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Dell’italica ipocrisia, della vita e della morte

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Sottotitolo: La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. [Mario Monicelli]

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Nella vecchiaia, quando è malattia, perdita delle funzioni vitali, della propria indipendenza, autonomia psichica e fisica, dell’impossibilità di poter gestire in proprio anche le più elementari abitudini come mangiare, lavarsi, andare in bagno, non c’è proprio nulla di romantico. La vecchiaia non è un bello spettacolo, nulla che valga la pena di protrarre oltremodo solo per dire che si è vivi o, peggio ancora, per soddisfare l’egoismo delle persone che si hanno intorno, quelle che “anche così, purché sia qui”.
Chiunque abbia avuto esperienze di assistenza a persone molto anziane e malate sa. Morire quando il ciclo di vita si è compiuto non è una tragedia, le tragedie sono altre, quelle giovani vite, quei bambini morti in mare, ecco quella è una tragedia immensa, dalle proporzioni gigantesche. E non sarebbe tragedia scegliere di porre fine alla propria esistenza prima che la condizione fisica dell’autonomia e dell’indipendenza necessaria ad una vita per essere considerata tale abbandonino mente e corpo.
La tragedia è vivere in un paese dove chi sopravvive ad una strage che si poteva e doveva evitare viene indagato perché ha commesso il reato di restare vivo.
Scegliere di poter mettere fine alla propria esistenza da vivi e non da morti che respirano magari con l’aiuto di macchine che tengono in vita ciò che vita non è fa parte di quei diritti  che devono essere concessi a tutti.

La mia stima e ammirazione rispettose a Carlo Lizzani, che come Mario Monicelli ha avuto la sapiente genialità di dire addio alla vita prima che la vita dicesse addio a lui, a modo suo, portandogli via la dignità.

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Noi che restiamo, la morte, l’Altro Alessandro Gilioli

Credo che questo epocale cambiamento di condizione scientifica e di ’sentimento’ religioso ci costringa tutti – tutti noi che provvisoriamente restiamo – a fare un po’ di conti.

Primo, sul fatto che allungare la vita non serve a niente se contemporaneamente non si riesce anche ad ‘allargarla’, a renderla degna di essere vissuta per condizioni fisiche e mentali, per felicità quotidiana.

Secondo, sul fatto che quando uno ha davvero deciso di chiudere ha diritto legale a farlo nel modo meno doloroso e violento possibile, liberi dalle ipocrite leggi che ci costringono a buttarci da una finestra, scritte quando ancora si credeva che il padrone delle nostre vite fosse sempre e comunque un Altro.

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E’ incredibile come molti si ricordino del rispetto per la vita solo in determinate situazioni e in altre no.

Se tanta attenzione per la vita ci fosse quando questa è davvero vita forse ci sarebbe meno ipocrisia in giro.

In questo paese da dieci anni esiste una legge, la bossi fini che, de facto, impedisce di salvare delle vite e di cui ci si ricorda soltanto quando ne vediamo gli effetti applicati alla realtà; ovvero quando produce la morte di persone che non volevano morire ma, al contrario, speravano di riuscire a fuggire dalla morte. Ed è una legge sulla quale nessuno intende mettere mano perché non produrrebbe gli effetti desiderati da una politica sempre meno interessata alla vita ma sempre più interessata a se stessa.

Diverso è per la legge sull’aborto sulla quale invece moltissimi vorrebbero ancora, a trent’anni dalla sua approvazione, dall’approvazione di una legge civile che permette di decidere in autonomia, quando e se ci sono ragioni sufficientemente importanti, serie e gravi per farlo, di non far proseguire una vita quando non è ancora tale.

E, nel paese che galleggia nell’ipocrisia fa scalpore un suicidio quando a decidere di mettere fine alla propria esistenza sono persone avanti con gli anni e dalla cultura più che superiore, in grado quindi di capire quando il loro viaggio terreno è terminato.
Anche in questo caso bisogna assistere alla solita pletora dei giudicanti: quella che la vita è sempre vita e che bisogna rispettarla e attenderne la fine “naturale”: come Dio comanda.

Io invece, che ho scelto in totale autonomia e nel pieno del possesso della mia indipendenza fisica e psichica di non dover ricorrere a nessun Dio che mi suggerisca cosa è meglio fare e pensare continuo ad essere convinta che nessun Dio, per come ce lo raccontano: buono, giusto, colui che ha creato la macchina perfetta della natura e dell’uomo e della donna, vorrebbe mai veder disprezzare così la sua genialità.

E non vorrebbe mai veder morire innocenti nelle guerre o quelli che da una guerra scappano finire in fondo al mare perché qualcuno pensa che il diritto alla vita si possa negoziare in base alle convenienze e agli opportunismi politici.

E nemmeno vorrebbe, come piacerebbe a certi difensori della vita anche quando non è più tale, che la sua creazione perfetta venisse svilita in virtù di quell’ipocrisia che in questo paese impedisce una legge seria su un fine vita dignitoso, ovvero prima che la vita ci abbandoni da vivi e che ciclicamente fa tornare sul tema dell’aborto che permette di poter scegliere di non dare il via ad un’esistenza quando non sarebbe tale proprio in funzione del rispetto per la vita: del figlio e della madre.

Sul Foglio del sempre molto intelligente ferrara, quello che voleva portare nella politica una lista per la vita e contro l’aborto oggi qualcuno ha scritto che la soluzione per fermare le stragi dei profughi e di chi tenta di fuggire da situazioni impossibili per la vita consiste nell’ammazzare chi porta qui quelle vite disperate: dunque per difendere la sovranità del territorio ci si può dimenticare di quel rispetto per la vita sbandierato soltanto quando serve a fare gli interessi di qualcuno ma del quale poi ci si può dimenticare quando si dovrebbe mettere in pratica sul serio.

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