7 a 1

Per fortuna io il calcio l’ho inserito da un bel po’ nella fenomenologia sociale e ancorché antropologica. Ho smesso di essere tifosa incondizionata, mancante quindi di un senso critico, il giorno che qualcuno ebbe la brillante idea di intervistare Aquilani, ex ragazzino prodigio della Roma che rivelò di tenersi in camera da letto un busto del duce. Perché ho pensato che nessun esempio buono può arrivare da chi ha il marcio nel cervello, e che non mi sarebbe piaciuta l’idea che i ragazzini e ragazzi di allora potevano pensare che tenersi il duce sul comò fosse una cosa buona e giusta. Oggi guardo la Roma perché, è chiaro, io a Roma ci sono nata e non potrei “tenere” per nessun’altra squadra, ma lo faccio col giusto distacco che non mi impedisce poi di restare obiettiva.
Nulla come il calcio – che anche il più fine intellettuale apparentemente schifa ma poi non può fare a meno di commentare – svela e rivela gli io più reconditi.
Tutto quello che nella vita è importante come il principio morale, i valori di onestà quando si tratta di calcio si dissolvono, scompaiono, tutto diventa lecito, superabile in virtù del risultato.
Ecco che diventa normale, qualcosa di cui vantarsi anzi, l’aggressione, la menzogna, non ammettere le evidenze, tollerare tutto quello che in altri contesti si dichiara inaccettabile.
Il calcio svela e rivela l’ipocrisia, la malafede e la disonestà mentale che impedisce quell’obiettività sana che eviterebbe di trasformare nel nemico di sempre e di tutti una squadra come la Roma che non ha mai dato fastidio a nessuno, che tutto quello che ha avuto, molto poco rispetto a quello che avrebbe meritato lo ha ottenuto grazie al sacrificio, non alle ruberie, agli arbitri compiacenti e ad un sistema criminale per mezzo del quale altre squadre, una in particolare, possono vantare un palmarès che non si sono guadagnate.
La Roma è il Marco Travaglio del campionato italiano: pur comportandosi bene e facendo il suo dovere viene presa di mira, aspettata puntualmente al varco per essere insultata e sbeffeggiata con un disprezzo che spesso tracima nell’odio e che non ha nulla a che vedere con la critica obiettiva e men che meno col sano sfottò sportivo.

Chi professa e proclama ogni giorno i valori della correttezza e dell’onestà e li insegna ai figli, li pretende dal collega di lavoro e anche dalla politica non ce la fa a sostenere poi per tifo, la squadra di un ladro delinquente amico della mafia. E nemmeno gioisce se la sua squadra vince rubando. Senza merito. E’ facile.