggi più di cinquant’anni fa. E questo è inconcepibile per un paese moderno, di questi tempi.

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Disastro all’assemblea Democratica Bersani in balia delle correnti del partito


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Volevo aspettare settembre, avevo deciso di concedere una deroga a Repubblica anche se ultimamente la sua deriva verso la fuffa sembra inesorabile, ma se le cose stanno così non aspetto neanche un minuto di più: arrivo in spiaggia (ieri),  e poi come faccio sempre apro i miei quotidiani sulla prima pagina cercando quelle notizie che voglio leggere prima di altre. Guardo Repubblica e allibisco. Mi sono detta, no, Ezio Mauro, quello delle dieci domande e poi ancora altre dieci  a berlusconi non può fare una cosa del genere, nascondere la dichiarazione scellerata di Letta. E invece sì, lo ha fatto, e allora per me diventa una questione di dignità personale, non faccio da spalla a nessun house organ, né tantomeno a quella stampa che si dice libera e liberale ma poi nega le notizie ai suoi lettori.
Ho smesso di comprare l’Unità a luglio dello scorso anno quando Concita De Gregorio fu cacciata, come già accadde per Colombo, Travaglio e Padellaro per ordini di partito [il pd], e da quando esiste Il Fatto non ne ho perso un solo numero [anche se sono arrabbiata coi moderatori che censurano i commenti dei lettori sul sito on line], insieme al Fatto fino a ieri ho comprato anche Repubblica perché a me piace il giornale di carta, è una lettura diversa rispetto a quella che si fa sui siti on line e su Repubblica scrive gente che mi piace aldilà dei suoi direttori – fondatori – editori.
Però, caro Ezio Mauro, non si fa così l’informazione, sulla prima pagina  di Repubblica di ieri, sabato 14 luglio,  non c’è traccia della dichiarazione del vicesegretario del pd Letta, che preferisce i delinquenti [e non lo sono perché lo dico io ma il numero impressionante di processi, imputazioni, condanne e prescrizioni che riguardano gran parte dei componenti del  partito delle libertà provvisorie a partire dal suo padre padrone assoluto] alle persone oneste, sicché oggi stesso avvertirò il mio edicolante di non conservarmi più Repubblica.
Perché io il gioco non  lo reggo a nessuno, non sono serva di nessuno, tantomeno di un partito ridicolo come il pd.
Se Repubblica ritiene che le dichiarazioni di Letta non meritino l’evidenza della prima pagina significa che non ha rispetto per l’intelligenza dei suoi lettori,  che li considera perfetti idioti che non devono sapere che il vicesegretario del partito che vorrebbe diventare la prima forza di governo ha simpatie per l’avversario più feroce che la politica di sinistra e di centrosinistra ha saputo confezionare, costruire in questi ultimi due decenni, e siccome non è più in grado di combatterlo, semmai ci sia stata davvero la volontà di farlo visto che a quanto pare invece lo ha reso sempre più forte e potente, ne prova perfino nostalgia, lo preferisce ad un movimento  che ha tutto il diritto, se preferito dalla gente a dire la sua anche in parlamento così come funziona in una democrazia che si rispetti.

Io però, no, nostalgie canaglie non ne ho.

E a un delinquente continuerò a preferire sempre una persona, o più persone, oneste.

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 Ai servi di b ci eravamo abituati, li guardavamo ormai con compassione chiedendoci come fosse possibile arrivare all’ultimo stadio della prostituzione, quella che spesso sfocia nelle peggiori perversioni. E’ agli altri che non ci si abitua, a chi omette, tace e nasconde le malefatte di chi berlusconi avrebbe dovuto contrastarlo ma non l’ha mai fatto. Ogni riferimento – da parte mia –  al pd, a Letta & soci  e a Repubblica non è puramente casuale ma voluto e intenzionale.

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Salme e salmi
Marco Travaglio, 15 luglio

Si pensava che la ridiscesa in campo del Ricainano e il voluttuoso entusiasmo con cui è stato accolto tra le file della servitù inducesse la servitù medesima ad astenersi dalle litanie sugli antiberlusconiani orfani di B. che non sanno più cosa dire e scrivere, con cui ci ammorbavano dal giorno della caduta di B. Invece insistono imperterriti: ora scrivono che la notizia del riritorno del Rinano avrebbe scatenato caroselli di giubilo a Repubblica, al Fatto, nel clan Santoro e tra i “comici militanti”: “Aiuto, si rivedono gli zombie anti-Cav” (il Giornale), “Quelli che… ricomincia la festa: da Crozza a Travaglio, i comici e i giornalisti militanti non vedevano l’ora del ritorno di Silvio”. Strano, perché gli unici festeggiamenti per la riesumazione della salma si riscontrano proprio sugli house organ della medesima. “Perché torna Berlusconi”. “Si torna a Forza Italia. Comincia la rimonta”. “Berlusconi cerca la donna perfetta per il ticket” (una nuova versione del bungabunga?) titola il Giornale di zio Tibia Sallusti, tutto eccitato per la “buona idea” e arrapatissimo da quel bell’uomo che s’è pure “messo a dieta” facendo footing a villa Ada, ha “sfoltito la corte” e ha addirittura “annullato le vacanze”. “Noi — aggiunge l’impiegato — non l’abbiamo mai visto morto e non abbiamo mai avuto dubbi sul suo ritorno. O ce la fa lui, o addio sogno di un Paese liberale”. Anche Prettypeter, al secolo Belpietro, quando il caro estinto gli annunciò il ritiro dalle scene, capì subito che era tutto “un bluff” e ora la resurrezione lo ringalluzzisce perché “o ci prova lui o non lo fa nessun altro”. Giuliano Ferrara s’era già buttato su Monti (con le conseguenze facilmente immaginabili per Monti). E ora oplà, con agile balzo si rituffa su padron Silvio: “Il pupo ha molta energia. È come un ragazzo”. “Amore, ritorna. Le colline sono in fiore e sarebbe bello che Silvio Berlusconi e Veronica si amassero ancora”. Si attende ad horas il ritorno all’ovile di Schifani, uno dei pochi che aveva creduto al decesso, dunque si era rimesso a vento col classico calcio dell’asino, o del lombrico. Mariastella Gelmini, dal tunnel del Gran Sasso dove ancora insegue i neutrini, scarica Angelino Jolie con cui per sei mesi era tutta puccipucci e annuncia trionfante: “Col Cav riprenderemo Nord e imprese”. Libero comunica esultante: “Operazione pulizia, Berlusconi fa sul serio: la Minetti deve lasciare”. Ma come, non ci avevano spiegato che l’igienista era una superlaureata, un volto nuovo, una statista in erba, una reincarnazione di Luigi Einaudi appena più popputo? Sì, alla fine dobbiamo confessarlo: il riritorno della risalma mette allegria anche a noi, ma non tanto per lui: per lo spettacolo impagabile dei trombettieri che si riposizionano alla spicciolata. Vespa torna a Palazzo Grazioli per raccogliere — informa su La Gazzetta di Parma — dalle labbra di B. “le ragioni del suo ritorno in campo”. Queste: “Se alle elezioni dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto 18 anni d’impegno politico?”. All’incontro “partecipa anche Alfano”, con grembiule, crestina e strofinaccio. Un giornalista normale farebbe notare a B. che essere ancora a piede libero e controllare Rai e Mediaset non è malaccio, come bilancio di questi 18 anni. Infatti l’insetto non fa notare. Galli della Loggia non ha mai risparmiato critiche al partito di plastica. Ma non perché fosse berlusconiano, anzi perché non lo era abbastanza: non separava le carriere dei magistrati e non difendeva il “primato della politica”, cioè i politici ladri e mafiosi. Ancora l’altro giorno Polli del Balcone lacrimava per Mancino seviziato dai pm siciliani cattivi. Ora se la prende col “conformismo” del “sistema dell’informazione… eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico” e conclude: “Ci siamo stati dentro tutti nell’Italia degli ultimi anni, se non sbaglio”.

Ecco, sbaglia: ci sono stati dentro in tanti, lui compreso. Noi no. Parli per sé e per loro. Non per noi.

Facce da culo

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Poi dice perché una sta dalla parte del Fatto Quotidiano e di Travaglio.
Da Marco Travaglio si pretende tutto: si occupa di mafia? e perché no anche del signoraggio? scrive di politici corrotti? ancora non basta, per essere bravo si deve occupare di lavoro, economia, cronaca nera, bianca, gialla, rosa, di ricette di cucina, di recensioni cinematografiche e letterarie e magari gli vorremmo anche più bene, sarebbe più simpatico e charmant se ci facesse anche la lista della spesa. Ci fa la cortesia di pubblicare una conversazione privata e svoltasi in via amichevole con Beppe Grillo? è uno stronzo fazioso, perché a Grillo doveva chiedere questo, quello, l’altro e il talaltro. E chissà perché queste richieste, queste pretese  di completezza di informazione non si chiedono mai a quei giornalisti di quotidiani che sono in piedi grazie ai soldi dei finanziamenti pubblici, a quelli che le notizie, quelle importanti tipo la trattativa stato mafia, gli aggiornamenti e gli sviluppi di uno scandalo, di un crimine perpetuato per decenni da pezzi importanti dello stato –  quelli che dovrebbero difenderlo e non, invece, svenderlo alle mafie,  tutto e solo italiano –  la sbattono a pagina 22 (Corriere e Repubblica) o a pagina 10 (l’Unità) ché non si sa mai che a qualcuno possa venire in mente, accorgersi, che l’Italia è tutto fuorché un paese normale.

 

 Uomini che non devono chiedere mai
 Marco Travaglio – 17 giugno

 
Da quando abbiamo pubblicato un lungo colloquio con Grillo, riceviamo lezioni di giornalismo dai migliori servi del regime, tutta gente che non ha mai fatto una domanda in vita sua o, se gliene scappava una, correva a chiedere il permesso a Berlusconi o a Bisignani. Alcuni ci spiegano che le domande erano sbagliate, senza peraltro suggerirci quelle giuste; altri addirittura confondono l’intervista a Grillo con l’iscrizione del Fatto al movimento 5 Stelle. Come dire che, se un giornale intervista B. (non vediamo l’ora di farlo), diventa l’house organ di B. Premesso che siamo orgogliosi di quel colloquio e dell’invidia che ha suscitato in chi vorrebbe ma non può, è ovvio che la cattiveria di un’intervista è direttamente proporzionale alla negatività del personaggio intervistato. Se e quando Grillo sarà coinvolto in qualche scandalo o vicenda tangentizia o mafiosa, ne daremo e gliene chiederemo conto con più cattiveria di quella che riserveremmo ai politici di professione. Al momento, purtroppo per i servi, non risultano né scandali né vicende tangentizie o mafiose a carico di Grillo. Il bello è che la grande e la piccola stampa che
dà lezioni a noi si segnala in questi giorni per l’olimpica distrazione su una notiziola da niente: le telefonate di Mancino, appena interrogato a Palermo sulla trattativa Stato-mafia, al consigliere giuridico di Napolitano e il prodigarsi del consigliere e di Napolitano presso il Pg della Cassazione per soddisfare le lagnanze di Mancino, subito dopo indagato per falsa testimonianza.
La notizia l’han data due giorni fa Repubblica e il Corriere (entrambi a pagina 22: dev’essere quella riservata agli scandali di Stato). Così, quando abbiamo chiamato il consigliere Loris D’Ambrosio per chiedere lumi, lo immaginavamo assediato dalle telefonate di tutti i giornali, i tg e le agenzie. Invece il D’Ambrosio si è molto stupito per le nostre domande, visto che eravamo gli unici a porgliele. Ieri infatti siamo usciti in beata solitudine con la sua incredibile intervista, in cui non solo ammetteva le ripetute lagnanze dell’ormai indagato Mancino, ma si trincerava dietro l'”immunità presidenziale” su ciò che disse e fece in seguito Napolitano. Nessun giornale, men che meno quelli che avevano dato la notizia, ha pensato di disturbare il Quirinale per saperne di più.
La parola “Quirinale”, o “Colle”, viene infatti pronunciata, anzi sussurrata a mezza voce nelle migliori redazioni con sacro timore, anzi tremore riverenziale: un po’ come il nome della divinità che, in alcune religioni, è impronunciabile perché ineffabile. In più il Quirinale, il Colle, è anche infallibile: ogni monito è un dogma, ogni sospiro un soffio di Spirito Santo. Se ipse dixit, o fecit , avrà avuto le sue buone ragioni e non sta ai giornalisti sindacare. Poi arrivano quei rompiscatole del Fatto , D’Ambrosio risponde e ieri il Quirinale, il Colle è costretto a sputare il rospo: Napolitano trasmise le lagnanze di Mancino, ex ministro, ex onorevole, ex presidente del Senato, ex vicepresidente del Csm, da due anni privato cittadino, al Pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare contro i magistrati, per raccomandare senz’averne alcun titolo, né Napolitano, né il Pg un fantomatico “coordinamento ” fra le indagini di Palermo sulla trattativa e quelle di Caltanissetta su via D’Amelio (fatti diversi, su cui nessuna delle due procure ha mai sollevato conflitti di competenza).
Dunque d’ora in poi ogni privato cittadino interrogato in procura che voglia lamentarsi del suo pm potrà comporre l’apposito numero verde del servizio “Sos Colle”, una sorta di ufficio reclami per sedicenti vittime della giustizia.
Gli risponderà il consigliere D’Ambrosio in persona, che investirà del caso il Presidente, che attiverà ipso facto il Pg della Cassazione perché metta in riga il pm incriminato.
Pare che potranno chiamare anche i giornalisti che danno lezioni al Fatto,  sempreché sappiano cos’è una domanda.

Niente. E così sia

Inserito il

Sottotitolo: “La Chiesa non condanna il peccatore ma il peccato.”

[“Inoltre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore quando questi fa un certo cammino”. “Questi soloni che imperversano, dicendo che la Chiesa è ipocrita non sanno niente della Chiesa. Anche Gesù andava dalle prostitute perché si convertissero. Io sono andato tante volte a casa di Lucio e c’era anche Marco Alemanno, e non ho mai visto nulla. Davanti al Signore ogni cosa viene ricomposta, al di là delle nostre fragilità. Non vedo perché io debba fermarmi di fronte a etichette che servono solo a far parlare. Quel che è prevalso è che lui era un credente. E questo dovrebbe prevalere sempre”. Bernardo Boschi]

Nel caso di Welby, evidentemente, non è prevalso.

Ogni occasione di dialogo che si perde non tornerà mai più.

Di chi è la colpa se per parlare di qualcosa, di un problema che c’è serve sempre il fatto eclatante? per riparlare del diritto a scegliersi un fine vita dignitoso c’è voluta la genialità di un uomo che si è suicidato a 95 anni, solo una manciata di mesi prima un emerito cialtrone disse, di una donna immobilizzata a letto da 17 anni, che ‘poteva ancora procreare’, e lo disse soltanto per ottenere la compiacenza delle eminenze in gonnella che tutto gli hanno contestualizzato e perdonato, dalle amicizie pericolose alle mignotte passando per la bestemmia permettendogli finanche di accostarsi all’Eucaristia da divorziato, dunque da peccatore imperdonabile secondo i dogmi della chiesa.

E in questo paese non c’è ancora una legge che permetta alle persone di scegliere come morire, una legge che invece c’è in tutti i paesi civili.

Mi è dispiaciuto molto leggere e  ascoltare ancora e ancora che la vicenda di Dalla è una questione personale, perché anche se lo è, prenderla a pretesto per riportare alla pubblica attenzione la questione dei diritti degli omosessuali è doveroso; chi invece rinuncia non rende un servizio utile né all’informazione né tanto meno a quella giusta causa che si chiama UGUAGLIANZA.
Sono proprio contenta che Travaglio invece non abbia scelto di aggiungersi alla pattuglia del giornalismo dell’ “erano affari suoi”, o per meglio dire lo ha fatto ma con molto più stile visto che anche a lui come a molti di noi non è sfuggito che da un’occasione importante sebbene triste un paese civile dovrebbe saper trarre degli insegnamenti.

E soprattutto sono contenta che non abbia contribuito anche lui all’oscurantismo e alla censura di chi ha evitato accuratamente di usare la parola “compagno” come se fosse un insulto, qualcosa che è meglio non far sapere.
Io mi chiedo cosa abbiamo fatto di male noi italiani per meritarci di essere trattati da imbecilli anche da un giornalismo e da una stampa solitamente molto più disinvolti quando si tratta di altri argomenti ma che, di fronte alla possibilità di aprire una discussione circa quei diritti che qui mancano hanno tirato indietro la manina nascondendosi ridicolmente dietro il rispetto per la persona.

Un rispetto che nei fatti non c’è e non c’è stato, perché non c’è rispetto per nessuno in un paese dove un uomo non può dire liberamente di amare un altro uomo e una donna per legalizzare la sua unione con un’altra donna deve andarsene in un altro paese come ha fatto Paola Concia.

Non c’è rispetto né civiltà in un paese dove nemmeno quella stampa e quel giornalismo che si definiscono liberi  hanno il coraggio di dire e scrivere che il vaticano è il più grande diffusore di ignoranza e falsi concetti presente sulla faccia della terra. Il primo costruttore di giudizi e pregiudizi di cui poi si nutrono miliardi di persone.

E’ la chiesa ad aver strumentalizzato Dalla, una chiesa che ha protetto i pedofili per decenni e ancora sale in cattedra perché nessuno si oppone a questa tirannia. Dalla che in altri tempi sarebbe finito su un tavolo di torture o sul rogo ma oggi dobbiamo sorbirci ancora la morale per bocca del padre spirituale di Dalla che ha detto di aver frequentato spesso la casa dove lui abitava col suo COMPAGNO ma che “non si è mai accorto di niente”: e di cosa avrebbe dovuto accorgersi?   
E’ il potere cattolico che va urgentemente  ridimensionato, perché in Italia è peggio della Piovra.

Niente comunque potrà mai superare lo scandalo dei funerali religiosi negati a Piergiorgio Welby.

Lucio e Marco –  Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 6 marzo

 

    Lucio Dalla fa miracoli anche da morto. Il funerale proprio il 4
    marzo nella sua Piazza Grande. L’abbraccio di tutta Bologna e di un
    bel pezzo d’Italia dentro e fuori San Petronio, dopo due giorni interi
    passati ad ascoltare le sue note sparse nell’aria della sua città. E
    soprattutto il saluto finale di Marco Alemanno, il suo giovane
    innamorato, che ha straziato ma anche rinfrescato l’atmosfera della
    vecchia basilica, strappando l’unico applauso non stonato (per il
    resto, gli applausi in chiesa sono sempre stonati): l’applauso
    liberatorio per un gesto che ha squarciato il velo di tanta ipocrisia
    e anche, diciamolo pure, di tanta omofobia.

    Non so se fosse previsto – nel rigido cerimoniale fissato dalla Curia
    bolognese, così rigido da negare a tutti noi persino un ritornello,
    una nota delle sue canzoni – che Marco leggesse, oltre al testo del
    brano “Le rondini”, anche il suo ricordo personale degli ultimi anni
    vissuti accanto a Lucio: quel ricordo che si è concluso con un
    “grazie!” urlato e commosso proprio sotto l’altare.

    Può darsi che si sia trattato di un fuori programma che ha colto di
    sorpresa anche qualcuno dei preti concelebranti avvolti nei paramenti
    viola-quaresima. Certo era voluto l’affettuoso accenno che padre
    Bernardo Boschi, amico e confessore di Lucio, ha dedicato a Marco
    nell’omelia (“questo tonfo… quasi crudele, vero Marco?… ci ha
    lasciati tutti più soli, più tristi”).

    Ma, sia che la cosa fosse prevista, sia che fosse un fuor d’opera,
    meglio così: è stata una benedizione anche per chi, come il
    sottoscritto, pensa che la vita sessuale di una persona sia un fatto
    privato, salvo che la persona stessa non decida di metterlo in
    pubblico.
    Su questo hanno detto e scritto in tanti, dopo l’aspra invettiva-
    provocazione di Aldo Busi.

    Ma, comunque la si pensi, è un fatto che Lucio Dalla abbia condiviso
    gli ultimi anni della sua vita (i più sereni, fra l’altro, per unanime
    riconoscimento degli amici più cari) con un giovane uomo: Marco
    Alemanno, appunto.

    Quel che è accaduto in San Petronio, anche se non voluto fino in
    fondo, fa bene alla Chiesa: le scrolla di dosso un’immagine
    sessuofobica e omofoba che tanti dolori ha provocato a molti credenti
    omosessuali e soprattutto ai loro famigliari e che ancora, al funerale
    di domenica, è echeggiata nelle parole di monsignor Gabriele Cavina,
    numero tre della Curia bolognese, che ha presentato Alemanno come
    “collaboratore” di Dalla e ha rammentato il dovere della confessione e
    della penitenza per non “accostarsi all’Eucarestia in peccato
    mortale”. Un precetto che molti han trovato superfluo e soprattutto
    stonato, in quel contesto.

    Ma il piccolo miracolo di San Petronio fa bene anche al mondo
    dell’informazione che, se possibile, riesce talvolta a essere più
    ipocrita e omofobo persino di certe gerarchie ecclesiastiche,
    ossessionate dal sesso e digiune d’amore. Prima che Marco ci liberasse
    con un semplice grazie da tante tartuferie, molti giornali, tv e siti
    web l’avevano presentato come “amico”, “collega”, “stretto
    collaboratore” e altri ridicoli e imbarazza(n)ti giri di parole per
    non usare la più bella e la più semplice delle espressioni: compagno
    innamorato. In prima fila, in basilica, c’erano politici di destra e
    di sinistra che per anni sono stati al governo o in Parlamento e non
    sono riusciti, anzi sono riusciti a non dare all’Italia una legge che
    riconosca i diritti minimi a due innamorati di sesso “sbagliato”.

    Conoscendo Lucio, quei politici sapevano tutto di lui e di Marco: a
    loro quel che è accaduto in San Petronio non ha rivelato nulla. Se
    ora, usciti di chiesa e tornati in Parlamento, la presentassero e la
    votassero tutti insieme, quella legge che manca solo all’Italia,
    compirebbero un gesto semplicemente doveroso, soprattutto per i non
    famosi. Un gesto tutt’altro che coraggioso, perché ci vuole un bel
    coraggio a non compierlo.

    Sarebbe l’ultimo miracolo di Lucio.

Eroi e “pecorelle”

Inserito il

Riepilogo: il ragazzo che ha “insultato” il carabiniere è già stato giudicato per direttissima dai colleghi che lo hanno fermato e già che c’erano gli hanno rotto un polso (chissà poi in caserma).
Il bar dove è stata fatta irruzione spaccando una vetrina era regolarmente aperto, ma i poliziotti volevano entrare dall’entrata di servizio che invece era chiusa e mentre i proprietari cercavano le chiavi (e la gente entrava e usciva dalla porta) hanno pensato bene di sfondare.
Chi paga il polso?
Chi paga la vetrina?
A chi lo diamo l’encomio stavolta?
Istituiamo il premio Pinochet a punti?

Sottotitolo: Gli anarco insurrezionalisti sono come il nero: svaccano e stanno bene su tutto.
Come mai i giornali di oggi non ci danno, e con la stessa enfasi riservata al carabiniere insultato, nessuna notizia nel merito del raid fascista di ieri compiuto da pecorelle evidentemente smarrite nel bar di Chianocco? Misteri della disinformatja.

Ecco che fine ha fatto l’insultatore del carabiniere:  Ricordate l’attivista che sfotteva il carabiniere? Ecco che fine ha fatto – foto e video

No Tav: resoconto sulla repressione attuata dalle forze dell’ordine sui presidianti No Tav.


In Valsusa come già accadde al G8 di Genova è in atto una sospensione di quel che resta della nostra democrazia. Le violenze al G8 furono definite da Amnesty International  “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. In entrambi i casi quella sospensione avvenne e sta avvenendo per mano di chi, per ruolo e professione sarebbe chiamato a fare tutt’altro e cioè tutelare e proteggere i cittadini, non contribuire all’escalation di violenza. Colgo l’occasione per ricordare che le azioni delle forze dell’ordine sono ordinate, coordinate  e concordate con la politica.

E’ la politica infatti che decide dove e come polizia e carabinieri devono effettuarle.

La mia solidarietà va comunque  anche al carabiniere fatto oggetto di insulti perché sta  partecipando a un “gioco” più grande di lui.


Poi ci sono i cosiddetti ‘eroi’, quelli che nel paese della disinformazione compiono gesti o per meglio dire, nel caso specifico  NON li compiono ed entrano così di diritto nella categoria specialmente nella propaganda che certi media e giornali spacciano per informazione: quelli che non reagiscono di fronte ad una “provocazione” specialmente se sanno di essere ripresi da una telecamera, dall’altra parte invece  ci sono i terroristi cattivoni; donne, uomini, padri e madri di famiglia, gente anziana,  bambini che da anni hanno rinunciato ad una vita propria fatta di serenità, di tranquille giornate, serate passate in casa o a farsi i fatti loro come noi e come tutti perché  vogliono solo evitare che la loro valle, la terra dove sono nati e che naturalmente amano venga sventrata e che miliardi di euro vadano in fumo per trasportare una scatoletta di tonno a Lione in due ore invece che nelle tre che ci s’impiegano  continuando ad utilizzare i mezzi che ci sono già.

Ci piacerebbe almeno sapere a chi stiamo pagando questa ennesima marchetta visto che i soldi sono i nostri.

Pensare all’importanza che i media stanno dando ad un episodio così stupido mentre si continua quasi ad ignorare il motivo per cui quella gente sta manifestando fa capire perfettamente da che parte si vuole portare l’opinione della gente, e di come si sta tentando di sfruttare la naturale propensione dell’italiano piccino a non capire la differenza fra lo sfruttato e lo sfruttatore, fra chi è vittima e chi non lo è.

Da due giorni tutti parlano della ‘pecorella’ e nessuno che invece metta il punto con la stessa enfasi sulle dichiarazioni dei nostri sobrii ministri che ci dicono che la tav “è necessaria”, “si deve fare”, è un'”opera a cui non si può rinunciare” e chissà perché.

Nessun dialogo.


C’è una intera comunità che si ribella, gente che si espone, che mette a repentaglio il proprio quotidiano e di queste persone e dei loro perché si parla poco e niente, mentre le facce di bronzo di quanti dovrebbero rappresentarci, governarci continuano a meritarsi primi piani nei TG da cui ripetono il mantra che la tav è irrinunciabile e si farà.

Io penso che un po’ di rispetto questa gente se lo meriti.

Ci sono tante cose che in condizioni di normalità non si dovrebbero fare.

In situazioni difficili salta tutto e chi dovrebbe evitarlo non lo sta facendo.



Eroi in azione in Valsusa

Polizia sfonda vetrate bar a caccia dei NoTav – YouReporter.it

www.youreporter.it

Ecco cosa è accaduto ieri sera, ma per tutti passa l’informazione che i No tav hanno attaccato la polizia con lanci di pietre.

Altri eroi  in azione a Genova