Sfrizzola il vilipendulo

 1000 euro di multa a un pensionato di 71 anni perché ha detto davanti a dei pubblici ufficiali che l’Italia è un paese di merda.

Giustissimo: vilipendio è  infatti considerare ancora l’Italia una repubblica democratica la cui sovranità è affidata al popolo come da Costituzione.

Dovrebbe essere questo, il reato.

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Nel giorno che la Bonino nega asilo politico ad una persona minacciata dai potenti della terra per non infastidire la sua adorata America, Laura Boldrini che non va a visitare lo sfruttatore Marchionne [Monti c’era andato] fa la figura della gigantessa.

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Della Valle: “Elkann chiama il Colle? Sembra una scena da Istituto Luce”

L’imprenditore commenta la telefonata con cui il presidente di Fiat annunciava a Napolitano di essere pronto a scalare il Corriere della Sera con i soldi del Lingotto: “Mi è sembrato di tornare bambino, quando i comunicati dell’Istituto Luce mostravano il duce che mieteva il grano”. [Il Fatto Quotidiano]

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Elkann vuole la maggioranza di RCS per poter esercitare da imprenditore il controllo sul Corriere della Sera, il quotidiano dell’alta borghesia e degli imprenditori “coi soldi del Lingotto”, ovvero i nostri, Napolitano lo sta pure a sentire e Della Valle, parte in causa, giustamente s’incazza.

Penso che Della Valle sia un imprenditore perbene che ancora conosce il valore e l’importanza dell’etica applicata anche alla professione, il suo marchio in giro per il mondo è uno di quelli che ancora è motivo di orgoglio, la stessa cosa non si può dire della Fiat, però continuo ad essere convinta che in un paese normale i quotidiani non devono essere sottoposti al controllo degli imprenditori e che in questo paese l’unica legge necessaria, ed è per questo che nessuno la vuole fare, è quella per regolare i conflitti di interesse.

Non sarà mai libero un giornale che deve rendere conto ad un editore [o a molti] che ha i suoi interessi da tutelare.

E figuriamoci se il presidente della repubblica può permettersi di intercedere a favore di qualcuno in particolare.
E’ stato perfino troppo gentile della Valle a ricordare a Napolitano che i doveri di un presidente della repubblica sarebbero altri, specialmente in un periodo disastroso come questo.
Napolitano dovrebbe stare meno al telefono e, in generale, occuparsi meno di affari che non lo riguardano.

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Ritenta, sarai più fortunato
Marco Travaglio, 5 luglio

Spiace per i tromboni che da mesi si prodigano contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, ma quella di ieri è stata un’altra bella giornata per la Giustizia italiana. La Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto ha fatto a pezzi le eccezioni dei difensori (ufficiali, ma soprattutto ufficiosi) degli imputati di Stato per trasferire la competenza a Roma. È il destino di un processo che, fuori dalle aule di giustizia, cioè nei palazzi della politica, nelle tv e sui giornaloni, vede gli imputati sempre innocenti, immacolati e candidi come gigli di campo. Ma, appena approda davanti a un giudice terzo, vince sempre la Procura. Era accaduto all’udienza preliminare, col rinvio a giudizio di tutti gli imputati. È riaccaduto ieri nel-l’aula bunker dell’Ucciardone. E dire che l’altroieri l’Università di Palermo, con uno zelo e un tempismo degni di miglior causa, aveva radunato i migliori difensori d’ufficio di Mancino, Mannino, Conso, Dell’Utri, Mori e De Donno per una gran soirée simposio contro il processo, alla presenza di Macaluso, storici, giuristi e persino magistrati in servizio o in pensione (c’era pure Di Lello), tutti stretti attorno al nuovo idolo del partito anti-pm: l’esimio professor Giovanni Fiandaca, già candidato trombato alle primarie del centrosinistra per il Comune di Palermo e autore di uno squisito “saggio” pubblicato sul Foglio col raffinato titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”. Talmente pazzesca che tutti gli imputati, a suo dire innocenti, sono a giudizio; e il processo, a suo dire inevitabilmente destinato a Roma, rimane a Palermo. Un figurone. Cose che càpitano quando si scrivono saggi o articoli prêt-à-porter, con procedura d’urgenza, senz’avere il tempo o la voglia di leggersi gli atti del processo. Anche Macaluso, che almeno non insegna, dunque fa meno danni, si prodiga da mesi contro quel processo: specie da quando l’amico Napolitano fece di tutto per soffocarlo nella culla a gentile richiesta di Mancino. Ultimamente si è esposto a epiche figuracce scopiazzando la memoria difensiva di Mori, con errori di date e di fatto da matita rossa e blu. Chi volesse farsi quattro risate può ascoltare su Radio Radicale la sua scombiccherata prolusione palermitana (lui, per dire, il 41-bis lo chiama “441”). In stereo con Mori, che attribuisce i suoi guai giudiziari a una congiura di giornalisti capitanata dal sottoscritto, il Macaluso deplora “gli attacchi rozzi e strumentali alla magistratura, dovuti alle vicende personali (sic, ndr) di Berlusconi”, sferrati da chi? “Da Travaglio, quando questi organi prendevano decisioni sgradite all’una o all’altra (sic, ndr)”. Invece Fiandaca, “per la sua autorevolezza e il suo argomentare, ci dà il senso che una critica alle sentenze e alle procure può e deve essere fatta”. Ecco, Fiandaca con quella bocca può dire ciò che vuole, perché, diversamente da altri, autorevolmente argomenta. Un po’ come il ragionier Ugo Fantozzi, a cui il titolo del saggio autorevole e argomentato è dedicato. E qui Macaluso estrae l’asso dalla manica: “Io contesto la formula ‘trattativa’”. Pazienza se alcune sentenze di Cassazione, un’ordinanza di rinvio a giudizio e financo le testimonianze di Mori e De Donno, usano la formula “trattativa”. Lui ne sa una più del diavolo, infatti parte con un pippone su Colajanni, Salvemini, Giolitti, Stalin, Andreotti, Rizzotto e il bandito Giuliano per dimostrare che “in Sicilia abbiamo avuto un lungo periodo di convivenza” fra Stato e mafia. E, siccome lo Stato ha sempre trattato con la mafia, non si parla di trattativa e, soprattutto, non si processa chi la fece. Tesi davvero avvincente e foriera di ulteriori sviluppi: siccome gli omicidi e le rapine ci sono sempre stati, perché processare gli assassini e i rapinatori? Se la scoprono Ghedini e Longo, hanno già pronto l’appello alla sentenza Ruby: siccome l’uomo è cacciatore e la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, Berlusconi è innocente.

Fiat voluntas sua

Formigli: “Sentenza sproporzionata
Un attacco al diritto di critica”
Il giornalista commenta la condanna a pagare sette milioni di euro  insieme alla Rai, alla Fiat per un servizio sull’Alfa Mito andato in onda su Annozero nel 2010. “Sono sconvolto. Una cosa del genere intimidisce chi deve informare”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/21/news/intervista_formigli-30281922/?ref=HREC2-12

Non so se Corrado Formigli abbia torto o ragione, non so nemmeno se abbia esagerato ad esercitare il suo diritto di giornalista nel fare informazione né se abbia davvero forzato in modo superficiale quello del diritto alla critica; quello che so è che mi viene naturale e spontaneo stare dalla sua parte, se dall’altra c’è la Fiat.


Cinque milioni dei sette sono stati chiesti solo per il danno morale, da Marchionne? se non fosse vero ci si potrebbe anche schiantare dalle risate. Quanti danni morali dovrebbero chiedere i malati di tumore che abitano vicino agli inceneritori, al Prof. Veronesi, che ha dichiarato in televisione dall’insetto che striscia a Porta a Porta, che gli inceneritori sono a rischio ZERO TUMORI?

Non è disinformazione questa, e per giunta pericolosa?

La disinformazione si tollera, si compatisce,  solo quando a farla è Bruno Vespa?

Sono stata molto colpita dalla violenza inaudita con la quale molte persone in giro per il web, nei social network, pur di dare a Formigli dell’incapace, disonesto, del diffamatore  si sono schierate con l’azienda.

 In questa vicenda non vorrei che si prendessero le parti di nessuno, o perlomeno che lo facciano soltanto i preposti alla sua risoluzione, però mi piacerebbe evidenziare l’enorme sproporzione fra l’eventuale danno/offesa/calunnia e quello che viene chiesto dalla gloriosa azienda a titolo risarcitorio.

Un giornalista può sbagliare, certo, ma la pena deve essere proporzionata al danno; non penso che la gente abbia smesso di comprare automobili dopo il servizio di Annozero e non penso che quel servizio abbia danneggiato la Fiat in modo così manifestamente ‘esoso’. 

Ecco perché penso che la sproporzione del risarcimento chiesto renda, di fatto, più deboli le eventuali responsabilità del giornalista.

Per la  perdita di un figlio o di un genitore ( causa Eternit) è attribuito un indennizzo di 308.700,00€, per un fratello o nipote 134.700,00€, a cosa si deve l’enormitâ di questa cifra? ovviamente lo scopo è quello di intimidire e scoraggiare, colpirne uno per educarne cento: il solito metodo fascista che usano i forti contro i deboli.

E so anche che, se questa assurda decisione non venisse ribaltata nei prossimi gradi di giudizio  si verrebbe a creare  un precedente molto pericoloso, perché nessun giornalista potrà più azzardarsi a fare il suo lavoro, penso a Riccardo Iacona e a Milena Gabanelli che svolgono un lavoro importantissimo e fanno l’unico vero servizio pubblico in quel caravanserraglio che è diventata la Rai.

E penso che senza le loro inchieste non avremmo mai saputo cose importantissime che riguardano questo paese e dunque anche tutti noi.

Perché il principio – assurdo –  che scaturisce da questa sentenza è che se si critica un prodotto bisogna, nel contempo, evidenziarne anche tutti gli aspetti positivi altrimenti si può essere denunciati e perfino condannati.
Ciò significa, per esempio, che tutti i giornalisti che in questi giorni hanno scritto e parlato degli orrori del Policlinico Umberto I di Roma, avrebbero dovuto raccontare anche quanti reparti di eccellenza esistono in quell’ospedale per non rischiare di essere querelati per milioni di euro.

Un delirio e una follia che mettono ancora di più a rischio lo stato già fragilissimo dell’informazione italiana. E che per questo, non possono passare.


Io, la Rai e la Fiat: tanti saluti al diritto di critica

Libertà di stampa addio, chi tocca Fiat paga caro

Corrado Formigli e Luca Telese per Il Fatto Quotidiano

Fiat: anche Mentana scende in campo al fianco di Formigli

Dopo la Gabanelli tocca a Enrico Mentana, collega di rete, scendere in campo in difesa di Corrado Formigli condannato assieme alla Rai a risarcire 7 milioni di euro alla casa automobilistica torinese in seguito a un servizio andato in onda per Annozero nel dicembre 2010.

Dopo un intervento in apertura del Tg La7 delle 20, il giornalista ha postato uno status su Facebook.  Una nota molto dura che tira in ballo la libertà di stampa di cui la Fiat “non può non sapere quanto sia importante” essendo in un modo o nell’altro protagonista del panorama editoriale italiano.

E continua ricordando come la casa automobilistica ha “cercato di ingraziarsi i giornalisti, con viaggi premio a esotiche rassegne o gare automobilistiche”, fino all’invito al fair play “perché un giornalista come Formigli guadagna certo più di un operaio di Pomigliano, ma infinitamente meno di un Marchionne, per di più pagando le tasse in Italia”.

Ecco la nota completa:

La Rai e Formigli costretti a pagare alla Fiat 7 milioni di euro, di cui 5 milioni 250mila per danno non patrimoniale. Cosa è il danno non patrimoniale? E’ il danno morale, reputazionale, all’immagine della Fiat. Ora, la Fiat non è una Onlus. E’ la più grande azienda manifatturiera d’Italia, ma non solo. La Fiat è anche proprietaria di un giornale importante, la Stampa, e di una influente concessionaria di pubblicità, Publikompass, oltre a essere il secondo azionista della Rcs, che edita il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport. Non può non sapere quanto sia importante la libertà di informazione, e quanto la metta a repentaglio la minaccia di pene economiche gravissime per chi osa scrivere o dire cose sgradite. Un simile salasso pecuniario per la Rai e Formigli avrebbe almeno un minimo di giustificazione se la Fiat non avesse mai cercato di ingraziarsi i giornalisti, con viaggi premio a esotiche rassegne o gare automobilistiche, o se non avesse cercato di influenzare per decenni giornalisti di ogni ordine e grado con auto in prova illimitata. Ma la Fiat ha sempre usato abbondantemente del suo potere, della sua influenza e della debolezza della categoria giornalistica, dimostrate da una abbondante casistica di servizi televisivi preventivamente entusiastici all’apparizione di ogni modello, Duna e Stilo comprese. Che oggi si comporti da vergine insidiata dall’orco della mala informazione è tanto ingiusto quanto grottesco. Sarebbe giusto che al Lingotto, finchè la sede della Fiat resta lì, si mettessero una mano sulla coscienza, e facessero un gesto adeguato di fair play. Perché un giornalista come Formigli guadagna certo più di un operaio di Pomigliano, ma infinitamente meno di un Marchionne, per di più pagando le tasse in Italia.

http://www.agoravox.it/Fiat-anche-Mentana-scende-in-campo.html