Dal rottamatore allo sfasciacarrozze il passo è stato breve

Essere garantisti, ovvero concedere a tutti quello che è nel diritto di tutti: l’innocenza fino a prove contrarie e a sentenze pronunciate, non c’entra nulla col rispetto delle regole che la politica e i partiti stessi si sono dati per evitare che il sospetto potesse anche e solo aleggiare sulla classe dirigente.
In tutti questi anni molti si sono fatti abbindolare da parole infilate apposta nel dibattito politico per distrarre, per instillare sensi di colpa in tutti coloroche ieri come oggi continuano a non fidarsi di chi usa la politica pro domo sua e di un sistema corrotto.
Termini come “giustizialismo” col quale si è voluta tradurre la richiesta sacrosanta di avere al comando gente al di sopra dei sospetti servono proprio a questo, a far pensare che tutto sommato e che sarà mai se un consigliere, un assessore, un sindaco, un presidente del consiglio non si presentano al popolo proprio come mamma li ha fatti.
Ma non è affatto così, sebbene l’onestà da sola non sia sufficiente a garantire anche capacità e competenze in politica, in un paese devastato dalle mafie, dalla corruzione, dal malaffare che in molte situazioni, addirittura epoche storiche lunghe decenni sono diventati un tutt’uno con la politica, quella importante che siede ai piani più alti del palazzo, è diventata un’esigenza non più rimandabile.
“Candidato” deriva dalla parola “candido”, ovvero bianco, pulito, immacolato, ed era la tunica che indossavano nell’antica Grecia, la Madre della democrazia, tutti coloro che si presentavano davanti alla polis nell’agorà dove l’assemblea dei cittadini sceglieva i suoi rappresentanti.
Ora, per carità, nessuno chiede che al giorno d’oggi debba servire un colore di riconoscimento per chi si appresta ad andare ad occupare un ruolo pubblico, ma pretendere almeno una dignità etica, morale prim’ancora dell’onestà stabilita dal certificato penale si deve e si può.

***

EDITORIALE del Manifesto – Eticamente ineleggibile – Norma Rangeri

***

Secondo Zanda, pd, ex portaborse di Cossiga, la lista della Commissione antimafia è una barbarie, Orfini che a febbraio dello scorso anno voleva addirittura il commissariamento della “deluchiana federazione di Salerno” ha parlato di ritorno al giudizio di piazza. Praticamente tutto il partito e servitù al seguito è contro la Bindi che si è voluta vendicare di Renzi e De Luca, ciliegina sulla torta, l’ha denunciata per diffamazione.Indecenti i commenti della “base” su twitter che definiscono la Bindi “una frustrata che non ha mai fatto niente di buono” e la Picierno che “non capisce su quali basi si vogliono decidere i buoni e i cattivi a 48 ore dal voto”: buoni e cattivi, non onesti e delinquenti, o semplicemente inadeguati: lei non capisce, del resto è sempre la stessa Picierno che “con ottanta euro si fa la spesa per due settimane”.

De Luca sapeva benissimo di essere fra gli impresentabili ineleggibili, ma si è presentato lo stesso alle primarie col sostegno della maggioranza del pd perché non immaginava che per la prima volta le regole sarebbero state applicate come deve essere e non come è successo in precedenza, quando la Commissione antimafia si era pronunciata sulle candidature ma dopo le elezioni e non prima, anche se di poche ore. Ed è proprio su questo che contavano De Luca, Renzi e miss Sorriso Boschi quando a sprezzo del ridicolo si sono fatti fotografare in abbracci e baci col sindaco decaduto.
Gli elettori hanno il diritto di sapere prima chi sono le persone che si presentano alla gestione della cosa pubblica, prima di un processo, prima di una eventuale condanna o assoluzione: gli elettori hanno il diritto di pretendere di non essere loro la ramazza che fa ordine e pulizia in partiti infestati da malaffaristi di ogni ordine e grado.
I partiti hanno il dovere di lasciare a casa tutti quelli su cui pende anche e solo l’ombra del sospetto così come si fa in tutti i paesi civili quanto basta, dove la vera separazione dei poteri tiene conto anche dell’onestà e della trasparenza in politica.
Con buona pace della servitù volontaria che da ieri si straccia le vesti solo perché per la prima volta è stata applicata una regola.  

Dal codice etico del PD.

Che doveva fare Rosy Bindi, passare il bianchetto sulla lista alla voce “De Luca” come si usava una volta per non turbare i patetici servi di regime che la insultano da ieri?
Il Codice di autoregolamentazione antimafia l’hanno fatto i partiti, così come nel 2013, in allegato al programma elettorale, il pd stilò il suo personalissimo codice etico che includeva le condizioni ostative e l’obbligo delle dimissioni qualora i requisiti del candidato non fossero in linea coi parametri che il partito stesso aveva stabilito.
Oggi che le regole volute anche dal pd si abbattono sul pd di Renzi non vanno più bene, e il rispetto di quelle regole diventa la vendetta della “pia donna di potere”. 

Invece di delegittimare e offendere una persona – sebbene distante da me per idee politiche –  perbene  come Rosy Bindi e un’istituzione qual è la Commissione Antimafia sarebbe il caso che la politica facesse un serio esame di coscienza, può sempre farsene prestare una per l’occasione,  pensare a quante volte  poteva evitare che intervenissero le istituzioni e la magistratura a fare quello che è un dovere della politica: ovvero permettere l’accesso alla politica solo a chi ne ha facoltà e non appellarsi alla volontà del popolo che spesso s’innamora delle persone sbagliate, forse perché chi dovrebbe non gliele fa conoscere bene bene.

Qui c’è un discorso da fare che va oltre il giustizialismo e tutti i gradi dei giudizi, compreso quello di Dio per chi ci crede. Qui abbiamo la peggior classe dirigente del mondo civile che non ha mai voluto fare una seria pulizia al suo interno prima che arrivasse la magistratura e si è andata via via riempiendo di gente che nel mondo normale e nella società civile non avrebbe le referenze nemmeno per il più infame dei mestieri. Qui non sono bastati tre gradi di giudizio per estromettere berlusconi dalla politica perché tutti si appellano alla volontà del popolo, quello che fra Gesù e Barabba sceglierebbe ancora il bandito. Le stesse cose che diceva berlusconi le hanno ripetute Renzi, De Luca e a seguire tutta la scia dei saltatori sulla carrozza del vincitore.
Ma la volontà di una parte del popolo non può costringere tutto il popolo a farsi amministrare dai banditi.

Il razzismo non è un’opinione

Ho  pensato anch’io come hanno fatto in tanti che la nomina di ministro della signora Kyenge fosse una mera operazione di marketing.

Nel bel governo del largo inciucio, quello della pacificazione nazionale una “nota di colore” ci stava bene e ce l’hanno messa. Come se bastasse questo ad eliminare la subcultura di questo paese fatta soprattutto di  discriminazioni e razzismo. 

Questo però non c’entra nulla col rispetto che si deve alle persone, quale che sia il loro colore della pelle, nazionalità, orientamento sessuale, religioso eccetera. 

La sciagurata razzista leghista intervistata da radio Capital ha detto  di aver scritto quella frase al ministro in un impeto di rabbia e che in fondo lei è più buona del pane.

Come se fosse normale nei momenti di rabbia incitare allo stupro.

Rabbia verso chi? perché se l’è presa col ministro che con lo stupro avvenuto e che solo un cervello bacato poteva mettere in relazione con la sua persona non c’entra niente?

Con chi ce l’aveva se non con il ministro perché è nera?

Il sito dove è stata ripresa la notizia dello stupro a cui poi l’ex consigliera ha associato l'”augurio” al ministro è un sito razzista messo su per far credere che gli extracomunitari delinquono più degli italiani, dove si fanno le peggiori apologie e che se questo fosse un paese normale la polizia postale avrebbe già sigillato e denunciato i proprietari.

Il problema come sempre risiede in tutta la filiera dei responsabili, basta un tassello del domino a far crollare tutto.

Bisogna mettere fuori legge il razzismo e ogni apologia, renderlo un reato sul serio, non come si è fatto per il fascismo considerato ormai poco più di una goliardata folcloristica. Ed evitare possibilmente che fascisti e razzisti possano avere delle cariche pubbliche anche importanti.
Noi ci offendiamo, ci incazziamo, rispondiamo, firmiamo gli appelli ma poi? non succede niente se non interviene lo stato.

Se i razzisti e i fascisti  fossero emarginati, se avessero meno occasioni e possibilità di diffondere le loro idiozie violente forse ce la potremmo ancora fare.

 

L’episodio della leghista razzista è solo l’ultimo in ordine di tempo che insegna quanto sia inutile la parola “scusa”.

C’è chi pensa di poter fare, dire tutto quello che vuole, nel modo che vuole, a proposito di tutto e di chiunque e di potersela cavare, dopo,  semplicemente scusandosi.

No, non funziona così.
Non può funzionare.

Nota a margine:  ministri, sottosegretari, politici in generale, chiunque si avvalga di un servizio d’ordine dello stato non potrebbero regolarsi un po’ meglio coi loro tempi?  sono sempre in ritardo, fanno fare una vita impossibile alle loro scorte e ai loro autisti salvo poi non assumersi mai nessuna responsabilità.

Tempo fa  gli autisti chiesero di poter ottenere una diversa patente di guida da usare solo per lavoro, in modo tale che in caso di infrazioni non abbiano anche di che rimetterci del loro.

Lo stato ha detto no, così se multano l’auto di servizio i punti li tolgono allo sventurato di turno. Però il ministro non fa tardi all’appuntamento.

E poi voglio dire: sono sempre in emergenza ‘sti ministri?  quando vanno all’aereoporto, al convegno, in parlamento? che urgenza può avere un ministro come Kyenge da costringere la scorta a infrangere quelle regole che la politica per prima dovrebbe rispettare come esempio? se andassi contromano io perché sto facendo tardi ad un appuntamento, magari molto più urgente e importante di quello di un ministro, che succederebbe? 

IL CORTO CIRCUITO DEL RAZZISMO [Chiara Saraceno]

Il cortocircuito operato dall’infausto augurio della leghista padovana ai danni di Cécile Kyenge è istruttivo. Impone una riflessione che non si limiti a rilevare, riducendola a fenomeno marginale e individuale, la grossolana maleducazione di una persona.

Una persona che non è in controllo né dei propri umori né delle proprie parole. Con quella frase, la signora (signora?) ha assimilato tutti i maschi neri a stupratori e tutti gli stupratori a neri. Chi chiede rispetto per i neri è quindi automaticamente complice di stupratori, tanto più se è nera essa stessa e rivendica orgogliosamente l’esserlo. Per indurla a ragionare, e per «farle abbassare le arie», l’unica è farle subire la violenza e l’umiliazione di uno stupro.

Questo corto circuito è esemplare, nella sua forma estrema, dell’atteggiamento razzista. Il diverso è sempre pericoloso e peggiore. Non conta che gli stupratori (o i ladri, o i violenti) appartengano a tutte le etnie e i colori della pelle. Non conta neppure che la maggior parte degli stupri, come dei femminicidi, avvengano per mano di un parente o conoscente. Lo straniero, il diverso da sé, tanto più se identificabile anche dal colore della pelle o da altri tratti fisici ben riconoscibili, è l’emblema di ogni pericolo e nequizia. Anche l’ultimo passaggio – l’augurio che anche Kyenge diventi vittima di uno dei “suoi” – fa parte della stessa logica. Donna e nera, e per giunta ministro: il soggetto perfetto per diventare il capro espiatorio di ogni frustrazione, l’incarnazione della vendetta contro le proprie paure.

Il fatto che sia una donna ad augurare a un’altra, sia pure vista come estranea e nemica, di essere stuprata, mostra quanto il razzismo, la costruzione dell’altro come nemico, produca una reificazione dei soggetti, di cui non si coglie né l’individualità né l’umanità e per i quali non si può provare neppure solidarietà. È un’esperienza ben nota nelle guerre, specie etniche, quando la diversità – religiosa, etnica – viene ipostatizzata al punto di cancellare la comune, sottostante umanità.

Dolores Valandro, la leghista padovana, probabilmente non sa che atteggiamenti come il suo non giustificano solo maltrattamenti e discriminazioni contro i neri (o i romeni, o qualche altro gruppo etnico-nazionale visto come pericoloso e nemico). Chi ha questi atteggiamenti spesso ha una visione delle donne (anche delle “proprie”) come esseri umani inferiori, da abusare a piacimento, anche fino al femminicidio. Quindi mettono in pericolo anche lei, sia pur “bianca” e italiana, ad opera non dei temuti “neri”, ma dei suoi simili, soprattutto ideologicamente e politicamente. Le ricerche sul razzismo, infatti, segnalano che c’è un nesso stretto tra razzismo estremo e sessismo altrettanto estremo.

Fanno bene i responsabili della Lega a prendere le distanze dalle affermazioni della propria iscritta, come fecero pochi mesi fa con Borghezio. Ma dovrebbero anche interrogarsi sul tipo di cultura che hanno lasciato crescere ed hanno spesso legittimato in tutti questi anni, con il loro linguaggio scomposto, le invettive contro gli immigrati, condite da compiaciuti vezzi celoduristi. È un lavoro di riflessione critica che peraltro ci riguarda tutti, nella misura in cui abbiamo troppo a lungo sopportato atteggiamenti linguisticamente e concettualmente violenti che, invece di contrastarlo, hanno creato un terreno favorevole a un clima relazionale e culturale pericoloso per tutti, in particolare per le donne, di ogni colore e posizione sociale. I razzisti estremi in Italia sono una minoranza, anche se rumorosa. Ma il razzismo strisciante, selettivo verso questo o quel gruppo, è molto più diffuso e non meno problematico.