Italiche immondizie

La politica, il marito, le ragazzine. Nessuna donna merita di subire tanto: il suo dolore è il nostro

 

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Ma certo, facciamo nostro il dolore della povera donna tradita. A quello delle ragazzine a cui quell’infame di suo marito ha contribuito a rovinare la vita qualcuno ci penserà, vero Daria Bignardi che non sei altro? Fateci la cortesia, care donne della cosiddetta intellighenzia italiana, quella dei salotti buoni, delle cosiddette istituzioni dove le notizie peggiori devono essere filtrate dalla vostra ipocrisia: parlate per voi. Smettete di coinvolgere tutte le donne nel vostro punto di vista. Scelgo io qual è il dolore e la causa che voglio fare miei, e io decido con chi me la devo prendere. Ad esempio con una società che ha mischiato così bene le carte tanto da far credere che i mostri siano delle ragazzine – che nessuna femminista d’assalto né una presidente della camera in tutti questi giorni ha sentito il bisogno di difendere – e non i loro carnefici, con chi da tutti i pulpiti se la prende con la gioventù di oggi, bruciata, cresciuta senza valori e non con quelle precedenti che casualmente sono le stesse fatte anche di gente perversa, viziata che sfrutta minorenni per i suoi porci comodi. E’ vergognoso che tutti abbiano speso parole di conforto per la mussolini e praticamente nessuno per delle ragazzine abbandonate prima dalla famiglia e dopo da questa società di lobotomizzati che non sa più riconoscere chi sono gli approfittatori e chi gli sfruttati. E a quelli che parlano tanto di valori e di principi morali riferiti ai contesti familiari in cui sono cresciute queste ragazzine vorrei chiedere quali sono i valori – altri – e i principi – altri – a cui si rifanno quei bastardi senzadio che non trovano niente di strano nel farsi piacere ragazzine che hanno l’età delle loro figlie, quali quelli di chi pensa che sia più importante difendere una donna adulta, privilegiata che dei problemi degli altri si è sempre fatta volgarmente beffe piuttosto che la parte lesa di questo immondo schifo.

Madri che pagano detective privati per scoprire che fanno le figlie, ragazzine ricattate, abusate, sfruttate, padri che non trovano nulla di amorale nel cercare ragazzine dell’età delle figlie per soddisfare le loro perversioni: lo fanno una volta, due, tre, tanto basta pagare, il prete che invece di cacciarli a pedate nel culo accoglie marito e moglie alla messa della domenica ché Dio si sa, perdona tutto, anche i puttanieri matricolati e la maggioranza di un paese incapace di condannare a scena aperta gli sfruttatori ma che colpevolizza e oltraggia  ragazzine perché per la maggior parte dei cervelli a brandelli che ne parlano e ne scrivono in fin dei conti “sapevano quello che facevano”.   

Poi però ci scandalizziamo tutti quando viene applicata la teoria del “forti coi deboli”, specialmente quando il forte è il politico che ci sta sui coglioni.
In questo  paese miserabile bisognerebbe rivalutare seriamente il concetto di libertà di parola come diritto. Perché nessuno ha il diritto di diffondere infamità e spacciarle per libere opinioni e né, tanto meno pretendere che quelle opinioni diventino di tutti.

Illegalità made in Italy

 

Mauro Biani

Chi parla di regolamentare l’immigrazione per evitare che chi viene qui venga ridotto in condizioni di schiavitù passa per razzista. Da dove arrivano questi cinesi? Chi li fa entrare? Dei morti di Prato non si conoscono nemmeno i nomi. Questo di quale progetto di integrazione fa parte? La ministra Kyenge oltre a twittare la sua indignazione per “la dignità violata” che pensa di fare lei che per prima sponsorizza l’immigrazione tout court?  Integrazione non vuol dire che chi viene qui da paesi dove i diritti vengono ignorati e calpestati pensando ad un altro stile di vita possa continuare a vivere e ad agire nello stesso modo in cui lo faceva in quella realtà che ha abbandonato per disperazione. Dovrebbe significare altro che una politica, un governo e uno stato serio devono garantire per tutelare chi arriva ma anche chi c’era già. La quasi totalità dei cinesi che arrivano in Italia non sono nemmeno censiti, nessuno sa chi sono ma tutti sanno che arrivano qui per  contribuire alla concorrenza sleale, a svolgere attività senza la benché minima regola, in condizioni da quarto mondo ma soprattutto senza uno stato che quel rispetto delle regole dovrebbe pretendere così come fa con tutti gli altri.

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“Tutto quello che esiste passa di qui. Qui dal porto di Napoli. Non v’è manufatto, stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, martello, scarpa, cacciavite, bullone, videogioco, giacca, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi delle merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo, avvicinandosi alla darsena come cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare, ma al contrario essere munte. Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina”. [Gomorra, Roberto Saviano]

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Costituzione della Repubblica italiana. Art. 41: L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
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Non compro robaccia fabbricata da gente che lavora in condizioni di schiavitù, realizzata con materiali scadenti, tossici, pericolosi per abbatterne i costi. Piuttosto faccio a meno, o aspetto un momento migliore per poter comprare cose di una qualità migliore. Questa mania di comprare, mangiare dal cinese perché si spende poco pensando che sia conveniente diventa complicità, se si pensa al sottobosco di orrori e illegalità che circonda il mercato cinese.

Nei capannoni industriali fuori legge viene fabbricato di tutto, non solo merce dozzinale  da vendere ai mercati ma anche capi di abbigliamento, pelletteria dei grandi stilisti che sfruttano la manodopera a basso costo, questo made in Italy che fa tanto orgoglio nazionale non esiste più da tempo. Quindi se non si può avere la sicurezza di non sovvenzionare berlusconi anche comprando carta igienica in virtù del conflitto di interessi si può evitare almeno in presenza dell’evidenza.  Se entro da Louis Vuitton non mi aspetto che la borsa da seicento euro l’abbia fabbricata il cinese di notte, ma se compro la cianfrusaglia da cinque euro sono sicura che è così. Ad esempio i giocattoli: quanta gente c’è che per risparmiare compra cose da poco di cui non sa la provenienza? il prezzo non sempre garantisce la qualità, ma nella maggior parte dei casi sì.


Ogni volta che succede qualcosa di grave o di gravissimo chissà perché qualcuno chiede delle leggi “speciali”. Stavolta lo fa l’assessore “alla sicurezza” [ma che roba è?] di Prato riguardo alla tragedia degli schiavi cinesi morti bruciati nel capannone adibito a fabbrica dormitorio clandestino come ce ne sono in ogni angolo d’Italia.

Dell’esistenza di questi obbrobri dove si sfrutta manodopera clandestina lo sanno tutti, anche quelli chiamati a far rispettare le leggi normali che, se applicate sarebbero bastate e dovrebbero bastare a prevenire e ad evitare tragedie come questa. Ma qui ovviamente no, non bastano le leggi normali, c’è sempre qualcuno a cui non bastano trecentomila leggi ma ne vuole ancora e ancora per ribadire l’ovvio già formulato in quelle che c’erano.

Santoro anni fa fece un’inchiesta proprio sui capannoni della zona di Prato, una realtà drammatica di gente costretta a lavorare giorno e notte senza nessun diritto che tutti conoscono ma che nessuno controlla perché fa comodo così, perché basta pagare per far girare da un’altra parte la testa ai controllori che però, di fronte ad altre situazioni sono sempre molto presenti e attivi per sanzionare commercianti, esercenti e piccoli imprenditori – quelli regolari – per qualsiasi tipo di violazione, fosse anche il tavolino del bar che occupa un centimetro in più di suolo pubblico. 

Ma stranamente di questi capannoni a cielo aperto fuori legge gestiti da criminali che fanno lavorare gente in condizioni di schiavitù ne viene chiuso uno ogni tanto e ci vuole sempre la tragedia per ricordarsi della loro esistenza. 

Nel caso dei lavoratori schiavi cinesi poi – chissà perché – scompare anche ogni tipo di solerzia da parte delle forze dell’ordine, della guardia di finanza che va a fare i blitz nelle località alla moda, quelli che rendono mediaticamente, terrorizza i venditori ambulanti pakistani, senegalesi, maghrebini sulle spiagge d’estate ma poi davanti all’illegalità con gli occhi a mandorla si distrae. 

Ecco perché non servono leggi speciali ma servirebbe solo gente seria che facesse rispettare quelle che ci sono e che c’erano, gente non corrotta né corruttibile che non lascia correre per non disturbare gli ottimi rapporti fra l’Italia e la Cina dove di diritti civili, ma anche di quelli umani, è vietato perfino parlare.

La modica quantità Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

C’è davvero tutta la tragedia del nostro tempo in quella riga della lettera di Giorgio Napolitano, la tragedia che lega Prato all’Ilva, la Thyssen alla terra dei fuochi. “Far emergere le realtà produttive da una condizione di insostenibile illegalità e sfruttamento senza porle irrimediabilmente in crisi”. La legge e i diritti si, ma nella modica quantità necessarie perchè reggano alla competizione selvaggia, a qualsiasi livello, dalle onnipotenti multinazionali al più scalcinato laboratorio di clandestini. Perché è vero, come dice splendidamente Toni Servillo di fronte alle pesche puzzolenti di Gomorra, che scaricare i fanghi tossici nella terra di tutti serve alle aziende del nord per contenere i costi. Così come servono i loculi premortuari di Prato, o i parchi minerali di Taranto. Altrimenti si va fuori mercato, si va irrimediabilmente in crisi. Si perde quel lavoro indispensabile anche se assomiglia alla schiavitù o se ti mangia la salute. Ce la raccontano così. Una equazione in cui la variabile indipendente è il profitto di pochissimi, e il lavoro e l’’illegalità e lo sfruttamento di tutti devono trovare l’equilibrio residuo. E noi ci stiamo. La Cina è vicina.

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Prato, quei sette cinesi morti per soldi. I loro e i nostri – Mario Portanova, Il Fatto Quotidiano

I forzati del pronto moda producono capi che vengono acquistati da aziende italiane (o tedesche, o francesi..) che poi li rivendono non soltanto agli ambulanti dei mercati, ma anche alle catene della grande distribuzione che in questi giorni stanno agghindando le vetrine dei loro negozi per Natale. Una catena alla fine della quale ci siamo noi che ci portiamo a casa magliette e vestiti per pochi euro. 

Con la collega Lidia Casti siamo stati in un laboratorio tessile cinese a Milano e abbiamo girato in lungo e in largo per il Macrolotto di Prato, dove è successa la tragedia, per lavorare al libro Chi ha paura dei cinesi (Rizzoli-Bur 2008). Abbiamo parlato (in cinese, grazie a Lidia) con gli imprenditori e gli operai e molte delle cose che ci dicevano sono risultate spiazzanti rispetto alla retorica della schiavitù e dello sfruttamento emersa in seguito al fatto di cronaca. Nel laboratorio di Milano gli operai lavoravano a cottimo: ogni pantalone cucito fruttava 1,20 euro, che andavano per metà all’imprenditore e per metà al lavoratore (nel caso di Prato pare che agli operai andassero 0,40 euro a capo). Quando siamo arrivati, otto lavoratori stavano smaltendo un ordine di 600 pantaloni e 400 gonne da consegnare in due giorni. Tempi e compensi non erano stabiliti dall’imprenditore cinese cattivo stile Oliver Twist, ma da una importante catena della grande distribuzione italiana che fa la pubblicità in tv e ha punti vendita nelle vie centrali di molte città (non la nomino per non rompere il patto con chi ci ha concesso fiducia).

La sostanza non cambia

             

TIME
Personaggio dell’anno:
I MANIFESTANTI

La chiesa corre in soccorso dei più deboli lanciando moniti allo stato, offrendosi di aiutare i poveri con le Caritas, chiedendo, e ottenendo, dunque è molto più di una richiesta, verrebbe da dire che è una pretesa alla quale tutti i governi s’inchinano a destra come a sinistra, di non pagare l’ICI sui suoi immobili.
Sulle bancarelle di tutti i mercati, non solo quelli entro e nei pressi dello stato vaticano, si possono trovare, insieme ad altra oggettistica sacra, dei graziosissimi rosari alla modica cifra di 20 euro (quarantamila ex lire).
Da un’inchiesta di Repubblica pare che i rosari che si vendono siano prodotti in Albania a 7 centesimi al pezzo per poi essere rivenduti in Italia a 20 euro. Forse non tutti sanno che le donne albanesi apparentate ad assassini e criminali sono soggette alla legge del kanun che le costringe, per non essere oggetto di vendetta, a vivere forzatamente in casa. Ecco dunque l’idea geniale della multinazionale vaticana: dall’Italia arriva la materia prima che loro confezionano per 7 centesimi. Tanto devono stare a casa, che problema c’è? Ma non parliamo di sfruttamento, mi raccomando.

Ieri è stato il primo anniversario dello “scilipoti day”. Se non avessero dato la proroga al liftato zippato e la conseguente possibilità di aprire la campagna acquisti, se Napolitano non si fosse intenerito (come in altre occasioni ha fatto, per il nostro bene, si capisce), alla manovra sanguinolenta di Monti and friends non ci saremmo neppure arrivati. Giusto per non dimenticare le cose importanti.

La battuta più azzeccata sull’operato di Monti l’ha fatta incredibilmente l’ex ministro azzannapolpacci Maroni: “per una manovra così bastava il ragionier Fantozzi”. Purtroppo noi siamo gente semplice e non ci arriviamo, non capiamo che nella vita studiare serve, anche, in certi casi soprattutto, ad imparare come fottere meglio, però con tanto stile. Sobrio, naturalmente. Ché se l’avesse fatta berlusconi una cosa del genere non lo so mica che sarebbe successo.

Monti, invece di dire al governo di berlusconi “perché queste cose non le avete fatte voi” avrebbe dovuto dire: “io faccio così, vostra e dell’opposizione sarà poi la responsabilità di votare o no una manovra davvero equa e giusta, che non vada ad appesantire dove non ce n’è bisogno ma che tenga davvero in considerazione il concetto sacrosanto, socialmente e civilmente giusto che chi ha di più deve dare di più”.
Mettere maggioranza e opposizione davanti alla scelta di salvare davvero il paese o farlo affondare definitivamente. Con tutte le conseguenze elettorali che questa scelta avrebbe comportato, perché prima o poi a votare ci dobbiamo tornare, e speriamo allora  che nessuno si dimentichi di niente ma, soprattutto, di nessuno.

L’avevo scritto due settimane fa, il 1 dicembre per la precisione: se la soluzione alla crisi consiste nel furto, la rapina, la sottrazione indebita, lo scippo, aumentare e aggiungere tasse, riaumentare benzina e sigarette per la miliardesima volta non serviva mica Monti, bastavano anche quelli di prima che almeno avevano già le physique du rôle adatto. Ché un ladro almeno non dice: ti sto rapinando per il tuo bene perché sa benissimo che lo sta facendo per il suo.

Singolare poi che uno che si vanta di aver fatto pagare sanzioni importanti, uno che è andato a disturbare Bill Gates,  l’uomo più ricco del mondo, abbia paura di certi viziatissimi e disonesti cialtroncelli nostrani  come ad esempio i tassisti e i farmacisti e nessun coraggio di applicare la sua idea di rigore e di EQUITA’ dove  andrebbe messa in pratica.
E invece, niente tasse per i ricchi, niente liberalizzazioni per taxi e farmacie, il grande ritorno degli aumenti su IVA, benzina e sigarette e la fiducia a chiudere.

Serviva l’eccellenza per una manovra così?

Il crocefisso fra le tette

 

 

 Se le operaie morte sotto le macerie di una palazzina fatiscente  si fossero fatte mettere un crocefisso fra le tette da un paio di luride mani oggi sarebbero ancora vive, ma in questo paese non ci sono abbastanza luride mani per tutti quelli che lavorano in condizioni disastrose, che guadagnano ogni ora meno di quel che serve per un trancio di pizza o un pacchetto di sigarette. Queste donne non sono riuscite nemmeno a catturare un decimo dell’attenzione di altre, quelle che oggi cercano la comprensione di altre donne, e una giustificazione alla loro scelta di perdere la dignità nel modo peggiore mentre c’è chi ogni giorno perde la vita per cercare di averne almeno un po’.

 

Un paese che rinnega se stesso, di Massimo Gramellini per La Stampa

E’ crollato un muro, ma è come se si fosse spalancato un sipario. Le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all’ora. Tina, Matilda, Giovanna, Antonella: il Sud-Est asiatico nel Sud-Est italiano.

 Avevano trent’anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce.

 Funziona così: l’azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne – giovani madri, per lo più – disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta.

 Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell’incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E’ un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». Ma una tuta italiana non dev’essere più economica di una tuta cinese. Dev’essere più bella. Altrimenti che italiana è? Da questa crisi non si esce riducendo i lavoratori più deboli al rango di bestie, ma elevando la qualità del prodotto, cioè dei dipendenti, con corsi professionali che li riqualifichino. Urge tornare tutti a scuola di italianità – operai, artigiani e imprenditori – imparando di nuovo a produrre oggetti eleganti e geniali, non tristi fotocopie di altre fotocopie. Continuo a sognare un’Italia del Sud che riesca a trarre benessere dalle sue miniere inesplorate di natura e cultura. A far soldi con gli agriturismi non con le magliette, con i musei non con le magliette, con i tramonti non con le magliette. Il mondo ci percepisce come il deposito della bellezza e della qualità della vita. Invece noi continuiamo a rinnegare noi stessi, in nome di una visione piccola e frustrata, da eterni Malavoglia incapaci di alzare gli occhi dal seminterrato quotidiano in cui ci siamo autoreclusi, per risvegliare finalmente la meraviglia addormentata che ci circonda da sempre.

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