La libertà non si dice: si fa. Come la verità

Ci sarebbe da chiedersi chi ha interesse che vengano diffusi i messaggi di un mafioso assassino che dovrebbe vivere in una condizione di isolamento totale ma che invece può dare direttive su chi deve vivere o morire secondo i suoi desiderata. 
Per quale motivo possono [devono?] uscire dal carcere le minacce di morte di Riina, condannato al 41 bis espresse durante l’ora d’aria mentre conversava amabilmente col collega della sacra corona unita, a Nino Di Matteo.
In queste situazioni la mente vacilla: non riesco più ad essere così convinta che il diritto, quello vero e puro debba essere applicato anche a gente come Riina.

Nuove minacce di Riina a Di Matteo

Mafia, Totò Riina minaccia di nuovo pm Nino Di Matteo

“Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica”. Così il 14 novembre il boss si è rivolto così a un uomo d’onore della Sacra Corona Unita con cui condivide l’ora d’aria. [Il Fatto Quotidiano]

Morto Mandela, l’eroe del Sudafrica
‘Ha vissuto per un ideale e l’ha reso reale’ 

PRIGIONIA, LIBERAZIONE E RINASCITA DEL PAESE – STORIA DI MADIBA (di Andrea Pira)

Nelson Mandela, una vita passata ad insegnare l’amore

Se tutti quelli che hanno detto e che diranno [purtroppo] di aver preso esempio da lui lo avessero fatto davvero, questo sarebbe il migliore dei mondi possibili. Il fatto che invece non lo sia nonostante un uomo come lui, che avrebbe dovuto essere un esempio nei fatti e non nelle tante belle e vuote parole significa che la libertà alla fine non è quel bene assoluto per il quale ognuno di noi si dovrebbe impegnare ogni giorno. 
Vuol dire che anche la libertà si può negoziare, sacrificare a beneficio e vantaggio di qualcos’altro. 
Lui non lo ha fatto, e per un’idea di libertà vera ha preferito sacrificare se stesso e ventisette anni della sua vita che nessuno gli ha mai più restituito. 

E’ tutto infinitamente più piccolo e più misero oggi. Come ogni volta che se ne va qualcuno che non verrà sostituito da nessuno. Perché il dramma non è la morte, è che la società attuale non ha prodotto gli eredi di un Gigante dell’umanità qual è stato Nelson Mandela.

Unico, magnifico Nelson Mandela: nessuno come lui.

 

“Vi vergognerete tutta la vita di avermi cacciato”. E per avercelo tenuto, chi si deve vergognare?

Se berlusconi può ancora vaneggiare a reti unificate di una sua onestà, così elevata al punto tale da fargli dire che Napolitano DEVE dargli la grazia anche senza che lui la chieda perché la sua dignità glielo impedisce, perché lui non ha fatto niente di male e niente di cui doversi pentire, quindi figuriamoci se un tribunale può condannarlo alla galera così come si fa con tutti i cittadini che commettono reati, è perché nessuno ha mai detto che il vero colpo di stato e allo stato di questo paese si chiama silvio berlusconi. Chi lo ha accolto a braccia aperte nonostante la legge e la Costituzione dicono di no, che uno così alla politica non si sarebbe dovuto accostare nemmeno per sbaglio  dovrebbe chiedere scusa agli italiani e sparire dalla circolazione, altroché la rottamazione di Renzi e i vaffanculi di Grillo. Il pd si accorge adesso dell'”orgia di affermazioni eversive” del delinquente? berlusconi non ha fatto nient’altro da vent’anni e ci vuole solo la gran faccia di culo di d’alema per riproporsi alla politica di oggi, perché lui dovrebbe essere proprio  il primo della lista di quelli che dovrebbero chiedere scusa e sparire. Che il finale sarebbe stato molto peggio di quello del Caimano di Moretti io lo dico da anni. Troppo spazio si è dato a questo spregevole individuo. L’informazione ha una grande responsabilità nel percorso di berlusconi di tutti questi anni. In un paese informato la gente sbaglia di meno. E non saremmo mai arrivati fino ad oggi.  La Rai, la televisione pubblica pagata coi soldi di tutti che dà tutto quello spazio ai deliri farneticanti di un condannato alla galera di chi fa il gioco? lo chiedo a tutti quelli che “Santoro e Travaglio hanno fatto un favore a b.” nella famosa puntata di Servizio Pubblico.

B: “Voto sulla decadenza è colpo di Stato
Napolitano mi dia grazia senza richiesta”

B. prepara discorso in stile Craxi: “Vi vergognerete”.

Marco Travaglio è una cura per la memoria di questo paese disgraziato e presuntuoso fatto anche di gente che dice di sapere tutto mentre, e invece, non sa nulla e quel poco che sa lo mette da parte, lo dimentica. E quando qualcuno osa ricordarglielo viene trattato molto italianamente a pesci in faccia. I suoi due ultimi articoli, quello di ieri e di oggi sono da incorniciare più di altri non solo per la loro consueta precisione e dovizia di particolari scritti col suo solito linguaggio magistralmente ironico, in grado di arrivare ovunque e a tutti quelli che vogliono capire ma perché denotano un suo scoramento personale. E se anche un guerriero come lui si fa fregare significa che la situazione è più grave di quello che appare.

Mentre il giornalismo considerato autorevole, quello del Corriere della sera ad esempio che tramite Polito ci racconta che la politica può essere immorale sì ma fino a un certo punto, disonesta sì purché non lo sia in modo troppo sfacciato, ma anche di Repubblica che tramite il suo fondatore ci sta raccontando da mesi tutta la magnificenza della grande opera di Giorgio Napolitano, quel governo che non può cadere perché chissà che succederebbe dopo, come se non fosse già sufficiente conoscere quel che sta succedendo mentre, di un’irriconoscibile e inguardabile Unità che ha scelto da tempo di dimenticare che si può morire anche per difendere un’idea di libertà come è accaduto ad Antonio Gramsci che quel giornale ha costruito,  mentre il caterpillar dell’informazione di regime travolge  tutti quelli che si permettono di disturbare questa splendida armonia delle larghe e oscene intese Travaglio ci ricorda tutti i giorni che da qualche parte c’è chi lotta e s’impegna per combattere sul serio – non con le chiacchiere enunciate urbi orbi et sordi scritte nelle segreterie dei partiti, di palazzo Chigi e del Quirinale – il vero cancro di questo paese che non è l’antipolitica, il populismo, la demagogia tanto declamati con disprezzo, come se fossero nati dal nulla, nei discorsetti ufficiali delle varie rappresentanze dello stato ma è, è stato e sarà finché a questa lotta non si uniranno davvero e sul serio la politica e le istituzioni, la pericolosa vicinanza fra lo stato e quella criminalità mafiosa di cui la politica e le istituzioni non hanno la capacità, forse perché non possono, di liberarsi e liberare così anche questo paese e noi.

In un paese dove la politica e le istituzioni non avessero avuto niente da nascondere, nulla da cui doversi riparare coi silenzi, le omissioni e i segreti di stato uno come berlusconi non avrebbe mai potuto trovare tanto consenso, non gli sarebbe mai stato permesso di stravolgere un paese a sua immagine e somiglianza, non sarebbe mai stato considerato l’interlocutore da far sedere nelle stanze del potere.

In un paese libero dai ricatti il presidente della repubblica, del senato e della camera, il presidente fantoccio di un consiglio ridicolo oggi sarebbero al fianco della magistratura siciliana minacciata di morte, non sarebbero in silenzio a fare le controfigure di chi comanda davvero, non parlerebbero d’altro e molto spesso di niente di fronte alla tragedia di un’Italia martoriata dalla criminalità a tutti i livelli in grado di condizionare, minacciare, ricattare, impedendo quindi un normale decorso il più possibile democratico in questo paese.
Quindi io ringrazio e ringrazierò sempre Marco Travaglio e chi come lui mette la sua faccia davanti a parole pesantissime ma che descrivono, raccontano e spiegano perfettamente il perché questo paese è potuto cadere così in basso.

Alte discariche dello Stato – Marco Travaglio, 24 novembre

Perché Totò Riina è così inferocito contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo alla trattativa Stato-mafia? Secondo alcuni detrattori di quel processo, Riina dovrebbe esser grato ai pm per avere spostato l’attenzione dalle responsabilità di Cosa Nostra a quelle dello Stato. E allora perché l’ex (?) capo dei capi vuole ucciderli “come tonni”? Le possibili spiegazioni sono due. La prima: per ogni boss, il prestigio e la credibilità personali sono parte integrante del potere. La storia della trattativa dipinge invece un Riina feroce, ma anche – per così dire – ingenuo: mandato avanti a fare le stragi da chi – come disse Provenzano a Vito Ciancimino – “gli ha promesso qualcosa di veramente grosso”, poi coinvolto nella trattativa, poi indotto a eliminare Borsellino che la ostacolava e infine intrappolato dagli stessi Ros con cui aveva trattato, forse con la collaborazione di Provenzano. Non proprio una bella figura. La seconda spiegazione, peraltro sovrapponibile alla prima, riguarda l’oggi: finchè la trattativa fu una voce di pentiti perlopiù ignorata dalla grande stampa e dunque dai cittadini, lo scambio di favori fra Stato e mafia poteva continuare indisturbato. E infatti continuò fino a tre-quattro anni fa (il terzo “scudo fiscale” per il rimpatrio anonimo e quasi gratuito dei capitali sporchi è del 2009). Ma ora, complice la vasta eco suscitata dalle telefonate Mancino-Quirinale e dalla citazione di Napolitano come testimone, la trattativa è all’attenzione di tutti. Dunque è più difficile per la classe politica elargire altri regali alle mafie senza dare nell’occhio. Il che fa letteralmente impazzire i boss, specie quei pochi che marciscono al 41-bis da vent’anni, comprensibilmente stufi dei politici che li hanno usati “come merce di scambio” senza mantenere le promesse, non tutte almeno (lo ricordò Leoluca Bagarella nel 2002 dalla gabbia di un processo, leggendo un comunicato “a nome dei detenuti al 41-bis”, manco fosse un sindacalista). La revoca dei 41-bis a 334 mafiosi nel ’93, la legge “manette difficili” del ’95, la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara nel ’97, l’abolizione dell’ergastolo (poi ritirata) nel ’99, la legge ammazza-pentiti Napolitano-Fassino del 2001 e i tre scudi fiscali dal 2001 al 2009 sono regali graditissimi. Ma l’aspettativa, nel ’92, era ben più pretenziosa: la posta in palio erano anche e soprattutto la revisione del maxiprocesso, il“fine pena forse”, la “dissociazione” a costo zero al posto del devastante pentitismo. Nonostante i generosi sforzi di destra e sinistra, questi obiettivi non sono stati raggiunti. B. pensava, sì, agli amici degli amici, ma soprattutto a se stesso. E oggi qualunque cedimento, anche se ammantato come sempre di “garantismo”, farebbe gridare alla nuova Trattativa, dunque viene stoppato sul nascere. Il tutto mentre la Seconda Repubblica sta declinando per cedere il passo alla cosiddetta Terza. Parte di Cosa Nostra vorrebbe infilarvisi alla solita maniera, quella delle stragi: ma il fatto stesso che le minacce si susseguano, finora fortunatamente a vuoto, indica che il fronte è spaccato: fra la vecchia guardia (alla Riina) che sa parlare solo con le bombe e quella nuova che (sulla scia di Provenzano) sa parlare anche altri linguaggi. Tra quell’incudine e quel martello, si muove Di Matteo con i suoi colleghi, in un processo che forse neppure lui immaginava così scomodo: non solo per lo Stato, ma anche per la mafia. Infatti, mentre la mafia lo minaccia, lo Stato lo processa davanti al Csm. Si dice sempre che un messaggio delle alte cariche dello Stato è come la sigaretta per il condannato a morte: non si nega mai a nessuno. Ma non è più così: in tanti mesi di minacce di morte, Di Matteo non ha mai ricevuto una riga di solidarietà, né pubblica né privata, da Napolitano (si chiama Di Matteo, mica Mancino), da Grasso, dalla Boldrini, dalla Cancellieri (si chiama Di Matteo, mica Ligresti). Silenzio di tomba. Almeno le urla belluine di Riina hanno il merito di farlo sentire un po’ meno solo.

Pinochet si scrive tutto attaccato: come guerra e mafia

Sottotitolo: “mentre sellini e piddini di ogni latitudine e longitudine si divertono a deridere un’ignorantona del M5S che ha confuso «Pinochet» con «Pino Chet», voglio far presente che il Pd – futuro alleato dei silenti sellini – ha votato quest’oggi [ieri: nota di R_L]  per la prosecuzione della guerra in Afghanistan.[Pasquale Videtta]

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«A DI MATTEO GLI FACCIO FARE LA STESSA FINE DI FALCONE» 

L’ULTIMO RICATTO DEL BOSS STANCO 

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Totò Riina fa sapere che il giudice Nino Di Matteo gli dà fastidio, lo fa diventare matto e per questo deve morire. Lui e tutti quelli che si stanno occupando della trattativa fra lo stato italiano e la mafia. Nessun sostegno da parte delle istituzioni. E dire che alla presidenza del senato c’è un signore che faceva il procuratore antimafia. Per non parlare di Napolitano che in qualità di capo del CSM dovrebbe proteggere e tutelare i giudici, non bacchettarli di continuo perché hanno osato disturbare la carriera di un delinquente seriale.

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Qualche illuminato amatore della bella politica tradizionale pensa che continuare a parlare nei talk show degli sprechi e dei privilegi nella politica sia inutile, che ormai sappiamo tutto e continuare a mestare nel torbido alimenti solo quello che i soloni definiscono populismo.

Io no, non lo penso invece, perché non è cambiato nulla da quando i coraggiosi Rizzo e Stella hanno dato alle stampe le oscenità che hanno contribuito in larga parte allo sfascio del paese, non solo quello economico ma soprattutto evidenziando una politica priva del benché minimo senso etico e di quella umanità che aiuterebbe ad avvicinarsi alle realtà drammatiche che molti cittadini devono vivere quotidianamente mentre la vita, la bella vita dei politici si è mantenuta sullo stesso tenore. Nulla è cambiato per loro, per i bravi rappresentanti dello stato e della politica.

A loro non è stato tolto niente semplicemente perché come spiegava ieri sera Gomez da Paragone su la7 un regime che si fonda sull’oligarchia se cade si porta dietro tutti, quindi è impensabile che questa politica farà quelle leggi che indebolirebbero un regime che in tempi di crisi, di disperazione, di suicidi ha fatto in modo che in questo paese nel 2012 127.000 persone sono potute entrare nella categoria dei milionari.

Ed è facile immaginare che questo sia stato possibile solo speculando sulla povertà che avanza. E i nuovi poveri non possono nemmeno contare sull’aiuto dello stato che su di loro infierisce, pretende comportamenti esatti ma i cittadini no, non li possono né li devono pretendere dalla politica pena l’accusa di populismo e qualunquismo.

I cittadini non devono né possono nemmeno pretendere che quella legge uguale per tutti venga applicata anche sul potente prepotente quando è anche delinquente. Da 105 giorni c’è un pregiudicato condannato che latita alla luce del sole col consenso dello stato, delle istituzioni e della politica solo perché anche lui fa parte di quell’oligarchia e di questo regime che al potente tutto sconta e perdona ma al cittadino no.

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DECADENZA IL 27 NOVEMBRE? NO, SI VA VERSO L’ENNESIMO RINVIO 

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Nausea con monito – Marco Travaglio – 14 novembre

Anziché seguitare a trafficare intorno al giudice Antonio Esposito, cercando ogni pretesto per punirlo, il Csm potrebbe dire chiaramente ciò che abbiamo capito tutti. Esposito si è reso “divisivo” perché ha osato fare ciò che nessuno aveva mai fatto: condannare definitivamente Silvio Berlusconi. Diversamente da plotoni di toghe che, al primo cenno del Quirinale, si mettono sull’attenti e sospendono processi, interrompono requisitorie, si bevono impedimenti-farsa, congelano udienze, rinviano camere di consiglio, Esposito ha obbedito soltanto alla legge. Come presidente della sezione feriale della Cassazione, ha emesso la sentenza del processo Mediaset il 2 agosto, prima che scattasse la solita prescrizione. E così ha disturbato la “pacificazione” ordinata da Napolitano e Letta jr. per tener buono il Caimano. Dunque bisogna trovare il modo di punirlo, anche se non ha fatto altro che il suo dovere, anzi proprio per questo. Il pretesto è noto: l’intervista apparsa sul Mattino il 6 agosto, intitolata “Berlusconi condannato perché sapeva”. Peccato che, nel testo concordato col giornalista, Esposito non parlasse mai di B.. Peccato che la domanda su B. fosse stata aggiunta dopo, senza il suo consenso, appiccicata a una risposta sull’infondatezza del “non poteva non sapere” nei processi. Peccato che le motivazioni depositate il 29 agosto siano totalmente diverse dai princìpi enunciati nell’intervista. Ma non è bastata la prova provata che Esposito non ha mai anticipato le motivazioni della sentenza Mediaset. Il Csm ha aperto un procedimento per trasferirlo d’ufficio (e dove, di grazia, visto che la Cassazione è competente su tutt’Italia?). E il Pg ha avviato un’istruttoria disciplinare. Due iniziative che hanno alimentato il linciaggio sugli house organ della Banda B. Ma due iniziative illegali. La prima perché il trasferimento d’ufficio dipende da situazioni incolpevoli di incompatibilità ambientale, che prescindono dalle condotte volontarie (come le le interviste). La seconda perché la legge che regola i procedimenti disciplinari, la 269/2006, ritiene illecite solo le “dichiarazioni o interviste che riguardino soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione ovvero trattati e non definiti”. E il processo Mediaset era già definito con sentenza definitiva. Ed Esposito non aveva neppure nominato il “soggetto coinvolto” (ma, se l’avesse nominato, non avrebbe commesso illeciti ugualmente).

Nei giorni scorsi Esposito ha appreso dai giornali, che riprendevano un lancio di agenzia, che la sua pratica di trasferimento stava per essere archiviata, e con quale motivazione. Bel paradosso: il Csm anticipa a mezzo stampa la sentenza su un giudice accusato di aver anticipato a mezzo stampa una sentenza. Il relatore ha smentito di averla spifferata lui. Ma ieri s’è scoperto che il verdetto corrisponde alle indiscrezioni. Dunque qualcuno dal Csm l’ha fatto uscire prima. Peccato che l’interessato non ne sapesse nulla: del resto non l’hanno neppure ascoltato per consentirgli di difendersi. Alla fine, con 17 Sì, 2 No e 5 astenuti, il Plenum ha deciso di non trasferirlo. Ma ha trovato comunque il modo di sputtanarlo: “Il comportamento può integrare profili disciplinari, deontologici e professionali, da affrontarsi eventualmente nelle sedi competenti”. Anche se la legge non lo prevede. Perché fosse tutto ancor più chiaro, i signori del Csm hanno infilato nella delibera l’ultimo monito di Napolitano alle toghe: “misura e riservatezza“, niente “fuorvianti esposizioni mediatiche” né “atteggiamenti protagonistici e personalistici”. Come se i moniti valessero più delle leggi. Immediata l’esultanza del laico del Pdl Niccolò Zanon, che è pure uno dei 35 saggi ricostituenti di Letta & Napolitano: “Il lato positivo è che la delibera parla di aspetto disciplinare. Speriamo che la Procura generale faccia quello che deve fare”. Se si danno da fare, magari riescono a punire il giudice innocente prima che decada il pregiudicato colpevole.

USA e getta

La cosiddetta “ragion di stato” serve a tutto fuorché a proteggere davvero uno stato. Che si chiami Datagate o trattativa stato mafia non fa nessuna differenza. Nella storia, nella politica come nella vita quello che conta è come sempre la verità. Senza verità non può mai esserci nessun progresso civile, nessuna giustizia. Nessuna democrazia.

Datagate, la Merkel spiata dal 2002
P. Chigi, i privati controllano la rete


La ragion di stato non serve a proteggere lo stato ma unicamente chi fa il male di quello stato. Lo abbiamo visto qui in sessant’anni di presunta democrazia durante i quali sono stati coperti e protetti gli autori delle stragi dando di volta in volta una matrice opportuna all’attentato, alla bomba fatta esplodere in una banca e alla stazione, all’autostrada e al palazzo saltati in aria, perché nessuno doveva e deve sapere che pezzi consistenti dello stato agivano e si muovevano in contrasto con i loro doveri, e anche quando i nomi c’erano lo stato, le sue istituzioni alte e quelle altissime hanno agito in modo tale che “il buon nome” del paese non dovesse essere messo in discussione. 

Perché non è credibile un paese i cui governi e lo stato proteggono e riparano chi agisce contro lo stato così come non è credibile un paese le cui amministrazioni, che siano repubblicane o democratiche non fa differenza, pensano che sia utile esportare civiltà con le bombe, con la guerra, ma poi quello che succede durante una guerra non si deve sapere. 

In un mondo normale Manning, Assange e Snowden sarebbero considerati i Resistenti del nuovo millennio, i Partigiani della verità, in questo invece li considerano dei fuori legge da isolare e chiudere in una galera.

La verità è un lusso che i disonesti non possono permettersi.

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Ultimi della classe: stampa e corruzione. Non ci resta che piangere [G.Gramaglia]

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PESSIMA QUALITÀ DELLA VITA E ANALFABETI: SIAMO ULTIMI, O AL PARI CON PAESI DEL TERZO MONDO

La politica è da buttare, l’economia va male, il lavoro non c’è, la fiducia neppure. Che brutta Italia, proprio “un paese dei cachi”. Vabbeh!, ma vuoi mettere la qualità della vita? Attenzione a non farci illusioni: manco quella abbiamo, se diamo credito a statistiche e classifiche, che saranno pure stilate da qualche noioso e pignolo burocrate nordico o asiatico delle organizzazioni internazionali, ma spesso ci azzeccano. Non ci resta che consolarci con le giornate di sole che – complice la geografia – sono più numerose che altrove. Ma poi scopriamo che la grigia Germania ha molto più fotovoltaico di noi e ci viene la depressione. Se già vi sentite un po’ giù, non inoltratevi in questo viaggio nelle magagne italiche. Se, invece, amate cullarvi nelle vostre malinconie, questa lettura v’è consigliata: preparatevi a indossare la Maglia Nera, percorrendo un’antologia di dati tutti recenti – e tutti, ahimè, negativi -, senza andare a scartabellare troppo indietro negli archivi.

Trasparenza e Corruzione 
L’indice della corruzione di Transparency International ci vede circa a metà del gruppo di 174 Paesi censiti, al 72° posto, sempre in fondo al plotone dell’Ue con Grecia e Bulgaria e con un voto ben lontano dalla sufficienza e lontanissimo dai Paesi leader, Danimarca, Finlandia e una sorprendente, ma costante, Nuova Zelanda. Forse le cose stanno per migliorare, perché, sempre secondo Transparency International, l’Italia è fra i Paesi che meglio applicano la Convenzione dell’Ocse contro la corruzione – ma i risultati, finora, non si vedono.

Fondi e infrazioni 
Nell’Unione europea, siamo, con Bulgaria e Romania, Paesi, però, da poco arrivati, quelli con minore capacità di spesa dei fondi a noi destinati: del pacchetto per la coesione, settennale, abbiamo utilizzato, adesso che s’avvicina la fine del periodo, il 31 dicembre, solo il 40% del totale. Ci lamentiamo che dall’Ue arrivano pochi soldi, ma riusciamo a spendere solo due euro su cinque.

Procedure di infrazione
In compenso, ne sprechiamo un sacco a pagare multe per il mancato recepimento delle direttive o per le infrazioni alle stesse: siamo i campioni incontrastati su questo fronte. Eravamo appena scesi sotto quota cento infrazioni, a 99, a fine 2012, ma siamo rapidamente tornati sopra collezionando più nuove procedure di quante non riusciamo a chiuderne di vecchie. Ambiente e rifiuti sono le voci dove siamo messi peggio.

Leggere e fare i conti
Per l’Ocse, gli italiani, con gli spagnoli, sono i cittadini che meno sanno leggere e far di conto – lo studio è stato condotto in 24 Paesi: giapponesi e finlandesi guidano l’elenco (e i cechi sono bravi in aritmetica). Per la serie mal comune mezzo danno, gli americani non ne escono molto meglio di noi.

Abbandono della scuola
Vanno a braccetto con le cifre dell’Ocse quelle di Eurostat: l’Italia non tiene il passo dell’Unione nella battaglia contro l’abbandono scolastico: 17,6% contro una media Ue del 12,8% – l’obiettivo è il 10%. Mentre i giovani in possesso di qualifiche di istruzione superiore sono il 21,7% – media Ue 35,8%, obiettivo 40%.

I ritardi di Internet
Anche per l’accesso a internet, l’Italia è lontana dalla media Ue: il 43% delle famiglie non ha una connessione, contro una media del 32%. Peggio di noi Bulgaria, Romania e Grecia, mentre in Svezia solo il 7% delle famiglie non ha Internet. Gli italiani, complice la carenza, rispetto alla media Ue, della banda larga, sono anche fra i più reticenti a fare acquisti online e ad utilizzare i servizi di e-government: appena il 22% vi ricorre (in Danimarca, l’80%), in parte perché il loro funzionamento è il peggiore nell’Unione – Romania a parte.

Qualità della vita
Un recente rapporto della Commissione europea indica che le città italiane non reggono il confronto con le migliori europee: fra i 79 centri urbani del campione prescelto, ci sono Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Verona, la migliore, che si piazza 18a, mentre in cima alla classifica stanno Aalborg, in Danimarca, Amburgo, Zurigo e Oslo. Settore per settore, Roma, Napoli e Palermo sono le ultime della classe per i trasporti pubblici e l’efficienza amministrativa, Roma è la peggiore per i servizi scolastici, Palermo la più sporca. L’unica altra metropoli europea che fa loro persistente compagnia sul fondo classifica è Atene.

Libertà di Stampa
Freedom House la misura ogni anno, con un doppio indicatore, numerico da 1 a 100, e qualitativo, stampa libera, semi-libera, non libera: l’Italia con 33 punti, è 73a su 187 Paesi al Mondo, ma è soprattutto l’unico Paese senza libera stampa dell’Europa cosiddetta occidentale, con la Turchia. I criteri della classifica sono discutibili, ma trovarci in testa Finlandia, Svezia e Norvegia non sorprende, così come trovarci in fondo la Corea del Nord, l’Eritrea e vari Paesi dell’ex Urss.

Inusuale de che, ma soprattutto, perché?

A chi dovrebbe interessare il pensiero di un nazista assassino?
Perché in questo paese così culturalmente fragile  per colpa di una politica assente, connivente con un certo passato che  non è mai stato liberato dall’ideologia criminale che è stata fonte di ispirazione del nazismo, quel fascismo che a detta di un delinquente scambiato per vent’anni con uno statista e che ha riabilitato il fascismo, l’ha istituzionalizzato riempiendo il parlamento di feccia fascista “ha fatto anche cose buone?”
Perché in un paese che un regime fascista l’ha subito si deve parlare ancora di fascismo al presente, in dibattiti  pubblici che poi vengono spalmati ovunque? che cosa aggiunge al dibattito politico, culturale di questo paese il testamento di un mostro, un assassino spietato? Perché di fascismo non si parla solo, ed eventualmente, nei tribunali, dal momento che avremmo una legge che l’ha messo al bando?

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Il Capo dello Stato dovrà testimoniare davanti ai giudici e rispondere alle domande riguardanti la lettera scritta dal consigliere giuridico D’Ambrosio. Il ministro della giustizia ha espresso le sue perplessità sulla decisione: “Certo non ci facciamo mancare niente”.

Trattativa, Napolitano sarà testimone
“Valuteremo”. Ma la legge lo prevede

La Corte d’Assise di Palermo ha accolto in parte la richiesta della Procura del capoluogo siciliano.
Il capo dello Stato deporrà nel processo Stato-mafia sui fatti relativi al periodo tra il 1989 e il 1993.
Cancellieri: “Scelta inusuale”. Il Quirinale: “Aspettiamo testo” . E promette “rispetto istituzionale”

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Sottotitolo: da quando un ministro della giustizia può dare un parere personale sulla convocazione di un teste ad un processo? 

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“Senza la politica cosa nostra sarebbe una banda criminale comune a tante altre”. 

Se c’è qualcosa di inusuale è tutto in questa frase di Nino Di Matteo, e cioè in una politica che da quando esiste questa repubblica non ha mai disdegnato di collaborare con la mafia, di farla diventare parte integrante e integrata della gestione dello stato, non certamente in un pool di giudici che chiede a un signore che sta nella politica da sessanta anni e due mesi, che ha rivestito le cariche più importanti e quindi si presume che qualcosa ne sappia, di collaborare a fare chiarezza per quelle che sono le sue possibilità testimoniando in un processo.

Per quale motivo Napolitano non dovrebbe fare quello che ogni cittadino di questo paese non può decidere se farlo ma deve?
“Certo, non ci facciamo mancare niente”, dice la ministra Cancellieri, dopo aver trovato “inusuale” la richiesta dei giudici, come se fosse normale che un ministro della giustizia possa e debba dare il suo giudizio personale circa una semplice richiesta che in qualsiasi paese normale sarebbe stata accolta dalle istituzioni senza ansie né preoccupazioni. Se c’è qualcosa di veramente inusuale sono le istituzioni e una politica sempre di traverso davanti alle decisioni dei giudici, questo modo di fare irritante e sistematico che si ripete puntualmente ogni volta che la Magistratura ha a che fare con qualcosa che riguarda lo stato e chi purtroppo lo ha rappresentato e lo rappresenta ancora teso a sminuire l’operato della Magistratura, farlo sembrare un attacco verso lo stato invece del contrario. 
Non è colpa dei giudici se in ogni inchiesta su mafia e malaffare spuntano i nomi dei politici, e se questo fosse un paese normale sarebbe il garante dello stato, dei cittadini e di quella Costituzione che onora l’uguaglianza a mettersi a disposizione, non sarebbe invece la persona, l’istituzione che ha dimostrato spesso e volentieri di non rispettare quella divisione fra i poteri entrando di prepotenza in un ambito che non gli compete e nemmeno, com’è capitato troppo spesso in questo ultimo periodo di non avere le idee chiare sulle sue posizioni circa la Magistratura e un pregiudicato condannato che la mafia se la teneva in casa e del quale pare che la politica non possa proprio fare a meno.

Inusuale è stato un presidente della repubblica nominato una seconda volta ufficialmente perché sarebbe l’unico in grado di garantire la stabilità politica col vizio di nominare governi di non eletti dal popolo e la prima cosa fatta dopo la sua elezione per acclamazione dei partiti è stata distruggere i nastri delle sue telefonate con Mancino; come mai tanta fretta? E inusuale è anche aver nominato presidente della Consulta il giudice che ha ordinato la distruzione di quei nastri: uno scambio di favori?  Anche uno stato che tratta con la mafia, ci fa affari insieme invece di combatterla è un fatto inusuale,  E tutto è relativo, quello che alla ministra sembra inusuale a qualcun altro potrebbe risultare invece necessario: magari a tutti noi.

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Corazzieri & Cancellieri
Marco Travaglio, 18 ottobre

Segnatevi questi nomi: Alfredo Montalto e Stefania Brambille, presidente e giudice a latere della Corte d’assise di Palermo che ieri, con i sei giudici popolari, hanno avuto il coraggio di accogliere la richiesta della Procura di ascoltare come testimoni il presidente della Repubblica e alcuni suoi fedelissimi nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Potrebbero avere i soliti guai che in Italia toccano in sorte a chi tocca certi fili: andranno a scavare nella loro vita privata, a rovistare nei loro armadi, cassetti e cassonetti alla ricerca di qualcosa. Com’è accaduto agli Esposito, Mesiano, Boccassini, Ingroia, Di Pietro, Woodcock, De Magistris, Forleo, Nuzzi e tanti altri magistrati diversissimi fra loro, ma accomunati da un peccato originale: aver disturbato il potere costituito. Erano stati avvertiti, Montante e Brambille: la testimonianza del Presidente non s’ha da fare, né ora né mai. Li aveva ammoniti Michele Vietti, vicepresidente del Csm, l’organo di giustizia disciplinare presieduto dallo stesso capo dello Stato, con due pesanti interferenze nella loro autonomia. Li avevano sconsigliati i soliti giuristi di corte sguinzagliati a comando sui giornali di stretta obbedienza. Li aveva massaggiati l’Avvocatura dello Stato, che in teoria rappresenta i cittadini italiani, vittime della trattativa Stato-mafia, ma in realtà funge da guardia del corpo del Re. Il Tribunale di Palermo chiamato a giudicare Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano aveva fornito loro una comoda scappatoia, depositando proprio l’altroieri le motivazioni del-l’assoluzione in cui, già che c’era, tentava di assolvere anche gl’imputati della trattativa (non tutti: solo i politici e i carabinieri). E ancora ieri, alla notizia della loro decisione, li ha intimiditi il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, titolare dell’azione disciplinare, con una dichiarazione ben peggio che strabiliante: “Non ho letto la motivazione, prima vorrei documentarmi. Ma la convocazione mi lascia un po’ perplessa, mi sembra un po’ inusuale”. Ecco, brava: si documenti ed eviti di dare aria alla bocca. Qui le cose inusuali che lasciano perplessi sono altre: uno Stato che tratta con la mafia e ormai se ne vanta; un esercito di presunti servitori dello Stato che mentono per la gola e ricordano a singhiozzo, ma solo quando i mafiosi e i figli dei mafiosi li costringono a farlo; un capo dello Stato che, anziché precipitarsi dai giudici a dire tutto ciò che sa, fa l’offeso e si trincera dietro i corazzieri; e una cosiddetta ministra della Giustizia che ignora i fondamentali del diritto, tipo l’art. 205 del Codice di procedura penale che prevede espressamente la testimonianza del Presidente al Quirinale. Chissà perché questo scatenamento non s’è registrato qualche mese fa, quando a convocare Napolitano come teste fu la Corte d’assise di Caltanissetta nel processo Borsellino-quater. Forse perché rifiutarsi di testimoniare nel quarto processo sulla strage di via D’Amelio pareva un po’ troppo anche a lor-signori. O forse perché stavolta c’è di mezzo quel che scrisse il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nella lettera di dimissioni del giugno 2012 (pubblicata da Napolitano con un plateale autogol): e cioè che aveva confidato al Presidente i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia crocevia dei traffici legislativi in ossequio al papello. Se Napolitano testimonierà che D’Ambosio non gli disse nulla, gli darà del bugiardo. Se invece rivelerà le sue confidenze, qualcuno si domanderà perché non abbia sentito il dovere di farlo prima. Ma potrebbe pure rifiutarsi di testimoniare e tenere i giudici fuori dalla porta, come già Cossiga nel processo Gladio, ben sapendo che al Presidente non può accadere ciò che accade in questi casi a ogni altro cittadino: accompagnamento coatto dei carabinieri e incriminazione per reticenza. Nel qual caso, avremo capito tutto lo stesso.

Sfrizzola il vilipendulo

 1000 euro di multa a un pensionato di 71 anni perché ha detto davanti a dei pubblici ufficiali che l’Italia è un paese di merda.

Giustissimo: vilipendio è  infatti considerare ancora l’Italia una repubblica democratica la cui sovranità è affidata al popolo come da Costituzione.

Dovrebbe essere questo, il reato.

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Nel giorno che la Bonino nega asilo politico ad una persona minacciata dai potenti della terra per non infastidire la sua adorata America, Laura Boldrini che non va a visitare lo sfruttatore Marchionne [Monti c’era andato] fa la figura della gigantessa.

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Della Valle: “Elkann chiama il Colle? Sembra una scena da Istituto Luce”

L’imprenditore commenta la telefonata con cui il presidente di Fiat annunciava a Napolitano di essere pronto a scalare il Corriere della Sera con i soldi del Lingotto: “Mi è sembrato di tornare bambino, quando i comunicati dell’Istituto Luce mostravano il duce che mieteva il grano”. [Il Fatto Quotidiano]

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Elkann vuole la maggioranza di RCS per poter esercitare da imprenditore il controllo sul Corriere della Sera, il quotidiano dell’alta borghesia e degli imprenditori “coi soldi del Lingotto”, ovvero i nostri, Napolitano lo sta pure a sentire e Della Valle, parte in causa, giustamente s’incazza.

Penso che Della Valle sia un imprenditore perbene che ancora conosce il valore e l’importanza dell’etica applicata anche alla professione, il suo marchio in giro per il mondo è uno di quelli che ancora è motivo di orgoglio, la stessa cosa non si può dire della Fiat, però continuo ad essere convinta che in un paese normale i quotidiani non devono essere sottoposti al controllo degli imprenditori e che in questo paese l’unica legge necessaria, ed è per questo che nessuno la vuole fare, è quella per regolare i conflitti di interesse.

Non sarà mai libero un giornale che deve rendere conto ad un editore [o a molti] che ha i suoi interessi da tutelare.

E figuriamoci se il presidente della repubblica può permettersi di intercedere a favore di qualcuno in particolare.
E’ stato perfino troppo gentile della Valle a ricordare a Napolitano che i doveri di un presidente della repubblica sarebbero altri, specialmente in un periodo disastroso come questo.
Napolitano dovrebbe stare meno al telefono e, in generale, occuparsi meno di affari che non lo riguardano.

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Ritenta, sarai più fortunato
Marco Travaglio, 5 luglio

Spiace per i tromboni che da mesi si prodigano contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, ma quella di ieri è stata un’altra bella giornata per la Giustizia italiana. La Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto ha fatto a pezzi le eccezioni dei difensori (ufficiali, ma soprattutto ufficiosi) degli imputati di Stato per trasferire la competenza a Roma. È il destino di un processo che, fuori dalle aule di giustizia, cioè nei palazzi della politica, nelle tv e sui giornaloni, vede gli imputati sempre innocenti, immacolati e candidi come gigli di campo. Ma, appena approda davanti a un giudice terzo, vince sempre la Procura. Era accaduto all’udienza preliminare, col rinvio a giudizio di tutti gli imputati. È riaccaduto ieri nel-l’aula bunker dell’Ucciardone. E dire che l’altroieri l’Università di Palermo, con uno zelo e un tempismo degni di miglior causa, aveva radunato i migliori difensori d’ufficio di Mancino, Mannino, Conso, Dell’Utri, Mori e De Donno per una gran soirée simposio contro il processo, alla presenza di Macaluso, storici, giuristi e persino magistrati in servizio o in pensione (c’era pure Di Lello), tutti stretti attorno al nuovo idolo del partito anti-pm: l’esimio professor Giovanni Fiandaca, già candidato trombato alle primarie del centrosinistra per il Comune di Palermo e autore di uno squisito “saggio” pubblicato sul Foglio col raffinato titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”. Talmente pazzesca che tutti gli imputati, a suo dire innocenti, sono a giudizio; e il processo, a suo dire inevitabilmente destinato a Roma, rimane a Palermo. Un figurone. Cose che càpitano quando si scrivono saggi o articoli prêt-à-porter, con procedura d’urgenza, senz’avere il tempo o la voglia di leggersi gli atti del processo. Anche Macaluso, che almeno non insegna, dunque fa meno danni, si prodiga da mesi contro quel processo: specie da quando l’amico Napolitano fece di tutto per soffocarlo nella culla a gentile richiesta di Mancino. Ultimamente si è esposto a epiche figuracce scopiazzando la memoria difensiva di Mori, con errori di date e di fatto da matita rossa e blu. Chi volesse farsi quattro risate può ascoltare su Radio Radicale la sua scombiccherata prolusione palermitana (lui, per dire, il 41-bis lo chiama “441”). In stereo con Mori, che attribuisce i suoi guai giudiziari a una congiura di giornalisti capitanata dal sottoscritto, il Macaluso deplora “gli attacchi rozzi e strumentali alla magistratura, dovuti alle vicende personali (sic, ndr) di Berlusconi”, sferrati da chi? “Da Travaglio, quando questi organi prendevano decisioni sgradite all’una o all’altra (sic, ndr)”. Invece Fiandaca, “per la sua autorevolezza e il suo argomentare, ci dà il senso che una critica alle sentenze e alle procure può e deve essere fatta”. Ecco, Fiandaca con quella bocca può dire ciò che vuole, perché, diversamente da altri, autorevolmente argomenta. Un po’ come il ragionier Ugo Fantozzi, a cui il titolo del saggio autorevole e argomentato è dedicato. E qui Macaluso estrae l’asso dalla manica: “Io contesto la formula ‘trattativa’”. Pazienza se alcune sentenze di Cassazione, un’ordinanza di rinvio a giudizio e financo le testimonianze di Mori e De Donno, usano la formula “trattativa”. Lui ne sa una più del diavolo, infatti parte con un pippone su Colajanni, Salvemini, Giolitti, Stalin, Andreotti, Rizzotto e il bandito Giuliano per dimostrare che “in Sicilia abbiamo avuto un lungo periodo di convivenza” fra Stato e mafia. E, siccome lo Stato ha sempre trattato con la mafia, non si parla di trattativa e, soprattutto, non si processa chi la fece. Tesi davvero avvincente e foriera di ulteriori sviluppi: siccome gli omicidi e le rapine ci sono sempre stati, perché processare gli assassini e i rapinatori? Se la scoprono Ghedini e Longo, hanno già pronto l’appello alla sentenza Ruby: siccome l’uomo è cacciatore e la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, Berlusconi è innocente.

La mafia è cosa vostra

Sottotitolo:   Tre leggi per la Giustizia e i Diritti. Tortura, Carceri, Droghe.

Se il reato di tortura fosse stato già inserito nel nostro codice penale come ci chiede anche l’Europa che però in molti casi – soprattutto quelli che hanno a che fare con l’applicazione dei diritti civili –  viene bellamente ignorata,  molti processi a carico dei macellai in divisa avrebbero avuto tutt’altri esiti. Non sarebbe scattata la prescrizione proprio sul reato di lesioni al processo per i massacratori del G8, per esempio.

Non avere una legge che punisca la tortura nel paese delle mele marce e delle schegge impazzite significa dare altre possibilità a chi approfitta e abusa del suo ruolo perché sa che dopo non succede praticamente niente.

Processo Mori, l’autodifesa del generale

è un attacco a stampa e politica

Il 31 ottobre del 1995, non arrestarono Bernardo Provenzano nonostante fossero al corrente della presenza del boss nei pressi di Mezzojuso. Con questa accusa il pm Nino Di Matteo ha chiesto la condanna del generale dei carabinieri Mario Mori a 9 anni di carcere e del colonnello Mauro Obinu, a sei e mezzo. I due carabinieri sono accusati difavoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. “Non importa la finalità di Mori e Obinu: non hanno aiutato Provenzano perché collusi o intimoriti da Cosa Nostra, ma per una scelta sciagurata di politica criminale, e cioè la prosecuzione della latitanza di Provenzano”  ha spiegato Di Matteo nella sua lunga requisitoria davanti alla corte presieduta dal giudice Mario Fontana.

[Il Fatto Quotidiano]

Il povero Pigì Battista sarà molto offeso per non essere stato inserito nella lista di proscrizione relativa ai giornalisti colpevoli di indagare e riferire circa le questioni di mafia elencata dal generale Mori durante il processo a suo carico.
In quella lista, oltre ai nomi di vari politici ci sono Concita De Gregorio, Sandra Amurri, Saverio Lodato, Giuseppe Lo Bianco e, ma che lo dico a fare, Marco Travaglio.

La scuola di berlusconi ha dato evidentemente i suoi frutti; dunque la colpa non è di uno stato che per mezzo di suoi funzionari alti e altissimi, evidentemente e non presuntamente – come vogliono farci credere quelli che poi non vanno a finire in nessuna lista dei cattivi [da punire? chissà] – scende a patti con la più grande organizzazione criminale mondiale anziché contrastarla con tutti i suoi mezzi ma di chi racconta i fatti, persone, professionisti che, secondo il generale avrebbero inaugurato una certa corrente di pensiero che ha favorito la cultura del sospetto contro lo stato. 

Ovvero, informare, dire alla gente “guardate che chi deve lavorare per voi/noi non lo fa, non lo ha sempre fatto, non lo fa bene”, diventa un motivo di accusa, di rovesciamento della realtà, un tentativo di spostare le ombre da sé e gettarle su chi non c’entra.

E chissà perché ad un signore già condannato a nove anni per favoreggiamento aggravato alla mafia deve essere concesso, a sua discolpa, di accusare a sua volta chi non è colpevole di niente.

Forse se la politica e le istituzioni fossero meno omertose nei confronti della questione trattativa stato mafia, se fossero davvero al fianco di chi la mafia la combatte e la racconta, nessuno potrebbe permettersi certe dichiarazioni pubbliche così pericolose e che potrebbero indurre qualcuno a qualche cattiva azione tipo tacitare chi, appunto, combatte la mafia e la racconta.

Piccoli Pigi crescono
Marco Travaglio, 8 giugno

I giornalisti che non sanno nulla ma parlano di tutto sono un genere letterario sconosciuto nelle democrazie, dunque molto diffuso in Italia. Uno dei pulcini più promettenti della scuola di Pigi Battista è Claudio Cerasa. Siccome vive in clandestinità (scrive sul Foglio ) ed è molto pettinato, è richiestissimo dalle tv. Negli ultimi giorni ha scoperto la trattativa Stato-mafia. Non ne sa niente, eppure, anzi proprio per questo, le ha dedicato due articolasse sul Foglio e nel suo blog col tipico zelo del neofita. Quella del Foglio è intarsiata da una vomitevole vignetta di Vincino, che definisce Nino Di Matteo (il magistrato in maggior pericolo di vita) “il pm del depistaggio dei primi processi Borsellino” (naturalmente Di Matteo non c’entra coi depistaggi su via D’Amelio, essendo arrivato a Caltanissetta a cose fatte). Per Cerasa invece la “presunta trattativa” e il relativo processo sono uno “spettacolo comico” e una “grottesca messinscena”. Ecco: lui ride molto; i parenti dei morti ammazzati nelle stragi un po’ meno. Purtroppo però esistono anche persone che sanno. Mori le ha additate ieri in tribunale: “Repici, Genchi, Travaglio, Pardi, Concita Di Gregorio, Amurri, Lo Bianco, Lodato” (nella black list c’è pure don Gallo, ma Mori si rassicuri: almeno il Don è morto). Il Cerasa, giustamente risentito con questa gentaglia che si permette di sapere, parla di “circo mediatico-giudiziario, pappagalli delle Procure, avvoltoi da talk show, pataccari”. Il sottoscritto poi “spara schizzi qua e là”. Invece il cocorito di Mori spara balle e basta. Sostiene che il papello di Riina è falso perché l’ha portato Ciancimino in fotocopia, non in originale, e poi Ciancimino ha fornito anche un documento taroccato su De Gennaro: non sa che la stessa Scientifica che ha smascherato il falso su De Gennaro ha periziato l’autenticità del papello. Certo, sarebbe meglio avere l’originale e magari anche la foto di Riina che lo detta: magari la prossima volta che i Ros lo arrestano, potrebbero gentilmente perquisirgli il covo, vedi mai che salti fuori qualcosa. Ma Cerasa crede che il covo sia stato perquisito perché Mori è “stato prosciolto nel 2006 dalla Procura di Palermo dall’accusa di favoreggiamento per non aver perquisito il covo”. Ora, a parte il fatto che le Procure non prosciolgono (semmai i gup, ma qui il gup rinviò a giudizio Mori e De Caprio, poi assolti dal Tribunale), Cerasa potrebbe sforzarsi di leggere almeno 2-3 righe della sentenza: scoprirebbe che ha stabilito che i due ufficiali non perquisirono il covo, lasciandolo svuotare dalla mafia e ingannando la Procura, ma non c’è prova che l’abbiano fatto per favorire la mafia. In compenso — scrive il Tribunale — andrebbero puniti disciplinarmente per l’incredibile svarione investigativo: in un altro paese li avrebbero mandati a dirigere il traffico, da noi furono entrambi promossi. Poi c’è la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel ’95: ma lì,assicura Cerasa restando serio, “l’operazione era stata organizzata per fare solo dei rilievi fotografici”. Mica scemi, i ragazzi: invece di arrestare il boss più ricercato del mondo, gli han fatto delle foto e se le sono appese in ufficio. Furbi, loro. Ora non vorremmo procurare al Cerasa un’ernia al cervello con troppe notizie vere tutte insieme, ma se ci riesce dovrebbe leggere queste poche righe sull’estate ’92: “Iniziai a parlare con Ciancimino: ‘Cos’è questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’… Lui disse: ‘Si può, sono in condizioni di farlo’… Restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Al quarto incontro mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina e Provenzano, ndr) accettano la trattativa’…”. Tieniti forte, Cerasa, e fai un bel respiro: chi parla è il tuo amico Mori davanti ai giudici di Firenze.
Vabbè, dai, ti andrà meglio un’altra volta. E comunque tranquillo: farai carriera.

8 marzo: e allora?

Considerare l’otto marzo un’appendice del carnevale è un po’ come anticipare il veglione di capodanno al due novembre.
Io m’arzo e l’otto tutti i giorni, da tutta la vita.
Magari bastasse solo un giorno l’anno; da metterci la firma.
E trovo sconcertante, perfino offensiva questa specie di schiavitù legata ad una data, un giorno in cui BISOGNA riflettere, BISOGNA ribadire che dignità e rispetto devono essere tali ogni giorno. BISOGNA dire ancora e ancora che l’otto marzo non è una festa, BISOGNA, nel terzo millennio, spiegare l’origine di una data perché tanta gente fra cui molte donne non lo sanno né mai è venuta loro la curiosità di andare a scoprire il perché di questa giornata. 
E non lo sanno spiegare nemmeno alle figlie di oggi, quelle che stasera andranno in una discoteca o in un ristorante per sentirsi libere.
Lo scrivo ogni anno da tanti anni: il mondo cambierà davvero quando nessuno avrà più la necessità di collegare un giorno ad una cosa qualsiasi, fatta eccezione che il proprio compleanno.

Non mi sento una donna – vittima, e per fortuna la maggior parte delle donne italiane non lo sono.  Questa faccenda di essere considerate O troppo maltrattate O una specie da mettere sotto protezione mi è sempre stata stretta. Personalmente non mi sono mai sentita inferiore a nessuno, uomini o donne che fossero.

E penso che  accentuare una condizione situazione femminile che pure esiste ma in una misura che rientra nello standard europeo e internazionale, se parliamo di democrazie civili e non certo di quei paesi dove il tempo si è fermato all’età della pietra, alla fine temo che si trasformi in qualcosa di controproducente soprattutto per noi donne. Non insegniamo alle nostre figlie ad avere paura degli uomini, e ai maschi spieghiamo quanto è bello e gratificante un rapporto alla pari dove non c’è bisogno di un giorno particolare per esigere rispetto. 

Trattativa, dieci rinvii a giudizio
Ora lo Stato processa se stesso

Tra il marzo e il maggio del 1992 l’ex ministro Maninno era stato inserito nella black list di politici stilata da Riina. A far saltare gli equilibri la decisione della Cassazione sul primo maxiprocesso: carcere a vita. S’infrange quel muro d’impunità garantito dalle cointeressenze politiche. È il 30 gennaio del 1992: una data che cambia la storia d’Italia.

 

Ma Il Fatto raccontava balle no? era contro lo stato e contro Napolitano. E Ingroia ci ha fatto sapere giorni fa  Michele Serra tramite La Repubblica, quotidiano di sinistra, sta bene in Guatemala.
Vergogne senza fine, e sono tutte italiane.

Rifondazione comunista è stato l’unico partito a costituirsi parte civile nel processo sulla trattativa stato mafia.

Quindi  significa che a tutti gli altri, e non parlo della destra per ovvi motivi di conflitto di interessi, la questione stato mafia non sembrava una cosa così grave? non interessa alla politica che si appresta a diventare prima forza di governo che pezzi dello stato abbiano trattato con l’associazione criminale denominata MAFIA? c’era altro a cui pensare o il paese non è pronto ad essere governato solo dallo stato e non anche, in certi casi soprattutto, dalla mafia?

La Norimberga italiana
Marco Travaglio, 8 marzo

Ieri è stato un gran giorno per la Giustizia in Italia: il gup di Palermo Piergiorgio Morosini ha deciso che il processo sulla trattativa Stato-mafia si farà. E a carico di tutti gli imputati per i quali la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio: sei per lo Stato (Mannino non c’è perché ha scelto il rito abbreviato) e cinque per la mafia (il sesto, Provenzano, sarà giudicato se e quando le sue condizioni di salute lo permetteranno). E a giudicarli non sarà un semplice Tribunale, ma la Corte d’Assise: il reato più grave, infatti, è quello contestato a Provenzano, che deve ancora rispondere del delitto Lima, al quale sono appesi per connessione i reati di tutti gli altri imputati: la “minaccia a corpo dello Stato” contestata a tutti tranne uno, l’ex ministro Mancino, che risponde di falsa testimonianza. Dunque, per la prima volta nella storia, uomini di Stato e di mafia compariranno nella stessa aula, dinanzi a due giudici togati e a sei giudici popolari estratti a sorte fra i cittadini italiani. Così la sentenza sarà fino in fondo “in nome del popolo italiano”. Per la Procura di Palermo, in particolare per i pm Ingroia, Di Matteo, Sava, Delbene e Tartaglia che hanno condotto le indagini, è un successo pieno, il massimo riconoscimento della bontà del loro lavoro. Un lavoro ostacolato da depistaggi e interferenze istituzionali, ricatti, omertà, amnesie, bugie, attacchi politici trasversali, campagne giornalistiche di ogni colore, ostilità e veleni perfino dai vertici della Cassazione, del Csm e dell’Anm. Un coro belante, anzi ringhiante che ha affratellato tutti i poteri contro la ricerca della verità, con pochissime eccezioni di cui il Fatto si onora di far parte, al fianco dei parenti delle vittime che da 21 anni chiedono Giustizia. Ci sarà tempo per discutere gli aspetti giuridici di quello che s’annuncia come il processo del secolo, la Norimberga della Prima e della Seconda Repubblica, perché riguarda le trame del biennio orribile 1992-’94 che orientarono il passaggio di regime col solito sistema del Gattopardo. Trame che impedirono all’Italia di rinnovarsi, come tanti avevano sperato avvenisse dopo Mani Pulite e la Primavera di Palermo seguita alle stragi. Trame che riconsegnarono lo Stato e i suoi governi sotto il ricatto di Cosa Nostra, dopo il venir meno del patto di convivenza-connivenza che aveva retto dal dopoguerra alla sentenza del maxiprocesso in Cassazione il 30 gennaio ’92. In attesa di sapere se esistono le prove per condannare gli imputati per i reati a loro ascritti (il Gup le ha giudicate sufficienti per giustificare un processo, il che non è poco), abbiamo le prove che la trattativa Stato-mafia ci fu, e servì a salvare la pelle a tanti politici terrorizzati dal delitto Lima al costo di sacrificare la vita di Borsellino, della scorta, dei cittadini caduti a Milano e Firenze. I fatti sono certi (anche se nessuno li racconta): il processo dovrà stabilire se sono anche reati. Mancano, come sempre, i mandanti più alti, anche se la tresca Mancino-Quirinale di un anno fa la dice lunga sul livello di consapevolezza di quel che avvenne e dev’essere coperto. Il gup Morosini cita le fonti di prova, tra cui la sentenza definitiva di Firenze sulle stragi del ’93, che spazza via tutte le tartuferie sulla “presunta trattativa” e mette nero su bianco che sulla trattativa (senz’aggettivi dubitativi) “non possono esservi dubbi di sorta”. È qui l’estrema attualità dei fatti di 20 anni fa che inquinano tuttoggi la politica, e seguiteranno ad avvelenarla finché l’ultimo traditore che trattò o coprì resterà nelle istituzioni. Quello che si apre a Palermo è anche il processo a una vecchia politica che non vogliamo vedere mai più: la politica del doppio gioco, del dire una cosa e fare il contrario, del combattere Cosa Nostra non per sconfiggerla, ma per contenerla e all’occorrenza usarla. Ora che quel doppio Stato, anzi quello Stato doppio è alla sbarra con i suoi degni compari mafiosi, deve farsi avanti l’altro Stato: quello dei magistrati e dei cittadini onesti.

Liste pulite, ma solo un po’

Sottotitolo: MANNINO VS INGROIA: “LEI È UN MASCALZONE”

Mannino ebbe già occasione di dire che Ingroia non è affidabile perché in ufficio ha la foto del Che anziché quella del presidente della repubblica [grande Antonio, io il quadro del Che ce l’ho al posto della Madonna a capo a letto!]. Ieri sera a Servizio Pubblico  ha alzato il tiro dicendo che Ingroia è un mascalzone.

In questo paese l’unico Magistrato buono è quello morto, quello che non parla più e non può nemmeno dire che gli fa schifo quando ad ogni anniversario e commemorazione ci sono le consuete processioni delle cosiddette istituzioni che fanno finta di dispiacersi mentre in realtà non gliene fotte niente dell’antimafia, altrimenti tratterebbero meglio quei Magistrati quando sono vivi, sarebbero al loro fianco, non invece vicini a chi pensa che ci siano cose da non dire, che non è carino far sapere, non si limiterebbero a cianciare che la mafia va combattuta ma farebbero di tutto per eliminarla.

“I capi di governo ‘cessati dalle funzioni’ hanno diritto a conservare la scorta su tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento.”

Se proteggere un condannato a quattro anni di carcere  costa agli italiani 7000 euro al giorno, cosa fa lo stato italiano per le persone oneste, la solita beata minchia?

Con 7000 euro al giorno quanti malati si possono curare? E quanti bambini – di quelli che solerti sindaci lasciano a digiuno perché i loro genitori non possono pagare la mensa scolastica  si possono sfamare? Ma certo, chissá dov’era l’opposizione mentre in parlamento si confezionava  l’ennesima legge ad personam,  forse all’ ikea con la scorta?

Preambolo: mi fa sinceramente ridere leggere un po’ ovunque il terrore per il ritorno dello zombie.
Tutti a preoccuparsi di lui e non delle condizioni che gli sono state offerte un po’ da tutti, da chi lo ha legittimato, da chi lo considera ancora oggi l’interlocutore con cui confrontarsi e che lo hanno fatto arrivare fino a qui, ad oggi.
E pensare che in un paese normale non ci sarebbe stata nemmeno una prima volta per lui, figuriamoci una quinta.
Nei paesi dove non servono leggi per stabilire chi è adeguato o meno – per onestà – al ruolo politico e nei paesi dove se la legge dice che il proprietario di mezzi di comunicazione non può fare politica, quel proprietario non fa politica, e se la vuol fare deve rinunciare alle sue proprietà senza nemmeno l’apposita legge per regolare i conflitti di interesse [per informazioni citofonare Bloomberg].

LISTE PULITE, OK A DECRETO: ORA CHI VIENE CONDANNATO DECADE DALL’INCARICO

Fuori lista i condannati a oltre 2 anni
Quasi tutti salvi. Anche Dell’Utri

Liste pulite, ma solo un po’.

Una legge che non ce la fa, che è stata pensata per non  estromettere dell’utri dal parlamento, un condannato per mafia che si può ancora fregiare del titolo di senatore,  è una legge che non serve a niente.

Incandidabilità sopra ai due anni, ci va di lusso.

Si salverebbe solo un’eventuale candidatura di sallusti;  una cosa ridicola,  assurdo stabilire per legge che chi ha violato la legge non può far parte di chi poi è chiamato a fare le leggi.
Prendiamo appunto – ad esempio –  il caso di sallusti, un recidivo condannato ad una non pena ridicola per aver diffamato e per aver permesso che si diffamasse per conto suo e quello di chi gli paga lo stipendio.
Sarebbe così giusto che in un ipotetico futuro gli venisse concessa l’opportunità di diventare parlamentare? per me no.
Per me ci sono tanti mestieri e professioni che si possono fare o continuare a fare una volta reinseriti nella società, la politica però no: quella va lasciata a chi ha ben chiaro in mente il confine fra onestà e disonestà, non c’è una misura, non serve pensare che la diffamazione in fin dei conti non è un omicidio.

Questa legge ci dice che una brava persona in Italia, una che può andare in parlamento a fare le leggi per tutti, è anche chi ha avuto una condanna a due anni di carcere,  una a cui verrebbe impedito di partecipare ad un concorso pubblico ma che può invece candidarsi per andare a gestire la cosa pubblica, al pari di chi una condanna non l’ha avuta.  
In Germania, Svezia, Inghilterra, Stati Uniti ministri e presidenti si dimettono per questioni che confrontate ai reati odiosi di cui si macchiano i nostri politici anche prima delle “discese in campo” che spesso è l’extrema ratio per non finire in galera [per informazioni citofonare silvio]  sono veniali marachelle  e qui ci dobbiamo porre il problema di fare addirittura  una legge ridicola, offensiva per le persone oneste, che non c’è da nessun’altra parte del mondo civile e che non impedisce affatto  la candidatura  ma si limita ad attenuare l’entità del reato commesso – pregiudicati sì ma solo un po’ – sia o meno necessaria e  opportuna.
Se sia opportuno o meno che un condannato, uno con precedenti penali  possa o no entrare in parlamento a legiferare per chi condannato non è.
Un delirio, come al solito, tutto e solo italiano.  

Come facciamo poi a stare nelle classifiche internazionali al pari di paesi che almeno non hanno l’ardire di definirsi repubblica democratica? negli altri paesi – quelli normali – nemmeno si pone il problema del “se”, è subito NO, senza bisogno di una legge.

E’ vero che ci sono condanne e condanne, ma l’Italia non è nelle condizioni di poter decidere se una condanna è meno peggio di un’altra. Non ce lo possiamo permettere ‘sto lusso, dopo quello che è stato concesso fino ad ora. E finché non ci metteranno in condizione di scegliere chi mandare a rappresentarci in parlamento ci vogliono le porte sbarrate per i lusi, i fiorito, per chi ruba, per chi corrompe, per chi ha vicinanze strette con le mafie, altro che accuse di  “forcaiolismo”.
Nei paesi normali, civili e seri una legge così non c’è, nell’Italia asilo Mariuccia sì.

Bisogna specificare – PER LEGGE – non che per fare politica si debba essere onesti e basta, incensurati e basta, avere la fedina penale pulita e basta ma che per fare politica la  modica quantità di delinquenza non è un legittimo impedimento.
Essere incensurati è una nota di demerito per fare politica in Italia, diventa istituzionalmente  qualcosa di eticamente scorretto.

Non spetta di omettere 
Marco Travaglio, 7 dicembre

Da quando la Consulta ha stabilito che “non spetta alla Procura di Palermo di valutare” le intercettazioni Mancino-Napolitano né “di omettere di chiederne l’immediata distruzione”, nelle Procure e nelle polizie giudiziarie di tutt’Italia regna il terrore: oddio, e se intercettiamo un rapinatore, pedofilo, narcotrafficante, assassino che chiama il Presidente, che si fa? Breve prontuario delle cose da non omettere di fare, o da omettere di non fare. 

1.Tizio chiama il Presidente per dirgli che i pm lo perseguitano e chiedergli di fermarli. Siccome c’è il rischio che il Presidente gli dia retta e si attivi per far insabbiare o avocare l’inchiesta, e che di ciò resti traccia in successive telefonate intercettate, non spetta all’intercettatore omettere di interrompere subito la registrazione e di ingoiare i nastri già registrati.

2.Tizio chiama il Presidente per confidargli di aver rapinato una banca. Siccome è una notizia e una prova di reato, c’è il rischio che un giudice la ritenga interessante per processare Tizio e condannarlo per rapina e il Presidente per omessa denuncia e favoreggiamento, rammentare l’art. 271 del Codice di procedura che impone l’immediata distruzione delle intercettazioni che svelano colloqui fra medico e paziente, confessore e penitente, avvocato e cliente in barba al segreto professionale. All’ovvia obiezione che l’art. 271 non fa alcun cenno al Presidente, non omettere di sostenere che è chiaro dal tenore della conversazione che il Presidente è un medico che sta curando Tizio, anzi un prete che sta confessando Tizio, anzi un avvocato che sta difendendo Tizio. Si potrebbe anche non omettere di sostenere che il Presidente, o anche Tizio, è il nipote di Mubarak, ma la giustificazione difetterebbe di originalità.

3.Tizio chiama il Presidente e gli rivela: “Lo sa che mia moglie l’ho ammazzata io, ma stanno processando un innocente al posto mio?”. Siccome è una prova a discarico di un imputato che sta per essere condannato ingiustamente, c’è il rischio che il giudice che processa l’innocente sia tentato di usare la telefonata per scagionare l’imputato e imputare il marito al suo posto. Dunque non spetta all’intercettatore omettere di gettare nella stufa la bobina, altrimenti il Presidente s’incazza e la Consulta pure.

4.Tizio chiama il Presidente per due chiacchiere e il Presidente gli confessa che sta preparando un colpo di Stato, invitandolo a dargli una mano. Siccome anche questa è una notizia di reato, l’attentato alla Costituzione, cioè uno dei due reati per cui il Presidente è imputabile nell’esercizio delle sue funzioni (l’altro è l’alto tradimento), c’è il rischio che il giudice sia tentato di usare il nastro per chiedere al Parlamento di metterlo in stato d’accusa. Dunque non spetta all’intercettatore valutare l’intercettazione e di omettere di chiederne l’immediata distruzione. Perchè è vero che la Costituzione prevede la messa in stato d’accusa del Presidente per alto tradimento e attentato alla Costituzione, ma basta distruggere le prove e nessun Presidente verrà mai messo in stato d’accusa per alto tradimento e attentato alla Costituzione.

5.Tizio chiama il Presidente, i due si dicono una a caso delle cose sopra citate, l’intercettatore non omette di distruggere il relativo nastro, ma resta un problema irrisolto: oltre a Tizio e al Presidente, che non riveleranno mai quello che si son detti, c’è un terzo soggetto a conoscenza della conversazione: l’intercettatore. Il quale, sebbene assicuri che non spetta a lui omettere di non dire nulla a nessuno, anzi che ha perso la memoria, anzi non ricorda nemmeno le sue generalità, potrebbe sempre omettere di non parlarne con qualcuno.

A questo punto è pronto un killer di Stato, al quale non spetta di omettere di sciogliere l’intercettatore nell’acido.

… perfino in Guatemala

Accolto il ricorso del Quirinale. 
Stato – Mafia: 2 fisso.
[forum spinoza.it]

Il fatto che Scalfari abbia definito “fascisti di sinistra” tutti quelli che i Magistrati li preferiscono vivi e attivi sul nostro territorio ché ce n’è tanto bisogno e non in esilio forzato altrove in modo tale da poterli anche criticare se lo meritano, è consolante, dà la giusta misura del perché questo paese è ridotto così male per quel che riguarda l’informazione libera. 
E chissà  perché si chiede continuamente il rinnovamento in tutti gli ambiti della società cosiddetta civile e poi si deve sopportare il quasi novantenne voltagabbana di Largo Fochetti – uno che di fascismo fra l’altro se ne intende eccome per averci avuto a che fare direttamente e che per questo farebbe meglio ad evitare certi esempi/paragoni – che ormai da mesi ci allieta tutti i giorni coi suoi deliri pro-stato a tutti i costi e pro certi suoi rappresentanti che, evidentemente, non si possono nemmeno criticare, se lo meritano.

Tutt’altro da quel che faceva quando al centro della scena c’era berlusconi, per lui valeva tutto, la critica, le campagne contro tutti i bavagli per la libertà di sapere e d’informare, le domande, i post-it.

Ingroia: “Legittimo criticare
la Consulta. La sentenza
è un pasticcio politico”

[Antonio Ingroia]

 “Provavo a spiegare ieri il “nostro” conflitto di attribuzioni ad un alto magistrato dell’America Centrale. Ebbene, perfino in Guatemala è ben chiara la differenza fra le intercettazioni dirette nei confronti di una persona, quando cioè si mette sotto controllo un suo telefono (ovviamente vietato nei confronti del presidente della Repubblica), e le intercettazioni accidentali, quando cioè sotto controllo è il telefono di altra persona che, appunto, accidentalmente telefona al Capo dello Stato. In Guatemala la distinzione è chiarissima, in Italia no. Povera Italia…”

Quel che scrive il dottor Ingroia sono più o meno le stesse cose  che  prova a spiegare Travaglio da anni riguardo le intercettazioni dell’assediato [da chi?],  ma si sa, Travaglio ormai ha la nomina di bastonatore fascista quindi non è credibile nemmeno quando dice, giustamente perché è così e non bisogna essere giornalisti d’inchiesta né Magistrati per capirlo e saperlo, che non era lui ad essere intercettato ma la quantità di gente dai comportamenti non sempre e non troppo, anzi per niente  ortodossi dalla quale ama farsi circondare.

Il problema è farlo capire a certi giornalisti fondatori di quotidiani che ormai si sono lanciati nella difesa sperticata dello stato in tutte le sue forme definendo fascista di sinistra chi non invece non lo fa.

Povera Italia scrive Ingroia, sì: povera, poverissima Italia e poveri tutti quegli italiani che sacrificano la loro indipendenza intellettuale non provando nemmeno a capire quello che gli succede intorno pensando che non sia cosa loro.

Da Presidente a Monarca

di Franco Cordero

[Anche Cordero è un fascista di sinistra? PIETA’]

Qualche telefonata di troppo. Una procura dall’orecchio attento. L’ordine di distruggere i nastri. Magistrati accusati di ordire un colpo di Stato. Sofismi e argomenti tautologici e infondati. Uno scontro tra magistratura e capo dello Stato senza precedenti nella storia della Repubblica. Una vicenda [e una sentenza] che stravolge la nostra democrazia, nell’analisi lucida e imparziale di uno dei più grandi giuristi.

Stato di rovescio

Marco Travaglio, 6 dicembre

Gli storici e i giuristi del futuro che dovranno raccontare la decisione della Consulta sul caso Napolitano-Procura di Palermo potranno farsi un’idea, dai commenti dei politici e degli opinionisti al seguito, di come fosse ridotta l’Italia del 2012. Un paese dove un potere politico screditato e marcio dalle fondamenta aveva sequestrato e asservito tutti i residui spazi di libertà e tutti gli organi di controllo “terzo”, dalla televisione alla stampa agli intellettuali su su fino alla Corte costituzionale. Naturalmente ciascuno, sulla sentenza che accoglie il conflitto di attribuzioni del Quirinale, è libero di pensarla come vuole. Ma il trasporto mistico e l’afflato estatico con cui tutta la grande stampa corre in soccorso del vincitore senza neppure accorgersi dell’effetto grottesco di certe espressioni, oltreché di certe palesi menzogne e violenze alla logica, costituiscono un imperdibile reperto d’epoca.
La ragione del più forte. La Stampa, nel breve volgere di due pagine, riesce a infilare titoli come “La Consulta: ha ragione Napolitano”, “Una sentenza che cancella i veleni”, “Successo del Colle su tutta la linea”, “La Consulta dà ragione al Colle”. Strepitoso il titolo del Corriere: “Il distacco del Presidente: ‘Ora aspetto le motivazioni’. La speranza di sterilizzare lo scontro con i pm siciliani”. Distacco? Da giugno, quando si seppe delle sue telefonate con Mancino, Napolitano è intervenuto pubblicamente decine di volte sul tema. Sterilizzare lo scontro? Ma il conflitto l’ha sollevato Napolitano, mica i pm siciliani. E ora che la Consulta, nel comunicato ufficiale, copia addirittura parola per parola la memoria difensiva del Quirinale, il Presidente fa il distaccato? Il Messaggero parla di “equilibrio ristabilito”, di “difesa della Costituzione” [senza spiegare dove mai la Costituzione dica che è vietato intercettare un privato cittadino coinvolto in un’indagine quando parla col capo dello Stato”] e intervista Violante che accusa i pm di aver “perso il senso del limite” [e dove sta scritto quel limite?]. Anche Il Foglio, naturalmente, assieme a tutta la stampa berlusconiana, esulta per la sconfitta della Procura di Palermo, bestia nera di B. e della sua banda, in una soave corrispondenza di amorosi sensi che affratella gli house organ di B. e quelli “de sinistra”, dall’Unità a Repubblica. Ferrara ha almeno il merito di essere conseguente: se ha ragione il Colle, vuol dire che la Procura di Palermo s’è macchiata di una specie di golpe, un reato da corte marziale o almeno una gravissima infrazione disciplinare, infatti “il Colle aspetta di leggere le motivazioni per decidere gli ulteriori passi da compiere anche davanti al Csm”: altro che “sterilizzare lo scontro”. Mai, nella storia, la magistratura antimafia di Palermo era stata così isolata [da Quirinale, governo, politici di destra, centro e sinistra, Consulta, Csm, Anm, tv, stampa e intellighenzia]. Nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino.
Non spettava di omettere. Nessuno nota neppure l’imbarazzato e imbarazzante eloquio del comunicato della Corte là dove scrive, copiando paro paro dalla memoria dell’Avvocatura dello Stato, che “non spettava alla Procura di Palermo di omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” delle quattro telefonate incriminate. Perché i supremi giudici non hanno scritto che “spettava alla Procura di Palermo chiedere al giudice l’immediata distruzione”? Forse perché sanno benissimo anche loro che non esiste alcuna norma, ordinaria o costituzionale, che lo preveda. Chi agisce male, pensa male e scrive anche peggio. Che cosa penserebbe una ragazza se il suo fidanzato, anziché “ti amo”, le dicesse “non spetta a me omettere di amarti”?
De Siervo vostro.L’emerito Ugo De Siervo, sulla Stampa, insinua che intercettazioni [4 su 9.295 telefonate di Mancino] non fossero “casuali”. Cioè che si sia intercettato Mancino per intercettare Napolitano. Quindi, seguendo il suo sragiona-mento, era prevedibile che un ex politico coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia parlasse con Napolitano, dunque che anche Napolitano avesse qualcosa da nascondere su quella vicenda. Ma l’insinuazione è smentita dalle carte, che naturalmente De Siervo non ha letto: i pm non rinnovarono il decreto di intercettazione su un’utenza telefonica di Mancino, non perchè fosse “muta”, ma perché era stata usata una sola volta, e proprio per parlare con Napolitano: infatti, sulla stessa utenza, risultò poi dai tabulati un’altra conversazione col Quirinale, che non fu più registrata e che i pm [ma non Mancino] ignorano. Codex Scalfarianum. Eugenio Scalfari, su Repubblica, attacca a testa bassa chi non è d’accordo con lui. Ma, ancora una volta, dimostra di non conoscere le norme più elementari del diritto. Art. 111 della Costituzione: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti…”. Dunque come può Scalfari affermare che, quando c’è di mezzo The Voice, “la Procura non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato: deve… immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinché siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti”? L’art. 271 del Codice di procedura, citato a vanvera dalla Consulta visto che riguarda i medici che parlano coi pazienti, gli avvocati che parlano coi clienti, i confessori che parlano coi penitenti e gli altri professionisti tutelati dal “segreto professionale”, non i Napolitano che parlano con i Mancino, prevede che il giudice distrugga le conversazioni dopo averle valutate [infatti non può distruggerle se costituiscono “corpo del reato”]. Per Scalfari i pm avrebbero dovuto equiparare Napolitano ad avvocati, medici e confessori “per logica deduzione”: peccato che Napolitano non sia depositario di alcun segreto professionale. O forse è l’avvocato difensore di Mancino? E peccato che in passato altre Procure abbiano indirettamente intercettato altri presidenti – Milano con Scalfaro, Firenze con lo stesso Napolitano – e nessuna Consulta intervenne, e nessuno Scalfari suggerì logiche deduzioni. “Il ricorso di Napolitano alla Consulta – aggiunge il fondatore di Repubblica – non intaccava in alcun modo il lavoro della Procura sull’inchiesta riguardante i rapporti eventuali [sic, ndr] tra lo Stato e la mafia”. Poi però si contraddice: “Il Gup di Palermo, con correttezza professionale, ha deciso di attendere la decisione della Consulta prima di prendere le sue decisioni”. Ma, se le 4 intercettazioni erano irrilevanti [come ha stabilito la Procura , dopo averle valutate, per sindacare la condotta non di Napolitano, ma di Mancino], perché mai il Gup avrebbe dovuto attendere la Consulta? Infatti il Gup non l’ha affatto attesa: l’udienza preliminare procede a prescindere.
In malafede sarà lei. Dopo questa bella serie di sfondoni, Scalfari denuncia “l’indebito clamore che alcune forze politiche [una: Di Pietro, ndr] e alcuni giornali [uno: il Fatto Quotidiano, ndr] hanno montato… lanciando accuse roventi, ripetute immotivatamente contro il Capo dello Stato. Se fossero in buona fede sarebbe il momento di chiedere pubblicamente scusa per l’errore, ma siamo certi che non lo faranno”. Chissà se Scalfari ce l’ha anche con Zagrebelsky, Cordero e Barbara Spinelli, autorevolissimi editorialisti di Repubblica, che, come noi, hanno sostenuto la totale infondatezza del conflitto. O agli eccellenti cronisti di Repubblica Bolzoni e Palazzolo che, conoscendo le carte, hanno scritto: “Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”. Ancora ieri Bolzoni scriveva che il Quirinale trescava con Mancino tramite i vertici togati “per far avocare l’inchiesta a Palermo”. Accuse in malafede? Forse Scalfari dovrebbe leggere almeno il suo giornale. Quel che ha fatto il Quirinale contro l’indagine sulla trattativa non è oggetto del conflitto di attribuzione né del verdetto della Consulta, e comunque nessuna sentenza potrà mai cancellarlo, perchè è indelebilmente impresso nelle carte. Quindi le scuse di chi ha raccontato i fatti e ne ha tratto le conseguenze sull’indecente condotta del Colle, Scalfari se le sogna. Sono gli italiani che attendono le scuse di Napolitano e dei suoi corazzieri.
Fascisti su Marte. “Quello di alcune forze politiche e mediatiche–conclude Scalfari–non è un errore in buona fede ma una consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra”. Qui non si capisce bene se l’insulto più sanguinoso sia “fascismo” o “di sinistra”. E poi il fascismo è proprio l’atteggiamento tipico di chi, come Scalfari, si fa megafono degli “ipse dixit” del potere, a prescindere dai fatti. Il 24 settembre 1942, su “Roma fascista”, un giovane studente del Guf scriveva: “Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”. Non spetta a noi omettere di ricordare che l’autore era Eugenio Scalfari.
Inutile sforzarsi o illudersi,questo paese con il gigantesco livello di corruzione.gli insabbiamenti e le impunità su tutte le stragi di stato non lo si potrà mai definire democratico,prendiamone atto sperando che si potrà almeno nel futuro svolgere ancora informazione,cronaca e critica,considerato che i lacchè del potere sono un battaglione invincibile,e sino ad ora qualche voce stonata fuori dal coro la sopportano “splendidamente”.