Di fact checking, inesattezze ma soprattutto di balle [giornalistiche]

Pippo Fava, Palazzolo Acreide 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984 – Riprendo queste righe scelte da Mauro Biani nella sua pagina di facebook perché le trovo perfette da associare alla sua vignetta in ricordo di Pippo Fava. Che Mauro sia bravissimo non è più una sorpresa per me, lo è però la sua capacità di stupirmi ogni volta. Quando ti aspetti che Mauro Biani si esibisca in tutta la sua genialità lui per fortuna lo fa. Questo disegno è magnifico, sensuale, intrigante, riesce quasi a far dimenticare per un attimo l’orrore di una morte ingiusta come quella che è toccata a Pippo, ammazzato dalla mafia, perché aveva il vizio dell’onestà e della verità. [A proposito di balle giornalistiche, ecco] . – “Io sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.” (da “I Siciliani”, 1980)

Anche ieri Michele Serra si è occupato di quel che accade in Rete, come fa ormai abbastanza spesso, nella sua Amaca a proposito delle balle che si scrivono e si dicono dai pulpiti “alti” e delle relative smentite rese più semplici proprio perché c’è la Rete che, è vero, è quell’immenso calderone dove va a finire tutto e che molti ancora non hanno imparato ad usare bene contribuendo alla diffusione delle balle, tipo la non notizia di queste ore circa una corte che avrebbe stabilito che il canone Rai si può non pagare e non succede niente. 

Cosa assolutamente non vera ma che continua ad essere ancora condivisa e accolta con gridolini di approvazione come se lo fosse, semplicemente perché c’è gente troppo pigra per preoccuparsi di andare a vedere se è vero quel che passa davanti ai nostri occhi ogni giorno sulle pagine web di un social network. 

Se tanta gente pensasse che anche condividere un link su twitter e facebook è una piccola responsabilità forse leggeremmo meno stronzate inutili e false, e si eviterebbero un mucchio di discussioni che fanno solo perdere tempo. 

Il problema che affligge Serra però è un altro: a lui dà fastidio che in Rete si aprano dibattiti su argomenti che un tempo erano esclusiva degli addetti ai lavori, giornalisti, opinionisti, intellettuali eccetera, dà fastidio che potrei essere anch’io, una signora nessuno a smascherare la bugia, l’inesattezza che scrive il professionista e ogni tanto, ciclicamente, ci tiene a farcelo sapere senza mai fare però il benché minimo accenno sul fatto che basterebbe evitare di scrivere balle sui giornali per evitarsi poi la critica spalmata ovunque in Rete fatta anche in modo volgare come accade purtroppo spesso. 

Perché il margine di errore nel riportare una notizia, un fatto, una considerazione si alza e si abbassa rispetto alla responsabilità che si ha quando si scrive in pubblico sapendo poi di essere letti da qualcuno. Ed è la quantità di quei qualcuno a stabilire la gravità di quell’errore. 

Io, a differenza di Serra posso anche permettermi l’inesattezza, perché il massimo che può succedere è che me la facciano notare e mi diano quindi la possibilità di rettificare prima che quell’errore diventi materia per fare opinione in quella cerchia di persone che di me si fidano perché sanno che solitamente e abitualmente non sono una che racconta balle. Mentre ai livelli di Serra &Co. il margine di errore e la balla non dovrebbero proprio esistere perché la loro responsabilità nei confronti del pubblico è infinitamente più grande della mia. Se Serra, come molti altri suoi colleghi ha deciso di adeguarsi per motivi suoi personali, di opportunismo, o per quell’idea malsana che fa credere che un’informazione esatta sia controproducente per la famosa stabilità napolitana è un problema suo che però non deve impedire che qualcuno se ne accorga e  risponda come sa,  come può e coi mezzi che ha, anche fossero un blog e una pagina di facebook. Chi si espone sa che correrà dei rischi, esporsi in modo onesto riduce quei rischi.

***

L’AMACA, Michele Serra 4 gennaio

Si moltiplica, anche grazie al web, la cultura del “fact checking”, ovvero la verifica dei fatti. Si tratta di vagliare il grado di veridicità delle dichiarazioni pubbliche, con speciale attenzione, come è ovvio, per le affermazioni dei politici. Interessante notare come esista una vera e propria gradazione della veridicità: tra la verità piena e la menzogna conclamata ci sono sfumature intermedie. L’ottimo sito Pagella Politica, per esempio, ha stabilito cinque livelli: 1 vero, 2 c’eri quasi, 3 ni, 4 Pinocchio andante, 5 panzana pazzesca. Non è un approccio del tutto “scientifico”, ma aiuta a ragionare sulla complessità della realtà, nonché sulla fatica di capirla e rispettarla.
Ovverosia: esistono numeri, dati, eventi che sono proprio quelli, e contraffarli, per malafede o per cialtroneria, non è ammissibile. Ma nell’interpretazione di quei numeri, nel “racconto” che si fa della realtà, c’è un margine di errore (da veniale a grave) che fa parte del rischio di esprimersi. E dunque perfino il fact checking, che ha una sua indubbia oggettività d’approccio, sconsiglia una lettura manichea della realtà. Non per caso sono i fanatici a incorrere, più spesso e più gravemente degli altri, nella menzogna totale.

2 thoughts on “Di fact checking, inesattezze ma soprattutto di balle [giornalistiche]

  1. la tassa sul possesso di apparecchi atti a ricevere onde elettromagnetiche di fatto non è obbligatoria e ben lo sanno i nostri giovani che se ne vanno a vivere per conto loro o gli abitanti del sud che non riconoscono lo stato.
    Anche prendendo residenza in un altro appartamento, (è da lì che la rai prende i dati per un nuovo utente) basta stracciare tutti i solleciti che arrivano dalla RAI e non pagare MAI, perchè se paghi una volta, poi per recedere diventa tutto più complicato.
    Una volta gli ispettori rai approfittavano nella mattina e magari trovavano in casa il vecchietto o la domestica che li facevano entrare e facevano il rapporto vedendo l’apparecchio, ma oggi in casa dei single non c’è mai nessuno, oppure c’è il diretto interessato che li manda affanculo e non ci sarà mai un giudice disposto a firmare un mandato di perquisizione perchè un cittadino afferma di non avere un apparecchio.
    Certo, poi ci sono i coglioni che si abbonano a sky o a mediaset e negano di avere l’apparecchio e spargono la voce che pagare la tassa è illegale

    • Il canone avrebbe un senso se si pagasse sul servizio, non ce l’ha nel momento in cui diventa una tassa sul possesso di un oggetto. Come per l’automobile per cui si esige la tassa anche se sta ferma. Lo stato deve smetterla di rompere il cazzo ed estorcere soldi su delle ipotesi e iniziare a farlo sulla certezza della restituzione di ciò che si paga attraverso le gabelle.

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