L’alfanus interruptus, ovvero come smettere proprio sul più bello

Sui diritti  il governo di uno stato serio non  mette la fiducia, le unioni civili non sono una probabilità da sottoporre al vaglio: sono, anzi erano una legge che andava fatta perché giusta, in rispetto della Costituzione che ORDINA l’uguaglianza, non la propone quale alternativa possibile.

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Chissà come si sentono i piddini, oggi che anche verdini, cinque volte rinviato a giudizio per reati contro lo stato, dalla truffa alla bancarotta fraudolenta, entrerà a far parte del caravanserraglio di Renzi passando dalla porta principale, non da quella nazarena. Del resto, per approvare una legge indecente serve gente altrettanto indecente: tutto questo, s’intende, per il bene del paese. 

Mesi e mesi di manfrina per far decadere berlusconi per poi ritrovarsi di nuovo tutti dentro al parlamento, inciucisti, berlusconiani ed ex per modo di dire come alfano, verdini, lorenzin e schifani.
Tanto valeva lasciarci lui che faceva meno danni e faceva pure lavorare l’opposizione e i giornalisti.

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alfanus.PNGTrovo che sia molto più contro natura uno come alfano, anzi proprio alfano al ministero dell’interno.
Uno, che fa il ministro, che nel terzo millennio parla ancora della natura che regola la vita degli umani, come se fossimo in una giungla anziché in un paese occidentale o deve tornare a scuola o uscire dalla politica.
La natura prevede che esistano le malattie, la scienza può curare le malattie.
Secondo la teoria di alfano, invece, la malattia deve vincere sulla possibilità di guarire.
Politicamente inetto, ignorante e socialmente pericoloso: questo è il ritratto di chi si deve occupare della sicurezza nazionale.

Ma guardiamo anche il lato positivo: gli omosessuali si potranno cornificare a vicenda per legge, anzi per “non legge” alla luce del sole, come hanno sempre fatto gli etero in clandestinità riempiendosi invece di sensi di colpa.
Questa sì che è civiltà.  

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Come sono finiti – Adesso è deciso per legge: gli omosessuali hanno meno diritti di A. Gilioli

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Renzi ha promesso di metterci sotto l’albero del prossimo natale la Salerno Reggio Calabria, non è detto però che riesca a farla arrivare proprio a Reggio Calabria, ma va bene, chilometro più chilometro meno che sarà mai.
Così la legge sulle unioni civili: lui ha detto che l’avrebbe fatta e l’ha fatta, ma mica ha detto quanta ne avrebbe fatta: ne ha fatta un po’, diritto più, diritto meno e che sarà mai. Quella sulle unioni civili non è una legge: è un alfanus interruptus.

Se il meglio di niente lo devo far decidere al mio peggior nemico preferisco il niente al meglio, restare libera da ogni ipotesi di riconoscenza al nemico, per non parlare di un possibile ricatto.
L’unica alternativa, definizione data al governo e al magnifico partito del rinnovamento, loro sì pericolosi voltagabbana pronti a barattare qualsiasi cosa col “nemico” pur di non perdere il potere dovrebbe essere la migliore, che permette quello che scegliendone altre non sarebbe possibile.
Chi oggi si accontenta di restare cittadino di serie b, dice che Renzi è stato bravo perché ha costretto alfano a votare una legge sulle unioni civili mentre è stato alfano a costringere Renzi a cambiare le carte in tavola e rimangiarsi tutte le promesse fatte: mai una legge senza la stepchild diceva in coro tutta la corte napolitana e cialtrona dei miracoli, considera addirittura una vittoria l’approvazione di una legge che fa schifo l’unica alternativa, quella che quando bisogna decidere le cose importanti sceglie sempre di farlo col nemico: berlusconi, verdini, alfano pari sono, l’ha pure votata.

Spero almeno che i mentecatti imbecilli smettano di parlare di “lobby gay”.
Se i gay appartenessero davvero ad una lobby, tipo chesso’, la leopolda che sforna tutto, dai dirigenti Rai ai direttori di giornali, ai sottosegretari fino ai ministri e al presidente del consiglio, una legge decente che garantisca i loro diritti, tutti, non solo qualcuno l’avremmo avuta da un bel po’.

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Niente corna, siamo etero: i gay invece possono tradire

Alessandro Robecchi – “Il Fatto Quotidiano”, 25 febbraio

Attenzione, concentrati, seguite. Test per solutori più che abili.
Se ti sposi una donna e sei un uomo hai obbligo di fedeltà.
Se sei una donna che sposa un uomo, uguale.
Se sei un uomo che si sposa un uomo puoi fare – lo dico in francese – un po’ il cazzo che vuoi, avere sei amanti, due concubine, sei gatti, la moto e un servo muto come Zorro.
Questa strabiliante libertà cesserà nel momento in cui l’ uomo lascia il suo uomo e si sposa con una donna.
O una donna lascia la sua donna e si sposa con un uomo.
In quel caso, fine pacchia, obbligo di fedeltà con timbro dello Stato.
Possono sposarsi tra loro anche i due lasciati, ovvio, ma in quel caso dovranno giurarsi fedeltà (una specie di upgrade).
Voluta dall’ astuto Alfano e dai suoi concubini dell’Ncd per distinguere le unioni gay da quelle etero (avevano provato prima negando l’obbligo di barba), la norma rischia di scatenare l’ Armageddon.
Le coppie etero infedeli invidieranno il finto matrimonio dei gay, le coppie gay fedeli invidieranno il matrimonio vero tra etero, tutti faranno in ogni caso, com’ è giusto che sia, quello che gli pare, con la certezza granitica che uno Stato che non sa dare diritti uguali a tutti, non sa dare nemmeno uguali doveri.

Grazie Massimo Gramellini

Sottotitolo: Dispiace che Grillo abbia contribuito ad armare la ormai tristemente famosa “distrazione di massa”, non foss’altro perché quello che dice Grillo resta una sua responsabilità e non fa come dire? giurisprudenza quanto invece la fa eccome uno che parla non con quattro amici al bar ma da viceministro. Perché nel giorno dedicato ai ventottenni sfigati sarebbe stata più utile una riflessione sui collaboratori del governissimo che fa benissimo, di come, ad esempio, uno con le referenze di Martone sia stato ritenuto degno più di un altro, più di altri, di sedere al fianco della ministra che non vuole il “la”. Però Martone lo ha voluto, e chissà perché.

Fa piacere sapere di avere un figlio giusto giusto di 28 anni che questo privilegiatissimo signore figliodipapà (e che, papà: Antonio Martone, di mestiere giudice, ex presidente dell’Authority scioperi, già assiduo dello studio Previti, recentemente protagonista della cronaca giudiziaria per aver partecipato a un pranzo della P3 a casa di Verdini), amico di famiglia ed ex consulente  di Brunetta (una garanzia), membro della fondazione craxi (pregiudicato, passato a miglior vita in terra straniera da latitante) considererebbe uno sfigato soltanto perché non ha appeso al muro il magico pezzo di carta che in questo paese può valere quanto uno stacco di carta igienica. Perché secondo il suo sentire è ovvio che tutti devono avere una laurea e prenderla nei tempi regolamentari, prima che l’arbitro Martone fischi la fine, e noi genitori dobbiamo fargliela prendere per forza, anche quando le loro attitudini, desideri, progetti di vita sono altri, anche quando terminata la scuola dell’obbligo fino al diploma  non sono mai rimasti un giorno a casa aspettando la paghetta di papà come sicuramente sarà capitato a lui. Se Martone avesse voluto fare una critica intelligente, propositiva avrebbe dovuto parlare dell’indecenza delle baronie sempre vive nonostante la cosiddetta riforma gelmini dell’ex cosiddetta e indimenticabile ministra MeryStar e di una università, quella italiana, che non riesce a salire sopra il centesimo posto nelle classifiche internazionali.
Ringrazio dunque il sempre ottimo Gramellini, e aggiungo che io sono molto orgogliosa di essere la madre di mio figlio, molto ma molto di più di quanto lo sarei se fossi stata la madre di questo antipaticissimo signore. Però, laureato.

P.S.: Lo sfigatissimo Steve Jobs a 28 anni aveva già abbandonato da tempo l’università. Di Martone probabilmente, spero, fra cinque o sei anni non si ricorderà più nessuno, figuriamoci quindi della sua laurea.

Anonima sfigati – Massimo Gramellini, La Stampa

Se non sei laureato a 28 anni, sei uno sfigato. (Se non lo sei neppure a 40, fondi la Lega Nord). La colorita scomunica del Fuoricorso (parentesi esclusa) è scappata di bocca al viceministro Michel Martone, suscitando entusiasmo fra i «coloristi» dei giornali, in astinenza dai tempi di Brunetta, e dispetto in qualche altro a causa di una certa incompletezza. Il viceministro infatti si è dimenticato di aggiungere che a 28 anni sei uno sfigato se oltre a fingere di studiare non fai un tubo, a parte lamentarti. Avrebbe dovuto dirlo – lui figlio di papà e quindi privilegiato – per una forma di rispetto verso i tanti studenti lavoratori che a 28 anni sono ancora chini sui libri non per pigrizia, ma per mancanza di qualcuno in grado di mantenerli all’università.

Se poi volessimo marchiare con la lettera scarlatta della «sfigaggine» tutti coloro che intorno a questo problema si comportano male senza provare vergogna, la lista potrebbe utilmente cominciare da quegli imprenditori e liberi professionisti che non assumono chi si è laureato in perfetto orario, ma il figlio dell’amico degli amici che magari si è laureato a 28 anni, in una sede oscura, pagandosi gli esami. E continuare con quei professori universitari che invece di pungolare i fuoricorso cercano in ogni modo di scoraggiare i secchioni: sfruttandoli, umiliandoli e facendoli sentire, loro sì, degli sfigati. Infine dovrebbe comprendere chi, politici in testa, ha ridotto l’università a un esamificio, la società a un gerontocomio e la famiglia a un ricovero di sfigati in cerca d’autore.

DIRITTO COMPERATO – Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio

C’era un tempo, lontano lontano, in cui le leggi
erano “provvedimenti generali e astratti”.
Cioè valevano per tutti. Un giorno, negli
anni 80, il ministro dell’Interno Scalfaro che
rappresentava il governo alla Camera dovette
sciropparsi l’interminabile catilinaria di un
avvocato-deputato meridionale che argomentava
dottamente come e qualmente si dovesse riformare un
articolo del Codice di procedura penale. Esausto,
Scalfaro lo interruppe: “Avvocato, abbia pazienza, se
mi dice quale processo vuole sistemare, facciamo
prima”. Non si usava, allora, approvare leggi su misura.
Almeno per una sola persona. Poi arrivò B. e le leggi ad
personam divennero la regola: ne furono approvate 42
per la sua personam, più 70 per altre personas,
aziendas, mafias, castas. Il conflitto d’interessi diventò
Costituzione materiale, tant’è che oggi ciascuno ha il
suo e non ne parla più nessuno. Per dire, il viceprefetto
di Torino, Roberto Dosio, è sott’inchiesta per essersi
cancellato una multa da solo: i vigili l’avevano beccato
in auto senza libretto né assicurazione, ma lui aveva
fatto ricorso contro la doppia contravvenzione, poi
aveva attentamente esaminato il suo ricorso e alla fine
aveva deciso a malincuore di accoglierlo. Ma – precisa
ora – “la mia è stata una scelta di trasparenza, coerenza
e responsabilità che manca sempre più spesso nella
Pubblica amministrazione”. Averne, di viceprefetti così
trasparenti, coerenti e responsabili. Ora però al
governo ci sono i tecnici, notoriamente buoni, sobri e
sempre tesi al bene comune, tra un Salva-Italia e un
Cresci-Italia. Anche quando la fanno fuori dal vaso,
come lo spensierato ministro Michel Martone che dà
degli “sfigati” agli studenti fuori corso (mica tutti
possono permettersi un padre amico di Previti e della
P3), si scusano “perché non sono stato sobrio”. Mai
presenterebbero una legge che favorisca qualcuno. È
dunque con somma incredulità che ieri abbiamo
pubblicato l’articolo di Vittorio Malagutti su un
emendamento sobriamente presentato dal
sottosegretario alla Giustizia, il prof. avv. Andrea
Zoppini, 46 anni, ordinario di Diritto comparato a
Roma Tre, già consigliere giuridico di Palazzo Chigi
con Prodi e poi con B., amico e coautore del figlio di
Napolitano, così giovane e già così consulente un po’
di tutti, approdato alla corte della ministra Severino
grazie alla doppia vicinanza a Gianni e a Enrico Letta
(più che un sottosegretario, un ricongiungimento
familiare). Sì, eravamo increduli anche noi nel
raccontare che l’emendamento Zoppini modificava le
regole sulle azioni proprie, ma solo per le società non
quotate e solo per le assemblee tenute entro il 30
giugno 2012. Al posto di Monti, uno Scalfaro avrebbe
detto al giovine prof. avv. sottosegr. che cesellava
fischiettando il suo codicillo: “Scusa, caro, se mi dici
quale assemblea vuoi sistemare, facciamo prima”.
Invece nessuno gli ha detto nulla. Eppure sull’orbe
terracqueo c’era una sola azienda interessata
all’emendamento: la Salini Costruzioni. E neanche
tutta: solo il ramo dell’amministratore delegato Pietro,
che controlla il 47% di azioni, ma è in guerra con l’a l t ro
ramo (quello dei figli dello zio Franco, che detengono
l’altro 43) e vuol mettere le mani sul 10% di azioni
proprie dell’azienda familiare per conquistare la
maggioranza assoluta e nominare amministratori di sua
fiducia nella prossima assemblea, prevista
naturalmente entro e non oltre il 30 giugno. Con le
vecchie regole era un sogno proibito, ma col sobrio
emendamento Zoppini (9 righe appena) diventava
miracolosamente realtà. Più che un emendamento,
una siringa monouso. Fortuna che ce ne siamo accorti
noi, così ieri il governo dei buoni e dei sobri l’ha
frettolosamente ritirato. Ora naturalmente Monti
convocherà il giovine Zoppini, in arte Salini, colto col
sorcio in bocca, e lo rispedirà da dove era venuto.
Soltanto domenica, ospite di Lucia Annunziata, il
premier aveva solennemente promesso: “Se qualcuno
dei miei ministri porta un conflitto di interesse sarò io
a chiedergli di dimettersi”. Vale anche per i
sottosegretari?