Catastrofe Italia

Sottotitolo:  La Costa Concordia prima della tragedia all’Isola del Giglio ha avuto una serie di incidenti. Il 4 maggio del 2011, un turista di nazionalità russa di 33 anni cade in mare dal ponte della nave, il corpo verrà ripescato qualche giorno dopo, tra le ipotesi vagliate anche quella del suicidio. Sei mesi dopo una gru mobile al porto di Savona si schianta sulla nave. La gru per fortuna non crea danni, né feriti. Risale invece al 22 novembre 2008 l’incidente al porto di Palermo, quando a causa del forte vento, la nave da crociera ha una collisione contro la banchina del porto siciliano durante la fase di attracco. L’impatto è durissimo, si crea un ampio squarcio tra la prua e la fiancata destra della Concordia, e uno dei portelloni di prua andò distrutto. Per fortuna non si registrarono feriti. Inaugurata solo nel 2 settembre 2005, la Concordia ebbe una battesimo “sfortunato”, durante il varo infatti di fronte ad autorità e pubblico, non si ruppe la bottiglia di champagne con cui vengono battezzate le nuove imbarcazioni che solcheranno il mare. Un brutto presagio, secondo le tradizioni marinare. (Il Fatto Quotidiano)

 La tragedia della Costa Concordia è perfettamente in linea con quello che sta succedendo in Italia. Ogni delirio prima o poi incontra il suo scoglio.

Resta da capire che ci facesse una nave di quelle dimensioni ancora così sottocosta. La strumentazione può fallire ma dov’erano e che facevano i responsabili?  secondo il comandante quegli scogli non dovevano esserci; un’affermazione assai singolare,  si fabbricano automobili anche di media cilindrata dotate di sensori per il parcheggio e una nave alta come un palazzo di dieci piani non individua uno scoglio?  alle case pagate all’insaputa di chi ci vive, alle vacanze saldate sempre all’insaputa di chi se le è godute ora si aggiunge  un altro nobilissimo esempio della cialtroneria italiota: gli scogli all’insaputa (delle carte nautiche e di chi le dovrebbe saper leggere). Forse è per questo che, a quanto pare, non la pensano così gli inquirenti visto che il comandante è attualmente in stato di fermo. Spero solo che non andrà a finire come al solito: tutti colpevoli, nessun colpevole: a me resta l’orribile certezza che in questo paese le emergenze non si sanno fronteggiare, oltre al timore per quella tendenza diffusa di negare giustizia in situazioni dove solo quella può aiutare a trovare un minimo di rassegnazione.

Comunque, the show must go on:  nessuno ha smesso di volare dopo le grandi tragedie dell’aria e gli incidenti stradali fanno più morti di una guerra.

Ci hanno rubato

Da sempre ci avete rubato. Ci rubavate l’acqua, quando era il tempo della siccità, del razionamento, dei campi che diventavano deserto. C’erano i piani idrici, e le industrie avevano la priorità. Prima l’acqua al polo industriale di Portovesme, poi, se ne restava alle case. Passavano le autobotti per approvvigionare i serbatoi che come funghi decoravano i tetti e i balconi delle case. Tanconi neri di polietilene, o azzurri a deturpare ciò che già aveva l’estetica della miseria operaia.

 

Ci avete rubato la salute, con i fumi neri, con i fanghi rossi, con i metalli pesanti, con quelle polveri che a seconda del vento ricoprivano i tetti, le auto e foderavano i polmoni della gente che, ignara, continuava a respirare. Ci avete rubato il mare, inquinandolo di fanghi rossi, di fuoriuscite di putridume tossico.

Hanno rubato la vita a centinaia di persone, morte o sopravissute alle leucemie, diventati vecchi anzitempo, con le protesi alle ossa, o ai denti corrosi dalle chemioterapie.

 

Siamo sempre stati terra di conquista – ma ammettiamolo – ci siamo anche lasciati conquistare dalla possibilità di avere quel lavoro sicuro, quello che bastava a campare la famiglia, a noi che non avevamo molte pretese, che bastava poter spendere nei negozi che da sempre sono spuntati come funghi.

 

Siamo stati terra di lotte operaie, abbiamo contribuito a creare quelle condizioni di lavoro umano, per scordare il passato ormai dimenticato, della tirannide fascista e della silicosi che svuotava gli uomini dei loro polmoni.

Dopo non era più l’acqua ma l’energia, che le industrie pagavano a cifre irrisorie, dopo aver ricattato lo stato, abbassato i costi di produzione per continuare ad arricchirsi lasciando la speranza agli operai di poter ancora provare a sopravvivere, mentre il tempo cambiava.

 

Il tempo della nuova economia, così vecchia da far paura. Vecchia come l’800 quando si lavorava per mangiare e tenersi in forze per lavorare.

 

Avete rubato la storia di un popolo che ha lottato, e che colpevolmente si è piegato al sogno berlusconiano, delle belle auto che sfrecciano sulle nostre strade inadeguate, il sogno delle barche che da mezzo al mare ci guardano da lontano, come se non volessero sentire il nostro odore.

 

Ci avete rubato le spiagge, le coste con le bombe americane, quelle che giacciono in fondo a quel mare dove a noi è fatto divieto nuotare. Avete testato uranio impoverito e regalato altro cancro, sfruttato le nostre risorse, ed oggi è miseria.

Altri americani se ne vanno chiudendo l’Alcoa, fabbrica che ha chiuso il suo bilancio in attivo. Un migliaio di sognatori resteranno a casa, non vivranno più. Qualcuno forse si ucciderà come si usa fare quando vince la disperazione – e in Sardegna più che in altri luoghi. Qualcuno non avrà nemmeno la pensione, ma erediterà una bella malattia da combattere ancora, come una volta, forse, ha combattuto per conservare il diritto di lavorare e di ammalarsi.

 

Ci hanno rubato tutto, noi lo sapevamo, qualcuno lo gridava, in troppi hanno voluto fingere di non sapere, perché alla fine la vita è quella che spera nel domani. Ma ci hanno rubato anche quello. O forse glielo abbiamo lasciato rubare.

 

Rita Pani (APOLIDE)

Il crocefisso fra le tette

 

 

 Se le operaie morte sotto le macerie di una palazzina fatiscente  si fossero fatte mettere un crocefisso fra le tette da un paio di luride mani oggi sarebbero ancora vive, ma in questo paese non ci sono abbastanza luride mani per tutti quelli che lavorano in condizioni disastrose, che guadagnano ogni ora meno di quel che serve per un trancio di pizza o un pacchetto di sigarette. Queste donne non sono riuscite nemmeno a catturare un decimo dell’attenzione di altre, quelle che oggi cercano la comprensione di altre donne, e una giustificazione alla loro scelta di perdere la dignità nel modo peggiore mentre c’è chi ogni giorno perde la vita per cercare di averne almeno un po’.

 

Un paese che rinnega se stesso, di Massimo Gramellini per La Stampa

E’ crollato un muro, ma è come se si fosse spalancato un sipario. Le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all’ora. Tina, Matilda, Giovanna, Antonella: il Sud-Est asiatico nel Sud-Est italiano.

 Avevano trent’anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce.

 Funziona così: l’azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne – giovani madri, per lo più – disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta.

 Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell’incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E’ un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». Ma una tuta italiana non dev’essere più economica di una tuta cinese. Dev’essere più bella. Altrimenti che italiana è? Da questa crisi non si esce riducendo i lavoratori più deboli al rango di bestie, ma elevando la qualità del prodotto, cioè dei dipendenti, con corsi professionali che li riqualifichino. Urge tornare tutti a scuola di italianità – operai, artigiani e imprenditori – imparando di nuovo a produrre oggetti eleganti e geniali, non tristi fotocopie di altre fotocopie. Continuo a sognare un’Italia del Sud che riesca a trarre benessere dalle sue miniere inesplorate di natura e cultura. A far soldi con gli agriturismi non con le magliette, con i musei non con le magliette, con i tramonti non con le magliette. Il mondo ci percepisce come il deposito della bellezza e della qualità della vita. Invece noi continuiamo a rinnegare noi stessi, in nome di una visione piccola e frustrata, da eterni Malavoglia incapaci di alzare gli occhi dal seminterrato quotidiano in cui ci siamo autoreclusi, per risvegliare finalmente la meraviglia addormentata che ci circonda da sempre.

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