Oddio, è finito il ventennio e non so cosa mettermi

Se non fosse una tragedia nella tragedia farebbe perfino sorridere un presidente del consiglio che afferma restando serio, mentre a Lampedusa ci sono trecento morti da seppellire, che lui e il governo delle larghe intese di cui fa ancora parte berlusconi hanno sconfitto il ventennio di berlusconi.

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Quando finirà davvero il ventennio Alessandro Gilioli

 Il ventennio finirà soltanto e davvero quando il partito di Berlusconi – e di Cicchitto, di Giovanardi, di Alfano, di Brunetta, di Verdini, di Schifani – sarà ridotto all’opposizione, con una maggioranza che gli è limpidamente e totalmente avversaria e che da lui o dai suoi non si fa più in alcun modo influenzare, in nessuna decisione politica. 

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Agenzia delle entrate, il direttore: “Esiste evasione di sopravvivenza? Penso di sì”

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Anche Befera è arrivato al semplicissimo concetto che un contribuente non può dare la metà e oltre di quello che guadagna allo stato? Complimenti per la tempestività.
Ma tutti noi ce li abbiamo?
Non è che si potrebbe esportare anche un po’, un bel po’, di questa intelligenza?
Detto ciò, sull’evasione “di sopravvivenza” molto ci sarebbe da dire, visto che quelli che sopravvivono, e in molti casi sottovivono non hanno la possibilità di evadere alcunché dal momento che le tasse gli vengono sfilate, scippate direttamente in busta paga.
Appropo’: quanto guadagna Befera?
Perché in materia di evasione bisogna essere anche un po’ onesti, signor Befera, trovare una soluzione reale, concreta per risolvere il dramma di chi è costretto o a evadere le tasse o a chiudere un’azienda, licenziare padri e madri di famiglia che con quel lavoro ci campano, non si concedono certo lussi. E chi rappresenta questo stato che ha sanato con un anonimo 5% chi ha evaso non per sopravvivere ma per assicurarsi lussi, privilegi per sé e le sue prossime generazioni dovrebbe vergognarsi di paragonare, mettere nello stesso calderone tutti: quelli che evadono per il superyacht e quelli che lo hanno fatto per non morire.
Chi è più disonesto fra un Mastrapasqua, un Befera che guadagnano varie mensilità milionarie, le leggi dello stato che le rendono legali e chi deve scegliere di pagare un tot al fisco o licenziare gente e chiudere l’azienda? Perché quando si parla di redistribuire le risorse, tagliare gli eccessi non si pensa mai alla mole oscena di funzionari dello stato che si portano a casa gran parte di un gruzzolo di soldi pubblici che potrebbe essere impegnato diversamente, magari per costruire nuove risorse? Troppo semplice per la politica, ma più che altro troppo onesto, quindi irrealizzabile. Perché Mastrapasqua deve guadagnare venticinque stipendi milionari, cosa fa di bello Mastrapasqua? E perché un capo della polizia deve avere uno stipendio intoccabile per Costituzione – Manganelli guadagnava più del capo dell’FBI –  e l’impiegato, l’operaio nemmeno uno e su quel nemmeno uno devono anche pagarci SICURAMENTE le tasse che gli vengono scippate in busta paga? questa è la politica, forse Letta non lo sa, noi quaggiù, ai piani bassi, sì.

Questi ci provano, in continuazione facendo credere che sia davvero lo scontrino del caffè la causa della montagna di miliardi che si evadono in Italia. E non hanno ancora capito che il contribuente, anche quello che può evadere, non lo farebbe se la pressione fiscale fosse più bassa. Ché non si può dare la metà dei propri guadagni ad un socio occulto che però di suo non rischia niente ma soprattutto non restituisce niente. Il 50% è una rapina, e che lo abbia detto anche il frodatore berlusconi a me non importa, lui sa  perché lo ha detto ma anch’io che di gente che lavora in proprio ne conosco un po’, so perché lo dico. E so cosa costa mandare avanti una piccola azienda con sei, otto dipendenti che non si possono mandare via perché il loro destino dipende da chi gli dà il lavoro. E quando quell’imprenditore va a chiedere aiuto allo stato e alle banche, non lo trova. Conosco commercianti e piccoli imprenditori che avrebbero potuto chiudere bottega prima della crisi, all’annuncio della crisi, evitare di protrarre un’attività in un momento ancora propizio per l’economia nazionale e  conservare intatto quello che avevano messo da parte col lavoro. Non lo hanno fatto perché sono onesti, e responsabili. Perché se avessero chiuso avrebbero lasciato persone senza lavoro.  Loro possono, anzi devono rimetterci e lo stato no?

Lo stato non può fare una moratoria, abbassare sul serio le tasse alla piccola impresa, sostenere in modo concreto  chi aiuta gente a non morire di fame? Tagliare un po’ di privilegi immeritati, di stipendi eccellenti, di sprechi, fare quella patrimoniale necessaria e giusta, perché in tutti i paesi civili chi ha di più paga di più, anche il possesso di una o più case di lusso, cercare le  risorse dove ci sono  per tappare i buchi del fisco consumato da ben altre tipologie di “lavoratori”, sarebbe così difficile o troppo onesto?

Chiedo.

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La barzelLetta
Marco Travaglio, 8 ottobre

Non capita tutti i giorni, persino in un paese abituato a tutto, di ascoltare enormi sciocchezze come quella pronunciata da Enrico Letta nell’intervista a Maria Latella su Sky: “Mercoledì si è chiuso un ventennio con un confronto politico molto forte. È una pagina voltata in modo definitivo. Berlusconi ha cercato di far cadere il governo e non ci è riuscito perché il Parlamento in sintonia con il Paese ha voluto che si continuasse. Ho preso un rischio perché non ho accettato mediazioni. Alfano ha assunto una leadership molto forte e molto marcata, è stato sfidato e ha vinto la partita”. Per carità, è comprensibile che il premier Nipote tenti un’altra volta di truffare i suoi elettori, che si vergognano delle larghe intese con B., con la fiaba della scomparsa di B. Ma non c’è nulla di vero in quello che racconta. 

1) Non è vero che mercoledì si sia chiuso un ventennio, visto che al Quirinale siede un signore che entrò in Parlamento nel 1953, dunque non riusciamo a chiudere nemmeno il sessantennio. E tutti i protagonisti del ventennio sono ai posti di combattimento: Berlusconi (capo un po’ acciaccato del partito di sua proprietà), ma anche Enrico Letta e Angelino Alfano. Letta jr. vent’anni fa non era in fasce, e nemmeno fuori dalla politica: anzi nel ’91 il nipote di suo zio era già presidente dei Giovani democristiani europei, nel ’96 diventava dirigente del ministero del Tesoro, nel ’97 vicesegretario nazionale del Ppi, nel ’98 ministro del governo D’Alema, nel 2000 del governo Amato e via poltroneggiando. Idem Alfano: dopo un passaggio nella Dc, nel ’94 si iscrisse a Forza Italia, nel ’96 divenne deputato regionale in Sicilia e nel 2001 entrò in Parlamento votando tutte le leggi vergogna del suo padrone e firmando personalmente alcune fra le più incostituzionali come ministro della Giustizia. Il fatto che il Pdl sia diviso fra governisti e antigovernisti non cambia la sostanza delle cose, visto che l’idea dei gruppi parlamentari separati è già tramontata e che fra i governisti pascolano dinosauri come Cicchitto, Giovanardi e Formigoni, in politica rispettivamente dal 1960, dal 1969 e dal 1975. Ma soprattutto le leggi vergogna del ventennio sono tutte in vigore, dal falso in bilancio alla Gasparri, dalla Cirielli alla Fini-Giovanardi (ah già), dalla Bossi-Fini al reato di clandestinità che sta portando all’incriminazione dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa. Per non parlare delle mancate leggi antitrust e contro i conflitti d’interessi. E delle leggi-papello fatte da destra e da sinistra in ossequio alla trattativa Stato-mafia (giustamente Giovanna Maggiani Chelli, presidente dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, ricorda che “non è vero che il ventennio fatto di lacrime e sangue è finito. La richiesta di abolizione dell’ergastolo anche per i mafiosi rei delle stragi del 1993, invocata da più parti e avviata sulle vie referendarie e attraverso progetti di leggi, è la riprova che non si riesce di voltare pagina. I nostri figli sono stati messi nelle mani della mafia 20 anni fa attraverso trattative impronunciabili e i processi alla mafia stragista del 1993 sono monchi della verità fino in fondo, quindi in Italia non è cambiato nulla, è solo la politica che si veste di trionfalismi per continuare a nascondere cose indicibili”). Anziché tromboneggiare sulla fine del ventennio, Letta potrebbe fare qualcosa per cancellare quegli obbrobri, se non è troppo disturbo e se lo zio è d’accordo.

2) Non è vero neppure che Berlusconi non è riuscito a far cadere il governo “perché il Parlamento in sintonia con il Paese ha voluto che si continuasse”. Intanto il governo rappresenta appena un terzo del Paese, visto che quasi la metà degli italiani non vota e dell’altra metà solo il 60% vota Pd-Pdl-Scelta civica. Eppoi i governisti del Pd sostengono il governo per conservare la poltrona e per paura di perderla tornando a votare.

3)Non è vero che Letta jr. ha “preso un rischio” per aver “accettato mediazioni”. Il rischio era zero, perché aveva già in mano i numeri dei governisti pronti a votargli la fiducia. E le mediazioni le ha accettate eccome, altrimenti non avrebbe incontrato continuamente lo zio Gianni, che andava a veniva fra il Quirinale e Palazzo Chigi. E non avrebbe fatto aperture sulla giustizia nei suoi discorsi alle Camere. E, quando B. ha cambiato idea votando sì dopo aver annunciato il no, avrebbe ripreso la parola per dire che rifiutava i suoi voti. Ma non poteva farlo, altrimenti B. gli avrebbe ricordato chi è stato a sceglierlo come premier (B., non Alfano) e a imporre la rielezione di Napolitano che gli ha dato l’incarico (B., non Alfano). E magari gli avrebbe pure rammentato qualche protocollo segreto dell’inciucione di fine aprile, rimasto finora occulto.

4) Non è vero, infine, che “Alfano ha assunto una leadership molto forte e ha vinto la partita”. Altrimenti sarebbe il primo a chiedere il congresso e le primarie del Pdl, invece di accontentarsi dei giochetti e delle trame di palazzo. Tutti sanno che questo noto frequentatore di se stesso è un desertificatore di urne, non avendo mai vinto un’elezione in vita sua. La Sicilia del 61 a zero, opera di Micciché, ora è saldamente nelle mani del centrosinistra, dopo l’epocale sconfitta degli alfanidi alle ultime regionali. Sconfitta divenuta catastrofe nella natia Agrigento, dove Alfano lo conoscono, dunque lo evitano: lì il suo candidato, tal Pennica (nomen omen), sostenuto da un’amplissima coalizione dal Pdl a Grande Sud, dall’Mpa di Lombardo a Fli, ha raccolto appena il 25%, contro il 75 di Zambuto, appoggiato solo dall’Udc (poi trasvolato nel Pd al seguito di Renzi). Del resto, quando un anno fa il Cainano annunciò il ritiro dalla politica e lanciò Angelino Jolie, il Pdl sprofondò nei sondaggi sotto il 15%, e solo il ritorno del Puzzone lo riportò al 22. Sarà un caso, ma appena mercoledì Alfano ha rialzato il capino implume, il Pdl è riprecipitato dal 28 al 20. Fra qualche mese ci sono le elezioni europee, con proporzionale e preferenze: vedremo se questo trascinatore di folle farà da solo, o chiederà aiuto a nonno Silvio in qualche comunità di recupero. Col rischio di esservi trattenuto.

Dell’italica ipocrisia, della vita e della morte

Sottotitolo: La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. [Mario Monicelli]

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Nella vecchiaia, quando è malattia, perdita delle funzioni vitali, della propria indipendenza, autonomia psichica e fisica, dell’impossibilità di poter gestire in proprio anche le più elementari abitudini come mangiare, lavarsi, andare in bagno, non c’è proprio nulla di romantico. La vecchiaia non è un bello spettacolo, nulla che valga la pena di protrarre oltremodo solo per dire che si è vivi o, peggio ancora, per soddisfare l’egoismo delle persone che si hanno intorno, quelle che “anche così, purché sia qui”.
Chiunque abbia avuto esperienze di assistenza a persone molto anziane e malate sa. Morire quando il ciclo di vita si è compiuto non è una tragedia, le tragedie sono altre, quelle giovani vite, quei bambini morti in mare, ecco quella è una tragedia immensa, dalle proporzioni gigantesche. E non sarebbe tragedia scegliere di porre fine alla propria esistenza prima che la condizione fisica dell’autonomia e dell’indipendenza necessaria ad una vita per essere considerata tale abbandonino mente e corpo.
La tragedia è vivere in un paese dove chi sopravvive ad una strage che si poteva e doveva evitare viene indagato perché ha commesso il reato di restare vivo.
Scegliere di poter mettere fine alla propria esistenza da vivi e non da morti che respirano magari con l’aiuto di macchine che tengono in vita ciò che vita non è fa parte di quei diritti  che devono essere concessi a tutti.

La mia stima e ammirazione rispettose a Carlo Lizzani, che come Mario Monicelli ha avuto la sapiente genialità di dire addio alla vita prima che la vita dicesse addio a lui, a modo suo, portandogli via la dignità.

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Noi che restiamo, la morte, l’Altro Alessandro Gilioli

Credo che questo epocale cambiamento di condizione scientifica e di ’sentimento’ religioso ci costringa tutti – tutti noi che provvisoriamente restiamo – a fare un po’ di conti.

Primo, sul fatto che allungare la vita non serve a niente se contemporaneamente non si riesce anche ad ‘allargarla’, a renderla degna di essere vissuta per condizioni fisiche e mentali, per felicità quotidiana.

Secondo, sul fatto che quando uno ha davvero deciso di chiudere ha diritto legale a farlo nel modo meno doloroso e violento possibile, liberi dalle ipocrite leggi che ci costringono a buttarci da una finestra, scritte quando ancora si credeva che il padrone delle nostre vite fosse sempre e comunque un Altro.

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E’ incredibile come molti si ricordino del rispetto per la vita solo in determinate situazioni e in altre no.

Se tanta attenzione per la vita ci fosse quando questa è davvero vita forse ci sarebbe meno ipocrisia in giro.

In questo paese da dieci anni esiste una legge, la bossi fini che, de facto, impedisce di salvare delle vite e di cui ci si ricorda soltanto quando ne vediamo gli effetti applicati alla realtà; ovvero quando produce la morte di persone che non volevano morire ma, al contrario, speravano di riuscire a fuggire dalla morte. Ed è una legge sulla quale nessuno intende mettere mano perché non produrrebbe gli effetti desiderati da una politica sempre meno interessata alla vita ma sempre più interessata a se stessa.

Diverso è per la legge sull’aborto sulla quale invece moltissimi vorrebbero ancora, a trent’anni dalla sua approvazione, dall’approvazione di una legge civile che permette di decidere in autonomia, quando e se ci sono ragioni sufficientemente importanti, serie e gravi per farlo, di non far proseguire una vita quando non è ancora tale.

E, nel paese che galleggia nell’ipocrisia fa scalpore un suicidio quando a decidere di mettere fine alla propria esistenza sono persone avanti con gli anni e dalla cultura più che superiore, in grado quindi di capire quando il loro viaggio terreno è terminato.
Anche in questo caso bisogna assistere alla solita pletora dei giudicanti: quella che la vita è sempre vita e che bisogna rispettarla e attenderne la fine “naturale”: come Dio comanda.

Io invece, che ho scelto in totale autonomia e nel pieno del possesso della mia indipendenza fisica e psichica di non dover ricorrere a nessun Dio che mi suggerisca cosa è meglio fare e pensare continuo ad essere convinta che nessun Dio, per come ce lo raccontano: buono, giusto, colui che ha creato la macchina perfetta della natura e dell’uomo e della donna, vorrebbe mai veder disprezzare così la sua genialità.

E non vorrebbe mai veder morire innocenti nelle guerre o quelli che da una guerra scappano finire in fondo al mare perché qualcuno pensa che il diritto alla vita si possa negoziare in base alle convenienze e agli opportunismi politici.

E nemmeno vorrebbe, come piacerebbe a certi difensori della vita anche quando non è più tale, che la sua creazione perfetta venisse svilita in virtù di quell’ipocrisia che in questo paese impedisce una legge seria su un fine vita dignitoso, ovvero prima che la vita ci abbandoni da vivi e che ciclicamente fa tornare sul tema dell’aborto che permette di poter scegliere di non dare il via ad un’esistenza quando non sarebbe tale proprio in funzione del rispetto per la vita: del figlio e della madre.

Sul Foglio del sempre molto intelligente ferrara, quello che voleva portare nella politica una lista per la vita e contro l’aborto oggi qualcuno ha scritto che la soluzione per fermare le stragi dei profughi e di chi tenta di fuggire da situazioni impossibili per la vita consiste nell’ammazzare chi porta qui quelle vite disperate: dunque per difendere la sovranità del territorio ci si può dimenticare di quel rispetto per la vita sbandierato soltanto quando serve a fare gli interessi di qualcuno ma del quale poi ci si può dimenticare quando si dovrebbe mettere in pratica sul serio.

La vergogna siete voi

L’Italia è quel paese che se ci nasci non hai diritto di cittadinanza, ma se ci muori proclamano lutto nazionale. [mimoparlante – spinoza.it]

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“Si chiama soccorso. In mare è obbligo. Voi lo chiamate favoreggiamento, e bloccate i pescherecci, imbastite processi. Poi dichiarate lutto nazionale. Questa si chiama, invece, strage di stato”. [Maso Notarianni]

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Quelli che oggi ‘aiutiamoli a casa loro’ sono gli stessi che ieri, al governo, hanno tagliato i fondi alla cooperazione internazionale. Amen [Alessandro Gilioli]

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Articolo 2 della Costituzione Italiana: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
[Dell’uomo, non dell’italiano]
Articolo 10 della Costituzione Italiana: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

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Minuti di silenzio, giornate di lutto “nazionale” [ad avercela, una nazione] sono solo l’estensione di un’ipocrisia insopportabile.
Quella che fa vedere le cose solo dopo i morti, le stragi, che fa girare i nostri occhi verso quegli altrove che solitamente non ci riguardano, non fanno parte del nostro mondo.
Ognuno elabora il lutto come sa, come può, come suggeriscono coscienza e stati d’animo.
Ma guai se calasse il silenzio su una strage come quella di ieri.
Perché è proprio quello che vuole chi poi impone quei minuti di silenzio e quel lutto nazionale. Nella mia repubblica la solidarietà, che poi solidarietà non è ma sarebbe semplicemente l’applicazione del rispetto di quella vita che torna comodo invocare solo quando c’è da lucrarci sopra, si farebbe nel parlamento, creando leggi buone, giuste ed eliminando quelle ingiuste e cattive.
Nella mia repubblica una sottospecie di ministro dell’interno come quello che ci è toccato in sorte, uno che ha contribuito a fare le leggi ingiuste e cattive non dovrebbe andare in un posto dove si vedono le conseguenze di quelle leggi volute anche da lui. Dovrebbe vergognarsi e restare in disparte, a riflettere.
Io sono un po’ stufa di questa ipocrisia, di quelli che invitano al silenzio in momenti in cui ci sarebbe bisogno di fare tutt’altro ma non il silenzio.
Il silenzio non ha mai risolto un solo problema.

Napolitano che oggi s’indigna  per la strage di ieri come se la questione non lo riguardasse è l’autore, insieme a Livia Turco di quella legge: la Turco Napolitano, appunto, che ha istituito i CIE [già CPT], ovvero le prigioni per gl’innocenti che arrivano qui perché fuggono dagli orrori delle guerre e da una povertà di cui sono le vittime. 

Ipocrisia che si taglia col coltello, passerella di alfano a Lampedusa, del vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno di questo paese sciagurato che si augura che il servizio venga mandato in onda dal “mitico Mentana”, lui che con l’indegno governo di berlusconi sottoscrisse e firmò l’obbrobrio, il mostro giuridico denominato legge bossi fini, quella che trasforma una persona in clandestino e dunque in un fuorilegge, un delinquente senza che lo sia, ed è questa legge la prima causa delle stragi che avvengono ormai a cadenza fissa perché ha trasformato l’immigrazione in un reato. 

Affidare il destino di quegli stranieri, dei “diversi”, degli altri che fuggono da scenari impossibili perfino da immaginare per noi “che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case” e che nel tempo li abbiamo trasformati nella peggiore delle nostre paure, in quelli che vengono qui a rubarci case, lavoro, sicurezze e chissà che altro ancora a un leghista e un fascista è stato un crimine che ha generato, com’era prevedibile solo altri crimini.

E, fra le altre cose, molti omettono di dire che quell’occidente che ha così paura dell’invasione del ‘diverso’ è lo stesso che ha saccheggiato il patrimonio di quelli che oggi vengono qui non a pretendere il nostro ma a riprendersi una parte, almeno, di ciò che è loro.

“Clandestino” è un termine che dovrebbe essere inserito nella categoria del turpiloquio, quello più becero e triviale.

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LAMPEDUSA ITALIA
Furio Colombo, 4 ottobre

“Non so dove mettere i morti. Non so dove mettere i vivi”, grida alla fine della mattina il sindaco di Lampedusa. Lo grida al governo, intento a celebrare una sua festa di sopravvivenza, lo grida agli altri cittadini italiani che sono stati forzati a vivere in un mondo imbottito di politica indecifrabile, che non li riguarda, che ottunde ogni voce e ogni suono vero. La politica impedisce di sentire l’urlo della gente che muore in mare proprio qui, davanti all’Italia. Inutilmente il Papa ci aveva avvertito, andando a Lampedusa a buttare fiori ai morti, uomini giovani e disperati, donne, bambini che avevano già popolato il fondo del mare. Inutilmente aveva detto: “Non fatelo mai più”. E ha detto ieri “Vergogna!”. Le sue parole, bene accette come uno spot simpatico o come un ornamento tra gli eventi quotidiani, non sono mai arrivate né a Roma, dove si fa la politica e si discute tutto il tempo di Berlusconi e della sua prigione, né in Europa, dove si decide ogni giorno e ogni ora l’acqua alla gola del debito, ma non l’acqua che affoga (questa volta a centinaia) migranti abbandonati in mare. L’Italia è una terra popolata da gente sola e disinformata, circondata da un mare di gente morta. C’è in comune solo il terrore che nessuno arrivi in tempo a salvarti. Infatti le teste che decidono sono rivolte altrove. Sono riuscite a non notare, mentre avveniva, un disastro che stava provocando centinaia di morti. Sono riusciti a restare fermi mentre avveniva una strage di esseri umani nel mare italiano. Non parlo dei soccorritori, che hanno fatto ciò che era possibile oltre ogni limite. Parlo della mente di un paese malato, avvolto in una patologia di separazione dai fatti. C’è un’isola, Lampedusa, senza mezzi, senza forze, circondata di cadaveri che galleggiano sull’acqua e si accumulano sul molo. E un’isola, Roma, dove tutte le risorse gravitano intorno all’agibilità politica di un pregiudicato di riguardo. Ci sono leggi odiose (la Bossi-Fini) che non sono mai state cancellate. E c’è chi provvede, adesso, in Parlamento, a felicitarsi per tanti annegati, e a cogliere l’occasione per insultare il ministro dell’Integrazione perché nera, e la presidente della Camera perché indignata. È un brutto giorno per il Paese. E minaccia di protrarsi.

Carceri: Strasburgo condanna l’Italia [tanto per cambiare]

 Strano che si eseguano i voleri dell’Europa solo quando c’è da spillare soldi ai cittadini. Quando si tratta di diritti fanno tutti orecchie da mercante.

Anche l’IMU a quanto pare non è equa. Ma questo non ce lo doveva dire l’Europa: lo sapevamo già.

Ue contro l’Imu
“Così non è equa
va resa progressiva”

Carceri, la Corte di Strasburgo condanna
l’Italia per “trattamento inumano”

Ai sette detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza dovrà essere pagato un risarcimento di 100 mila euro per danni morali. Nella sentenza la Corte invita a porre rimedio subito al sovraffollamento. Il ministro della Giustizia Paola Severino: “Profondamente avvilita, ma non mi stupisce”.

65MILA DETENUTI PER 47MILA POSTI. A BUSTO NIENTE ACQUA CALDA

La Severino che si dispiace per la condanna di Strasburgo circa le condizioni indegne delle nostre carceri è una grandissima ipocrita. 
Perché né lei né il suo governo sarebbero passati per la revisione e l’abolizione di quelle leggi che rendono criminali quelli che criminali non sono. 
E che sono quelle che fanno traboccare le carceri di gente che non ci deve stare.
Avrebbe scelto la via breve dell’indulto e dell’amnistia, perché con questi si prende la solita fava e i molti piccioni.
L’indulto voluto da mastella quando faceva il ministro con prodi serviva a berlusconi, ed è quello che ha corretto le pene, annullandole praticamente, anche ai macellai della Diaz e agli assassini di Federico.

Non servono indulti e amnistie.

Abolendo la bossi fini e la fini giovanardi si darebbe una bella sfoltita alle carceri. E inoltre, misure alternative in luoghi alternativi al carcere.  Chi ad esempio ha l’uscita diurna per andare a lavorare non è necessario che tolga spazio a chi invece in una cella ci deve proprio stare. La privazione della libertà, anche a scopo rieducativo è una cosa seria che va gestita con serietà.

Ché i risarcimenti  poi mica li pagano fini bossi e giovanardi. E nemmeno quei governi che non si sono mai adoperati per restituire dignità anche ai reclusi in un carcere. Li paghiamo noi.

C’è la fila davanti l’ufficio dove si liquida l’ingiusta detenzione. Milioni di euro che si potrebbero reinvestire in un serio programma di recupero come prevedono il nostro diritto e la nostra Costituzione.

Non si risolve il dramma della detenzione liberandone a mazzi ogni tot di anni, fra i quali ci sono gli appartenenti alla microcriminalità che tornano dentro dopo 24 ore e che i cittadini percepiscono poi come un pericolo alla loro sicurezza coi risultati che sappiamo: voti alla lega e a gente come  alemanno che con l’illusione della sicurezza per tutti su cui aveva imbastito la sua campagna elettorale dopo lo stupro e l’omicidio della signora alla stazione di Tor di Quinto, è riuscito a diventare nientemeno che sindaco di Roma. 
I romani andassero a vedere quella stazione oggi, e quelli che hanno votato l’ex picchiatore si vergognino per il resto dei loro giorni.