Di fact checking, inesattezze ma soprattutto di balle [giornalistiche]

Pippo Fava, Palazzolo Acreide 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984 – Riprendo queste righe scelte da Mauro Biani nella sua pagina di facebook perché le trovo perfette da associare alla sua vignetta in ricordo di Pippo Fava. Che Mauro sia bravissimo non è più una sorpresa per me, lo è però la sua capacità di stupirmi ogni volta. Quando ti aspetti che Mauro Biani si esibisca in tutta la sua genialità lui per fortuna lo fa. Questo disegno è magnifico, sensuale, intrigante, riesce quasi a far dimenticare per un attimo l’orrore di una morte ingiusta come quella che è toccata a Pippo, ammazzato dalla mafia, perché aveva il vizio dell’onestà e della verità. [A proposito di balle giornalistiche, ecco] . – “Io sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.” (da “I Siciliani”, 1980)

Anche ieri Michele Serra si è occupato di quel che accade in Rete, come fa ormai abbastanza spesso, nella sua Amaca a proposito delle balle che si scrivono e si dicono dai pulpiti “alti” e delle relative smentite rese più semplici proprio perché c’è la Rete che, è vero, è quell’immenso calderone dove va a finire tutto e che molti ancora non hanno imparato ad usare bene contribuendo alla diffusione delle balle, tipo la non notizia di queste ore circa una corte che avrebbe stabilito che il canone Rai si può non pagare e non succede niente. 

Cosa assolutamente non vera ma che continua ad essere ancora condivisa e accolta con gridolini di approvazione come se lo fosse, semplicemente perché c’è gente troppo pigra per preoccuparsi di andare a vedere se è vero quel che passa davanti ai nostri occhi ogni giorno sulle pagine web di un social network. 

Se tanta gente pensasse che anche condividere un link su twitter e facebook è una piccola responsabilità forse leggeremmo meno stronzate inutili e false, e si eviterebbero un mucchio di discussioni che fanno solo perdere tempo. 

Il problema che affligge Serra però è un altro: a lui dà fastidio che in Rete si aprano dibattiti su argomenti che un tempo erano esclusiva degli addetti ai lavori, giornalisti, opinionisti, intellettuali eccetera, dà fastidio che potrei essere anch’io, una signora nessuno a smascherare la bugia, l’inesattezza che scrive il professionista e ogni tanto, ciclicamente, ci tiene a farcelo sapere senza mai fare però il benché minimo accenno sul fatto che basterebbe evitare di scrivere balle sui giornali per evitarsi poi la critica spalmata ovunque in Rete fatta anche in modo volgare come accade purtroppo spesso. 

Perché il margine di errore nel riportare una notizia, un fatto, una considerazione si alza e si abbassa rispetto alla responsabilità che si ha quando si scrive in pubblico sapendo poi di essere letti da qualcuno. Ed è la quantità di quei qualcuno a stabilire la gravità di quell’errore. 

Io, a differenza di Serra posso anche permettermi l’inesattezza, perché il massimo che può succedere è che me la facciano notare e mi diano quindi la possibilità di rettificare prima che quell’errore diventi materia per fare opinione in quella cerchia di persone che di me si fidano perché sanno che solitamente e abitualmente non sono una che racconta balle. Mentre ai livelli di Serra &Co. il margine di errore e la balla non dovrebbero proprio esistere perché la loro responsabilità nei confronti del pubblico è infinitamente più grande della mia. Se Serra, come molti altri suoi colleghi ha deciso di adeguarsi per motivi suoi personali, di opportunismo, o per quell’idea malsana che fa credere che un’informazione esatta sia controproducente per la famosa stabilità napolitana è un problema suo che però non deve impedire che qualcuno se ne accorga e  risponda come sa,  come può e coi mezzi che ha, anche fossero un blog e una pagina di facebook. Chi si espone sa che correrà dei rischi, esporsi in modo onesto riduce quei rischi.

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L’AMACA, Michele Serra 4 gennaio

Si moltiplica, anche grazie al web, la cultura del “fact checking”, ovvero la verifica dei fatti. Si tratta di vagliare il grado di veridicità delle dichiarazioni pubbliche, con speciale attenzione, come è ovvio, per le affermazioni dei politici. Interessante notare come esista una vera e propria gradazione della veridicità: tra la verità piena e la menzogna conclamata ci sono sfumature intermedie. L’ottimo sito Pagella Politica, per esempio, ha stabilito cinque livelli: 1 vero, 2 c’eri quasi, 3 ni, 4 Pinocchio andante, 5 panzana pazzesca. Non è un approccio del tutto “scientifico”, ma aiuta a ragionare sulla complessità della realtà, nonché sulla fatica di capirla e rispettarla.
Ovverosia: esistono numeri, dati, eventi che sono proprio quelli, e contraffarli, per malafede o per cialtroneria, non è ammissibile. Ma nell’interpretazione di quei numeri, nel “racconto” che si fa della realtà, c’è un margine di errore (da veniale a grave) che fa parte del rischio di esprimersi. E dunque perfino il fact checking, che ha una sua indubbia oggettività d’approccio, sconsiglia una lettura manichea della realtà. Non per caso sono i fanatici a incorrere, più spesso e più gravemente degli altri, nella menzogna totale.

Servizietto pubblico

Cambiamo la tv, alziamoci e andiamocene tutti

[Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano]

“Vattene, levati fuori dai coglioni”

E ancora: ““E’ un gran cafone, l’unica cosa che sa fare è scappare. Tipico di quelli de “Il Fatto”: manganellano e poi scappano, è il loro sistema“ [Fabrizio Rondolino, l’uomo per tutte le stagioni, quello che tra d’alema e la santanché non riesce ad intravvedere nessuna differenza malgrado uno abbia i baffi e l’altra no ].


Giusto per dire, la classe, no? e questi sarebbero i press agent dei politici, quelli che li consigliano su cosa dire e come comportarsi. Rondolino, Velardi, gente sempre pronta a volare di palo in frasca, da d’alema alla santanché sempre per dire e che con la coerenza non si pulisce nemmeno il culo tanto le interessa essere credibile.

+ [VIDEO] Rondolino insulta Sansa e il Fatto: “Vattene, levati fuori dai coglioni”

Fa benissimo Grillo a incazzarsi per i talk show se gli attivisti del movimento poi devono incontrare nei vari studi televisivi gente abituata a rapportarsi con l’insulto sistematico dell’interlocutore.

Ad esempio in un programma come Agorà, condotto dall’ottimo Vianello, dove puntualmente e sistematicamente, alle otto di mattina poi, ed è un delirio che un programma che tratta di politica debba mandare di traverso alla gente già il primo caffè, c’è un conduttore  che non è capace di condurre, di arginare e sedare le risse, nello stesso studio poche settimane  fa Marco Lillo, un altro cronista del Fatto  è stato insultato con l’appellativo di stronzo dalla portatrice insana di plastica e silicone che insieme a Renzi è in televisione, in tutte le trasmissioni praticamente h24.

I contribuenti  non pagano il canone per sentire Rondolino che dice a Sansa di andare fuori dai suoi coglioni né la santanché che dà dello stronzo a Marco Lillo.

Nemmeno però per guardare interviste preconfezionate com’è accaduto ieri sera a Ballarò dove da un po’ di tempo si è inaugurato il filone del registrato in precedenza.

Un talk show dove partecipano, oltre i politici anche dei giornalisti deve poter permettere a chi vuole fra i presenti in studio di poter fare una domanda all’intervistato, specialmente se il conduttore non le fa, non le sa fare, non le vuole fare, non le può fare, non costringere gli ospiti e noi pubblico pagante a guardare un condensato di servilismo qual è stata l’intervista di Floris al capo della polizia ieri sera.

Dunque, il dottor Manganelli, già capo della polizia [con quel cognome, può fare ciò che vuole] ci ha detto – anzi lo ha detto solo a Floris che ha inaugurato il nuovo trend dell’intervista [registrata con un certo anticipo] téte à téte, a tu per tu, della serie, il conduttore sono io e le domande [essì, ve piacerebbe…domande…] le faccio io e guai a chi s’azzarda a contraddire l’intervistato – che all’identificativo per le forze dell’ordine ci si può pensare ma solo a patto che anche i manifestanti si rendano riconoscibili e la smettano di andare in giro coi caschi da motociclista [ché a picchiare sui caschi non c’è gusto, non esce il sangue].

Il dottor Manganelli, 700.000 euro l’anno,  forse ignora che polizia e forze dell’ordine hanno già autorità sufficiente per identificare chiunque, forse ignora che il rapporto cittadino – poliziotto parte già da un assunto che non li mette sullo stesso piano. 
Che nessun travestimento può giustificare la teoria del “prima te meno e poi ti chiedo chi sei” e che fino a prova e a regime contrari se una persona sta camminando per i fatti suoi su una strada e su una piazza dovrebbe poterlo fare in libertà, che pretendere di poter identificare chi partecipa alle manifestazioni è come avanzare la stessa pretesa  con chi sta andando al supermercato, al cinema e al teatro.
Che in un paese normale, libero e ripulito dalla gestione FASCISTA che lo opprime un poliziotto che massacra un cittadino dovrebbe pagare il quadruplo, rispetto al cittadino che commette un reato qualsiasi, non cavarsela grazie alla divisa e a un capo della polizia che pensa che siano meno pericolosi i malumori di destra che quelli di sinistra e che quindi individua il pericolo fra gli studenti e non, ad esempio, nelle anime candide di casa pound che infatti possono manifestare in santa pace quando vogliono e dove vogliono col beneplacito e il sostegno affettuoso del sindaco di Roma e dei vertici della polizia.
In un paese libero, normale e sano, un capo della polizia non guadagna più del presidente americano.
E in un paese libero, normale e sano un giornalista che ha di fronte un capo della polizia che guadagna 700.000 euro l’anno, il doppio del presidente americano e del capo dell’FBI,  una domandina a proposito del suo stipendio rapportato alla gestione pessima del corpo di polizia che si onora di comandare, gliel’avrebbe fatta.

Se tutti pagano le tasse, le tasse poi ripagano tutti

Aggiornamenti e sviluppi:

www.repubblica.it

Ha  più nient’altro da smentire Lorenzina? non c’è due senza tre, se smentisse anche  di essere stata nominata presidente della Rai  per conto terzi e quarti e cioè del vaticano e di berlusconi, farebbe felice un sacco di gente.

Chissà perché il canone Rai è la tassa più antipatica,  quella che viene pagata proprio con un senso di nausea, forse perché i professionisti che fanno guadagnare l’azienda vengono allontanati forzosamente (per usare un eufemismo)  per fare spazio a questi scempi? centinaia di migliaia di euro investiti, ma più che altro sprecati per fare cosa:  per rimetterci pure?
Solo per Sanremo. 
Uscite:
7.000.000 euro: Convenzione con il comune
600.000 euro: Morandi
600.000 euro: Celentano
150.000 euro: Papaleo
80.000: Mrazova
40.000 euro: Canalis
40.000 euro: Belen
100.000 euro: ospiti internazionali
TOTALE USCITE: 18.000.000 euro
Entrate:
14.300.000 euro: pubblicità venduta
150.000 euro: incasso botteghino
TOTALE ENTRATE: 14.450.000 euro

PERDITE: 3.55 milioni di euro.

Incapaci, disonesti totali, ecco che sono i dirigenti della Rai.

Qualsiasi azienda seria li caccerebbe a calci nel culo e senza preavviso.

www.cadoinpiedi.it

Il canone Rai risulta essere la tassa più invisa rispetto a molte altre,  che sebbene si paghino obtorto collo,  si riconosce comunque loro una certa utilità – poi magari capita che un malato in coma venga lasciato quattro giorni legato ad una barella perché in tutta Roma non c’è un letto che lo può ospitare e che tutto questo sia ritenuto  normale dai dirigenti dell’ospedale più grande d’Europa, ma questa è un’altra storia.

Cioè, è sempre la stessa ma fa molto più schifo, per dire.

Ma parliamo di questa genialata – che fa rima con ladrata – di estendere il pagamento del canone Rai anche alle imprese e alle aziende, anche se non hanno un televisore ma solo quei dispositivi ultramoderni coi quali è possibile accedere alla Rete.

 Fino a ieri il canone Rai era una tassa sulla proprietà (e non, come invece  dovrebbe essere, sulla qualità del servizio che offre), ora invece pare che  bisognerà pagare anche  per la proprietà di computers, iPad, smartphone e anche se nessuno di questi strumenti si utilizza per guardarci la Rai che salvo un paio di eccezioni fa già abbastanza schifo vista solo dal televisore, a quando una tassa sul possesso di lavatrici, frigoriferi e già che ci siamo, pure sui vibratori?

 I nostri tecnici sobrii, compunti e ministri vogliono tassare i dispositivi collegabili alla Rete per finanziare un servizio pubblico (più o meno, insomma…) del quale, salvo eccezioni sempre più rare, si potrebbe fare benissimo a meno. E infatti molta gente ne fa GIA’ a meno.

Dal momento che la politica non può mettere le mani sul web come le piacerebbe tanto fare con la censura avendo capito da un bel po’ che internet è l’ultimo e vero baluardo di libertà che fa? ci mette la tassa, così impariamo a far girare l’economia comprando apparecchi sofisticati per stare al passo coi tempi.


 Se la Rai non vuole essere sfruttata gratuitamente ( si fa per dire,  ché il discorso sulla gratuità dei servizi offerti dalla Rete è lungo, complesso e articolato ) dai fruitori del web può benissimo limitare l’accesso agli abbonati così come fanno i quotidiani on line.

Chi vuole pagare perché usa quel servizio lo fa e chi no, no.

Non ci vuole nemmeno monsieur De Lapalisse per capirlo.

Il canone per internet lo paghiamo già alla Telecom, fra l’altro.

Non si capisce l’ OBBLIGO di dover pagare qualcosa che probabilmente e in molti casi anche sicuramente nemmeno si userà.  Questo governo sta tentando di far passare come necessario, avendolo inserito nella manovra Salvaitalia,  un provvedimento  mai messo in pratica fino ad ora e che è contenuto nientemeno che nel Regio Decreto del 1938:  il concessionario del cosiddetto servizio pubblico  radiotelevisivo italiano sfrutta infatti, al solo scopo di fare cassa,  un decreto anteguerra e uno firmato in tempo di guerra, il Regio Decreto Legge 246/1938 e il Decreto Legislativo Luogotenziale 458/1944:  due leggi che obbligano a pagare un canone chi possiede  uno o più apparecchi adatti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni.

In un paese civile nessuno dovrebbe essere obbligato a pagare  un servizio che non utilizza: in un paese civile  i cittadini dovrebbero pagare quello che gli interessa e che usano, non quel che gli viene imposto di pagare da chi ogni giorno inventa un modo nuovo per togliere quattrini alla gente.

La musica è cambiata ma non i suonatori, né, soprattutto, i suonati, quelli che pagano, per dire.  Una truffa resta una truffa, anche se chi la fa indossa i guanti di velluto. Il governo serio di uno stato serio dovrebbe cercare sistemi altrettanto seri ma più che altro convincenti per spillare soldi alla gente.

Visto che fin’ora è riuscito a fare solo quello dovrebbe perfezionarsi nello stile, ecco.

E già che ci siamo, non si potrebbe abolire quella oscenità del Regio decreto del 1938?

Chi ha portato un camorrista in Rai?

“Roberto Saviano in modo assolutamente argomentato ha denunciato che Gaetano Marino, boss degli scissionisti sarebbe stato ospite in platea in una trasmissione di Capodanno di Raidue mentre sua figlia, assolutamente incolpevole, cantava un brano a lui dedicato. La Rai intende confermare o smentire la denuncia di Saviano? Come è potuto accadere un episodio simile? Chi ha deciso di invitare il boss? Su questo inquietante episodio presenteremo immediatamente un’interrogazione parlamentare”. Lo afferma il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti.

“Questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di un’azienda fuori controllo”. (Articolo 21)

FIRMA L’APPELLO: Chi ha portato il Boss in Rai? L’azienda risponda

Chi ha portato un camorrista in Rai?

LA DENUNCIA DI ROBERTO SAVIANO

A me pare una cosa non grave ma gravissima, questa. Una Rai dove non trovano più spazio i migliori professionisti sulla piazza, cacciati o messi in condizioni di doversene andare perché sgraditi ai potenti prepotenti di turno e di tutti i colori,  non può dare ospitalità ad un criminale camorrista foss’anche nei panni di amorevole padre.

Che poi, molto ci sarebbe da dire anche su questo uso devastante  dei bambini (accompagnati e incoraggiati da genitori scellerati e incoscienti) che fanno le televisioni. Poi non lamentiamoci se in questo paese vengono allevate intere generazioni di imbecilli inconsapevoli i cui unici obiettivi saranno entrare nella casa del grande fratello, fare la velina e sposarsi il calciatore.
Chiedere ai dirigenti della Rai di fare  chiarezza è il minimo che si possa pretendere.
Firmiamo l’appello di Articolo 21.

Il canone Rai è una tassa e va pagata – opinabilissimi i motivi, visto che non paghiamo tasse sulla proprietà di lavatrici e frigoriferi ma tant’è. Ma un servizio pubblico non può essere ostaggio della politica che se ne appropria pro domo sua, e allora io penso che disincentivare il pagamento di quella tassa non sia del tutto sbagliato, non è eversione, finché la politica e i partiti faranno di un servizio pubblico, finanziato con i soldi dei contribuenti un loro giocattolino privato.

E sono sicura che tutti pagheremmo più volentieri quella tassa il giorno che la politica, TUTTA, uscirà dalla Rai (con le mani alzate come dice Travaglio).
Margaret Thatcher una volta disse: ” la BBC non mi piace ma non posso farci nulla”.
Perché, invece, i nostri politici  con la Rai e nella Rai possono farci tutto?

Pensavo di essermi rincoglionita…

…e invece, specialmente quando leggo questa Donna qui mi convinco sempre, per fortuna, del contrario. E’ una lotta impari combattere contro l’idiozia dilagante, quell’infantilismo col quale mi scontro tutti i giorni che affligge la gente che non si sforza nemmeno di capire le cose, si prende quello che viene senza riflettere,  senza pensare se è davvero questo, quello che vuole. Un esercito di gente con la mente atrofizzata  dall’anestesia collettiva alla quale si è sottoposta di sua spontanea volontà.  Però con un po’ di impegno si può fare, ogni giorno un poco. Sperando di poter vedere chi vincerà, alla fine.

Beneficenza, di Rita Pani

Fa molto freddo anche qua al sud, eppure, se guardo dalla finestra vedo i mandorli in fiore. E quei fiori un po’ bianchi e un po’ rosa, nella tristezza del cielo cupo sembrano l’emblema di questa poverissima Italia impazzita.

Non è più una commedia degli equivoci, non è un film demenziale, e nemmeno una sceneggiatura scritta male questa nostra vita. È ormai follia collettiva.

C’è, per esempio, molta soddisfazione per le dichiarazioni di Adriano Celentano, che dopo innumerevoli peripezie, discussioni pesanti e accuse infamanti, accetterà di partecipare al Festival di Sanremo. Il cantante ha infatti deciso di devolvere totalmente il suo compenso in beneficenza, versandolo a Emergency. Ebbene sì, è un gesto che lascia il segno. Un bel gesto che riempie di gratitudine l’associazione benefica che con quei soldi aprirà un ospedale in Africa.

È fantastico! Perché ormai, appunto, la follia è collettiva.

350 mila euro a serata, e ancora non si sa quante saranno.

Tre appartamenti (bilocale) in un paesino del centro Sardegna. Una decina di automobili utilitarie. Lo stipendio mensile di 30 operai. Una cifra che, tutta insieme, la maggior parte di noi non vedrà mai.

Eppure, c’è grande soddisfazione per il gesto del Molleggiato … La voce discordante in questo coro italico. Lui che ha preso le parti del popolo, che ha contrastato il governo di berlusconi: il paladino degli oppressi dalla mancanza di democrazia.

Leggo queste cose e poi vedo i mandorli in fiore, nel gelo inconsueto di questo sud che non è attrezzato per gelare. E tutto mi sembra normale, al punto che mentre batto questi tasti, mi chiedo se abbia senso continuare a pensare, se non sarebbe meglio cedere alla tentazione di farsi ammorbare.

350 mila euro per una serata, ma siccome Celentano non fa parte della “casta”, va benissimo così. Perché tutti coloro che ormai ringhiano solo e soltanto dinnanzi allo sproposito che guadagnano i politici, non riescono a mettere insieme i tasselli, capendo che anche quei soldi usciranno esattamente da dove escono quelli per pagare i privilegi dei politici?

Perché ormai il non pensiero italiota viaggi su binari unici. Su quelle rotte che il pifferaio magico di turno riesce a fischiare dal suo flauto. Il problema è la casta, anzi sono le caste. Quelle si devono combattere senza sapere il perché. Perché son ladri o tutti uguali, perché è così che ha detto Grillo (che di cazzate ne spara almeno una al giorno, per garantirsi anche lui il tornaconto).

Perché Sanremo è Sanremo, finiranno per dirsi coloro che alla sera si metteranno là a guardar abiti lussuosi, ed ascoltare oche starnazzanti. Perché in fondo (cito) Sanremo dopo più di mezzo secolo rappresenta la tradizione del “bel canto” in Italia.

Ora dovrei scrivere un altro post, per spiegare il significato di “bel canto” al giornalista che l’ha scritto, poi però penso che io sto scrivendo gratis, levando tempo ai personaggi del mio libro, che appesi nelle pagine attendono, che lui è giornalista e io no, che lui è pagato profumatamente e che quindi – ignorante – fa parte di una piccola casta pure lui, e io mi dovrei incazzare.

E non mi va, perché si gela, ma fuori ci sono i mandorli in fiore.

Rita Pani (APOLIDE)

Perché Sanremo è Sanremo (reloaded)

Non vedo Sanremo dall’87. Non lo vedo perché non mi piace. E non mi
piace tutto quell’alone di attesa che dura anche dei mesi circa la
scelta dei presentatori, della valletta bruna, di quella bionda e degli
ospiti. C’è un mucchio di gente che dice di non guardarlo mappoi i dati
auditel dicono sempre il contrario. Io non discuto il compenso di
Celentano, di Benigni,  Fiorello e di tutti quegli artisti utilizzati come extrema ratio per aiutare un’azienda agonizzante (per colpa di chi la dirige) a non morire;  ricordo che qualche anno fa un certo signor Prodi si affrettò ad annullare un decreto legge che doveva abbassare il tetto dei guadagni dei professionisti, dunque anche delle star che presentano il festival perché Pippo Baudo che era stato il prescelto per quella edizione  non prese troppo bene la decisione.
Dico però che non bisognerebbe parlare di logiche aziendali
applicate ad una Rai che paga 700.000 euro un’ospitata di Celentano,
altrettanti e forse più per Benigni e Fiorello e poi permette che i vari direttori di rete al soldo del padrone della tv cosiddetta concorrente che casualmente è stato anche presidente del consiglio,  lascino scappare dopo averli mobbizzati per anni professionisti come Santoro che non costava quasi niente alla Rai ma in compenso faceva guadagnare molto con gl’introiti pubblicitari.

E aggiungo che se non vogliamo che Sanremo si trasformi ogni anno nella Mecca dei compensi elargiti ai vari ospiti bisognerebbe smettere di dire che non si guarda e poi fare puntualmente il contrario salvo poi lamentarsi che la Rai spreca i soldi del canone.
Il problema più serio non sono poi le cifre offerte agli artisti: è la qualità della loro arte che andrebbe discussa, Benigni che trascina venti milioni di persone davanti alla tv raccontando la Divina Commedia, la Storia di questo paese,  facendo dunque cultura, qualcosa di cui questo paese ha un bisogno disperato vale quanto le famose pause di Celentano?  no, eppure qualcuno pensa che le banalità ultraretoriche di Celentano valgono tutti quei soldi e glieli dà salvo poi fargli fare un figurone con la storia dei compensi dati in beneficenza,  e da ieri quindi tutti a dire bravo a Celentano perché ha deciso lui dove dirottare il denaro pubblico col quale verrà pagato.  La vera bella figura Celentano l’avrebbe fatta casomai accettando di andare  a Sanremo, essere rimborsato con una cifra simbolica o facendo beneficenza coi suoi soldi e senza squilli di trombe: fare beneficenza è un gesto di carità che andrebbe fatto privatamente, non qualcosa di cui potersi vantare per i prossimi mille anni.
In questo paese non ci vuole una rivoluzione etica, ci vuole una rivoluzione del gusto. Come diceva Totò, è la somma che fa il totale, e Sanremo lo possono ridimensionare solo gli spettatori della Rai.

Volendo.

LA PAGNOTTA DI SAN BRUNO

di Vittorio Zucconi

Ho dovuto assistere (mi pagano per queste cose, gente mia, non sono masochista) a una disgustosa edizione autocelebrativa di Porta a Porta dove Vespa faceva il plastico di se stesso e della Rai, invitandoci a pagare il prezzo del ricatto obbligatorio, che tanto costa come una pagnottella al giorno, implorava. Mi è dispiaciuto vedere anche il bravo Giova Floris costretto a unirsi al coretto dei castrati e delle voci bianche e ignorare l’oscenità di fondo che vizia tutto il discorso del “pubblico”: la Rai non è affatto pubblica, è dei partiti e dei loro mammasantissima del momento. Se ha tre canali è soltanto perché la Dc dovette appaltare Rai Due ai Socialisti per non mollare Rai Uno e poi creare Rai Tre per tenere buoni i Comunisti. Reggiamo tre reti che moltiplicano i costi senza davvero moltiplicare l’offerta e giustificano le tre reti di Berlusconi. Mi sono sovvenuto, ascoltando quella imbarazzante sceneggiata della “rosetta” implorata dal sagrestano Vespa, roba da pane di Sant’Antonio, di una importante giornalista della Rai che anni or sono mi propose di fare un programma per la sua Rete dagli Usa. Mi spiegò che “il suo editore” l’aveva autorizzata a spendere quello che voleva. Ma chi sarebbe il “tuo editore”, le chiesi? Craxi, mi rispose senza esitare. Capito che cos’è il servizio pubblico al servizio dei partiti? (PS: Ovviamente, non feci mai quella trasmissione).