Il solstizio d’inferno

La notte che verrà sarà la più lunga dell’anno.
E’ quella del Solstizio d’inverno che segna il momento in cui il Sole raggiunge la sua massima distanza dalla Terra  e sorge e tramonta nello stesso punto.

“Solstitium” vuol dire appunto “sole fermo”.
Questo è il periodo in cui il Sole offre meno luce e calore, ma siccome la natura è bella perché imperfetta passate queste poche ore la sua luce timidamente e gradatamente ricomincerà a riprendere possesso sulla notte.
Il 25 dicembre gli antichi pagani festeggiavano il Sol Invictus, la celebrazione del Sole in rinascita, poi sono arrivati i cristiani e il resto, è Storia.

Come diceva Margherita Hack, Dio è il tappabuchi per quando l’uomo non sa trovare le risposte. E a furia di non trovare risposte ha smesso anche di farsi domande. E su questo lucrano tutte le religioni che si nutrono con l’ignoranza dell’umanità.

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Ed è massima anche la distanza fra lo stato, le sue istituzioni e i Magistrati di Palermo minacciati di morte dalla mafia: una specie di solstizio d’inferno.

Che abbiamo pagato a fare la delegazione del CSM che è scesa a Palermo a spese dello stato dunque nostre ma non per incontrare Nino Di Matteo: per far trascorrere a Vietti&Co il venerdì fuori porta? 
Pare che da youtube sia sparito il video con lo stralcio dell’intervista in cui Vietti ridacchiava di Ingroia trasferito ad Aosta, e diceva che lassù sarebbe stato bene perché si scia, e che tutto sommato Antonio Ingroia era stato fortunato.
Vietti, che era nell’UDC quando era anche il partito di Totò [vasa vasa] Cuffaro non ha voluto incontrare Di Matteo per non rovinarsi la reputazione?
E nel merito delle minacce mafiose a Nino Di Matteo di Napolitano, che sarebbe il capo della comitiva, si hanno notizie o The King è occupato a preparare gli struffoli di Natale con Clio?

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IL CSM IN GITA A PALERMO SI DIMENTICA DEI PM ANTIMAFIA
(di Lo Bianco e Rizza)
 

IGNORATI DI MATTEO E GLI ALTRI INQUIRENTI MINACCIATI DI MORTE DA RIINA.

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OBTORTO COLLE – Marco Travaglio, 21 dicembre

Si spera che la delegazione del Csm, guidata dal sempre garrulo e ridanciano vicepresidente Michele Vietti in un’epocale trasferta a Palermo, abbia trovato la città di suo gradimento. Che il clima fosse dolce, la temperatura mite, l’albergo accogliente, le sarde a beccafico cotte a puntino, il pane con panelle fragrante, la cassata e i cannoli alla ricotta appena sfornati.

Se così non fosse, sfuggirebbe il senso della gita fuori porta di quello che un tempo era l’organo di autogoverno della magistratura e da tempo s’è ridotto all’ennesimo ente inutile, anzi dannoso in quanto molto costoso, al servizio di Sua Maestà Re Giorgio. Era parso di capire che la visita di 7 consiglieri su 27 nel capoluogo siciliano fosse finalizzata a esprimere di persona la solidarietà al pm Nino Di Matteo, destinatario di ripetuti ordini di morte pronunciati da Salvatore Riina in colloqui intercettati con un boss pugliese, e ai colleghi impegnati con lui nel processo e nelle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia, e per questo attaccati da politici, giornalisti, presunti giuristi, presunte istituzioni e minacciati da lettere e visite a domicilio mezzo mafiose e mezzo istituzionali.

Tant’è che il Pg Gianfranco Ciani, membro di diritto del Csm, 15 mesi dopo aver aperto un fascicolo disciplinare su Di Matteo per un’innocua anzi doverosa intervista sulle telefonate Mancino-Napolitano, proprio due giorni fa aveva chiesto di archiviarla per rendere meno imbarazzante la trasvolata dei colleghi. Ma era solo un’impressione, già peraltro smentita dalla “delibera di particolare urgenza” emessa dall’illustre consesso il 18 dicembre, con la consueta litania paracula della “presenza solidale nei confronti dei magistrati oggetto di gravi e reiterate minacce”.

Dunque, ad avviso di questi buontemponi – due terzi dei quali dovrebbero essere magistrati e dunque riuscire a cogliere la differenza che c’è fra una minaccia anonima e l’ordine di un boss di organizzare una strage come quelle del 1992-’93 per eliminare un magistrato, come fu per Falcone e Borsellino – Di Matteo non merita di essere citato con nome e cognome per quello che è: cioè il nemico pubblico numero uno del più feroce stragista italiano di tutti i tempi.

Casomai ve ne fosse ancora bisogno, ieri la promenade dei sette gitanti ha accuratamente evitato di incrociare, anche soltanto di striscio, Di Matteo e i suoi colleghi impegnati nelle indagini sulla trattativa: e cioè il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. I quattro erano regolarmente nei loro uffici a lavorare, ma Vietti & C. hanno girato alla larga, preferendo incontrare i “capi degli uffici”, i vertici dell’Anm locale e naturalmente i rappresentanti dell’avvocatura. “Sono qui con una delegazione del Csm per manifestare vicinanza ai magistrati che lavorano qui anche a rischio dell’incolumità”, ha tromboneggiato Vietti, con una frase che avrebbe potuto pronunciare in un giorno qualunque di un anno qualunque di un secolo qualunque, visto che da sempre a Palermo i magistrati antimafia lavorano anche a rischio dell’incolumità.

Oggi il rischio maggiore lo corrono i suddetti quattro magistrati, e proprio perché indagano sulla trattativa. Ma questi, mentre Vietti parlava senza mai nominare né loro né la trattativa, non erano presenti, perché nessuno li aveva invitati. “Solidarietà in contumacia”, ha ironizzato uno di loro. “Non siamo stati noi a organizzare la visita”, ha tentato di difendersi Vietti, smentito dalla delibera del Csm che non prevedeva alcun incontro con i quattro pm.

Ciò che impedisce al Csm e al suo vicepresidente Vietti di pronunciare le paroline “Di Matteo” e “trattativa” non è un improvviso attacco di dislessia. È la suprema volontà di Sua Altezza, che ieri ha fatto gli auguri perfino ai due marò imputati per aver accoppato due pescatori indiani: ma ai quattro pm della trattativa no. I sette nani si sono prontamente allineati. E a Di Matteo, anziché la “presenza solidale”, han fatto sentire tutta l’assenza ostile dello Stato. Se restavano a casa, facevano meno danni.

Il Natale ipocrita dei cristiani per tradizione

Checché ne pensino gli amanti delle tradizioni – che io considero responsabili in larga parte dell’ignoranza che opprime questo paese e il mondo in generale – non c’è un’altra giornata come il Natale in cui si celebra il trionfo dell’ipocrisia.

Perché io non credo né crederò mai che esistano davvero famiglie dove la celebrazione del Natale e, in generale di tutte le feste religiose sia davvero sentita così come dovrebbe esserlo, famiglie in cui si rispetta davvero quello spirito cristiano del messaggio che riportano le sacre scritture – per chi crede – e si affida al trascendentale anziché fidarsi solo, o di più, di quello che vede, che ascolta, che tocca, che annusa.
Non credo né crederò mai che esistano famiglie dove nessuno sbuffa al pensiero che dovrà dividere la sua casa o anche e solo semplicemente la tavola da pranzo con gente di cui non gl’importa nulla, se ne disinteressa per tutto il resto dell’anno, un disinteresse reciproco che però a Natale VA messo da parte perché è Natale.

Il mio non è un giudizio ma una semplice considerazione, le tradizioni religiose si portano avanti nei secoli dei secoli – da millenni – perché la maggioranza della popolazione mondiale lo fa, pochi per convizione, moltissimi per suggestione indotta.
Ma quella maggioranza è composta, in maggioranza, da gente a cui del messaggio cristiano – che peraltro non necessita di una religione e di un Dio di riferimento – non interessa assolutamente niente.
Non interessa nei pensieri ma soprattutto nelle azioni: se così non fosse non si farebbero guerre nel nome di Dio, non avremmo un papa e dei capi religiosi in generale che tutto veicolano e diffondono fuorché messaggi di bontà, altruismo, solidarietà, cose per cui non serve un Dio che, per come ce lo descrivono e ce lo raccontano mai chiederebbe di fare guerre in suo nome né  penserebbe di dire, facendoli passare per messaggi di pace,  concetti intrisi di cattiveria, egoismo, razzismo, omofobia a chi si è arrogato da se medesimo il diritto di definirsi suo rappresentante terreno, in carne ed ossa.

E non servirebbe una religione, un Dio né delle giornate preposte, per tradizione, ad essere migliori di quanto lo siamo, dovremmo esserlo, almeno, nei nostri tutti i giorni.

Non credo che ci voglia una conoscenza, una sapienza né un’intelligenza fuori dal comune a pensare queste cose che sono anche piuttosto banali nella loro evidenza.

Servirebbe forse  quel coraggio per parlarne un po’ di più, soprattutto in famiglia.

Sollevarsi reciprocamente da quelli che sono diventati obblighi, e non dovrebbe essere così.

 Ci ho messo vent’anni a far capire alla mia famiglia che non servono i regali, che fra adulti è semplicemente ridicolo scambiarsi oggetti perlopiù inutili, che forse è meglio destinare una piccola cifra a chi ha bisogni e necessità più importanti di un regalino di cui si può fare a meno.

Per capirlo c’è voluta la crisi, e non doveva essere così: comprendere e mettere in pratica l’altruismo, la solidarietà,  non può essere solo una questione di disponibilità economiche.

Questo, lasciamolo pensare  agl’ipocriti davvero.