L’indecenza

Leggo che il pd, che evidentemente non ha cose più importanti a cui pensare, ha chiesto un’interrogazione parlamentare e l’intervento della vigilanza Rai su Pelù colpevole di aver violato la par condicio. Mentre non chiede nulla per l’incandidabile delinquente che spadroneggia in televisione continuando ad infamare la magistratura, in spregio e sfregio alle regola della par condicio che offre spazi mediatici SOLO ai candidati.

 Il reality show non è stato quello di Pelù ma è quello di Renzi.
Un artista per ottenere consenso non ha bisogno di fare e farsi fare la propaganda: gli basta la sua bravura.

E se grazie a questa diventa ricco, milionario, buon per lui.
Il politico diventa ricco anche quando è tutt’altro che bravo e capace, ecco perché per avere consenso e mantenere le sue ricchezze gli serve raccontare balle e non solo.
Questa mania  di rinfacciare lo status a chi non campa di rendita sulle spalle degli altri è odiosa.
Odiosa. Che poi a me tutto sommato questa teoria del “ognuno faccia quello che sa fare, che fa di solito” starebbe anche bene. Cominciamo dalla politica? Così, giusto per dare il buon esempio.  

Renzi che per aggiungere al suo già cospicuo bottino un’altra manciata di propaganda va a chiedere la carità a mediaset che gli chiude la porta in faccia in virtù della par condicio che esiste solo perché c’è il padrone di mediaset sì, un cantante che parla sul palco di un concerto no? Evviva l’antagonismo della libertà, quella “democratica”, s’intende.

 

 

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Per quello che mi importa di Pelù – Alessandro Gilioli, Piovono rane

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Insomma: se l’attore e regista Benigni parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se lo scrittore Baricco parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Jovanotti parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il regista Placido parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Piero Pelù parla male di Renzi, è uno schifoso milionario ignorante che deve solo pensare a cantare. 
E si chiamano “democratici”. [Dino Giarrusso]

La libertà di B. è un’indecenza Firma anche tu per la revoca dei “servizi sociali”

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B. ai servizi sociali: la legge non è uguale per tutti

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Ho firmato l’appello di Micromega per la revoca dei servizi sociali di berlusconi non ispirata certamente dalla speranza che la finta sentenza da cui è scaturita la sua finta condanna si possa ribaltare ma perché ormai in questo paese l’unico modo per alzare la voce è questo: l’appello pubblico che solitamente viene inaugurato da eccellenti rappresentanti della società civile. Di quel che ne resta. Perché  noi cittadini non abbiamo più nessuna possibilità di far sapere che quello che si fa nella stanza dei bottoni non ci piace. Perché se proviamo a scendere in piazza lo stato ci fa massacrare come se i terroristi fossimo noi e non chi ha ridotto lo stato di diritto in macerie.

L’ho firmato perché non è vero che le sentenze si devono rispettare sempre nel paese in cui è più facile indovinare quale sarà il loro esito quando si tratta dei potenti delinquenti, che vincere al superenalotto.
Ho firmato perché sono stanca di questo paese ridotto a luogo comune in cui tutti sanno quello che avverrà se si prova a fare cose diverse, normali al posto di quelle consuete da paese ridicolo nel quale le istituzioni non fanno il loro dando più che l’idea che non possono.
Perché non trovo giusto che si favoleggi ancora sul presunto consenso che otterrebbe un delinquente, un eversore, un socialmente pericoloso fuori legge se venisse trattato dallo stato per quello che è.
Cominciamo a mettere un bel chissenefrega sulle ipotesi e a concentraci su come sarebbe “se”… teoria che si potrebbe applicare anche nei riguardi dei governi abusivi formati da parlamentari impostori ai quali nessuno ha chiesto di occuparsi di noi e del paese come da Costituzione.
Perché mi dà la nausea questa giustizia ridotta ormai ad una figura retorica e una democrazia che ormai non è più nemmeno il surrogato di se stessa dove si consente ad un criminale – condannato ad una pena che non sconterà mai – di poter fare non le stesse cose ma molte di più di chi è rimasto nonostante e malgrado tutto dentro lo stato.

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Il fuorilegge
Marco Travaglio, 3 maggio 


L’appello di MicroMega al Tribunale di Sorveglianza di Milano perché spedisca il pregiudicato B. ai domiciliari, revocandogli l’affidamento ai servizi sociali prima che li trasformi nella solita pagliacciata elettorale, è sacrosanto. Almeno dal punto di vista giuridico. Come ricordano Flores d’Arcais, De Monticelli, D’Orsi, Prosperi e gli altri firmatari, la legge penitenziaria consente i servizi sociali in alternativa al carcere solo se “contribuiscono alla rieducazione del reo”. Il quale dunque dovrebbe dare qualche segno tangibile di ravvedimento. I giudici di Milano si sono regolati come sempre in casi simili (e non solo per B.): siccome i servizi sociali, quando la pena da scontare è inferiore ai 3 anni, non si negano praticamente a nessuno, hanno desunto la “volontà di emenda” dal fatto che B., dopo la condanna, ha rifuso il danno di 10 milioni di euro e le spese processuali all’Agenzia delle Entrate, cioè alla vittima delle sue frodi fiscali. Ma quelli erano obblighi di legge a cui non poteva sottrarsi, e con la volontà di ravvedersi non c’entrano nulla. Si sperava almeno – così come gli avevano intimato i giudici, senza affatto violare la sua libertà di espressione, trattandosi di un detenuto vincolato da precisi obblighi – che si astenesse dall’insultare la magistratura e dal rinnegare la sua sentenza. Invece B. non perde occasione per parlare di “golpe giudiziario”, dunque che speranze ci sono che le sue visite settimanali ai malati di Alzheimer dell’ospizio Sacra Famiglia di Cesano Boscone contribuiscano a rieducarlo? Zero. Uno normale, al posto suo, sarebbe già stato spedito in galera. Già, perché l’alternativa al servizio sociale, dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza, non sono i domiciliari. Ma il carcere. Almeno in prima battuta: soltanto dalla cella B., tramite i suoi legali, potrebbe avanzare istanza di domiciliari. E solo allora il tribunale tornerebbe a riunirsi per accordarglieli o tenerlo dentro. B. lo sa benissimo, e provoca ogni giorno i magistrati proprio perché è lì che vuole portarli: a sbatterlo in gattabuia alla vigilia delle elezioni, per riconquistare il centro della scena, allestire l’apoteosi del suo spettacolino vittimistico, trasformare la campagna elettorale europea nel solito Giudizio di Dio pro o contro se stesso e oscurare gli annunci di Renzi e la propaganda di Grillo che comunque riguardano problemi concreti (l’euro, il lavoro, le tasse, le banche) sui quali lui non ha più nulla da dire. Ancora una volta i giudici sono costretti a snaturarsi e ad assumersi responsabilità che spetterebbero ad altri. E non vorremmo trovarci nei loro panni in queste ore. Se applicano la legge alla lettera, non c’è dubbio che l’unico servizio sociale che B. può utilmente prestare è andare in galera e restarci per poco meno di un anno; ma così gli fanno un gran favore, regalandogli gratis una campagna elettorale che, senza manette, non comincerebbe neppure per mancanza di argomenti, e lo salvano dall’ennesima batosta. Se invece si pongono il problema dell’inopportunità politica di un arresto a pochi giorni dalle urne e lo lasciano a piede libero, fra una visita a Cesano Boscone e una riforma della Costituzione, cioè non lo trattano come un condannato qualsiasi, violano la Costituzione e sferrano un altro colpo mortale alla credibilità della Giustizia. Autorizzando tutti a pensare che la legge non è uguale per tutti e che la frode fiscale, quando la commettono i “signori”, è una quisquilia da “furbetti”. Lo stesso contrasto fra Legge e opportunità politica si sta consumando a proposito della par condicio televisiva: la norma del 2000 impone alle tv di dare accesso ai candidati alle elezioni, non ai leader incandidabili e privi del diritto di voto attivo e passivo. Ma se qualcuno provasse a tener fuori B. da uno studio tv gli regalerebbe un bavaglio d’oro da sventolare in campagna elettorale. Si spera che qualcuno, dinanzi a questa indecenza, alzi lo sguardo oltre le contingenze quotidiane e riconosca finalmente che B. è illegale di per sé. Dunque, tanto per cominciare, la Costituzione non deve toccarla neppure con una canna da pesca.

La decadenza e il declino. Definitivo

Dice Rosy Bindi che berlusconi si deve dimettere perché così evita al parlamento l’imbarazzo di dover prendere una decisione.

Evidentemente, secondo Rosy Bindi e non solo è molto più imbarazzante cacciare un delinquente dal parlamento che averlo fatto entrare, e restare.

Certo, se si dimettesse toglierebbe tutti dall’imbarazzo di fare quello che si doveva fare da un bel po’ di tempo, tipo cacciare un impostore delinquente dal parlamento.

 Oltre ad un tetto su stipendi e privilegi in politica bisognerebbe metterne anche  uno sull’indecenza, per evitare ad esempio di legiferare per stabilire se un delinquente possa o meno far parte delle istituzioni di uno stato di diritto, di una repubblica democratica. In Italia c’è voluta una legge, quella di cui si sta discutendo tanto in questi giorni firmata dall’ex ministra sobria, l’avvocatessa d’élite Paola Severino, per dire che a chi è stato condannato oltre i due anni, non due ore o due giorni deve essere interdetta la possibilità di fare politica per mestiere, di sedere in parlamento: c’è voluta una legge per dire che chi viola la legge non deve contribuire a fare leggi che i cittadini normali, comuni e onesti devono essere obbligati a rispettare. Una legge voluta anche dal pdl che oggi viene rinnegata solo perché applicabile anche  al padrone del partito.

Non è necessario essere seguaci di nessun guru o pifferaio più o meno magico per capire che lo stato italiano è un malato senz’alcuna possibilità di guarigione.

A un condannato in via definitiva per aver derubato lo stato nessuno chiederebbe gentilmente di farsi da parte per evitare al suo datore di lavoro l’imbarazzo di doverlo licenziare: verrebbe cacciato anche dal più miserabile dei posti di lavoro. 
Nessuno vorrebbe più avere niente a che fare con uno che per stare meglio lui fa stare peggio gli altri e per raggiungere i suoi obiettivi commette reati a ripetizione.

L’unico datore di lavoro che tratta col dipendente delinquente è proprio lo stato, ovvero il derubato che, per mezzo dei suoi funzionari, pensa che sia opportuno cercare una via d’uscita che consenta al dipendente delinquente di non lasciare il suo posto concedendogli quello che ad altri sarebbe impossibile pretendere, anzi, quel datore di lavoro fa molto di più: consente al delinquente di poter ancora approfittare del suo ruolo, di potersi presentare in pubblico diffamando e oltraggiando chi ha solo applicato quello che non è un teorema eversivo ma la legge.

Verrebbe da chiedersi in quale altro paese un pregiudicato condannato, già inquisito per altri reati, può minacciare di presentarsi in parlamento per fare un discorso alla nazione, la stessa che ha frodato, e quello stato che il parlamento rappresenta anziché difendersi da lui lo lascia fare.

E a margine di questo scempio reiterato dobbiamo pure sorbirci la lectio magistralis di una signora che invoca il rispetto della Costituzione in un parlamento che la ignora, la violenta e la calpesta da almeno vent’anni, ché se l’avessero rispettata davvero silvio berlusconi in parlamento non sarebbe mai potuto entrare.

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SuperEsposito Unchained – Marco Travaglio, 21 agosto

 

Danilo Maramotti

Nella bizzarra convinzione che sputtanando il giudice si assolva il condannato, il Giornale pubblica ogni giorno a puntate le avventure del giudice Antonio Esposito: l’avvincente feuilleton si avvale di testimoni super partes, che disinteressatamente accorrono a compiacere B. narrando ai segugi sallustiani le gesta dell’alto magistrato fin dalla più tenera età. Ne emerge la figura di un supereroe da cartoon giapponese, dotato di uno stomaco di ghisa (è sempre lì che mangia con qualcuno) e ossessionato sin dall’infanzia dall’incubo B. (non parla d’altri che di lui, come Sherlock Holmes di Moriarty, come Eliot Ness di Al Capone, come Basettoni di Macchianera). Ieri sul Pornale, nell’ultima puntata della saga, il commissario Zuzzurlo ha scovato un tale Massimo Castiello da San Nicola Arcella (Cosenza) che dal 2011 non vedeva l’ora di liberarsi di un terribile segreto: una cena a casa sua, ospiti d’onore l’attore Franco Nero in arte Django e naturalmente lui, SuperEsposito, che per l’intero pasto avrebbe ammorbato i commensali con feroci invettive contro B.: “Mi sta proprio sulle palle… Si salva sempre.. gli avvocati… la prescrizione… Ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così…”. Già che c’era, il nostro eroe avrebbe tirato in ballo anche Wanna Marchi, da lui condannata nel 2009 subito dopo un’altra cena a Verona – anch’essa svelata dal Pornale – in cui avrebbe sparlato di lei e di B. (dunque, secondo la logica arcoriana, innocente pure lei). Esposito smentisce con tanto di testimoni. In attesa che l’ennesimo processo per diffamazione chiarisca chi mente fra i Sallusti boys e il giudice (noi un’ideuzza ce l’avremmo), siamo in grado di rivelare i prossimi episodi della serie. Con nuovi, mirabolanti colpi di scena. 

I compagni di merendine. Giggino ’o Scannafemmine, autorevole imprenditore di Vallo della Lucania, rivela al Giornale che nel primo dopoguerra Esposito fu suo compagno di banco alle elementari, e spesso gli rubava la merendina con espressioni del tipo: “Questo è un esproprio proletario: ora tocca a te, ma un giorno, appena mi capitano a tiro Berlusconi e Wanna Marchi, gli faccio un mazzo così”.

Scherzi da prete. Padre Incoronato Molestia, parroco della chiesa di Santa Fuggitiva ad Agropoli, ricorda che il piccolo Esposito terrorizzava gli amichetti dell’oratorio tirando loro i capelli, poi si giustificava in confessione: “Che ci posso fare, padre, è più forte di me: da grande voglio fare il giudice per strappare la chioma finta a Berlusconi e quella tinta a Wanna Marchi”.

Ammazza la vecchia. Gennaro ’o Squartaguaglioni, prestigioso assistente sociale ultracentenario di Sapri, ricorda perfettamente in un’intervista al Giornale quando, nei primi anni 50, il giovane Esposito prestava opera di volontariato in un ospizio: si faceva consegnare una vecchina al giorno per portarla a spasso, la aiutava ad attraversare la strada, poi la spingeva sotto le ruote della prima automobile di passaggio urlando: “Mi alleno per Berlusconi e Wanna Marchi”.

Rasta il Selvaggio. Tonino ’o Ciucciasangue, decano dei vigili urbani di Castellabate, vuota il sacco con il Giornale: ormai prossimo alla maggiore età, un irriconoscibile Esposito coi capelli rasta e i piercing dappertutto, dalle sopracciglia all’ombelico, si aggirava nottetempo per le strade di periferia armato di bomboletta spray e imbrattava i muri, sempre con la stessa scritta, all’epoca incomprensibile ai più: “Wanna Marchi e Berlusconi finirete in schiavettoni”.

Tressette col morto. Totonno ’o Scarrafone, titolare della cattedra di Furto con Scasso all’Università Campania-3, svela al Giornale che una sera dell’estate del 1979 invitò a casa sua il giudice Esposito, l’inseparabile Franco Nero, Giovanni Rana, Roberto Carlino e la buonanima di Bombolo per una partita a tressette, purtroppo funestata dalle continue truffe del giudice Esposito, che estraeva continuamente dal polsino le carte vincenti che gli aveva precedentemente passato Ilda Boccassini.

Esi giustificava col dire: “Al confronto di Berlusconi e Wanna Marchi, io sono un principiante”.

l giudice pirata. Il maresciallo Pascalone ’a Mazzetta, comandante in pensione dei carabinieri di Paestum, rammenta perfettamente in una lettera al Giornale quando, nel 1987, fermò sul lungomare cilentano un energumeno, poi qualificatosi come il giudice Esposito, a bordo della sua fiammante Mercedes del 1971 mentre sgasava a tutta birra a 12 km l’ora e tentava di sfuggire alla contravvenzione con la scusa che doveva raggiungere al più presto Arcore per arrotare Berlusconi e, inspiegabilmente, anche Wanna Marchi.

Ultimo stadio. Don Rafe’ ’o Scurnacchiato, filosofo napoletano e appassionato di calcio, racconta al Giornale un’indimenticabile domenica in tribuna laterale allo stadio San Paolo nei primi anni 90 in occasione dell’incontro Napoli-Milan: al suo fianco uno scalmanato signore con gli occhiali, una vera iradiddio, proferiva epiteti irriferibili all’indirizzo dell’arbitro, sospettato di favorire smaccatamente i rossoneri. Quando lo sentì berciare “cornuto venduto pagato da Berlusconi!”, non ebbe più dubbi: era il giudice Esposito. Sul momento non comprese il senso di un’altra sua frase: “Il Cavaliere e Wanna Marchi mi stanno sulle palle, ma se mi capitano a tiro gli faccio un mazzo così”. Ora però ha capito tutto. Dunque Berlusconi e Wanna Marchi sono innocenti.

 

Comunione e pacificazione

“Gli italiani puniranno chi dimostrerà di avere interessi di parte”, dice il nipote dello zio, dunque una bella parte nella parte: la solita.
Proprio come la Magistratura ha fatto con berlusconi: lo ha punito perché per fare gli interessi di una parte, la sua, ne ha danneggiate altre: praticamente tutta l’Italia. 
Ma chissà perché questo a Letta, Napolitano e compagnia “intendente” non va bene.

E quanto è  bello il meeting delle larghe intese, ci sono proprio tutti, anche il direttore dell’Unità e quello dell’Espresso, più che il meeting di comunione e fatturazione [cit. Don Gallo] sembra una rimpatriata fra vecchi amici. 
[Se questo fosse un paese normale] gli appartenenti a comunione e liberazione avrebbero la stessa considerazione di quei pazzoidi di scientology: questo mi pare di averlo già scritto varie volte ma vale sempre la pena ribadire.
Invece qui lo stato li sovvenziona per diffondere le loro minchiate e la politica e il giornalismo che conta in Italia, paese laico per Costituzione, contribuiscono a dare importanza ad un’associazione di stampo religioso i cui punti di riferimento sono proprio e del tutto altrove dallo spirito cristiano/cattolico e religioso, soprattutto.

comunione e liberazione, memores domini, la compagnia delle opere e l’opus dei a fare da cupola sono solo accozzaglie di fanatici integralisti, ipocriti bugiardi sempre dalla parte del potere, ovvero di gente contraria a qualsiasi spirito altruista.

Gli appartenenti alle varie congreghe si affiancano con estrema nonchalance, così come fa da sempre anche la chiesa a berlusconi, Monti, larghe intese, non c’è  differenza per loro, vanno bene tutti quelli che garantiscono i rubinetti dei fondi statali sempre aperti, associazioni che spacciano le loro attività affaristiche, molte delle quali tutt’altro che legali [per informazioni citofonare formigoni] per solidarietà, filantropia, e la cosa più odiosa è che lo fanno in nome di quel Dio che se esistesse li dovrebbe incenerire, col beneplacito di tutta la politica, anche quella cosiddetta di centrosinistra.

 In Italia c’è da vergognarsi, ad essere cattolici. Finché i riferimenti saranno anche questi TUTTI dovrebbero prendere le distanze dalla chiesa cattolica romana, soprattutto i veri cattolici credenti.

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[Se questo fosse un paese normale] basterebbe la metà delle rivelazioni fatte da De Gregorio al Fatto Quotidiano per smantellare l’oscenità del governo delle larghe intese, chiedere l’impeachment per Napolitano che sostiene a spada tratta questa congrega di disperati messi insieme al solo scopo di alleggerire e rendere forse nulle le responsabilità penali del più delinquente di tutti, il sequestro dei beni di proprietà del pregiudicato silvio berlusconi e l’esecuzione immediata della sentenza che lo ha condannato.

Il console italiano ad Hong Kong, pagato e anche molto bene suppongo per fare altro, non certo l’informatore degli sgherri di b che avvisa dell’esistenza di carte che poi, con la collaborazione del ministro della giustizia dell’allora governo di Prodi, mastella, non vengono messe agli atti del processo circa i fondi neri mediaset; quattro senatori che – a spese dei contribuenti italiani – partono per la Cina non in missione per conto di Dio ma di un truffatore evasore; un senatore: De Gregorio in persona che rimprovera l’ambasciatore cinese in Italia dicendogli che “non si poteva trattare così quello che con tutta probabilità sarebbe diventato il presidente del consiglio” [siamo nel 2007] e tutto questo all’insaputa di un centrosinistra che non si capisce cosa stesse facendo in parlamento e al governo mentre accadevano cose di questa gravità.

La morale è che in questo paese circola a piede libero un personaggio losco, pericoloso, un delinquente che, per mezzo delle sue attività illegali può ricattare, comprare compiacenza, silenzio, complicità in politica come altrove e le istituzioni anziché approfittare del fatto che esiste una Magistratura che fa il suo dovere nonostante una politica che glielo impedirebbe volentieri, non dormono la notte per cercare il sistema di sottrarlo al destino che egli stesso si è costruito a sua immagine e somiglianza: ovvero quelle di un delinquente naturale come recita il primo grado della sentenza Ruby.

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.

Il gioco di prestigio

Il patto – Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Dice Dario Ginefra, parlamentare del Pd, che far cadere il governo in caso di condanna definitiva di Berlusconi sarebbe «venir meno a un patto assunto con il Presidente della Repubblica».

Ginefra, nato in Puglia ma uomo di mondo, ci ha detto insomma pubblicamente quello che tutti già sapevamo ma nessuno aveva il coraggio di ammettere. E cioè che in Italia c’è stato un patto tra il Pd, Berlusconi e Napolitano per arrivare alle ‘larghe intese’ e perpetuarle qualsiasi cosa accada.

Un patto non scritto – certo, ci si vergognerebbe a scriverlo – su cui tuttavia si regge tutto lo status quo. Un patto che trascende da tutto: dalle scelte politiche del governo così come dalle eventuali condanne del Cavaliere.

Un patto siglato in stanze chiuse e, com’è evidente, del tutto extracostituzionale.

Ed è proprio a questo patto che hanno puntato – con successo – i famosi 101.

Ringraziamo Ginefra per il coming out. Sarebbe tuttavia interessante sapere che cosa di questo patto pensa la maggioranza degli italiani – elettori di Ginefra compresi.

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Noi intanto stiamo ancora scontando la nostra condanna, roba che in Italia vent’anni non li danno nemmeno a chi ammazza una persona, per noi non ci sono state nemmeno le attenuanti, un indultino, un’amnistiuccia anche minima. E’ praticamente un fine pena mai quello che stiamo subendo.

Sottotitolo:  il termine “patto” evoca un nonsocché di stampo mafioso.

In politica sarebbe meglio usare il termine “accordo”, così, giusto per dare un diverso garbo semantico a quella che è e resta comunque una porcheria irricevibile, ovvero un paese fatto ostaggio dalla politica circa i reati di berlusconi, i processi di berlusconi, le sentenze che riguardano berlusconi e di berlusconi. E il dramma nel dramma è continuare a sentir dire a tutti che l’eventuale condanna di b non DEVE avere ripercussioni sul governo, e invece dovrebbe, eccome. Se questo fosse un paese normale, posto che in un paese normale non ci sarebbe mai stato un berlusconi in parlamento.

In ogni caso  l’unico patto che la politica è chiamata a rispettare non è quello stretto nelle segrete stanze con “chillo che voi sapete chi è”, l’innominabile grazie al lodo Grasso – Boldrini, ma quello fra la politica e gli elettori.
In un paese normale, in una democrazia parlamentare il pdr non si sceglie il governo a sua immagine e somiglianza, non va a disturbare i Magistrati che, secondo lui non consentono al pregiudicato imputato di non poter partecipare alla vita politica, mentre secondo loro e noi vorrebbero semplicemente applicare quella legge uguale per tutti come la Costituzione che NPLTN dovrebbe proteggere, farsene proprio scudo umano, comanda.

 L’entrata in scena di b dopo i disastri di tangentopoli rievoca un po’ Portella della Ginestra quando, per il timore che in Italia avanzasse un governo di sinistra dopo il ventennio fascista qualcuno, che ha nomi e cognomi: il vaticano, l’America e la mafia [e questa è storia, non la mia opinione, ci sono documenti a conferma di quello che scrivo, basta consultare la Rete] ha pensato ad un’azione, la strage dei braccianti che festeggiavano il 1 maggio dopo la caduta del fascismo,  che servisse a riequilibrare un sistema in cui la sinistra dava fastidio.  Non doveva avere voce in capitolo.

Mentre uno così non avrebbe mai dovuto avere la possibilità di accedere alla politica, perché a nessuno sano di mente, nessuno che avesse davvero a cuore le sorti del paese avrebbe potuto pensare che l’imprenditore che si è fatto da sé, il self made man poteva essere la soluzione, invece qualcuno ci ha pensato, per evidenti questioni di interessi che con una sinistra al governo, e allora una sinistra c’era, sarebbero stati messi in discussione e in pericolo.

E, last but not least ormai tutti dovrebbero aver capito che la politica è servita a berlusconi per sistemare i suoi privatissimi cazzi.

La politica dunque in tutto questo non c’entra nemmeno di striscio. 

E il pd continuerà, in virtù del bene del paese, dunque di berlusconi, delle necessità e priorità del paese, dunque di quelle di berlusconi col quale si vuole addirittura modificare la Costituzione, a governare [parlando con pardon] con un evasore fiscale, con uno che si teneva il boss mafioso in casa a fare  da baby sitter ai suoi figli, con un vecchio satrapo che paga[va] ragazzine per i suoi sollazzi eleganti, il che anche se non fosse il reato che invece e per fortuna è farebbe già abbastanza schifo e dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per non voler avere niente a che fare con una persona così, e cioè con berlusconi.

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Comunque vada sarà un insuccesso, l’ennesimo fallimento di una politica che non sa agire senza avere il capobanda di riferimento.
Quello che alla fine mette la sua faccia per tutti; nel bene ma specialmente nel male, quello dietro al quale si sono nascosti tutti quelli che sapevano di agire contro le regole, la legge e lo stato semplicemente appoggiandolo, sostenendo le sue cause, non facendo nulla nel concreto per arginare il suo strapotere.

Trasformare in una questione politica in grado di mettere a rischio e pericolo la tenuta del paese e di un governo per il quale non esistono più definizioni delle sentenze che devono stabilire se è vero o no che un uomo di potere, con un enorme potere, spropositato e mai regolato da una legge sul conflitto di interessi e al quale è stato concesso di entrare in politica nonostante non ne avesse il diritto né i requisiti ha commesso o no dei reati pesantissimi, che nulla hanno a che fare con un’attività politica inesistente come la sua essendo lui il più assente dal parlamento è stato il più grande gioco di prestigio col quale il potere ha incantato gli italiani, che nemmeno il mago più perverso avrebbe potuto immaginare e realizzare, soprattutto.

E per potere intendo anche l’informazione SERVA che si adegua, che non spiega alla gente quello che succede perché deve rispondere sempre all’editore, al politico che spesso sono la stessa persona, sempre quella, e quando no fa lo stesso perché l’editore e il politico hanno [ha] le mani in pasta anche dove non dovrebbe. E quando no no perché come diceva Hugo “c’è gente che pagherebbe per vendersi”, che potrebbe essere il giusto slogan per l’ottanta per cento abbondante dei disinformatori italiani.

Perché che berlusconi parli della Magistratura come di un potere anomalo che vuole sovvertire la volontà popolare ci sta, ma che TUTTA la politica, compreso quello lì che non si deve dire lo abbia seguito in questo delirio è un crimine peggiore della somma dei reati che gli vengono contestati.

Chi se ne frega se il capo dei capi, il boss, continua a ricevere il consenso dei SUOI elettori, se in questo paese c’è così tanta gente che si fa affascinare da uno a cui piacciono i comportamenti borderline, fuorilegge, quelli che non si perdonerebbero al vicino di casa ma a lui sì significa che c’è una parte del paese da rieducare, e cosa c’è di meglio di una sentenza che dica una volta e per tutte che no, di uno così non ci si può fidare, non ci si DEVE fidare? ma di che stabilità cincischiano i lor signori del grande imbroglio? chi consegnerebbe le sue chiavi di casa a chi ha una reputazione dubbia, a chi fa della truffa e della corruzione il suo modus operandi? come dice sempre il giudice Davigo se il nostro vicino di casa è indagato per pedofilia gli affideremmo i nostri figli da portare a scuola e ai giardinetti in nostra assenza? e allora perché si deve accettare in virtù di una pacificazione, di una necessità, di un patto, niente meno, che uno con una dubbia reputazione possa avere voce in capitolo e decidere in materia di leggi, di riforme costituzionali niente meno. Dico: sono impazziti tutti quanti? quanto pensano che si possa ancora credere alla favoletta della stabilità se le fondamenta su cui la vogliono costruire portano anche la firma di silvio berlusconi? solo dei pazzi scriteriati possono pensare una cosa del genere.

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Domani è un altro porno
Marco Travaglio, 31 luglio

Orsù, signori del Pd, non vi agitate. Comunque vada a finire il processo Mediaset in Cassazione, cambia poco o nulla. Siamo in Italia, mica in un Paese serio. Altrimenti oggi si processerebbe un vecchio pensionato della politica, già da tempo allontanato dai suoi compari di partito per questioni di decenza e isolato dalle opposizioni (pare che nei Paesi seri esistano, e si oppongano pure) e dalle massime cariche dello Stato, che rifiuterebbero di stringergli la mano e farsi fotografare con lui per motivi igienici. Ma, appunto, siamo in Italia: dunque non c’è nulla che la Corte possa aggiungere sul conto dell’illustre imputato che già non si sapesse prima. Nulla che possa precludergli ciò che una legge del ’57 e i principi di disciplina e onore fissati dalla Costituzione avrebbero dovuto da sempre impedirgli: fare politica. Se la Corte annulla la sua condanna con rinvio a un nuovo appello, il reato cade in prescrizione (e sarebbe la nona volta). 

Se la Corte annulla la condanna senza rinvio (pare che il giudice relatore sia un annullatore impenitente), B. è salvo per un altro paio d’anni, finché non arriva in Cassazione il processo Ruby. Se la Corte conferma la condanna a 4 anni, di cui 3 coperti dall’indulto gentilmente offerto dal centrosinistra nel 2006, B. sconterà l’anno residuo agli arresti domiciliari in una delle sue numerose dimore o, se ne farà richiesta, in affidamento in prova al servizio sociale: che, detta così, sembra una gran cosa, in realtà significa libertà assoluta con la finzione di firmare ogni giorno in qualche comunità di recupero, magari per minorenni disadattate da rieducare. Lui dice che vuole andare in galera, tanto sa benissimo (la legge Cirielli l’ha fatta lui) che non ci andrà mai neppure se insiste. Ci sarebbe, è vero, l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Ma intanto deve passare dal voto della giunta e dell’aula del Senato, dove col voto segreto può succedere di tutto: anche che il partito unico Pdmenoellepiùelle trascini la cosa alle calende greche sino a fine legislatura (come a fine anni 90 con Dell’Utri) o addirittura respinga la sentenza definitiva innescando un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Consulta dai tempi biblici. 

Ma, anche se B. fosse interdetto col timbro del Senato, continuerebbe a fare politica esattamente come oggi. Come Grillo, mai eletto né candidato. E B., pur eletto, in Parlamento non mette mai piede (ha il record mondiale di assenteismo: 99,84%). In ogni caso, nessuno gli impedirebbe di presentare alle elezioni una lista Pdl o Forza Italia o Forza Gnocca o Forza Frode con su scritto “Berlusconi Presidente” e, in caso di vittoria, intestare il governo al solito prestanome (magari la figlia) in attesa che scada l’interdizione e qualche servo si dimetta per farlo eleggere al suo posto. Dunque, signori del fu Pd, cos’è tutta questa agitazione? Che sia un delinquente lo sappiamo tutti da anni, basta leggere una sola delle sue sentenze di prescrizione o di assoluzione perché si era depenalizzato il reato. L’unico pericolo per il governo sarebbe un vostro colpo di reni: un leader, ad averlo, che si alzasse in piedi e dicesse “con quel delinquente non possiamo restare alleati un minuto di più”. 

Ma avrebbe già potuto-dovuto accadere prima di entrare con lui in Bicamerale 15 anni fa, o nel governo Monti due anni fa, o nel governo Nipote due mesi fa. Ora è tardi. E B. il governo Letta non ve lo fa cadere manco se lo condannano, tanto comanda lui e la faccia la mettete voi. Il peggio che può capitarvi è sputtanarvi un altro po’ con i vostri elettori superstiti, ma anche qui il più è fatto. Dunque state sereni. Fate come lui che la sa lunga: se fa casino è solo per spaventare la Corte, caricandola di responsabilità che toccherebbero ad altri, e per ricattare il Pd e il Colle. Così domani incasserà l’ennesimo premio-fedeltà: tipo un’amnistia o una mezza grazia alla Sallusti che gli commuti la pena cancellando l’interdizione. 
Tranquilli, ragazzi. Domani, comunque vada in Cassazione, è un altro porno.