7 a 1

Per fortuna io il calcio l’ho inserito da un bel po’ nella fenomenologia sociale e ancorché antropologica. Ho smesso di essere tifosa incondizionata, mancante quindi di un senso critico, il giorno che qualcuno ebbe la brillante idea di intervistare Aquilani, ex ragazzino prodigio della Roma che rivelò di tenersi in camera da letto un busto del duce. Perché ho pensato che nessun esempio buono può arrivare da chi ha il marcio nel cervello, e che non mi sarebbe piaciuta l’idea che i ragazzini e ragazzi di allora potevano pensare che tenersi il duce sul comò fosse una cosa buona e giusta. Oggi guardo la Roma perché, è chiaro, io a Roma ci sono nata e non potrei “tenere” per nessun’altra squadra, ma lo faccio col giusto distacco che non mi impedisce poi di restare obiettiva.
Nulla come il calcio – che anche il più fine intellettuale apparentemente schifa ma poi non può fare a meno di commentare – svela e rivela gli io più reconditi.
Tutto quello che nella vita è importante come il principio morale, i valori di onestà quando si tratta di calcio si dissolvono, scompaiono, tutto diventa lecito, superabile in virtù del risultato.
Ecco che diventa normale, qualcosa di cui vantarsi anzi, l’aggressione, la menzogna, non ammettere le evidenze, tollerare tutto quello che in altri contesti si dichiara inaccettabile.
Il calcio svela e rivela l’ipocrisia, la malafede e la disonestà mentale che impedisce quell’obiettività sana che eviterebbe di trasformare nel nemico di sempre e di tutti una squadra come la Roma che non ha mai dato fastidio a nessuno, che tutto quello che ha avuto, molto poco rispetto a quello che avrebbe meritato lo ha ottenuto grazie al sacrificio, non alle ruberie, agli arbitri compiacenti e ad un sistema criminale per mezzo del quale altre squadre, una in particolare, possono vantare un palmarès che non si sono guadagnate.
La Roma è il Marco Travaglio del campionato italiano: pur comportandosi bene e facendo il suo dovere viene presa di mira, aspettata puntualmente al varco per essere insultata e sbeffeggiata con un disprezzo che spesso tracima nell’odio e che non ha nulla a che vedere con la critica obiettiva e men che meno col sano sfottò sportivo.

Chi professa e proclama ogni giorno i valori della correttezza e dell’onestà e li insegna ai figli, li pretende dal collega di lavoro e anche dalla politica non ce la fa a sostenere poi per tifo, la squadra di un ladro delinquente amico della mafia. E nemmeno gioisce se la sua squadra vince rubando. Senza merito. E’ facile.

 

Di chi è la colpa? ma di internet, si sa

Roma, facevano prostituire due minorenni. Cinque arrestati: c’è una delle madri. Le due ragazze, 14 e 15 anni, erano state adescate su un sito di incontri. Svolgevano la loro attività in un appartamento del quartiere Parioli e i loro sfruttatori intascavano una percentuale dei compenso, come una mamma delle ragazze [Il Fatto Quotidiano]

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Sottotitolo: insegnate ai figli  maschi e femmine che la prostituzione fa schifo, anche se è legale. Che vendere se stessi è degradante, umiliante, e che nessuna extrema ratio può giustificare la commercializzazione della carne umana. Che è sempre una questione di domanda che corrisponde poi ad un’offerta: meno domande, meno possibilità di offerte. A molti uomini – in Italia sono milioni i clienti fissi delle prostitute – piace esclusivamente l’idea di poter disporre di un corpo come vogliono solo perché lo stanno pagando. Ed è questo che fa perdere ogni senso alla definizione di scelta libera, o perlomeno ne fa perdere nella misura in cui una donna accetta di essere comprata per essere utilizzata come un’aspirapolvere, un oggetto qualsiasi; dov’è l’emancipazione, quella che ha portato milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo per dire che non volevano essere oggetti?  posso anche capire quelle donne che dicono di star bene, che considerano davvero la prostituzione un mestiere, smetto di capire però quando vorrebbero imporre questa visione anche a chi non lo pensa. E non certo per motivi di chiusura mentale – di me tutto si può dire fuorché questo – ma proprio per il contrario. Perché se cultura deve essere, se tutto passa per la cultura quindi anche l’evoluzione di un paese e del mondo ci sono numeri che sarebbero dovuti calare, invece la prostituzione aumenta perché aumenta la richiesta, e come per tutte le cose finché c’è richiesta ci sarà anche l’offerta. Di uomini realmente impossibilitati ad avere una donna che soddisfi le loro pulsioni sessuali, penso ai diversamente abili, ce n’è solo una minima percentuale, non certo la decina di milioni di quelli che in questo paese vanno regolarmente a servirsi al mercato del sesso foraggiando così criminalità e malavita e incentivando lo sfruttamento. E nei paesi civili ci pensano i servizi sociali a mandare a casa dei diversamente abili ragazze e donne specializzate ad esercitare su un corpo che risponde alla vita solo in parte dei massaggi particolari che li aiutano a soffrire di meno la mancanza di un rapporto sessuale completo.

L’evoluzione sociale e storica passa anche per il superamento di un luogo comune falso e ridicolo come quello della prostituzione quale mestiere più antico del mondo. Perché se una segretaria potesse guadagnare tanto quanto una prostituta, farebbero tutte la segretaria. E solo gente con un senso molto superficiale dell’umanità o quella coinvolta e interessata e che quindi ci tiene che la prostituzione continui ad esistere può pensare e dire che prostituirsi sia la stessa cosa di svolgere un mestiere o un’altra professione qualsiasi. In Svezia si perseguono legalmente i clienti indipendentemente dall’età delle prostitute. E funziona. La prostituzione è stata quasi azzerata; sono incivili, proibizionisti e bigotti in Svezia, da sempre considerata il paese emblema della libertà dove si può fare sesso anche ai giardinetti alle dieci di mattina?

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30, 35 anni, facoltosi commercianti e professionisti: è l’identikit dei clienti delle prostitute ragazzine dei Parioli, quelli che sono disposti a pagare fino a 500 euro una prestazione sessuale venduta da ragazzine che non gli sembravano tali.
Premesso che uomini di quell’età, ricchi, benestanti, un buon lavoro e che si presume abbiano anche una buona vita sociale non dovrebbero avere nessuna difficoltà a procurarsi la scopata gratis, se lo facessero con ragazze e donne della loro età sarebbe meglio hanno sicuramente dei problemi psicologici e prim’ancora di essere condannati dovrebbero essere curati, io ci credo che non si erano mai accorti che le ragazze fossero così piccole. Perché vedo come si conciano e si acconciano ragazzine di quell’età che a sedici, diciassette anni hanno dimenticato perfino il colore naturale dei loro capelli. 
Questi genitori “moderni” che hanno sempre tanta paura che le loro figlie e figli si sentano esclus* dalla comitiva, dai compagni di scuola e allora permettono tutto, e guai a dire che non è giusto che una ragazzina di sedici anni ne debba dimostrare venticinque o che una di dodici e tredici dovrebbe colorarsi faccia e unghie solo a carnevale: l’accusa di fare del moralismo è scontata. 

E non sia mai che a quindici anni non debbano avere il permesso per rientrare anche alle tre di notte. 
Imporre un orario ed esigere che si rispetti è già una regola che forma, che pone quei limiti che devono esserci quando si vive in famiglia, prima di tutto per rispetto di padri e madri che perdono anni di sonno aspettando che i figli rientrino a casa la sera e la mattina dopo devono alzarsi per andare a lavorare e poi perché la vita di strada, dei locali, oltre la mezzanotte non è quella che si abbina ad un adolescente maschio o femmina che sia. 

E figuriamoci allora se una ragazzina di quindici anni, minorenne può decidere di andarsene da casa per andare a vivere da sola e alla famiglia questo va bene. Come fa a vivere da sola una ragazzina di quindici anni, nessuno in famiglia, nonni, zii ha mai pensato di denunciare quei genitori sciagurati per abbandono e omessa sorveglianza di minore? E’ legalmente impossibile che un figlio possa decidere di andarsene di casa quando è minorenne. Se i genitori lo permettono vanno perseguiti penalmente.
Così come nessuno in famiglia si era accorto che le ragazzine frequentavano siti internet per incontri dove si presentavano come maggiorenni. 

Questi ragazzini e ragazzine sempre connessi a internet senza il benché minimo controllo da parte dei genitori che non sanno dove vanno, cosa leggono, con chi si relazionano in Rete. 
 Genitori  sempre più assenti, distratti e indaffarati che mettono in mano a figli bambini computer, iPod e smartphone senza curarsi poi di quello che ci fanno salvo poi raccontarsi la solita storiella che di tutte le cazzate che fanno i figli con la loro complicità – che non ammetteranno mai – è sempre colpa di internet e di facebook, il cancro sociale del terzo millennio. 

Perché è molto più facile dare la colpa al mostro che non ha un volto piuttosto che prendere atto che i veri mostri sono loro. 

Una storia più terribile di questa si fa fatica anche ad immaginarla, una madre che vende sua figlia e l’altra che dopo averle concesso tutto compresa la fuga da casa per non doversi occupare di lei si meraviglia che la figlia abbia buttato via la sua vita a quindici anni per la griffe e l’idea della bella vita.

Ma la colpa, ça va sans dire, è di internet, mica di questi genitori che non sono più capaci di insegnare nulla ai loro figli che abbia a che fare col rispetto di e per se stessi e con quel sano senso del pudore personale che è necessario per rispettarsi e farsi rispettare.

E smettiamola inoltre di darci sempre la colpa di tutto; non diamoci sempre la colpa di tutto. E non diamola nemmeno a berlusconi che ha trovato un terreno già ben concimato per istituzionalizzare la sua immoralità. C’è un film del 1951: “Bellissima”, che racconta la storia di una madre che propone sua figlia bambina ad un regista per un film. E’ insita soprattutto nelle madri che la proiettano sulle figlie femmine quella voglia di rivincita verso la vita, verso tutto quello che loro non hanno potuto fare ed essere.  E la cosa più terribile è che entrambe le protagoniste di questa vicenda squallida sono state riaffidate alla famiglia. Famiglia quella dove una madre prende la percentuale sulle marchette della figlia bambina e dove una madre si accorge della vita che fa la figlia perché si compra i vestiti e tiene nel portafoglio banconote da 100 euro?

E’ questa la famiglia che difendono chiesa e politica?

Italia: uno stato in malafede

Mauro Biani

Sottotitolo: Priebke,  l’Argentina rifiuta la salma.

I paesi civili i criminali non li ospitano né da vivi né da morti. Se penso che questo bastardo mai pentito ha passato la vita a Roma, città medaglia d’oro alla Resistenza, il luogo dove ha comandato la strage mi viene il voltastomaco. Ma quale stato infame e vigliacco  protegge i criminali, gli dà la scorta, li lascia vivere da persone libere nel luogo che hanno infamato, coperto di sangue,  restituisce la libertà a chi ha violato la legge  nascondendosi, more solito, dietro ad una causa di necessità  e poi non offre garanzie e tutela agli innocenti che continuano a morire semplicemente abolendo quella legge che trasforma in delinquenti quei disperati che cercano solo una salvezza e che servirebbe anche a risolvere in parte il problema del sovraffollamento delle carceri?

Non è assurdo che in un paese che ha offerto tutele, garanzie e salvezza ad un nazista criminale, un assassino stragista, e magari fosse il solo che questo stato ha protetto, non si riesca a fare in modo che si tuteli il diritto alla vita di persone innocenti, bambini, neonati? e che uno stato che protegge e dà asilo a criminali di quel calibro poi rifiuti di mettere in pratica quei diritti semplicemente normali, per fare più bella la vita di tante persone? quale capitolo della Costituzione dice che i criminali nazisti vanno ospitati e i profughi di guerra no? 

Quando muore uno di questi dispiace pensare che l’inferno non esista.
Ecco perché non si può aspettare la cosiddetta giustizia divina.
Chi il male lo fa qui, su questa terra, è qui che deve pagare le sue colpe, altroché il giudizio di Dio.
Il bastardo nazista non ha pagato niente, nessuna pena per lui.

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Annamaria Cancellieri che dice, anzi pensa, anzi ipotizza [penso di no] che il provvedimento invocato da Napolitano circa l’amnistia e l’indulto per risolvere il dramma delle carceri troppo piene è la stessa che disse, quella volta con certezza, a proposito del caso dell’espulsione di Alma Shalabayeva: “mi sono subito informata e le procedure sono perfette. Tutto è in regola e secondo la legge”. 

Com’è andata a finire e come invece non era affatto tutto secondo la legge lo sappiamo tutti.
Dice Epifani, e stavolta ha ragione, che l’amnistia e l’indulto dovrebbero essere l’extrema ratio, esattamente come dovrebbe esserlo la privazione della libertà. 

Il perdono dello stato e la punizione dello stato sono molto simili perché il carcere dovrebbe essere davvero l’ultima delle soluzioni: privare una persona della sua libertà è una questione seria che va gestita in modo serio così come restituire una libertà a chi ha violato la legge. 

E uno stato, forte delle sue istituzioni e di una politica che non hanno nulla da temere questo lo fa. 
Non pensano, le istituzioni di un paese civile, che il traffico vada regolato abolendo i segnali stradali. 
Le istituzioni di un paese civile non si fanno intimare cose da fare ogni tot di anni pena multe, sanzioni e il conseguente e ovvio discredito internazionale da un’autorità terza come il tribunale di Strasburgo, perché se quello che c’è da fare qui lo sa Strasburgo resta difficile pensare che le istituzioni alte e quelle altissime di questo paese non lo sappiano.

E allora siccome io sono maliziosa, disincantata e non ci credo più da un pezzo allo stato che agisce anche per il mio bene penso che le istituzioni lo facciano apposta a non risolvere i problemi, che lo facciano apposta a farselo dire dall’Europa cosa bisogna fare qui perché in questo modo è più facile poi prendere quei provvedimenti straordinari, perché appunto imposti, e far inghiottire agli italiani il tutto e l’oltre.
La teoria applicata che tutto si possa aggiustare col provvedimento straordinario è devastante, diseducativa, un vero incentivo a violare la legge ché tanto dopo c’è l’indulto, l’amnistia.  Lo stesso modus operandi di tanti genitori che tutto perdonano e concedono perché è più facile cedere al capriccio che educare, ecco perché in questo paese si sta allevando una sostanziosa fetta di idioti viziati che andranno a formare una società futura ben peggiore di questa attuale.

L’Annamaria Cancellieri ci tiene a rassicurare con un bel “penso di no” e non con un no che i provvedimenti straordinari non riguarderanno il frodatore berlusconi né chi ha commesso reati particolarmente gravi come lo stupro, le violenze, gli omicidi. 

E come mai allora di quell’indulto famoso del 2006, quello fatto da Prodi ma voluto da mastella perché serviva, ma che lo dico a fare? a berlusconi beneficiò anche Luigi Chiatti, un assassino di bambini? e noi di questo stato ci dovremmo fidare? di uno stato che non sa eliminare una legge che rende automaticamente criminali gli immigrati ma poi restituisce la libertà o diminuisce le pene a madri che ammazzano i figli e assicura clemenza a gente che ha usato lo stato e le istituzioni per i suoi affari, quelli che coi soldi di tutti si sono comprati macchine potenti e lecca lecca? 

E allora io voglio sapere quali diritti difende lo stato e cosa sono disposte ancora a fare le istituzioni e la politica per nascondere ogni tot di anni dietro a provvedimenti straordinari, necessari, financo umanizzati, i loro fallimenti. Si chiede di continuo una legge per punire i giudici, la loro responsabilità civile quando commettono errori che poi pregiudicano la vita degli altri, di qualcuno, e allora perché non pretenderla anche per i politici che quando commettono errori pregiudicano la vita di tutti?  I politici dovrebbero essere pagati a rendimento, e puniti esattamente come tutti, quando non fanno le cose per cui sono pagati. Anche col licenziamento in tronco e il divieto assoluto di rimettere le mani sulla politica.

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LA LEGGE GRILLO-CASALEGGIO – Marco Travaglio, 12 ottobre

Nella politica italiana si fronteggiano ormai due modelli: da un lato quello fin troppo elastico dei vecchi partiti, che se ne fregano dei loro elettori e fanno il contrario di quello che han promesso in campagna elettorale perché tanto, poi, in qualche modo, i voti li raccattano lo stesso; dall’altro quello fin troppo rigido del Movimento 5Stelle, ossessionato dal “programma” e dal rapporto fiduciario con gli elettori, al punto che Grillo e Casaleggio scomunicano i parlamentari M5S per aver presentato l’emendamento che cancella il reato di clandestinità, solo perché non è previsto dal programma e non è stato sottoposto preventivamente al vaglio della Rete. Intendiamoci, la fedeltà agli elettori e agli impegni presi con loro è un valore: si chiama coerenza e trasparenza. Molto bene fecero Grillo e Casaleggio a far scegliere dagli iscritti al portale (magari pochi, ma liberi) i candidati per il Quirinale. E molto bene fanno a richiamare gli eletti all’impegno di non fare da stampella a governi altrui con maggioranze variabili peraltro non richieste da nessuno. E molto male fece il Pd a far scegliere il candidato per il Quirinale a Berlusconi (prima Marini, poi Napolitano), impallinando Prodi e scartando a priori Rodotà, e poi ad allearsi col Caimano all’insaputa, anzi contro la volontà degli elettori: in Germania, prima di dar vita alla Grosse Koalition con la Merkel, l’Spd ha promosso un referendum fra coloro che le hanno appena dato il voto. Ma questo vale per le scelte strategiche, compatibili con tempi medio-lunghi. Per le altre, agli elettori non si può dire tutto prima.

Ci sono emergenze e urgenze che nascono sul momento (in Parlamento bisogna votare a getto continuo sì o no a questo o quel provvedimento) e richiedono risposte fulminee, incompatibili con la consultazione dei sacri testi e del Sacro Web. L’altra sera, a Servizio Pubblico, Rodotà faceva notare come in Parlamento occorra cogliere l’attimo, sfruttare una situazione favorevole che si presenta lì, in quel momento, e poi forse mai più, e bisogna afferrare il treno per la coda prima che passi. Perciò l’altro giorno i parlamentari 5Stelle Buccarella e Cioffi hanno fatto benissimo a rilanciare una proposta già contenuta nel loro “piano carceri” estivo – quella di abrogare il reato di clandestinità – trasformandola in un emendamento che quel giorno, in quell’ora, aveva buone possibilità di passare. E così è stato: hanno colto alla sprovvista il governo, il Pd e Sel e li hanno costretti a votare con loro: il primo vero e concreto successo parlamentare di M5S, la prima proposta pentastellata a ottenere la maggioranza. Cosa che non sarebbe accaduta se si fosse rinviato tutto di qualche giorno per avviare le complicate procedure di consultazione popolare.

Grillo e Casaleggio contestano sia il metodo sia il merito della proposta, convinti che, inserendo l’abrogazione del reato di clandestinità nel programma elettorale, “il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”. Ma, così dicendo, denotano una profonda disinformazione in materia (dimostrata anche dall’assenza di qualunque proposta, nel famoso programma, sul tema della clandestinità). È vero che quel reato è previsto anche in altri paesi europei, sia pure in forme e con applicazioni diverse da quelle dello sciagurato pacchetto Maroni. Ed è vero che l’immigrazione clandestina non può e non dev’essere lecita: nessuno Stato sovrano può tollerare che circolino indisturbate sul suo territorio persone senza un’identità certa. Ma non tutto ciò che è e dev’essere proibito può esserlo per le vie penali. Esistono anche sanzioni amministrative che, quando funzionano, sono altrettanto o addirittura più efficaci. I clandestini non vanno inquisiti e processati per il solo fatto di trovarsi in Italia (quando commettono delitti invece sì, come gli italiani): vanno semplicemente identificati e poi espulsi dalle forze di polizia.

Ma con un distinguo: nel gran calderone dei “clandestini” in Italia sono compresi non solo gli immigrati che arrivano apposta per delinquere o vagabondare; ma anche gli onesti lavoratori che non riescono a ottenere il permesso di soggiorno perché la Bossi-Fini impedisce loro di regolarizzarsi. Una legge seria dovrebbe distinguerli nettamente: cioè agevolare le procedure di identificazione ed espulsione dei primi (con i mezzi necessari, visto che le questure non hanno soldi neppure per la benzina delle volanti, figurarsi per pagare il biglietto aereo ai rimpatriandi); e quelle di regolarizzazione dei secondi. Poi ci sono i profughi, come gli ultimi sbarcati a Lampedusa, che hanno tutto il diritto di ottenere l’asilo in quanto fuggono da guerre e persecuzioni politiche. Né la Bossi-Fini, né peraltro la precedente Turco-Napolitano, hanno mai aiutato a sciogliere questi dilemmi. Ma tantomeno l’ha fatto il pacchetto Maroni: da quando l’immigrazione clandestina è un reato e non più un’infrazione amministrativa, le presenze di clandestini “veri” in Italia non sono diminuite di una sola unità, anzi han continuato ad aumentare. Chi fugge per disperazione dal suo paese non si lascia certo intimidire da un reato finto, che non prevede il carcere né prima né dopo la condanna e finisce quasi sempre in prescrizione, o al massimo con una multa di qualche migliaio di euro che il condannato non può (o finge di non poter) pagare, visto che non lavora o lavora in nero o delinque. L’unico risultato è l’ulteriore intasamento dei tribunali, già oberati di arretrati spaventosi, con costi spropositati e risultati zero. Grillo (che ha sposato un’iraniana) e Casaleggio non sono né razzisti né xenofobi, come s’è affrettata a scrivere la stampa di regime: semplicemente, essendo abituati al contatto con la gente, conoscono bene i sentimenti profondi e inconfessabili che animano milioni di italiani costretti a una vergognosa guerra tra poveri da una politica inetta e distante. E temono di veder equiparato il loro movimento ai partiti che chiacchierano in tv, piangono ai funerali e non fanno nulla.

Ma, sulla clandestinità, i due capi dei 5Stelle hanno perso un’occasione per tacere. Invece di scomunicare i loro bravi parlamentari, dovrebbero elogiarli per il servigio reso all’Italia, e poi fermarsi a ragionare a mente fredda, interpellando qualche esperto della materia, per riempire il vuoto programmatico su un tema cruciale come questo. Con proposte serie e anche severe: non è scritto da nessuna parte che abolire il reato di clandestinità implichi l’iscrizione automatica nel partito dei buonisti, delle anime belle che negano il problema della clandestinità, spesso collegata alla criminalità. I 5Stelle hanno ancora la credibilità per fare proposte, a differenza dei vecchi i partiti che pontificano sull’un fronte e sull’altro, responsabili unici del disastro di oggi, avendo sempre oscillato fra le sparate xenofobe contro i “bingo bongo” da respingere in mare a cannonate e le geremiadi piagnucolose e generiche dell’“accoglienza” e dell’“integrazione” (che, con la loro inconcludenza, seminano anch’esse razzismo a piene mani). Quindi continuino a insistere per l’abrogazione del reato di clandestinità e di buona parte della Bossi-Fini, e poi propongano con che cosa sostituirle: a partire da un piano straordinario di controlli preventivi e repressivi efficaci, dotando dei mezzi necessari le forze dell’ordine. E la smettano di vergognarsi dei propri successi.

Ipocriti del cazzo [eddue]

Mauro Biani

In un paese civile, normale e dove i diritti dei cittadini fossero tutelati e rispettati in primis da quella politica che li rende operativi per legge gente come giovanardi e la binetti sarebbe in galera per le sue dichiarazioni omofobe e razziste. E invece entrambi continuano ad essere inseguiti da sedicenti giornalisti ansiosi di ascoltare [e purtroppo farle sapere anche a noi] le autorevoli opinioni di questi due, per citare i peggiori, che da sempre esprimono la stessa: l’omosessualità è contro natura, è una malattia. Mentre non è l’una né l’altra cosa, e il dramma è che questo lo sanno anche giovanardi e la binetti che fra l’altro è un medico psichiatra che un ordine dei medici serio avrebbe già cacciato a pedale nel culo.

Chi può dimenticarsi della perla giovanardesca  quando disse che per lui due lesbiche che si baciano sono come chi fa la pipì in strada? eppure sono sempre lì, nessuno se ne preoccupa più di tanto. Fanno folklore, si vede.

La politica continua a  nascondersi dietro l’ignobile alibi del c’è altro a cui pensare, del paese che non è pronto e della gente che non capirebbe, mentre la gente ha capito benissimo che la politica italiana ha legiferato, si fa per dire, e continuerà a farlo in materia di diritti civili col preciso obiettivo di non inimicarsi il prezioso bacino di voti dei cattolici e dunque il vaticano;  la responsabilità  della mancanza di leggi a tutela di diritti e uguaglianza  in questo paese ce l’ha SOLO la politica che, a destra come a sinistra, si è sempre inchinata ai desiderata di papi, vescovi e cardinali al solo scopo di raccattare qualche voto in più,  ce l’ha la gente di questo paese, perché non è mica colpa della chiesa se gli italiani non hanno mai maturato un pensiero forte per contrastare ad esempio l’omofobia, il razzismo. In un paese a maggioranza di imbecilli non spaventa un pregiudicato che ricatta le istituzioni e quel ricatto poi viene fatto subire a noi cittadini per mezzo di un presidente del consiglio che minaccia tasse più alte se cade il governo; non mette paura un condannato alla galera per il reato più odioso di tutti perché ricade su tutti qual è l’evasione fiscale e  che  viene trattato e considerato  ancora come l’interlocutore con cui dialogare, non hanno spaventato sessanta anni di finta democrazia, finta repubblica, finti governi al soldo di altri poteri estranei all’Italia proprio come quello delle larghe e bellissime intese napoletane, no: meglio prendersela con gli omosessuali, i neri, gli zingari, sono loro il vero pericolo.

Non so se una legge contro l’omofobia avrebbe salvato il ragazzino che si è buttato dal balcone a quattordici anni perché stufo di essere la vittima di un paese che sta alla cultura, al rispetto come berlusconi all’onestà:  non è nemmeno il primo né sarà l’ultimo in questo paese di ignoranti mascalzoni.

 Probabilmente no, perché esistono leggi che ordinano di non rubare ma i ladri continuano ad esistere, così come gli assassini, gli stupratori, i pedofili, i corruttori e via a seguire per tutte le azioni oltre la legge che la legge però non potrà mai controllare né risolvere alla radice perché quell’agire fa parte dell’umanità da che esiste l’umanità.

In un paese come il nostro poi dove è la politica stessa a fare in modo che le leggi siano invalidate così come certi processi e alcune sentenze si guarda ormai a quello che accade giornalmente in materia di discriminazioni, ingiustizie, illegalità con un sentimento di dolorosa rassegnazione.

Quello che la politica può fare, ma deve essere una buona politica dunque non la nostra, è fare in modo che si riduca l’asticella delle disuguaglianze fino ad annullarle così come vuole la nostra Costituzione, perché non esiste legge che possa sanzionare l’imbecillità, l’ignoranza e continuare a premere sul tasto dell’esigenza di leggi speciali poi porta ad una legge inutile, malfatta e assurda come quella sul “femminicidio”.

In questo paese non serve una legge contro l’omofobia, altrimenti bisognerebbe farne una verso tutte le caratteristiche umane e personali che smuovono il giudizio becero fino alla discriminazione: ne servirà una che punisca chi prende in giro e discrimina gli obesi, quelli con gli occhiali o il naso storto, una contro chi è contro i facili costumi, nel paese dove ragazze e donne vengono etichettate come troie e discriminate di conseguenza solo perché si vestono in un certo modo e hanno un atteggiamento disinvolto con gli uomini.

In questo paese è necessaria, urgente una legge che metta gli omosessuali, le lesbiche e i trans allo stesso livello di chi non lo è.

 Si parla di diritti, di una Costituzione che comanda che la legge è uguale per tutti ma nei fatti non lo è, e di cittadini uguali sempre, e nei fatti non lo sono.

E i primi a fottersene allegramente sono proprio quelli che dovrebbero difendere tutto quello che è scritto in quella Carta ma nei fatti non succede.

Diritti uguali per tutt* e leggi uguali per tutt*: così si combattono le discriminazioni, non strumentalizzando politicamente le condizioni e  i drammi della gente per magari guadagnarci perfino dei soldi sopra con strutture apposite alla tutela di questo e quello.
E allo stesso modo è necessario, urgente che la politica di tutti i colori smetta di usare le minoranze quale strumento elettorale, trasformarle in argomenti buoni in campagna elettorale, non fare nulla quando dovrebbe e ricordarsene solo in presenza di una tragedia.

Capito, Lauretta?

Legalità cazzona

Sottotitolo:  “Gli italiani devono sapere che si mette in carcere un uomo come silvio ‪berlusconi‬”, dice la garnero ex ‪‎santanchè‬.

Prima di tutto non è vero che andrà in prigione, e lo sa pure lei, eppoi qual è il problema? c’è gente che aspetta da vent’anni, ci faremo trovare pronti, stia pure tranquilla.

Quando mussolini mandava i dissidenti “in vacanza al confino” [cit. il noto delinquente], spesso con un biglietto di sola andata forte del fatto che si sarebbero trovati proprio bene in quegli ameni luoghi di soggiorno, gli italiani non lo venivano nemmeno a sapere. 
Nessuno si preoccupava di informarli.
Chissà se la sovversiva eversiva che si dichiara fiera di essere fascista se le ricorda queste cose.

Non si capisce perché si dovrebbe garantire la presenza di un pregiudicato delinquente in parlamento nel paese che non garantisce la presenza nel posto di lavoro, e il lavoro, ai cittadini onesti. 

Chi e cosa dovrebbe garantire un condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo e definitivo per frode fiscale. 
Chi e cosa dovrebbe rappresentare uno così e che contributo può dare uno così. 

Fermo restando che un indagato per mafia non dovrebbe avere nemmeno la possibilità di conferire col capo dello stato per chiedergli di fare una cosa che non si può fare. 

Il voto non garantisce immunità né impunità, ho fatto ieri l’esempio di Chirac condannato, e in tutti i paesi dove i politici hanno contenziosi con la legge nessuno pretende l’esenzione dalle colpe e dalle pene.

silvio berlusconi oltre alle varie condanne ha ancora dei procedimenti penali in corso, altri potrebbero veder inclusa la sua persona. 

Quindi non ha proprio i requisiti minimi per poter chiedere provvedimenti caritatevoli.
E per ottenere una grazia bisogna aver scontato almeno una parte della pena. 

Lui, non noi, ecco.

silvio berlusconi non ha fatto nulla di storicamente significativo in questo paese, non è uno statista, non è un politico di livello, non è quell’imprenditore capace che è stato descritto quasi a giustificarne la presenza in politica: come se la gestione di un paese e dello stato fosse in qualche modo paragonabile o associabile a quella di un’azienda.

silvio berlusconi è un bluff e rappresenta solo se stesso, i suoi interessi, la sua volgarità, il suo essere naturalmente predisposto alla delinquenza, al non rispetto di leggi e regole, e solo questo paese poteva offrirgli tante opportunità.

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Cetto Berlusconi – Andrea Viola, Il Fatto Quotidiano

Vedere tutto questo senza che ci sia una ferma e decisa condanna sia da parte del Partito democratico (che doveva già uscire dal Governo) e soprattutto del Presidente della Repubblica rende la situazione ancora più drammatica.

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Denunciati gli organizzatori del sit-in con B.

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E così, dopo aver riposizionato in fretta, furia e in modo irregolare – ché si sa, la gatta frettolosa partorisce i figli ciechi – i pali divelti per far spazio all’oscena manifestazione pro delinquente è partita una denuncia regolare del comune di Roma nei confronti degli organizzatori dell’abuso su Roma di domenica scorsa.

Complimenti per il tempismo.

Peccato però che tutti, anche ai piani alti delle istituzioni sapessero con un certo e largo anticipo dell'”evento”, quindi ci sarebbe stato tutto il tempo per impedirlo, per impedirne la realizzazione, per vietare che un manipolo di svergognati residenti di questo paese mettesse in scena, previo pagamento, l’orrido teatrino indegno perfino del peggior avanspettacolo, quando gli spettatori per dimostrare il loro sgradimento tiravano frutta marcia e gatti morti sul palco dove si esibivano gli attori.

La manifestazione di domenica ci racconta ma soprattutto conferma la teoria del “forti coi deboli [e viceversa]” perché mentre a Roma si commettevano reati a ripetizione per accontentare il satrapo tecnicamente e praticamente delinquente, la versione al maschile di Gloria Swanson sul viale del tramonto politico, le forze dell’ordine erano impegnate a controllare pericolosi criminali sparsi nelle località vacanziere di questa torrida estate.

Mentre in una via centralissima di Roma, a duecento metri da quel Campidoglio che deve vigilare su Roma si sfasciava il manto stradale, si dava ospitalità ad una manifestazione abusiva a favore di un abusivo, del pregiudicato più amato degli ultimi diciotto anni, poliziotti, carabinieri e finanzieri stavano terrorizzando il titolare del bar, del ristorante, del locale notturno in quel di Portofino e Porto Cervo, il che intendiamoci, in presenza di irregolarità da sanare andrebbe benissimo se poi con la stessa solerzia qualcuno avesse fatto lo stesso nei riguardi di quello che stava per succedere ed è successo a Roma.

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Il marcio su Roma
Marco Travaglio, 6 agosto

Si racconta che il leader della sinistra storica Agostino Depretis, inventore del trasformismo, noto per la diabolica arte del rimpasto, del galleggiamento e dell’equilibrismo, quando tirava aria di crisi di governo si presentasse in Parlamento pallido ed emaciato, intabarrato in abiti trasandati e lisi, la barba lunga e bianca, l’andatura claudicante per l’eterna gotta, quasi avesse un piede nella fossa. Si rivolgeva all’assemblea con voce malferma e tossicchiante, con intercalari del tipo: “Sono mezzo malato, e pure di malumore, abbiate un po’ di pazienza”. Dinanzi a quel cadavere ambulante, anche i più strenui oppositori si muovevano a compassione e lasciavano passare la fiducia. 

Tanto, pensavano tra sé e sé, dura poco. E invece durò parecchio, fino alla morte vera. La tecnica del “chiagni e fotti” fu poi perfezionata e sublimata dal cavalier Banana, che da vent’anni alterna ostentazioni di virilismo e giovanilismo a sceneggiate che lasciano presagire l’imminente dipartita, perlomeno politica. Alla prima difficoltà, accenna al “passo indietro” a favore di qualcun altro, poi regolarmente eliminato a maggior gloria di Lui. 

Nel ’96 Gad Lerner chiese per lui la grazia in cambio del ritiro a vita privata (i successori designati allora erano Antonio Fazio e Monti). 

E un anno fa annunciò ufficialmente che passava la mano ad Alfano o al vincitore delle mitiche primarie Pdl, salvo poi rimangiarsi tutto e ricicciare più ribaldo che pria. Ora ci risiamo, con un’aggiunta. Se prima il “chiagni e fotti” si manifestava simbolicamente col vittimismo delle parole, ora è validato da lacrime vere sul volto imbalsamato dal fard marron a presa rapida resistente alla canicola (ma non sarà un tatuaggio?). Vere, poi, si fa per dire. Il 30 marzo ’97 – governo Prodi – B. lacrimò al porto di Brindisi dove la Marina Militare italiana aveva speronato una nave di profughi albanesi provocando decine di vittime, e promise ai superstiti di alloggiarli nella villa di Arcore. “Anche quando finge una commozione che non sente — scrisse Indro Montanelli – quella commozione a un certo punto diventa vera perché finisce per commuoversi di sé stessa. Le lacrime di Berlusconi possono essere un inganno per chiunque, meno che per Berlusconi. A quello che dice e fa, anche se lo dice e lo fa per calcolo, Berlusconi ci crede.

La scena sa tenerla da grande attore: se gli dessero da recitare l’Otello, sarebbe capace, per dare più verisimiglianza al cruento finale, di sbudellarsi veramente, e non per finta, sul corpo esanime di Desdemona… Nella parte della vittima, quella che i napoletani chiamano del ‘chiagne e fotte’, è imbattibile. Forse qualcuno capace di ‘fottere’ come lui ci sarà. Ma nel ‘chiagnere’ non c’è chi lo valga”. Dunque domenica il frodatore pregiudicato ha pianto: per la condanna dell’Innocente, che poi sarebbe Lui.

E la sceneggiata ha funzionato un’altra volta. 

Quella lacrima sul fard è bastata a far dimenticare l’ennesimo attacco eversivo ai magistrati (hanno “vinto un concorso”, mentre a suo avviso dovevano perderlo), sferrato dal palco abusivo dietro cui campeggiava la scritta simbolica “Via del Plebiscito” e sotto cui una piccola folla di comparse a pagamento, perlopiù sue coetanee, scandivano “duce duce”. 

Intanto l’Agenzia delle Entrate, alle dipendenze del governo da lui sostenuto, perlustrava le località balneari a caccia di evasori suoi discepoli, per quanto dilettanti (roba di scontrini non battuti, non certo di 64 società offshore e fondi neri per decine di milioni). 

Seguiva il vivo compiacimento del premier Nipote per il discorso moderato e soprattutto perché il delinquente resta al governo. E il premio speciale del Quirinale, ormai ridotto a ufficio reclami per Vip imputati o condannati (da Mancino a B.), con l’udienza pellegrinaggio del duo Schifani-Brunetta (il primo indagato per mafia) per impetrare la Grazia Regia. Denominata pudicamente “agibilità di B.”. Manco fosse un fabbricato.

Abusivo, ci mancherebbe.

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Sopra e sotto quel balcone la corte che non vuole crepare
Alessandro Robecchi – Il Fatto Quotidiano, 6 agosto

Il balcone ha il suo fascino, si sa. E di norma, visto che abitiamo qui, dove certe cose sono già successe, se uno sta sul balcone e la folla sta sotto a dire evviva, ecco, ci sarebbe da preoccuparsi. E invece stavolta tutto è ribaltato, le gerarchie sono state infilate in un frullatore, e beato chi ci capisce. Riassumiamo: sul balcone e sotto il balcone. Sopra la panca e sotto la panca. Sopra, in questa foto della manifestazione dell’altroieri, ideologi e organizzatori, categoria “falchi”.

Sotto, il capo in persona, più ceronato che mai, con l’optional delle lacrime, la fidanzata in gramaglie, le seconde file di quelli che non sono riusciti a salire sul balcone, e la folla immensa dei cinquecento pullman annunciati, che a far bene i conti significa tre o quattro passeggeri per torpedone, più l’autista . Viaggiare larghi, insomma.

Sul balcone, con rispetto parlando, ognuno si fa un po’ i cazzi suoi. Cicchitto telefona. La Santanché telefona, ma alla moda dei calciatori quando si dicono la tattica in campo, con la mano davanti perché nessuno le legga il labiale e si accorga, nel caso, che sta parlando con l’estetista. Altra categoria: Capezzone e Brunetta, che salutano la folla come se le star della festa fossero loro, e Denis Verdini che indica lontano, all’angolo della via. Chissà, forse fa il palo e avvisa che arriva qualcuno. Nitto Palma si fuma una sigaretta in santa pace, proprio come fareste voi se foste un presidente della Commissione Giustizia alla celebrazione di un delinquente. Poi c’è uno mai visto, che non è della serie A1, un tale che batte le mani, che si chiama Ignazio Abrignani, è, o è stato, uno scajoliano (tu guarda che parole mi tocca scrivere), e forse applaude perché si è imbucato con successo.

Sotto il balcone, dicono sempre le cronache (cronache comuniste!), Mara Carfagna gira intorno senza accalcarsi, e la povera Ravetto è respinta dai buttafuori di Palazzo Grazioli, tipo discoteca, dove al privé non entri manco se ti spari. Giù, mischiati al lumpenproletariat della libertà cammellato in pullman con l’acqua minerale, i panini e la bandiera nuova di pacca, c’è Minzolini, ovvio, ma anche Giggino a’ Purpetta. I ministri sono a casa con la giustificazione scritta che si spiega così: i principali esponenti del partito sostengono il condannato, ma il governo ci serve vivo, e quindi loro sono esentati.

Ma il fatto è che anche fare il pretoriano è un lavoro duro, senza orari, sai quando l’imperatore ti convoca e non sai quando puoi andare a casa. Così, nei ritagli di tempo, o nelle pause dello spettacolo, i pretoriani si godono il tempo libero, chiamano la fidanzata , salutano gli amici. O curano le pubbliche relazioni, come la stilista Alessandra Mussolini che ormai ha capito: la fotografano solo se esibisce una maglietta spiritosa, meglio se volgarotta nello stile degli arditi del nonno.

Qualcuno suggerisce di leggere attraverso la dinamica “sul balcone/sotto il balcone” le nuove gerarchie della Silvio Jugeland, ma chissà se è possibile. Perché qui è anche questione di ingegneria genetica, e nessuno sa spiegarci come fa una colomba a diventare falco, e poi a tornare colomba, e poi falco, a seconda degli ordini del capo. O magari è tutto più semplice di come la stiamo facendo, e tutti quanti, sul balcone e sotto il balcone, stanno solo cercando una posizione sicura per quando crollerà la statua del capo supremo. Che non gli finisca in testa, cerone, lacrime e tutto. Ecco, forse gli basta questo.

Cambiare, si può

Sottotitolo: non c’è niente di più populista della solita retorica d’ordinanza e d’accatto espressa dalla politica e dal presidente vivo e vibrante ogni volta che un aereo militare riporta a casa un morto per la pace. Ipocriti sempre al servizio di qualcuno e che pretendono anche il rispetto per il loro ruolo e per una bandiera che nel corso della storia nessuno di quelli che l’ha rappresentata ha mai esitato a svendere al miglior offerente.

Peggio di Alemanno non c’è nessuno

Antonello Caporale, Il Fatto Quotidiano

Liberiamo Roma

Marino ha votato per Rodotà presidente e NON ha votato la fiducia a Letta. Non scegliere tra lui e Alemanno è follia, un regalo ai fascisti. 
PELLIZZETTI Amministrative: il genius loci inascoltato  DON FARINELLAVotate Marino per fermare fascisti e clericali  GIULIETTI Dieci e più ragioni per scegliere Marino  CATTOLICI DI BASE Appello contro Alemanno
[Micromega]

La scelta di non andare a votare è legittima quanto quella di farlo.

Ho scritto diverse volte perché lo penso che, secondo me, la gente ha tutto il diritto di non andare a votare se la politica non offre un’alternativa il più possibile vicina alle idee di tutti i cittadini e che sappia poi dare risposte concrete.

 I cittadini hanno non solo il diritto ma anche il dovere morale di avercela con la politica quando diventa arrogante, si ammanta di autoreferenzialità non tenendo minimamente conto di quali sono le esigenze, le urgenze, le necessità dei cittadini e davanti a queste mette le sue, la sua sopravvivenza a tutti i costi e, come è accaduto dopo le elezioni nazionali si permette di non considerare le scelte democratiche espresse alle elezioni in virtù di un’emergenza che evidentemente non c’era se a distanza di un mese non è stato reso operativo nessun provvedimento per contrastarla. 

E hanno il diritto e il dovere di avercela anche con lo stato se il suo più alto rappresentante dimostra di non garantire per i cittadini ma esclusivamente per quella politica che è la stessa che ha trascinato questo paese in questa condizione di anormalità antidemocratica e anticostituzionale.

E non è nemmeno vero come pensano e dicono in tanti che chi non va a votare poi non si deve lamentare; quel diritto ce l’ha eccome finché la politica non offrirà una giusta alternativa ma soprattutto quelle risposte che la politica non è tenuta ma OBBLIGATA a dare, ché se un ristorante propone sempre la stessa pietanza, disgustosa peraltro,  il suo proprietario poi non se la può prendere con nessuno oltre a se stesso se il suo locale poi  va in fallimento.

In questo paese non è la politica ad aver stancato la gente ma QUESTA politica, chi lo capisce e lo ha capito, è brav*, chi no, vada a ripassare le lezioni che la politica ha dato, per tacere per decenza di quelli antecedenti,  anche e solo in questi ultimi diciotto anni.

MA

Quando i cittadini hanno la possibilità di sovvertire questo stato di cose e non lo fanno per questioni di orgoglio, di difesa di chissà quale principio, perché pensano che tanto le cose poi non cambiano sono degli irresponsabili, esattamente come quei romani che non sono andati a votare e che non andranno a votare per mandare a casa l’indecente alemanno.

L’alternativa stavolta a Roma c’è,  si chiama Ignazio Marino, che non ha condiviso le scelte del suo partito coi fatti votando Rodotà, dimettendosi da senatore prima di sapere l’esito di queste elezioni e non votando a favore del governo delle larghe intese:  che altro doveva fare per dire alla gente “guardate che io non sono come loro, come tutti?”

Negli anni ottanta Gianni Alemanno era a capo del Fronte della gioventù, organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Venti anni dopo, diventato sindaco di Roma, non ha dimenticato nessuno dei suoi vecchi amici camerati, neanche quelli condannati o finiti in galera per pestaggi o atti terroristici durante gli anni di piombo. A loro il primo cittadino della capitale ha riservato cariche politiche, consulenze e posti di tutto rispetto nelle società controllate dal Comune.

[gek60.altervista.org]

Innocente per sentenza, televisiva

Sottotitolo: in un paese dove non c’è tutela per persone fatte e finite, non esiste nemmeno il diritto all’uguaglianza nei fatti come comanda la Costituzione il papa, presentandosi in tutto il suo splendore di papa, pretende la tutela giuridica dell’embrione, ovvero di un’ipotesi di vita, senz’alcuna certezza di trasformarsi in tale.
 E’ cambiato il piazzista ma la merce è sempre la stessa, e anche la politica è sempre la stessa, anzi è perfino peggiorata per motivi di “pacificazione nazionale”, incapace di reagire, e opporsi se occorre, ai “suggerimenti” dell’alto referente di santamadrechiesa come invece si fa nelle democrazie evolute, civili, mature.  

 Il vaticano non ha ancora eliminato dal suo codice penale la pena di morte. Però difendono la vita, loro.

Alemanno ha scelto il giorno della festa della mamma per “protestare” contro la 194, commemorare i feti abortiti: nemmeno Quentin Tarantino e Dario Argento sarebbero arrivati a tanto.  Ipocriti vergognosi, difensori del nulla, indegni abitanti di una società, la nostra, che non può diventare civile per colpa loro.
Ma non si vergogna quella gentaglia che ha accompagnato il sindaco fascista ieri in quella ridicola manifestazione oscurantista, becera,  a polemizzare ancora su una legge che difende e tutela le donne?  mi piacerebbe sapere chi obbliga chi ad abortire, divorziare, mettersi con qualcuno dello stesso sesso se c’è interesse, attrazione e amore, perché una legge deve essere ridiscussa dopo trent’anni e altre invece non si possono fare perché disturbano chi è contrario, in primis gl’invasori d’oltretevere.

Il nuovo papa, quello che ha incantato quasi tutti con la sua semplicità […] propone la raccolta di firme nelle parrocchie italiane contro la legge sull’aborto.
Le leggi civili esistono per tutelare tutti e non certo per obbligare tutti poi a farne uso.
Chi non vuole abortire, non ha la necessità di divorziare né quella di accompagnarsi ad una persona dello stesso sesso può continuare a farlo in assoluta libertà.
Quella libertà che mancherebbe invece alle persone che hanno esigenze di vita diverse, che avrebbero avuto delle difficoltà serie se certe leggi non ci fossero state e che continua a mancare agli omosessuali non ritenuti degni degli stessi diritti di tutti, ancora oggi, nel terzo millennio e in un paese occidentale dove non solo non si fa un passo avanti in fatto di civiltà e di diritti ma si vorrebbero eliminare anche quelli ottenuti faticosamente in altri periodi, quando la voce del popolo veniva ascoltata e non ignorata come adesso.

 

 

IL CAVALIERE SI ASSOLVE IN TV (Concita De Gregorio)

E BERLUSCONI SI VIDEO-ASSOLVE ALLA VIGILIA DELLA REQUISITORIA SU RUBY (Piero Colaprico)

314 traditori dello stato e del popolo italiano votarono in parlamento che Ruby era la nipote di Mubarak, nessuno di loro è stato cacciato con disonore, alcuni di loro oggi sono ministri della repubblica italiana, uno addirittura vicepresidente del consiglio, col beneplacito di Giorgio Napolitano.

 

[Se questo fosse un paese normale] chissà quante cose belle si potrebbero scrivere, raccontare, di un paese che funziona.

Invece, e purtroppo, è solo la solita italietta dove succedono cose impensabili, incredibili e che altrove non verrebbero tollerate e nemmeno giustificate.
Ad esempio [se questo fosse un paese normale] stasera la televisione del servizio pubblico, quello pagato coi soldi dei contribuenti, dovrebbe trasmettere un programma intitolato: “berlusconi: l’anomalia italiana” per fare da contraltare alla spazzatura andata in onda ieri sera su canale 5.
Un programma dove raccontare come e perché è potuto accadere che un intero paese sia stato consegnato ad un impostore, malfattore, delinquente abituale [per sentenza di un giudice e non per le opinioni dei di-vi-si-vi], e provare a spiegare perché non è stato fatto nulla, a danno avvenuto, per fermare l’impostore, malfattore, delinquente abituale.

Perché si fa presto a dire “la gggente lo vota”, la responsabilità storica del berlusconi “politico” non è della gente ma di chi lo ha messo lì perché dopo tangentopoli ha ritenuto che fosse l’unica soluzione possibile, così come in seguito è stato ritenuto necessario, l’unica soluzione possibile, il governo cosiddetto tecnico e così come oggi l’unica soluzione possibile è quella dell’inciucio a cielo aperto.

In tutte e tre le situazioni non c’è entrata e non c’entra la gente che sì, poi vota chi c’è, e con la legge elettorale porcata anche chi non c’è,  ma se berlusconi non ci fosse stato come la legge chiedeva e imponeva lui non ci sarebbe stato. 

In questi ultimi diciotto anni l’Italia ha viaggiato al ritmo del golpe quotidiano, dell’oltraggio reiterato alla Costituzione per compiacere e favorire berlusconi, per permettergli di fare i suoi affari in tutta tranquillità, per evitargli di assumersi le sue responsabilità morali, civili e legali di fronte alla legge e al popolo italiano:  in nessun paese democratico del mondo sarebbe potuto succedere quello che è accaduto qui con la complicità di quasi tutta la politica  e maggiormente di quella stampa e informazione [cosiddette] che ancora oggi minimizzano, règolano, smussano, giustificano invece di fare quello che normalmente fa l’informazione nei paesi normali e civili e cioè il cane da guardia del potere, a maggior ragione di un potere incancrenito nella malattia della disonestà, politica e non, qual è stato e qual è quello italiano.

Pronto Intervento Vaselina
Marco Travaglio, 13 maggio

Ieri il Pronto Intervento Vaselina (PIV) ha avuto il suo daffare per sminuire, minimizzare, indorare, edulcorare, sopire e troncare le scene eversive di sabato a Brescia, dove un noto delinquente condannato a 4 anni per frode fiscale, che è anche il leader del secondo partito di governo, ha arringato una piccola folla di fan esagitati minacciando la magistratura sotto gli occhi estasiati del vicepresidente del Consiglio nonché ministro dell’Interno, del ministro delle Riforme istituzionali e del ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Scene che anche in Mozambico avrebbe provocato, nell’ordine: l’intervento del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, con immediata revoca delle deleghe ai tre gaglioffi e caduta del governo. Anche perchè la libera stampa non avrebbero dato tregua al premier, per sapere se condivida il gesto dei tre ministri e soprattutto se davvero si sia impegnato con B. a “riformare” la Giustizia e la Consulta come indicato, anzi intimato da B. Fortuna che in Italia, salvo rare eccezioni, la libera stampa non c’è. Ecco dunque all’opera le truppe scelte dei salivatori, vaselinisti, pompieri e anestesisti, addestrati a ingoiare e a far ingoiare qualunque rospo o pantegana, per convincere gli italiani che sabato a Brescia, in fondo, non è successo niente. Anzi, i contestatori devono scusarsi molto col Pdl per i fischi divisivi e gli slogan eversivi. Polito Lindo. Il quotidiano più ardito e marziale, nel descrivere la maschia prestazione di B., non è il Giornale di Sallusti (che si accontenta di un fiacco “Berlusconi: io resto qui”). Ma il Corriere della sera, che titola senz’alcuna virgoletta: “Berlusconi: non mi fermeranno”. 
Così qualcuno penserà che i giudici impegnati nei processi Mediaset e Ruby intendano “fermarlo”.

Il virilissimo titolo è compensato da un editoriale del noto emolliente Antonio Polito, che riesce a scrivere restando serio: “Il discorso di Berlusconi è di forte sostegno al governo, nonostante la sentenza” Mediaset. Il titolo è già tutto un programma: “Il pagliaio”. 
La tesi è che purtroppo la politica italiana è minacciata dal rischio di “altri fuochi”, a causa della troppa “paglia lasciata in eredità dalla seconda Repubblica”. Per cui a mettere a repentaglio le istituzioni non sono gli attacchi eversivi di B. al terzo potere dello Stato, ma fenomeni di autocombustione che, “da entrambe le parti”, potrebbero riattizzare l’incendio.

Il divo Giulio

 Sottotitolo: alle spalle di Andreotti giganteggia la parola INNOCENTE sul maxischermo di Porta a porta nella famosa puntata successiva alla PRESCRIZIONE di Giulio Andreotti.
Prescrizione non vuol dire affatto assoluzione ma per bruno vespa questo fu un dettaglio ininfluente, la tv di stato, il servizio pubblico non ritenne opportuno spiegare agli italiani attraverso il suo – ahimé – programma di approfondimento politico [ari_ahimé] di spicco, non foss’altro perché si prende cinque sere a settimana da anni che Giulio Andreotti non fu assolto per innocenza ma prescritto in un processo per mafia. Che non è la stessa cosa.

Solo al pensiero di quello che dovremo leggere e sentire già mi sento male.
Santo, santo, lo faranno diventare.
Se l’hanno assolto da vivo figuriamoci che faranno adesso che è morto.

Morto a 94 anni Giulio Andreotti
Dagli incarichi di Stato ai misteri italiani

Preambolo:  Tenete il fiato, di Massimo Rocca per il Contropelo di Radio Capital

Avete presente la scena del Divo, quando Andreotti arriva alla giunta per le autorizzazioni a procedere? Nella realtà la folla delle telecamere e dei giornalisti era almeno il triplo, io quel 14 aprile del 93 ero lì in mezzo, nel meraviglioso cortile di Sant’Ivo alla Sapienza. Andreotti normalmente pallido era terreo, la bocca sottile non c’era più, più che gobbo era curvo. Fu come essere alla Concorde quando un condannato saliva alla ghigliottina. Lui aveva paura. Io ero molto ingenuo. Mi sembrò il culmine di quello che era iniziato un anno prima nel Pio Albergo Trivulzio, sedici giorni dopo avrei visto Craxi fuggire dal Raphael sotto una pioggia di monetine. Cadevano uno dopo l’altro i potenti, la magistratura diceva, trovava, provava, quello che avevamo sempre detto. Ci sembrava, in piccolo, la nostra Liberazione. Si respirava a pieni polmoni. Dimenticavo, brutto per uno storico di formazione, che in Italia si respira per poco, un paio d’anni ogni tanto. Tra il 59 e il 61 dell’ottocento, tra il 43 e il 45. Undici mesi dopo Berlusconi vinceva le elezioni.

E siamo sempre alle solite.
Alle squallide faccende di casa nostra che riguardano un’informazione viziata dalla malattia della menzogna a getto continuo.
Ecco perché poi quando qualche “folle visionario” col vizio della verità cerca di fare chiarezza viene accusato di gettare fango e di essere lui, il bugiardo.
Giulio Andreotti non è stato affatto uno statista apprezzabile e degno di una forma superiore di rispetto perché non ha fatto proprio niente di rilevante per dover passare alla storia come tale.
Ieri scrivevo sulla mia pagina di facebook che al di là di tutto, Andreotti si è fatto processare, Craxi ha preferito latitare ma nessuno dei due ha mandato un paese a carte quarantotto per i suoi guai con la giustizia.

Solo uno c’è riuscito, evidentemente perché più di qualcuno si è attivato per consentirlo.

Perché doveva andare così e deve ancora essere così.
E se berlusconi è più di Andreotti, più di Craxi e più di entrambi messi insieme questo paese è davvero in pericolo: non è una leggenda metropolitana e nemmeno qualcosa su cui si può ancora scherzare e farci su dell’ironia.

E quello che mi fa incazzare è che tutti e tre hanno la nomea di statisti, quelli morti perché rivisitati e ripuliti perbenino, quello vivo perché comunque ha la possibilità di tenere sotto scacco un paese per i fatti suoi ma tutti e tre non avranno il giudizio storico che si meritano.

Anche il Coni ha proclamato per le manifestazioni sportive il minuto di lutto nazionale, il lutto nazionale per un prescritto per mafia.

Poi dice perché berlusconi sta ancora lì.

Ma il fatto di aver preferito accettare le regole di uno stato di diritto, o almeno di quel che ne resta non può essere un motivo per elogiare un signore che non è stato sanzionato per un abuso edilizio o per aver lasciato la macchina in divieto di sosta ma processato per mafia, nello specifico per “il reato di associazione per delinquere” commesso fino alla primavera del 1980 e assolto “per insufficienza di prove” per quello di associazione mafiosa.

E nessuna delle due sentenze significa innocenza a trecentosessanta gradi, la prescrizione interviene quando scadono i tempi regolamentari necessari ad un processo per arrivare ad una giusta sentenza, l’insufficienza di prove quando non sono state raccolte quelle prove che potrebbero produrre un altro risultato: l’insufficienza di prove potrebbe essere anche legata alla negligenza di investigatori poco capaci, ad esempio. 

Negligenti per scarsa capacità o magari perché hanno pensato che non fosse opportuno essere più precisi nella ricerca.

Ma tutto questo non sta impedendo in queste ore che seguono la dipartita di colui che sembrava esente anche dalla morte, di parlare di lui come se fosse stato determinante per il cammino di questa nostra democrazia.

E invece non è affatto così.

Andreotti si porta via, nella sua “miglior vita” molte cose e tutte importantissime, i segreti e le omissioni sulle stragi di stato e di mafia ad esempio, fare chiarezza su questi e non ricoprirli col solito alibi, paravento di quella ragion di stato che tanto male ha fatto e continua a fare a questo stato avrebbe potuto migliorare la democrazia, rendere questo un paese fatto di gente consapevole e capace di distinguere la figura di uno statista da quella di un signore il cui unico interesse è stato accumulare una quantità spropositata di potere. 
Gente che grazie alla verità sui fatti passati avrebbe magari evitato di riportare al potere persone interessate non al bene dello stato ma unicamente al loro.

E la sua frase ormai entrata nel linguaggio comune: “il potere logora chi non ce l’ha” è l’ammissione perfetta, esatta, di quello che è stato l’uomo politico  Giulio Andreotti.

Giulio, eri tutti loro
Marco Travaglio, 7 maggio

Uno straniero atterrato ieri in Italia da un paese lontano durante la lunga veglia funebre per Andreotti a reti unificate, vedendo le lacrime e ascoltando le lodi dei politici democristi e comunisti, berlusconiani e socialisti, ma anche dei giornalisti e degli intellettuali da riporto di tutte le tendenze e parrocchie, non può non pensare che l’Italia abbia perso un grande statista, il miglior politico di tutti i tempi, un padre della Patria che ha garantito al Paese buongoverno e prosperità, e ciononostante fu perseguitato con accuse false da un pugno di magistrati politicizzati, ma alla fine fu riconosciuto innocente e riabilitato agli occhi di tutti nell’ottica di una finalmente ritrovata pacificazione nazionale. 
La verità, naturalmente, è esattamente quella opposta. Non solo giudiziaria. Ma anche storica e politica. È raro trovare un politico che ha occupato tante cariche (7 volte premier, 33 volte ministro, da 13 anni senatore a vita) e ha fatto così poco per l’Italia: nessuno — diversamente che per gli altri cavalli di razza Dc, da De Gasperi a Fanfani a Moro – ricorda una sola grande riforma sociale o economica legata al suo nome, una sola scelta politica di ampio respiro per cui meriti di essere ricordato. Andreotti era il simbolo del cinismo al potere, del potere per il potere, fine a se stesso, del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il primo responsabile, per longevità politica, dello sfascio dei conti pubblici che ancora paghiamo salato. Un politico buono a nulla, ma pronto a tutto e capace di tutto. Il principe del trasformismo, che l’aveva portato con la stessa nonchalance a rappresentare la destra, la sinistra e il centro della Dc, a presiedere governi di destra ma anche di compromesso storico, a essere l’uomo degli Usa ma anche degli arabi. Un politico convinto dell’irredimibilità della corruzione e delle collusioni, che usò a piene mani senza mai provare a combatterle, perchè – come diceva Giolitti e come gli suggeriva la natura – “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito”. Eppure, o forse proprio per questo, era il politico più popolare. Perchè il più somigliante a quell’ “italiano medio” che non è tutto il popolo italiano. Ma ne incarna una bella porzione e al contempo la tragica maschera caricaturale. Se però Andreotti spaccava gli italiani, affratellava i politici, che han sempre visto in lui – amici e nemici – il proprio santo patrono e protettore. La sua falsa assoluzione, in fondo, era anche la loro assoluzione. Per il passato e per il futuro. Per questo, quando le Procure di Palermo e Perugia osarono processarlo per mafia e il delitto Pecorelli, si ritrovarono contro tutto il Palazzo. Il massimo che riusciva a balbettare la sinistra era che, sì, aveva qualche frequentazione discutibile, ma che stile, che eleganza in quell’aula di tribunale dove non si era sottratto al processo (il non darsi alla latitanza già diventava un titolo di merito). 
Fu parlando del suo processo che B. diede dei “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” a tutti i giudici. Fu quando si salvò per prescrizione che Violante criticò l’ex amico Caselli per averlo processato e la Finocchiaro esultò per l’inesistente “assoluzione”. Anche i magistrati più furbi e meno “matti”, come Grasso, si dissociarono dal processo e fecero carriera. Oggi le stesse alte e medie e basse cariche dello Stato che l’altroieri piangevano la morte di Agnese Borsellino piangono la morte di Giulio Andreotti. Ma non è vero che fingano sempre: piangendo Andreotti, almeno, sono sincere. Enrico Letta, alla notizia che la Cassazione aveva giudicato Andreotti mafioso almeno fino al 1980, si abbandonò a pubblici festeggiamenti: “Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona!”. E giù lacrime per l'”ingiustizia” subìta dalla venerata Presenza anzi Icona, fortunatamente “andata a buon fine” tant’è che “siamo tutti qui a festeggiare” (un mafioso fino al 1980). 
L’altro giorno Letta jr. è divenuto presidente del Consiglio. 
È stato allora che il Divo ha capito di poter chiudere gli occhi tranquillo.

Ave, Roma, morituri te salutant

Vittorio Arrigoni è stato ucciso a Gaza il 15 aprile di due anni fa, quando ne aveva trentasei, poche ore dopo il suo sequestro.

Vittorio era un uomo di pace che si impegnava per la pace in una zona dove non c’è mai stata pace, un  giornalista coraggioso: in ogni suo messaggio invitata a “restare umani”, qualcosa che diventa sempre più difficile da mettere in pratica.

Sottotitolo: queste cose possono succedere anche perché tanta gente non capisce. La questione fra Grasso e Travaglio è stata educativa, pedagogica, ha spiegato molto bene in che modo purtroppo pensa una larga parte della gente di questo paese.

Report, Alemanno inaugura la querela via twitter

Attendiamo quindi di sapere quale sia la nuova cifra milionaria avanzata dai querelanti per riparare l’onta della diffamazione. L’ennesima “querela temeraria”. Dopo quella dell’Eni che ha stimolato oltre 100 mila cittadini a firmare una petizione. Che continua. Perché cambia il querelante ma non la sostanza: si usa la querela come strumento intimidatorio per impedire ai giornalisti di documentare e ai cittadini di sapere, di conoscere la verità.

Contro queste “querele temerarie”, tema su cui i saggi hanno ben poco saggiamente sorvolato, è ora e tempo che il Parlamento si pronunci.

Più che un governo in Italia ci vorrebbe un team di educatori e rieducatori alla legalità, altroché i dieci inutili  saggi di Napolitano.
L’Italia è stata sventrata da cima a fondo perché il controllo sulle amministrazioni e sugli amministratori, dunque anche e soprattutto sui politici  è stato sempre troppo debole, perché quando ci sono di mezzo soldi, molti soldi, le istituzioni preposte pensano che si possa e si debba essere meno rigorosi e severi e non preoccuparsi nemmeno da dove vengono e per quali conti correnti bancari passano i soldi.
Quindi tutto va bene se le attività di una zona balneare, giusto per fare un esempio di quelli descritti da Report, possono essere gestite, praticamente alla luce del sole, dalla criminalità organizzata e non succede niente.
Ed è normale che il sindaco di Roma abbia fatto di Roma una cosa sua sotto gli occhi di un’opposizione distratta e ancorché assente, e nessuno ha mai pensato di doversene preoccupare.

Se dovessi scegliere a chi dare le mie chiavi di casa fra Milena Gabanelli e gianni alemanno non avrei nessun dubbio a chi consegnarle.
Ora, che il miracolato [perché solo un miracolato avrebbe potuto mantenere il suo posto nella sua condizione dopo tutti gli scandali e porcherie varie di cui è stato ed è protagonista] non abbia nemmeno aspettato la fine di Report ieri sera per correre al computer o chiedere a qualcuno di farlo, per annunciare le sue intenzioni bellicose contro Report e Milena Gabanelli è sintomatico di quanto questo sia un paese ir-re-cu-pe-ra-bi-le dal punto di vista della legalità.
In un paese normale le autorità non si sottraggono alle domande della stampa e dell’informazione, non scappano davanti ai microfoni di un giornalista [capito Uòlter? vale pure per te], si mettono a disposizione della stampa e dell’informazione per ogni tipo di chiarimento circa il loro operato, non pensano che la cosa più opportuna da fare sia portare in tribunale i giornalisti.
Quelli che lo fanno evidentemente non hanno la coscienza troppo pulita e pensano così di potersela cavare grazie ai loro eserciti di avvocati, alle immunità che si sono autoconcessi, alle leggi che solo in questo paese rendono politici e amministratori della cosa pubblica “più uguali degli altri”.

Ed ecco perché non bisogna mai stare dalla parte del potente delinquente se dall’altra c’è un giornalista, chiunque sia il potente o il delinquente che intimidisce, avverte, minaccia. 
Una querela, una denuncia verso un giornalista dicono e significano che su quello che fanno potenti e delinquenti non si può indagare, non si possono fare inchieste, è meglio non ficcare il naso in certe faccende e raccontare certi fatti, mentre invece in un paese normale succede esattamente il contrario: i giornalisti fanno le loro inchieste, pubblicano quello che bisogna pubblicare senza preoccuparsi troppo dei turbamenti dell'”eccellenza” di turno.

In un paese massacrato dalla corruzione, dalla criminalità che ha preso i posti di comando un po’ ovunque con la complicità di chi avrebbe dovuto impedirlo il pericolo, il nemico non può essere il giornalismo d’inchiesta, dovrebbero essere proprio e solo i delinquenti che un po’ a turno e indipendentemente dall’orientamento politico, hanno ridotto l’Italia a brandelli.