O si fa come dico io o vi dimetto

Sottotitolo: processo lungo, prescrizione lunga. Dipende dall’esigenza del potente delinquente, quanto gli serve per scampare alla legge, così smantellano la giustizia da almeno vent’anni per farsi i favori reciproci ché l’oggi a te e domani a me, ma soprattutto a lui, il latitante a cielo aperto, è sempre in agguato e poi per riparare i loro danni pensano all’indulto e all’amnistia. Nel paese più corrotto al mondo, dove la galera è la prima ratio dei poveracci e di chi non ci dovrebbe proprio andare ma per il potente il trattamento è assai diverso: berlusconi e Anna Maria Cancellieri ce lo insegnano, l’unica soluzione, riforma della giustizia che sa trovare il parlamento anziché abolire quelle leggi che mettono in carcere chi non ci deve andare è il tana libera tutti per tamponare il dramma delle carceri troppo piene. 

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I tempi bui e lo spirito di verità Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia

Ecco perché Barbara Spinelli deve stare zitta;  lei lo conosce bene, Giorgio.
E questo Scalfari non lo può sopportare; non può tollerare che si parli di come è Napolitano e non di come ce lo descrivono i corazzieri di regime.

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Napolitano, il ricatto, il 2015 Alessandro Gilioli

[…] Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?  E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza?

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Napolitano continua a non sentire il boom iniziato, con notevole ritardo, più o meno un anno fa. Si sente indispensabile e insostituibile, nonostante i rumors dicano da tempo che una consistente parte degli italiani che non si sentono rappresentati da questo signore, non senza motivi perché Napolitano ce li ha dati praticamente tutti, lo accompagnerebbero volentieri all’uscita pure adesso. L’elezione bis di Napolitano è stata sostenuta e voluta soprattutto da berlusconi che pensava che il presidente gli risolvesse l’annosa questione “galera sì galera no”, visto che Napolitano è lo stesso presidente che si è fatto garante con la sua firma di tutte le porcate che stanno consentendo a berlusconi di farsi beffe di una sentenza di condanna definitiva emessa ormai quasi cinque mesi fa. Ed è quindi comprensibile oggi il disappunto di brunetta che vuole revocare il mandato al presidente che non ha dato la grazia motu proprio al delinquente ma in compenso motu proprio sta decidendo lui al posto nostro chi deve rimanere in parlamento: cioè anche brunetta, e al Quirinale cioè lui se stesso medesimo.

Quindi quando Napolitano minaccia di andarsene se il governo non fa le riforme: demolire la Costituzione ad esempio, quando dice no a nuove elezioni nonostante il malessere diffuso nel paese che in questi giorni si sta manifestando anche in modo alquanto pericoloso, quando parla del suo spirito di abnegazione e amor di patria che gli avrebbero suggerito di accettare un secondo e straordinario mandato, mente. Perché non sta parlando al popolo che non vuole più questo parlamento né lui e lo sta dicendo in tutti i modi da mesi ma parla esclusivamente ai suoi amati partiti, quelli da difendere a tutti i costi nonostante siano proprio loro la causa del disastro Italia. In un paese diverso dal nostro un presidente della repubblica che avesse usato così malamente il suo mandato sarebbe stato messo in stato d’accusa da tempo, non perché quel mandato abbia dei limiti da riconsiderare, da lui poi, ma perché lui li ha superati tutti.

Nota a margine: basta con l’anzianità che diventa cattiveria. Una volta anzianità significava saggezza, l’anziano, il patriarca era il punto di riferimento della famiglia  a cui tutti i componenti della famiglia si affidavano soprattutto nei momenti di difficoltà, e nella società era il punto fermo del ragionamento, l’approdo culturale quando serviva un sostegno, una specie di capo tribù. Se guardo a Napolitano tutto mi viene in mente meno l’autorevolezza dell’età, un riferimento e la saggezza.

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NAPOLITANO MINACCIA RENZI: O SI FA COME DICO IO O LASCIO IL QUIRINALE (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano

Napolitano: “Incarico gravoso, renderò noti i limiti del mio mandato.”

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RENZI-GRILLO, LA SFIDA E LA SFIGA  – Marco Travaglio, 17 dicembre

Dire no a Renzi è un errore. Domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai.

Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre.

Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue.

Intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo.

Più digiuno per tetti [o era per tutti? che confusione…]

 

Sottotitolo: i papi comandano da molto prima della politica.
Se avessero voluto impegnarsi davvero nel corso dei millenni per contrastare le guerre avrebbero potuto farlo e con ottimi risultati, ma il “dividi et impera” ha sempre fatto molto comodo anche, soprattutto anzi, alle religioni create apposta per separare e non certo per unire.

In tutti i conflitti si nomina il nome di Dio invano, da hitler a bush passando per i folli dittatori islamici tutti si sono sempre dichiarati autorizzati dalla chiamata del loro Dio quando hanno compiuto stragi per la conquista del potere.

E in vaticano hanno trovato ospitalità i tiranni di tutti i tempi, anche un boss della malavita sepolto in una chiesa come i santi.

Chi oggi pensa di lavarsi la coscienza digiunando, quella di chi alla guerra non ha mai detto un no deciso ma al contrario ha accusato una persona come Gino Strada di essere un fiancheggiatore del terrorismo [vero, Emma?] approfittando di un papa che dice cose diverse perché è arrivato, anzi è stato messo lì apposta per rialzare le quotazioni di una chiesa cattolica in caduta libera e per questo non lancia anatemi ad ogni stormir di fronda ma usa un linguaggio diverso, perfino simpatico, commette la cosa più disgustosamente falsa che si possa fare.

Digiunare insieme a chi come il ministro della difesa pensa che per amare la pace bisogna armare la pace, oppure col rappresentante di una comunità religiosa i cui vertici alti e altissimi hanno sempre accolto con tutti gli onori dittatori sanguinari, ci hanno fatto affari e accettato i loro soldi sporchi di sangue è solo l’ennesima dimostrazione di quell’ipocrisia che purtroppo fa viaggiare il mondo.

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Se degli operai vanno per protesta sui tetti delle fabbriche per difendere il posto di lavoro, se lo fanno dei ricercatori su quelli delle università per dire no ad un disegno di legge scellerato vengono elevati ad eroi e certi politici per farsi un po’ di pubblicità si fanno fotografare mentre li vanno a trovare. 

Se invece dei parlamentari per difendere la Costituzione salgono sul tetto di palazzo Madama sono degli sciagurati che “si esibiscono in inutili e alquanto folcloristiche proteste” secondo Roberto Speranza mentre per la solita Boldrini sono persone che stanno commettendo “un atto grave” i cui costi [assistenza in caso di emergenze] ricadranno sui contribuenti.

E meno male che c’è sempre Laura Boldrini a ricordarci quali sono le vere violazioni delle istituzioni, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che quelli che le offendono davvero siano altrove, ad esempio al Quirinale dove il presidente della repubblica riceve un privato cittadino senza dar conto al popolo italiano del perché ha concesso udienza a Fedele Confalonieri: cosa c’entra con le istituzioni un signore estraneo alla politica e alle istituzioni che può avere libero accesso e ottenere ascolto da Napolitano circa questioni che presumibilmente nulla c’entrano con la politica e con le istituzioni ma molto con silvio berlusconi.

Oppure si potrebbe pensare che la vera violazione sia un pregiudicato, delinquente, condannato, uno che per proteggere se stesso, i suoi figli e la sua roba non chiede aiuto allo stato che ha allegramente depredato evadendo le tasse ma alla mafia, che dello stato è nemica giurata, a cui si permette di ricattare, minacciare, tenere sotto scacco il parlamento e in ostaggio tutta l’Italia.

E non si capisce perché lo stato, nella persona del suo più alto funzionario che rappresentando lo stato agisce in nome e per conto di tutti i cittadini  a cui viene impedito così di potersi opporre all’idea che a un delinquente debbano essere garantite l’impunità, la possibilità di continuare a vivere da cittadino libero e di potersi fare beffe delle istituzioni come ha sempre fatto anche quando era presidente del consiglio, uno che ha usato lo stato per i suoi sporchi affari e interessi e nessuno ha mosso un dito per impedirlo, possa scegliere a suo nome e non in quello del popolo italiano di dare ascolto e udienza agli intermediari del fuorilegge che dello stato, delle sue leggi, delle regole e di quella Costituzione su cui molti, compreso lui, vorrebbero mettere le loro mani sporche, se avesse potuto ne avrebbe fatto volentieri a meno.

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SILENZIO, PARLANO GLI AMBIENTI DEL COLLE (Alessandro Robecchi)

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Quirimediaset
 Marco Travaglio, 7 settembre

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La domanda è molto semplice e, nonostante
la comicità della situazione generale, molto
seria. 

Se è vera la notizia — pubblicata da alcuni
quotidiani e non smentita per tutta la giornata
di ieri — del “colloquio riservato” di Fedele Confalonieri
con Giorgio Napolitano per impetrare
la grazia o altri salvacondotti sfusi per l’amico
Silvio, a che titolo il presidente della Repubblica
ha ricevuto il presidente di Mediaset? Il 2 luglio
scorso, quando Beppe Grillo, leader del M5S
che aveva appena raccolto il 25% alle elezioni,
chiese sul suo blog di incontrare il capo dello
Stato, questi rispose piccato di non aver “ricevuto
alcuna richiesta di incontro nei modi necessari per poterla prendere in considerazione”.

Resta ora da capire se, quando e come il
signor Confalonieri, privato cittadino sprovvisto
di qualsivoglia carica o politica — anzi da
vent’anni dichiarato dal Parlamento ineleggibile
ai sensi della legge 361/1954 per assicurare
l’eleggibilità abusiva a B. — abbia formulato una
richiesta di incontro col Presidente, e nei modi
necessari per essere presa in considerazione dal
destinatario. Ma purtroppo non se ne sa nulla,
come non è dato sapere a che titolo Gianni Letta,
altro privato cittadino sprovvisto di qualunque
carica elettiva o politica a parte la parentela
diretta con il Premier Nipote, entri ed esca dal
Quirinale, come riferiscono i giornali vicini a B.
e N., anch’essi mai smentiti.
In qualunque democrazia, anche la più scalcinata,
quando un’alta carica dello Stato riceve
Tizio o Caio, lo comunica ufficialmente ai cittadini,
spiegandone il perché. 

In Italia invece la
clandestinità del potere è diventata normale anche
sul Colle più alto, come insegnano le trame
per assecondare le pretese del signor Mancino,
indagato per falsa testimonianza sulla trattativa
Stato-mafia. E come dimostra l’incredibile nota
diffusa l’altroieri, poco dopo l’incontro aumma
aumma Napolitano-Confalonieri, non direttamente
dal capo dello Stato, ma da non meglio
precisati “ambienti del Quirinale” che nessuno
ha mai capito in che cosa consistano, a chi rispondano,
che valore abbiano, perché parlino.
Un modo come un altro per dire e non dire,
lanciare il sasso e ritrarre la mano, una via di
mezzo fra ufficialità e ufficiosità (l’ufficialosità)
per poi, a seconda delle convenienze, poter dire
“io l’avevo detto” o “io non l’avevo detto”. Nella
nota ufficialosa, si comunicava che il Presidente
“non sta studiando o meditando il da farsi in
casi di crisi” perché “conserva fiducia nelle ripetute
dichiarazioni dell’on. Berlusconi sul sostegno
al governo”. A parte l’involontaria assonanza
con il “nutro fiducia” di Luigi Facta,
ultimo premier democratico d’Italia prima del
fascismo, nei giorni della marcia su Roma, quelle
parole sanno di presa in giro degli italiani,
visto che la visita di Confalonieri le smentisce
platealmente: il Presidente sta studiando e meditando
eccome, infatti prosegue la trattativa
(ancora!) con gli emissari privati del noto ricattatore
pregiudicato perché tenga in piedi il
governo Letta.

É la trattativa Stato-Mediaset.
Non è la prima volta che Confalonieri scende a
Roma e consulta politici di destra, centro e sinistra:
lo fa ogni qualvolta l’amico Silvio, e dunque
la ditta, è in difficoltà. Lo fece nel 2006
quando tentò di mandare l’amico D’Alema al
Quirinale. Lo rifece nel novembre 2011 quando
le azioni Mediaset precipitavano nel gorgo della
tempesta finanziaria e si trattava di pilotare la
ritirata di B. in cambio del suo salvataggio politico
e aziendale col governo Monti e le mancate
elezioni anticipate. E ora rieccolo — scrive il
Corriere — “parlare di politica con i politici” in un
“giro romano delle sette chiese” e “consultare
amici e avversari, prima e dopo la sua salita al
Colle”, convinto che “è necessario muoversi
senza fare casino”. Per parlare di cosa? Dei nuovi
palinsesti di Canale 5? Delle azioni Mediaset?
Delle polizze Mediolanum? Della campagna acquisti
del Milan?

No, secondo il Corriere ha parlato di “garantire l’agibilità
personale per Berlusconi con un gesto di
clemenza”. Sarà un caso, ma appena il presidente di
Mediaset è sceso dal Colle, i proclami guerreschi del Pdl
si sono interrotti. È l’apoteosi del conflitto d’interessi
che, dopo avere privatizzato governi, parlamenti, codici,
leggi e Costituzione, s’impossessa dell’ultimo arbitro,
cancellandone definitivamente la terzietà e l’imparzialità.
Dopo Confalonieri e Letta, si attende con
ansia il pellegrinaggio al Colle di Doris, Galliani, Marina
e Pier Silvio, Allegri, Balotelli, Kaká e Gabibbo (ma
perché non Dell’Utri?). Poi sul campanile del Quirinale,
al posto del Tricolore, garrirà giuliva la bandiera del
Biscione.

Meno male che Francesco c’è. Il papa, dico

Arrivando qui al mattino si vorrebbe anche scrivere qualcosa che abbia un senso, poi succede che si aprono i giornali on line e si legge di migranti annegati mentre cercavano un’altra vita o più propriamente UNA vita, della Turchia e della polizia violenta, come lo è sempre quando invece di tutelare la parte debole della cittadinanza si trasforma nel braccio armato di un potere altrettanto violento qual è quello di Erdogan, della Grecia che dopo essere stata deprivata della sua televisione pubblica si è vista scippare anche l’orchestra sinfonica che, come la tv pubblica è un simbolo importante della cultura democratica di un paese.

Tornando a casa nostra si sente ancora l’eco dell’oscenità nazista andata in scena in quel di Milano spacciata per libera espressione del pensiero e, davvero, mancano le parole per descrivere il disagio e lo sgomento.

Ma meno male che il papa le trova sempre e domenica scorsa ci ha ricordato che bisogna avere sempre il rispetto per la vita e rinunciare a tutto quel che la svilisce, ad esempio il piacere materiale.

Poi è andato a benedire i bikers in sella alle loro potenti Harley Davidson.

Ci vuole un bel coraggio o una faccia tosta senza eguali – per non dire altro ed evitare la volgarità – per parlare di giornalisti faziosi, dopo aver letto uno qualsiasi degli editoriali del filosofo anziano di Largo Fochetti.
Per non parlare poi della diversa influenza che ha Scalfari rispetto ad un giornalista “semplice” che, ad esempio, non può frequentare da abituée le residenze del presidente della repubblica, parlare amabilmente così come si fa fra amici con lui fra un cinghialotto e un’upupa.
Dunque se Travaglio parla con Grillo in via confidenziale e poi decide di pubblicare quella chiacchierata perché pensa che abbia dei contenuti interessanti su cui si può discutere è uno stronzo – ché tanto quello lo sarebbe a prescindere anche se scrivesse che la terra è rotonda – perché a Grillo doveva chiedere questo, quello e pure il tal’altro, ma se Scalfari va a trovare Napolitano e poi sulla base di quella conversazione confeziona un editoriale sfacciato e servile quello sì che è giornalismo.
Come se gli editoriali di Scalfari avessero poi lo stesso peso e la stessa capacità di orientare, o per meglio dire disorientare, l’opinione pubblica rispetto a quanto lo possano fare un articolo di Scanzi o il fondo quotidiano di Travaglio che, diversamente dai famosi editoriali vengono presi di mira da tutti, perfino da Pigì Battista e ho detto tutto.
Repubblica ha dimenticato da un bel po’ che significa essere un giornale al servizio dei lettori.
Fatte salve quelle rarità che ancora resistono ed insistono a scrivere è un quotidiano ormai praticamente inguardabile, a cominciare dal suo fondatore.

Scalfaroni
Marco Travaglio, 18 giugno

“Lunga la strada, stretta la via, ma la marcia è cominciata”.

Così, con un titolo alla Wertmüller (Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto ) o alla Arbore (Ffss: cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? ), uno Scalfari strapazzato da anomala passione celebra il governo in una memorabile articolessa su Repubblica, affiancata da un imperituro titolone sul decreto del fare, ma soprattutto del dire e del baciare: “Letta: ’80 misure per ripartire'”. Sono belle cose. Soddisfazioni. Uno guarda ‘sto Letta, così smunto e gracilino, magari pensa a Berlusconi e Brunetta che gli scrivono i testi, e tutto immagina fuorché “80 misure per ripartire”. Invece zac! Eccole qua, l’una in fila all’altra. Merito anzitutto di Saccomanni, che “non è semplicemente un banchiere”: no — assicura Scalfari — “è anche dotato di fiuto politico” ed è un po’ come la Dea Calì: “ha contatti con le altre Banche centrali, il Fondo monetario, la Banca dei regolamenti, la Banca europea degli investimenti, la Commissione di Bruxelles e soprattutto la Bce di Draghi”, sempre sia lodato.

E poi “ha un ottimo punto di riferimento nel suo presidente del Consiglio Enrico Letta, che a sua volta può contare sull’appoggio sistematico di Giorgio Napolitano”.

Ecco, non sporadico od occasionale: sistematico.

Come dice il Sassaroli al Meandri in Amici miei: “È tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare. Lei ama Donatella, che è affezionata al cane Birillo, che mangia un chilo di macinato al giorno, un chilo e mezzo di riso e ogni mattina bisogna portarlo a orinare alle 5 sennò le inonda la casa. Birillo adora le bambine, che sono attaccatissime alla governante, tedesca, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella si prende tutto il blocco”. Qui ci sarebbe pure un Caimano pronto a tirare la catena in caso di sentenze sfavorevoli, e intanto detta l’agenda sull’Imu, che in campagna elettorale Pd e Scalfari difendevano perché era opera dell’amato Monti e le priorità erano altre.

Ma ora Saccomanni che adora Draghi che è molto affezionato a Letta che è attaccatissimo a Napolitano dice che la priorità è l’Imu: e allora viva il rinvio Imu. Anzi “a ottobre sarà abolita e sostituita con un’imposta immobiliare”. In pratica le cambiano il nome. Chi? “Il tandem Letta-Saccomanni”. Come? “Con consumata abilità”. E ci mancherebbe, con quella catena di affetti dietro. Insomma “il nostro governo si muove nel modo migliore”: è quasi meglio del governo Pella. “Immaginare che la necessità venga meno fra pochi mesi è del tutto illusorio”.

Ed è “pericoloso supporre una nuova maggioranza” con Pd e transfughi a 5Stelle. Non sia mai che il Pd scarichi B. Però continui pure ad acquistare grillini: basta chiamare l’operazione Scilipoti-bis “ricerca di libertà” e “rivendicazione della dignità di teste pensanti”. Purché la pensino come lui, sennò tanto pensanti, libere e dignitose non saranno, le teste.

“Tra il demos e le diverse parti politiche c’è sempre un rapporto interrelazionale: il demos modifica le parti politiche e queste a loro volta modificano il demos”. Con scappellamento a destra come foss’antani. Piuttosto, che s’è sognata la Gruber di invitare Dario Fo per parlare di Grillo? “Ma è possibile? Un attore con una degna storia di teatro alle spalle e anche di pensiero. È mai possibile?

Che non la pensi come Scalfari e che glielo lascino pensare? Poi, certo, ci sarebbe pure B., il padrone del governo. Nella catena degli affetti Scalfari non lo cita. Ma garantisce per lui: anche in caso di sentenze sfavorevoli, “non accadrà nulla”, anzi B. è lanciatissimo con tutto il governo per una draconiana “lotta all’evasione”.

È come se i due si fossero sentiti: domenica il compagno Silvio ha ripetuto a memoria l’articolo di Eugenio: “La collaborazione fra destra e sinistra deve durare”. Che amori. Sembrano fatti per piacersi, bisognerebbe proprio farli incontrare. O forse si conoscono già?

Resurrezioni italiche

I SAGGI DELLA NOMENKLATURA

Allo tsunami M5s, paragonato da Grillo alla “rivoluzione francese”, Napolitano risponde
 e sceglie la vecchia politica (leggi la cronaca). Dieci persone per riformare le istituzioni. L’elenco: 
Onida, Mauro, Quagliarello, Violante, Giovannini, Pitruzzella, Rossi, Giorgetti, Bubbico, Moavero

Quagliarello è uno di quelli che ha votato Ruby la nipote di Mubarak.
Un traditore dello Stato, avendo giurato il falso,  che se questo fosse un paese normale sarebbe stato giudicato insieme ai suoi 313 pari in parlamento dalla corte marziale ma che Napolitano, invece, ha considerato degno di poter decidere di che morte devono morire gli italiani. Quagliarello è anche quello che accusò il padre di Eluana Englaro, Beppino, di essere un assassino quando un tribunale stabilì che 17 anni di non vita e di  sofferenze inaudite potevano bastare per una persona che non aveva nessuna possibilità di guarire.

Violante invece è quello che ha praticamente garantito, assicurato e istituzionalizzato il conflitto di interessi di berlusconi. Ed è quello che disse che i repubblichini di Salò e i Partigiani erano figli della stessa patria, che mettersi al fianco dei nazisti è uguale che aver lottato per difendere l’Italia dai nazisti.

Onida è casualmente uno dei costituzionalisti che disse che il conflitto di attribuzione aperto da Napolitano contro i magistrati di Palermo era corretto.  Zagrebelsky che diceva il contrario non è stato nemmeno considerato. 

Gli altri componenti la commissione cosiddetta dei saggi di cui si occupa il “coniglio” Travaglio nel fondo di oggi sono uomini funzionali al potere, lo stesso che ci ha condotto allegramente fino a qui, ad oggi, e sono  solo uomini: il Papa fa rientrare le donne dalla porta lavando i piedi a due detenute fra cui una musulmana il giovedì di Pasqua e Napolitano le butta dalla finestra, in questo paese non c’era nemmeno una donna adatta, meritevole e all’altezza di far parte di una commissione di saggezze, evidentemente.

Quando pensi che Napolitano potrebbe fare qualcosa che non dovrebbe fare, lui l’ha già fatta.

Ma  mi raccomando, prendiamocela sempre coi giornalisti poi, quando scrivono le cose.
Ché se non ci fossero stati Rizzo & Stella [come pensano e purtroppo scrivono e dicono certi irriducibili difensori disonesti della bella politica tradizionale] oggi saremmo stati meglio tutti, noi depredati peggio di così, “loro” liberi e padroni di continuare a rubare, ad arricchirsi, a fare un uso privato dello Stato pubblico peggio di così, ma serenamente.
Occhio non vede, cuore non duole.
E continuiamo pure a prendercela cogli ultimi arrivati, in questo bel paese dei senza memoria, mica con chi negli ultimi vent’anni ha fatto dell’Italia roba sua: destra, sinistra e centrosinistra in egual misura che come i ladri di Pisa il giorno fanno finta di litigare e la sera fanno pace, mica con Napolitano, e non Grillo, che ha ridato fiato alle trombe di berlusconi non permettendo che si tornasse a votare un anno e qualche mese fa quando i fatti che riguardavano berlusconi erano ancora materia di cronaca quotidiana, per non parlare di quello che era successo quel famoso 14 dicembre – rinominato lo scilipoti day –  in parlamento quando a berlusconi fu consentito di potersi comprare la sua sopravvivenza politica e la consueta e relativa impunità ottenuta anche grazie alle leggi firmate dal presidente della repubblica.
E se quelli di Grillo – che non ci sarebbero stati se la politica avesse fatto la politica e non gl’interessi suoi ma soprattutto di uno solo – non vogliono mischiarsi alla feccia che negli ultimi vent’anni ha lavorato esclusivamente per salvare un eversore, uno che viola la legge al ritmo delle cazzate che dice, per toglierlo dai suoi guai, per garantirgli decenza e immunità a colpi di colpi di stato spacciati per azioni democraticamente legittime o necessarie per un paese in emergenza – tipo il governo cosiddetto tecnico – se proprio quell’opposizione che doveva depotenziare l’immorale oligarca e la sua corte è quella che invece gli ha concesso di potersi arricchire ancora e ancora [come racconta ma più che altro confessa Violante nel famoso video della dichiarazione in parlamento sul conflitto di interessi di qualche anno fa 25 volte, oggi saranno almeno il doppio] dandogli legittimità politica e financo morale considerandolo un interlocutore serio e credibile, uno col quale ci si può sedere al tavolo delle decisioni importanti è – naturalmente – perché sono sfascisti, fascisti e antistato.
Invece quegli altri allo Stato hanno sempre voluto bene, lo hanno dimostrato in tutti i modi.
Per non parlare di quanto hanno voluto bene a noi cittadini che li paghiamo lo stesso, anche quando non rendono e non lavorano per noi.

Cioè quasi sempre.

Con scappellamento a destra

Marco Travaglio, 31 marzo

“Gol mancato, gol subìto” è una regola ferrea del calcio. Ma non solo. L’altroieri M5S aveva un rigore a porta vuota: l’ha tirato in tribuna. E, con la partecipazione straordinaria di Napolitano e Bersani, ha perso un’occasione unica di spingere l’Italia verso un po’ di futuro. Ieri le lancette della politica hanno ripreso a camminare a ritroso verso il peggiore passato. Anziché andarsene in anticipo, accelerando l’elezione del successore e la soluzione della crisi, come pure aveva saggiamente pensato, Napolitano è riuscito a farci rimpiangere di non vivere in Vaticano (di Ratzinger purtroppo ce n’è uno solo, e non è italiano). E a dare ragione a Grillo anche quando aveva torto. La bi-Bicamerale escogitata per dettare l’agenda a un governo che non c’è ricorda la Restaurazione del 1815, col ritorno dei “codini” in Europa dopo la fine di Napoleone e il congresso di Vienna. Solo che da noi la rivoluzione non c’è stata: siamo il paese della controriforma senza riforma e della restaurazione senza rivoluzione. Il paese che, quando ha le idee confuse, fa una commissione (anzi, due) per confondersele un altro po’. In un altro, la mossa del Presidente verrebbe chiamata col suo nome: golpe bianco, commissariamento della politica e degli elettori (e poi l'”antipolitico” sarebbe Grillo), con i saggi al posto dei colonnelli. Nel paese di Pulcinella, è il tragicomico risultato delle non-dimissioni di Napolitano, seguite alla non-vittoria Pd, alla non-sconfitta Pdl, al non-statuto M5S, alla non-rinuncia di Bersani dopo il fallimento delle convergenze parallele e della non-sfiducia a 5Stelle, previa pausa di riflessione. Mentre le migliori lingue di giornalisti e giuristi fanno gli straordinari per magnificare la geniale, strepitosa, magistrale mossa del Colle, si sente persino dire che “il governo Monti è pienamente operativo” e sta per assumere “provvedimenti urgenti per l’economia”: è lo stesso che annega in acque territoriali indiane sul caso dei marò, col ministro degli Esteri che riesce a dimettersi da un esecutivo dimissionario. E il cui leader Monti è stato appena asfaltato dal 90% degli elettori. Dunque l’eterna Bicamerale, aperta nel ’97 da D’Alema e B. e mai davvero chiusa nonostante le apparenze, riapre trionfalmente i battenti sotto le mentite spoglie di due “gruppi di saggi”. C’è Onida, corazziere ad honorem per gli immani sforzi compiuti per difendere le interferenze del Quirinale nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia e per negare l’ineleggibilità di B., dunque molto saggio. C’è Giovannini, il presidente Istat che fu incaricato di studiare i costi della politica, ma alla fine si arrese stremato, dunque molto saggio. C’è Pitruzzella, già associato allo studio Schifani, dunque garante dell’Antitrust e molto saggio. C’è Rossi, il solito banchiere uscito dai caveau di Bankitalia, dunque molto saggio. C’è Violante, quello che si vantava con B. di non avergli toccato le tv e il conflitto d’interessi, dunque molto saggio. C’è Mauro, già Pdl, ora montiano, ma sempre Cl, dunque molto saggio. C’è Quagliariello, che strepitò in aula contro gli “assassini” di Eluana, dunque molto saggio. C’è Bubbico, già indagato e prosciolto per la buona politica in Lucania, dunque molto saggio. C’è il leghista Giorgetti, che intascò una mazzetta da Fiorani, poi con comodo la restituì, dunque molto saggio. Se questi sono saggi, i fessi dove sono? Eppure piacciono a tutti. Anche ai 5Stelle, gli unici esclusi dalla spartizione quirinalesca, gli unici ignari della vera natura della bi-Bicamerale: una stanza degli orrori per rimettere in pista B. e patteggiare alle nostre spalle, una siringa di anestetico per infilarci la supposta dell’inciucio senza che ce ne accorgiamo. Scommettiamo che i saggi parleranno quasi soltanto di giustizia?

Ps. Nella distrazione generale si son dimenticati Bersani nel freezer. Qualcuno lo avverta che non è più il premier incaricato e, se possibile, lo scongeli nel microonde.

Sempre sulle liberalizzazioni

Attualmente i problemi e i drammi dei lavoratori riguardano un’infinità di categorie, ed è quindi inaccettabile che il governo possa mettere le mani in tasca (frase odiosa ma che rende perfettamente l’idea, altrimenti silvio non l’avrebbe avuta sempre in bocca) a chi non si può ribellare (pensionati e dipendenti pubblici) e per altri invece si debba inchinare e TRATTARE; se sacrificio deve essere lo deve essere per tutti, non solo per qualcuno. Se il “da qualche parte si deve iniziare” vale per i pensionati derubati, per chi sarà costretto a lavorare cinque, sette, dieci anni di più del previsto e del GIUSTO non si capisce perché non possa valere per categorie fino ad ora protette e rinchiuse nelle loro lobbies al riparo (soprattutto politico) di quello che, normalmente e invece, vale ed è sempre valso per tutti. La democrazia – sempreché di questa si tratti – non si può applicare a corrente alternata.

Giustizia profumo d’intesa (Marco Travaglio).

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano- Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/01/2012.