Minoranza cosmica e delinquenza terrena

Ieri sera a Piazza Pulita il direttore de La Stampa se la raccontava e, purtroppo “ce” la raccontava con la questione della responsabilità personale a proposito dei reati dei politici.
La responsabilità sarà anche personale ma è innegabile che la criminalità dentro la politica sia ormai un sistema necessario alla sopravvivenza della politica.
Non c’è stato un solo partito che non sia stato toccato da vicende penali, non esiste un’amministrazione, un comune, lo stesso parlamento che non contenga o abbia contenuto personaggi che non hanno avuto a che fare con la giustizia [per informazioni sul recente più attuale citofonare verdini, neo partner di Renzi: sei processi in corso e una condanna in primo grado per corruzione].
Questo perché il deterrente non c’è, non ci sono, non si vogliono trovare misure adeguate per contrastare la criminalità in politica né certe pericolose vicinanze della politica con la criminalità.
Contrariamente a quello che dice Renzi nessun tacchino si propone per la pentola.
La prevenzione che invocava Borsellino, ribadita da Davigo non si fa.
Un cittadino comune deve fare mezzo reato per essere condannato da un tribunale, noi veniamo perseguiti e perseguitati anche per una bolletta non pagata, il politico no, ha sempre avuto e continuerà ad avere la corsia preferenziale grazie a leggi fatte apposta  per non incappare nella “barbarie giustizialista” e nell'”offensiva giudiziaria”, definizioni abominevoli  dell’esigenza di onestà e trasparenza indispensabili nella politica.

Arrestato sindaco Pd di Lodi Simone Uggetti
Gip: “Atteggiamento disarmante e allarmante”

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Riforme, Renzi dà il via alla campagna
Bersani: “Voto sì, ma non sì cosmico”
Sondaggio: “I no sono in vantaggio”

Consideravo Bersani un brav’uomo e per questo inadeguato ad una carriera politica da leader perché privo del carisma e dell’aggressività positiva che tengono sveglia la politica. Dopo la dichiarazione di ieri sul suo sì “non cosmico” alle riforme di Renzi ho cambiato idea: penso che sia ingenuamente dannoso, per non dire ridicolmente pericoloso.
Dopo essere stato derubato del partito da chi lo ha trasformato in un’accozzaglia indegna dove tutto e tutti vanno bene purché si vinca, si accumuli potere su potere Bersani non ha capito che non è più tempo di giaguari da smacchiare e di tacchini sopra i tetti,  è confuso come uno che paga l’affitto per la casa dove abitano l’ex moglie e il nuovo compagno, il poveretto lo sa che in quella casa si mangia, si beve e si scopa, però paga lo stesso.

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berlusconi non è ancora politicamente morto, diciamo che agonizza non foss’altro che per questioni anagrafiche ma Renzi, che a berlusconi ha assicurato una continuità politica per interposto verdini è vivo più che mai e la cosiddetta “minoranza” del pd non solo lotta per lui non comportandosi come dovrebbe fare la minoranza che si oppone all’egemonia anomala e malata di Renzi, ma se non si oppone nemmeno nelle occasioni e nei momenti giusti dimostra di lottare insieme a lui.
La minoranza di Bersani, Cuperlo, Speranza è una finzione costruita per poter contare ancora su quella parte di elettori che non si riconosce più nel pd di Renzi ma non lo abbandona perché ci sono loro che parlano molto ma poi votano tutto, non per il bene della ditta che li ha licenziati da un bel po’ ma per aumentare il potere di Renzi,  perché sanno che Renzi garantirà sempre anche a loro un angolo di quel posto al sole che rischierebbero di perdere se si opponessero sul serio.  

Bersani è come il  marito che decide di restare con la moglie fedifraga,  continuare a vivere con lei perché, in fin dei conti e tutto sommato a tradire è stata lei e quindi lui che colpa ne ha? Il che per carità ci sta, non sarebbe il primo né l’ultimo uomo a tenersi una moglie che lo tradisce.
Però poi bisognerebbe che quel marito accettasse, con la stessa serenità, la reputazione di cornuto a quanto pare contento.

E il dramma è che ‘sto schifo lo chiamano “responsabilità”.

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Gufi, canguri e conigli

 

Un paese in balia di una banda di ricattati e ricattatori che votano o non votano in base alle promesse che si fanno, a quello che possono guadagnare da qualcuno o togliere a qualcuno votando in un modo o in un altro.
Un governo che alla prova del voto segreto rivela tutta la sua consistenza di cartapesta.
Un presidente del senato che vista la malparata scappa. I temi etici affidati ad un emendamento della lega razzista e xenofoba.
Ma dove andiamo con questi?

Voto segreto al Senato, maggioranza sotto
Riforme, Pd: “La ricarica dei 101 traditori”

Passa un emendamento della Lega Nord sulla competenza sui temi etici delle Camere. M5S: “Ora Palazzo Madama dovrà essere elettivo”. Con il voto palese bocciata riduzione del numero dei deputati.

 

La domanda è pertinente, solo, ci vorrebbe un giornalista che gliela formulasse: Renzi chiarisca perché vuole un senato composto da persone non scelte dal popolo ma nominate dalla casta che poi non avranno nessuna facoltà di modificare il percorso delle leggi, correggerle, così come serve adesso a lui che ha detto di voler affidare proprio al senato che vuole abolire perché inutile [secondo lui]  l’ultima rilettura della porcata remix che ha concordato col delinquente condannato. 

 Perché la sensazione è che Renzi non voglia abolire il senato ma trasformarlo nella camera di sicurezza di indagati e imputati dei quali la politica non vuole, ma più che altro non può liberarsi. La riforma, cosiddetta, del senato non avrà nessuna ricaduta positiva sull’economia disastrata di questo paese, non creerà lavoro né occupazione, non farà aumentare di un euro il PIL.  In un  paese in stato comatoso  grazie a politiche criminali spacciate per il giusto rimedio alla crisi – pena la miseria, il terrore, la morte e il pianto di Gesù –  dove è stato devastato lo stato sociale, quello dei diritti, del lavoro, della casa, dell’istruzione, della sanità,  dove la pressione fiscale ha raggiunto e sfondato il muro di ogni suono rendendo impossibile ai cittadini che hanno ancora la fortuna di avere un lavoro di essere semplicemente onesti, la priorità di un governo che è lì perché avrebbe dovuto occuparsi di risolvere le emergenze,  non certo di demolire la Costituzione a immagine e somiglianza di un delinquente e di uno sbruffone miracolato,  non può e non deve essere la riorganizzazione della casta. Per le riforme che piacciono a  Napolitano, Renzi e al delinquente seriale  ci vuole un parlamento eletto dalla gente. Diversamente, nessuno dovrebbe azzardarsi a toccare la Costituzione senza l’autorizzazione del popolo che, se non ricordo male, in Italia dovrebbe essere sovrano, non schiavo o suddito. In un paese normale una maggioranza come quella di Renzi, non potrebbe decidere nemmeno il colore delle tende dei terrazzi di un condominio. Ma questo, la cosiddetta informazione si guarda bene dal raccontarlo agli italiani.

Rodotà: «Renzi aizza tutti contro le camere»

Riepilogando: un parlamento di eletti da nessuno, presenti in sede grazie ad una legge illegittima a cui la Corte, quando ha proclamato l’incostituzionalità della legge elettorale ha consentito di farsi carico unicamente della tenuta dello stato, non del suo stravolgimento, si autoproclama avente diritto alle riforme della Costituzione, l’ombrello grazie al quale questo paese poteva ripararsi proprio e soprattutto dal rischio dell’uomo al comando.

La Costituzione è nata per questo, per evitare a questo paese di poter rischiare di nuovo un regime autoritario e ancorché sanguinario qual è stato quello fascista.
E il garante della Costituzione che fa? Invece di riparare la Scrittura si mette dalla parte di chi la vuole demolire che a sua volta, per la buona riuscita dell’impresa, ha chiesto la collaborazione di un plurindagato e un pregiudicato.

Il tutto facendosi scudo col mantra ripetuto compulsivamente da Matteo Renzi e la sua corte al seguito che questo è ciò che gli hanno chiesto gli italiani, cosa assolutamente non vera.
Perché gli italiani non hanno votato nessuno a cui affidare la loro sorte.
Renzi non è lì per una scelta popolare ma per una manovra di palazzo che ha fatto diventare vincitore di checazzoneso uno che aveva vinto solo le primarie del suo partito e fatto diventare maggioranza di governo il partito che solo in seguito ha vinto delle elezioni, ma europee, non nazionali.

Il governo di Renzi – caravanserraglio di larghe intese con dentro loschi figuri come un ministro dell’interno che ha consentito e organizzato due sequestri di persona ma nessuno gli chiede di lasciare il suo posto – non ha nessuna autorità conferitagli dal popolo che gli consenta di mettere le mani sulla Costituzione, unica garanzia rimasta per i cittadini che può evitare a questo paese il tracollo definitivo.

Tutto il potere che il governo di Renzi si vanta di avere non l’ha avuto tramite elezioni regolari ma per volere di Napolitano che sarà nominato Re quando eventualmente tornerà la monarchia, per il momento la repubblica italiana è ancora in mano ai cittadini, non ad un club privé di scambisti di poltrone.

Smacchiare il canguro
Marco Travaglio

Il guaio, per Renzi e l’allegra compagnia di ventura che sta cercando di scassare il Parlamento per scassinare la Costituzione, è che sopravvivono in Italia alcuni putribondi figuri che la Costituzione l’hanno letta, e persino capita. Giuristi, intellettuali disorganici, artisti, semplici cittadini che stanno contribuendo al successo dell’appello del Fatto, giunto a 200mila firme in due settimane. L’altroieri ha aderito Gherardo Colombo, ex pm, ora presidente della Garzanti e membro indipendente del Cda Rai, impegnato da anni in un giro delle scuole e dei teatri per spiegare la Costituzione. Nell’intervista a Silvia Truzzi, Colombo si è permesso – con il suo ragionare pacato, rispettoso e argomentato – di appellarsi al presidente della Repubblica, che ha giurato non una, ma due volte sulla Costituzione: quella del 1948, non un’altra. E ha osato ricordare il percorso ideologico di Giorgio Napolitano, che fino ai 20 anni fu fascista, poi comunista dal novembre ‘45 (quando fu proprio sicuro che Mussolini fosse morto), stalinista e filosovietico nel ‘56 con l’imbarazzante elogio dei carri armati dell’Armata rossa che schiacciavano nel sangue la rivolta d’Ugheria, ma anche nel 1964 quando esaltò l’espulsione e l’esilio di Solgenitsin e nel 1969 quando partecipò all’espulsione dei compagni del Manifesto che osavano criticare Mosca per la repressione della Primavera di Praga, e infine divenne filocraxiano nei primi anni 80, attaccando frontalmente Berlinguer, reo di insistere troppo sulla “questione morale”. Colombo ricorda le radici del “centralismo democratico” e del “primato della politica” (cioè del partito e poi dei partiti), per spiegare l’appoggio del Colle al disegno antidemocratico Senato & Italicum e alle tagliole & canguri antidemocratici imposti da Grasso al Senato. E le reazioni da destra, centro e sinistra è un piccolo trattato su com’è ridotta la democrazia in Italia: la miglior conferma alle tesi di Colombo. Sul Corriere, il corazziere Paolo Franchi freme di sdegno perché Colombo “da magistrato ai tempi di Mani Pulite proponeva a se stesso e ai suoi col- leghi di ‘rovesciare l’Italia come un calzino’. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Forse confonde Colombo con Davigo, che peraltro non propose mai di “rovesciare l’Italia come un calzino”: fu accusato di volerlo fare da Giuliano Ferrara. Il fatto poi che la corruzione sia sopravvissuta all’inchiesta su Tangentopoli non è certo colpa del pool di Milano (“i risultati sotto gli occhi di tutti”): a meno che Franchi non ritenga che la sopravvivenza della mafia sia colpa del pool di Falcone e Borsellino. Non contento, Franchi si avventura poi nella difesa del passato più indifendibile di Napolitano, dando a Colombo del “cocomeraio” che fa “un’immangiabile marmellata di marcia su Roma, Stalin, Ungheria” e accusando Silvia Truzzi di non avergli domandato che c’entri tutto ciò con la riforma costituzionale. Se sapesse leggere, il corazziere scoprirebbe che la nostra giornalista quella domanda l’ha fatta, e Colombo ha risposto. Se poi a Franchi la risposta non garba, affari suoi. Ma non si comprende cosa voglia, anzi lo si comprende benissimo: vorrebbe che ci allineassimo al giornalismo italiota, che censura i fatti per non disturbare il manovratore. Come Massimo Bordin del Foglio, che dipinge Colombo come un rampollo dell’“élite milanese che negli anni 60-70 trovava posto dietro i ritratti di Stalin portati in processione da Capanna”: forse lo confonde col suo direttore Ferrara, lui sì ex comunista togliattiano. Il meglio però lo dà il fu Giornale, che registra una ridicola nota del Quirinale: “La storia del presidente parla da sola” (appunto). E riprende le tragicomiche difese d’ufficio dei pidini, letteralmente sgomenti dalla comparsa di un uomo libero. Miguel Gotor invita Colombo a “rileggersi la biografia di Napolitano” (riappunto). E tale Stella Bianchi trova “impossibile che quelle frasi inaccettabili vengano da un uomo delle istituzioni”. Giusto: un uomo delle istituzioni dovrebbe usare la propria libertà di parola solo per incensare chi comanda. Resta da capire la differenza fra le istituzioni e Cosa Nostra.

Il condannato significativo, e definitivo

 

Mentre scrivevo questo post è  arrivata la richiesta di arresto per Luigi Cesaro, ex presidente della provincia di Napoli che segue di poche ore l’arresto di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto votato ieri dal parlamento ed eseguito in serata.  Entrambi sono di casa nel partito di quello che ieri Napolitano ha definito l’interlocutore significativo, ovvero il pregiudicato delinquente col quale Renzi vuole scassinare la Costituzione con la benedizione, anzi, il sollecito, di Napolitano.

Il parlamento italiano si riunisce per decidere l’arresto di qualcuno con una frequenza impressionante.
Un qualcuno che, nel peggiore dei casi, tutto quello che gli può capitare è restare in una cella il tempo necessario [ore] ai suoi avvocati per inoltrare la fatidica richiesta di concessione dei domiciliari che verrà puntualmente accolta.
In questo paese i cittadini sono costretti ad assistere alle assemblee di persone pagate per fare altro, per occuparsi dei problemi della gente e non dei loro, che devono decidere se è il caso o meno che un cittadino, eletto e dunque soggetto al rispetto di quella Costituzione che pretende che il cittadino a cui vengono affidate funzioni pubbliche adempia ad esse con disciplina ed onore, debba o meno continuare a far parte degli eletti, restare una persona libera oppure no anche quando tradisce il suo mandato e la legge.  Personalmente non mi fido di gente che, secondo coscienza, la sua, ha votato per ben due volte no all’arresto di cosentino nonostante la sua liaison con la camorra fosse un fatto ormai acclarato.
Mi piacerebbe vivere in un paese dove al politico non fosse riconosciuto lo status di privilegiato anche quando commette dei reati.
Abbiamo un articolo della Costituzione che ORDINA al funzionario di stato, quale che sia il suo ruolo e livello, di adempiere alla sua funzione con disciplina e onore. Se i politici presenti nei vari parlamenti da svariati decenni ad ora avessero dovuto essere giudicati in base al semplicissimo dogma che chi si deve occupare delle cose degli altri deve essere meglio degli altri, il parlamento sarebbe rimasto deserto.
Nessuno ha mai avuto i titoli corrispondenti a ciò che chiede la Costituzione. Non solo per disonestà ma anche per aver approfittato della carica politica per favorire parenti, amici e conoscenti. Ed ecco che anche in questo caso vengono a mancare sia la disciplina che l’onore, quel disinteresse onesto col quale approcciarsi alla politica.
Il politico che viene indagato o accusato deve tornare ad essere un cittadino come gli altri, farsi da parte e risolvere le sue beghe, in caso di innocenza, tornerà, ma basta con questa sceneggiata della seduta parlamentare per decidere l’arresto che ormai ha una cadenza fissa e anche piuttosto frequente.

 

Non date retta a Napolitano, gli spettri ci sono eccome, e ce ne sono tanti.
Firmate e fate firmare l’appello del fatto Quotidiano, non servirà ma almeno ci togliamo la soddisfazione di far sapere al presidente della repubblica che è anche un bugiardo, perché i governi di “emergenza” e di larghe intese, non eletti da nessuno non si occupano di riforme costituzionali.

Le riforme costituzionali le fanno i parlamenti scelti dai cittadini con elezioni regolari e NAZIONALI per mezzo delle quali si ottiene una maggioranza vera, non un minicaravanserraglio di incapaci e bugiardi anche loro come quello di Renzi che in forza dei dieci milioni di persone che lo hanno votato alle europee pensa di poter stravolgere le regole di un paese.

Napolitano ha imposto agli italiani Monti, nominato senatore a vita in fretta e furia senza le prerogative che prevede la Costituzione, proprio come fu nominato Napolitano a sua volta da Ciampi, ufficialmente per tirare fuori l’Italia dal disastro economico col risultato che Monti e i suoi ministri sobri, eleganti, quelli davanti ai quali la stessa informazione che oggi incensa Renzi e ieri lo faceva con Letta jr si è prodotta in orgasmi multipli e ripetuti sono riusciti solo a distruggere quel poco di stato sociale su cui potevamo ancora fare affidamento nonostante berlusconi.

Dopodiché Napolitano ha imposto le larghe intese e il governo di Letta ufficialmente per garantire una governabilità ma soprattutto perché il parlamento lavorasse ad una legge elettorale per permettere ai cittadini di potersi scegliere un parlamento e un governo ai quali delegare ANCHE, eventualmente, le riforme costituzionali.

Naturalmente, come ben sappiamo anche il governo di Letta non ha prodotto nulla di utile ma tutti, comprese le meteore sconosciute nominate ministri e sottosegretari sono state pagate e strapagate e lo saranno ancora e a vita come se avessero lavorato davvero per il bene del paese.

Ora abbiamo Renzi che ha praticamente tolto la poltrona sotto al culo di Letta pensando di averne i titoli solo perché aveva vinto le primarie del suo partito che, vale la pena di ricordare, non hanno nessuna valenza istituzionale: a nessun amministratore di condominio eletto anche col plebiscito dai residenti nel palazzo si affiderebbe la gestione di un paese.

E il governo di Renzi si sta forse impegnando a quella legge elettorale necessaria per far tornare i cittadini a votare? Ovviamente no, se ha rimesso in mano la discussione e la relazione della nuova legge anche all’autore di quella giudicata incostituzionale dalla Consulta, una contraddizione talmente enorme che ha costretto anche calderoli a riconoscerla.

Nel frattempo però Renzi si sta dando molto fare per quelle cose che lui ritiene siano necessarie a far ripartire il paese: forse lavorare per il lavoro? Ri_ovviamente no, le cose necessarie per ridare fiducia agli italiani, quelle impellenti e non più rimandabili sono l’abolizione del senato, restituire quell’immunità parlamentare a cui gli italiani avevano già detto no con un referendum, e immancabilmente quella riforma della giustizia invocata da Napolitano al quale non va giù che l’Interlocutore Significativo, quello necessario alle riforme e ben accolto nei palazzi sia diventato nel frattempo un pregiudicato, condannato in via definitiva.
Napolitano sta imponendo agli italiani delle riforme da fare con un delinquente da galera senza che nessuno provi un po’ di vergogna, i cosiddetti democratici, quelli che al delinquente si sarebbero dovuti opporre ma non l’hanno mai fatto e naturalmente la stampa a 90 che continua a descrivere l’operato di Renzi e l’appoggio incondizionato del presidente della repubblica, che invece si comporta e agisce come un capo di partito, come la miglior cosa che ci potesse capitare.  Se ancora non fosse chiara la questione, ha detto Napolitano, presidente della repubblica e capo supremo della Magistratura nonché garante della Costituzione, che Renzi può riformare la Costituzione e la  giustizia con un condannato alla galera.

 

Pertini all’età di Napolitano ha smesso il mandato e si è ritirato a vita privata.    Se la figura del presidente della repubblica restasse simbolica come dovrebbe essere secondo Costituzione andrebbe bene anche l’età avanzata, specialmente se è il giusto coronamento ad una carriera politica meritevole, mentre Napolitano non è affatto simbolico, lui ordina, interviene, suggerisce e ottiene. Per il bene del paese, s’intende. Di Napolitano inoltre non si ricorda nulla di significativo: cos’ha fatto di bello Napolitano? Per quali motivi importanti i ragazzini di domani dovranno leggerlo sui libri di Storia? Sono queste le domande,  a cui però è difficile dare una risposta.

L’età quindi diventa un problema quando come nel caso di Napolitano, unico nella storia di questa repubblica, non solo perché rieletto una seconda volta, evidentemente alla politica serviva proprio lui, non rappresenta un simbolo ma si pone oltre quelle prerogative previste dalla Costituzione che lui dovrebbe garantire, non contribuire al suo smantellamento.
Napolitano decide, interviene, comanda con la SUA visione delle cose, che è quella di una persona di novant’anni.
Nulla da obiettare sull’anziano che fa altri mestieri: Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Andrea Camilleri, Dario Fo, persone rispettabilissime che hanno fatto il loro con onore. E’ proprio la figura del capo dello stato che mal si attaglia ad una persona di quella età che essendo vecchia impedisce un progresso moderno.

Il problema è che a 89 anni non te ne frega un cazzo di spenderti per un paese migliore, specialmente se i tuoi figli, e i figli dei loro figli hanno e avranno un futuro assicurato, niente da temere. 

A quell’età non interessa il futuro ma si vive molto attorcigliati nel proprio passato.
Quella è l’età in cui tutti gli argomenti e le situazioni sono uguali.
Non esiste più una priorità né la paura di fare brutte figure, di rovinarsi la reputazione anche per quell’assurda teoria che l’anziano va rispettato in virtù della sua età.
Nemmeno per idea, il rispetto è qualcosa che si può eventualmente raccogliere dopo averlo dato e dimostrato.  A qualsiasi età.
E l’età avanzata, lo abbiamo imparato proprio dai politici, quasi mai coincide con la saggezza.
Non c’è più niente che sia così importante, da dover difendere quando una manciata di mesi separa dalla morte.
E’ per questo che a novant’anni una persona che ha pure la fortuna di esserci arrivata in buone condizioni di salute, non foss’altro perché da più di sessanta c’è chi lavora per lei, non dovrebbe avere nessun diritto di ricoprire un ruolo così importante nello stato.
Il tetto non ci vorrebbe solo sui compensi ma anche sull’età.
A novant’anni stai a casa tua a fare altro, quello che fanno tutti i privilegiati che ci arrivano, altroché il presidente della repubblica.

 

 

FEDE SU B. “MAFIA, SOLDI, MAFIA” (Davide Milosa) [L’interlocutore significativo]

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Il raglio del Ventaglio – Marco Travaglio

Erano alcuni giorni che Giorgio Napolitano non interferiva nei lavori parlamentari e non s’impicciava in quel che resta della libera stampa, ma ieri alla cerimonia del Ventaglio ha recuperato su entrambi i fronti in una botta sola. Non contento della maggioranza più bulgara dai tempi della Cortina di Ferro e anzi allarmato dalla sopravvivenza a Palazzo Madama e nell’opinione pubblica di alcuni vagiti di opposizione al pensiero unico renzusconiano, ha pensato bene di dare una legnata a quei quattro gatti che osano sottolineare gli aspetti duceschi e castali della presunta “riforma del Senato”: “Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni di autoritarismo”. Ce l’aveva con l’appello del Fatto, che ha superato le 150 mila firme, con i 5Stelle, con Sel e con la sparuta pattuglia di dissidenti nel Pd, nei vari centrini e nel centrodestra. Noi, per parte nostra, possiamo assicurargli che il suo monito irrituale e illegittimo ci fa un baffo: continueremo ad agitare gli spettri di autoritarismo di due controriforme che – secondo i migliori costituzionalisti – concentrano molti poteri e aboliscono molti controlli sulla figura mostruosa di un premier-padrone che fa il bello e il cattivo tempo e impediscono ai cittadini di scegliersi i deputati e addirittura di eleggere i senatori.

Non è vero – come afferma il presidente – che “la discussione sulle riforme è stata libera”: di quale discussione va cianciando? Tra chi e con chi? I cittadini sono totalmente esclusi dal processo riformatore, visto che non hanno mai votato per questa maggioranza e questo governo, non hanno mai eletto questo premier (se non a sindaco di Firenze) e l’ultima volta che andarono alle urne per il Parlamento (febbraio 2013) nessun partito sottopose loro l’idea di abolire le elezioni per il Senato e confermare le liste bloccate per la Camera. Anzi tutti i partiti promisero di abolire il Porcellum per restituire agli elettori il sacrosanto diritto di scegliersi i parlamentari, non per farne un altro chiamato Italicum. Napolitano sostiene che le critiche alle “riforme” “pregiudicherebbero ancora una volta l’esito della riforma della seconda parte della Costituzione” e il superamento del “bicameralismo paritario, un’anomalia tutta italiana, un’incongruenza costituzionale sempre più indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo, quasi idoleggiato come un perno del sistema di garanzie costituzionali”. E purtroppo anche qui mente: i senatori dissidenti, i costituzionalisti critici e anche noi del Fatto abbiamo avanzato fior di proposte per differenziare poteri e funzioni di Camera e Senato, quindi è falso che vogliamo conservare il bicameralismo paritario: vogliamo semplicemente un Senato elettivo, con ruoli diversi da quelli attuali, ma non degradato a dopolavoro part time per sindaci e consiglieri regionali nominati dalla Casta e coperti da immunità full time. Ed è una balla che il processo legislativo sia bloccato o distorto dal bicameralismo, come dimostrano le peggiori porcate approvate in meno di un mese. In ogni caso non spetta né al Colle né al governo, ma al Parlamento stabilire se e come la Costituzione vada cambiata: non s’è mai visto un governo cambiare la Carta fondamentale a tappe forzate, con la complicità del Quirinale. Non foss’altro perché il capo dello Stato e i membri del governo giurano sulla Costituzione esistente e si impegnano a difenderla, non a smantellarla. Senza contare che il governo sta in piedi solo grazie a un premio di maggioranza che non dovrebbe esistere, e invece gli consente di impedire – con i due terzi estrogenati – ai cittadini di esprimersi nel referendum confermativo. Non manca, e ti pareva, un monitino alla stampa: Sua Altezza intima ai giornalisti – che peraltro obbediscono in gran parte col pilota automatico – di astenersi “dal gioco sterile delle ipotesi sull’ulteriore svolgimento delle mie funzioni da presidente: una valutazione che appartiene solo a me stesso”. In realtà appartiene alla Costituzione, che fissa in 7 anni il mandato presidenziale, e pure ai cittadini, che hanno il sacrosanto diritto di sapere se e quando se ne va  Il finale è da manuale: sotto con la “riforma della giustizia”, ovviamente “condivisa”. Con chi? Con il pregiudicato, ça va sans dire. 

L’estate scorsa, dopo la condanna di B. per frode fiscale, il presidente annunciò che era venuto il gran momento; ora, dopo l’assoluzione di B. per il caso Ruby, ribadisce (con notevole coerenza) che è giunta l’ora. Cos’è cambiato? Roba forte: “È arrivato il riconoscimento espresso da interlocutori significativi per ‘l’equilibrio e il rigore ammirevoli’ che caratterizzano il silenzioso ruolo della grande maggioranza dei magistrati”. E chi sarà mai l’“interlocutore significativo”? Ma il pregiudicato B., naturalmente: il fatto che insulti i giudici che lo condannano ed esalti quelli che lo assolvono (anche perché al primo insulto finisce al gabbio) è un evento epocale, meraviglioso, balsamico che – svela il monarca – “conferma quello che ho sempre asserito”: anche Napolitano, come il Caimano, pensa che “la grande maggioranza dei magistrati fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli”. Viva i magistrati muti che assolvono i potenti aumma aumma. A dire il vero, ci sarebbe l’ultimo ritrattino dell’Interlocutore Significativo per la riforma della Costituzione e della Giustizia, tracciato dall’amico Emilio Fede: quattro parole icastiche, “Mafia soldi soldi mafia” col contorno di Dell’Utri & famiglia Mangano. Ma che sarà mai. Fortuna che Totò Riina non ha ancora chiesto udienza al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno per proporsi come Interlocutore Significativo. A questo punto sarebbe difficile dirgli di no. E soprattutto spiegargli il perché.

 

 

Fermiamo i ladri della democrazia

E’ vero che Renzi non viene disturbato dall’informazione mainstream abituata alla posizione a 90 di fronte a qualsiasi potere tenga aperti i rubinetti dei vari finanziamenti, ma è anche vero che nemmeno la societá civile riunita sotto gli ombrelli delle associazioni fa un plissè. Il popolo viola come le “senonoraquandiste” evidentemente soddisfatte di avere la loro bandiera seduta alla Camera e la giusta percentuale di quote rosa al governo. 
Quindi non serve più chiamare la piazza per difendere il paese dall’immoralitá criminale di berlusconi. Non fa paura nello stesso modo Renzi che sta cazzeggiando con la democrazia con l’intenzione di violare la Costituzione insieme ad un pregiudicato e ad un imputato molto più di quanto sia riuscito a fare berlusconi stesso.

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Le controriforme dell’Italicum e del Senato, concordate dal governo con il pregiudicato Berlusconi e il plurimputato Verdini consentono a un pugno di capi-partito di continuare a nominarsi i deputati, aboliscono l’elezione dei senatori ed espropriano i cittadini della democrazia diretta: i referendum (non più 500mila, ma 800mila firme) e le leggi di iniziativa popolare (non più 50mila, ma 250mila firme). Chiediamo ai presidenti Napolitano, Grasso, Boldrini e Renzi di sostenere solo riforme che rispettino lo spirito dei Costituenti, per una vera democrazia partecipata
Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Peter Gomez e la redazione del Fatto Quotidiano

NO AI LADRI DI DEMOCRAZIA – FIRMA
In un’ora già oltre cinquemila adesioni

Patto del Nazareno e Senato dei nominati: piduisti a loro insaputa – Marco Travaglio

 

Contro i nominati in Parlamento e referendum limitati: petizione per riforme dalla parte dei cittadini
10 IDEE PER ISTITUZIONI DAVVERO PARTECIPATE – DI’ LA TUA SULLE PROPOSTE DEL FATTO

“Nei confronti del mondo politico occorre… usare gli strumenti finanziari… per l’immediata nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra… e l’altro sulla destra… fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile. Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un’azione politica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche”. Così scriveva Licio Gelli nel Piano di Rinascita Democratica, elaborato intorno al 1976 con l’aiuto di alcuni “saggi” e sequestrato nell’82 a Fiumicino nel doppiofondo della valigia della figlia Maria Grazia.

Quanto al Parlamento, il capo della P2 sfoderava una gamma di proposte davvero profetiche. “Ripartizione di competenze fra le due Camere” con due “nuove leggi elettorali diverse: per la Camera di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco)”; e – udite udite – “per il Senato di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali”. Uno spettacolare caso di telepatia vuole che proprio questo sia il “Senato delle Autonomie” inventato da Renzi & B: Camera elettiva, ma fino a un certo punto (l’Italicum, con le liste bloccate dei deputati nominati, rende il Piano di Gelli un tantino troppo democratico); e Senato con elezione di “secondo grado”, cioè con i consigli regionali che nominano senatori 95 fra consiglieri e sindaci. Il Maestro Venerabile meriterebbe almeno il copyright. Anche per l’idea di espropriare il Senato del voto di fiducia: “Modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto dalla Camera” e “per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) e al Senato preponderanza economica (esame del bilancio)”. Qui però i venerabili allievi Matteo e Silvio vanno addirittura oltre: la Camera vota in esclusiva la fiducia al governo del premier-padrone della maggioranza, e il Senato non vota più neppure il bilancio.

Poi accolgono in toto un’altra geniale intuizione gelliana: “Stabilire che i decreti-legge sono inemendabili”. Fatto: inserendo in Costituzione la ghigliottina, sperimentata da Laura Boldrini contro l’ostruzionismo 5Stelle sul decreto Bankitalia che regalava 4,5 miliardi alle banche, i decreti del governo andranno obbligatoriamente approvati entro 60 giorni, con tanti saluti agli emendamenti e all’ostruzionismo dell’opposizione, relegata a un ruolo di pura testimonianza. Il tutto – come auspicava il profeta Licio – con l’apposita “modifica (già in corso) dei Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto maggioranza-Governo, da un lato, e opposizione, dall’altro, in luogo dell’attuale tendenza assemblearistica”.

Nel lontano 1976, prima del boom delle tv locali, Gelli anticipava di un paio d’anni la nascita della tv via cavo Telemilano, poi ribattezzata Canale5 e seguita da Italia1 e Rete4 (“impiantare tv via cavo a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese”). E proponeva di “acquisire alcuni settimanali di battaglia”: cosa che il confratello B., tessera P2 n. 1816, fece nel ’90 comprandosi la sentenza che ribaltava il lodo Mondadori e gli regalava Epoca e Panorama. Quanto all’idea di “dissolvere la Rai-tv in nome della libertà di antenna”, è solo questione di tempo: dopo la rapina renziana di 150 milioni, la crisi di Viale Mazzini non può che peggiorare. 
Per mettere in riga le toghe, Gelli auspicava “la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati”: che arrivò con la legge Vassalli del 1988, dopo il referendum craxiano; ma ora si prepara un nuovo giro di vite.

Meno male che il berlusconismo era finito nel 2011. Dopo vent’anni di piduisti doc, ora abbiamo i piduisti a loro insaputa.

Work in regress

Sottotitolo: “Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro programma delle riforme: il Senato deve essere abolito.”
[Benito Mussolini, 23 marzo 1919: dal discorso sulla fondazione dei Fasci di Combattimento] 

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 Non serviva il vaccino per berlusconi come pensava Montanelli. Serve l’antidoto per il testadicazzismo italico, piuttosto diffuso e ormai incancrenito che si fa affascinare dall’uomo della provvidenza, quali che siano la faccia e il nome. Uno vale l’altro. 

Dal bicameraLismo al bicameraTismo il passo è breve. 
Ma la storia, è evidente, non ha insegnato nulla.
Chi non rispetta le minoranze, gli intellettuali, non rispetta la democrazia.
I regimi totalitari nascono così, col disprezzo del pensiero diverso, tacitando il dissenso, togliendo di mezzo tutto quello che può ostacolare gli obiettivi di chi pensa di essere nel giusto e di agire per il bene di tutti. 
Ma al bene di tutti in politica ci deve pensare una rappresentanza dei tutti, non due o tre persone. O una sola.

Quando berlusconi chiedeva la fiducia era un antidemocratico fascista che annullava il parlamento, se la stessa cosa la fanno le larghe intese di Napolitano e del pd è per il bene  del paese, della stabilità e perché, ça va sans dire, ce lo chiede l’Europa, se berlusconi proponeva la nomina di ministri indagati, un paio perfino già condannati prontamente eseguita da Napolitano era uno scandalo: la feccia mafiosa in parlamento, ora che lo fa il pd di Renzi va bene perché non sia mai che non si debba essere garantisti fino al trecentesimo grado di giudizio. Quando berlusconi chiedeva più potere decisionale per il presidente del consiglio, quando diceva che i troppi passaggi delle leggi in parlamento erano una perdita di tempo di cui si poteva fare a meno era un reazionario, un fascista.

Ora che lo fa Renzi, fa bene, ha ragione, bisogna lasciarlo lavorare, Rodotà, Zagrebelsky, la Costituzione si devono rassegnare. 

 

Negli stracitati USA quale esempio di democrazia praticamente perfetta esistono ancora due forme di controllo che passano per il Congresso e per il Senato. I checks and balances, ovvero, controllo e  contrappeso. L’abolizione del Senato voluta da Renzi, concordata con un pregiudicato, discussa da un parlamento di nominati grazie ad una legge giudicata illegittima dalla Consulta  non ha affatto l’obiettivo di alleggerire il costo della democrazia, il fine è esattamente quello di eliminare il secondo filtro che molte volte è servito a modificare o eliminare del tutto dei disegni di legge sbagliati. L’abolizione del Senato l’aveva pensata mussolini nel 1919 ed è nel programma di Licio Gelli, il piano di rinascita democratica, la p2: non sembra quindi un’innovazione così moderna, pare piuttosto il completamento di un progetto che vuole riportare l’Italia ad un regime autoritario dove i manovratori possono essere liberi di decidere e legiferare secondo gli interessi di pochi: soprattutto dei loro,  e non dei tutti. Il tutto mascherato, così come avviene ormai da una ventina d’anni a questa parte, ovvero dal giorno in cui un abusivo, un impostore, un delinquente ha avuto libero accesso alla politica dalla politica, da decisioni perfettamente democratiche che però non risulta abbia chiesto nessuno.

Nessuno infatti aveva chiesto l’abolizione del Senato, si parlava di una riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, non della cancellazione di uno dei pilastri di una repubblica democratica quale dovrebbe essere l’Italia.

Il plebiscito è la forma più violenta del populismo: è fascismo nella sua essenza più pericolosa. In questo paese dovremmo aver imparato alla perfezione che la maggioranza non è sempre quella che ha ragione, anzi, le maggioranze in Italia hanno espresso sempre la peggior politica: il fascismo prima e berlusconi poi.
Figuriamoci che maggioranza può rappresentare, quale autorità può esercitare chi una maggioranza nel paese non ce l’ha perché nessuno gliel’ha accordata, al suo partito forse sì, ma non a lui come persona: il pd non è Matteo Renzi e il suo decidere in libertà, la sua e di chi suggerisce dietro le quinte né i due milioni e qualcosa di persone che hanno individuato in lui il segretario migliore. 

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Riforme, il ‘lasciatemi lavorare’ di Matteo Renzi – Marco Travaglio, 1 aprile

 

Dice Matteo Renzi ad Aldo Cazzullo del Corriere: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o su Zagrebelsky”. Dirà il lettore del Corriere: perché, che c’entrano Rodotà e Zagrebelsky? IlCorriere infatti, come tutti i giornaloni, si è dimenticato di informare i cittadini che da una settimana Rodotà, Zagrebelsky e altri intellettuali hanno firmato un appello di ‘Libertà e Giustizia’ contro la “svolta autoritaria” delle riforme costituzionali targate Renzusconi. Stampa e tv ne hanno parlato solo ieri, e solo perché Grillo e Casaleggio (molto opportunamente) hanno aderito all’appello. In ogni caso Renzi, che è pure laureato in Legge, dovrebbe sapere che la Costituzione su cui ha giurato non prevede la dittatura del premier: cioè il modello mostruoso che esce dal combinato disposto dell’Italicum, della controriforma del Senato e del premierato forte chiesto a gran voce dal suo partner ricostituente privilegiato (Forza Italia). All’autorevole parere dei “professoroni o presunti tali”, Renzi oppone “il Paese” che “ha voglia di cambiare”, dunque è con lui. Quindi, per favore, lasciamolo lavorare.

Grasso dissente dalla riforma del Senato? “Si ricordi che è stato eletto dal Pd”, rammenta la Serracchiani con un messaggio mafiosetto che presuppone un inesistente vincolo di mandato (o il Pd lo contesta solo se lo invoca Grillo?). Grasso tradisce la sua “terzietà”, rincara Renzi, confondendo terzietà con ignavia: come se il presidente del Senato non avesse il diritto di commentare la riforma del Senato. E aggiunge: “Se Pera o Schifani avessero fatto così, avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato”. Ora, i girotondi nacquero per difendere la Costituzione dagli assalti berlusconiani: dunque è più probabile che oggi sarebbero in piazza se B. facesse da solo quel che fa Renzi con lui.

Ma, visto che c’è di mezzo il Pd, anche i giornali di sinistra tacciono e acconsentono. E gli elettori restano ignari di tutto. Quanto poi al “Paese”: Renzi dimentica che nessuno l’ha mai eletto (se non a presidente di provincia e a sindaco) e il suo governo si regge su un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta e su una maggioranza finta, drogata dal premio incostituzionale delPorcellum. Altrimenti non avrebbe la fiducia né alla Camera né al Senato. Eppure pretende di arrivare a fine legislatura e financo di cambiare la Costituzione: ma con quale mandato popolare, visto che nel 2013 nessun partito della maggioranza aveva nel programma elettorale queste “riforme”?

Su un punto il premier ha ragione: la gente vuole cambiare. Ma cosa? E per fare cosa? Davvero Renzi incontra per strada milioni di persone ansiose di trasformare il Senato nell’ennesimo ente inutile, undopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (perlopiù inquisiti)? Davvero la “gente” gli chiede a gran voce di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che consentirà ai partiti di continuare a nominarsi i parlamentari come prima? Se la “gente” sapesse cosa c’è nelle “riforme”, le passerebbe la voglia di cambiare.

Prendiamo l’Italicum, approvato a Montecitorio e già rinnegato dai partiti che l’hanno votato (peraltro solo per la Camera). Pare scritto da uno squilibrato. A parte le liste bloccate, le variopinte soglie di accesso (4,5, 8 e 12%), e i candidati presentabili in 8 collegi, c’è il delirio del premio di maggioranza: chi vince al primo turno col 37% dei voti prende 340 deputati; chi vince al ballottaggio col 51% o più, ne prende solo 327 e governa con uno scarto di 6 voti. Cioè non governa. Ma levàtegli il vino. 

Prendiamo il nuovo “Senato delle autonomie”. Sarà composto da 148 membri non elettivi e non pagati: i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione, due consiglieri regionali e due sindaci per regione (senza distinzioni fra Val d’Aosta e Lombardia, Molise ed Emilia Romagna, regioni ordinarie e a statuto speciale), più 21 personaggi nominati dal Quirinale.

Con quali poteri? Niente più fiducia ai governi né seconda lettura sulle leggi: il Senato però voterà ancora sulle leggi costituzionali, sul capo dello Stato, sui membri del Csm e della Consulta (ma con quale legittimità democratica, visto che non sarà eletto?), ed esprimerà un parere non vincolante su ogni legge ordinaria votata dalla Camera. Ma come faranno i governatori, i sindaci e i consiglieri a fare il proprio lavoro nelle regioni e nelle città e contemporaneamente a esaminare a Roma ogni legge della Camera? Renzi racconta che la riforma farà risparmiare tempo e denaro. Mah. Sul tempo: le peggiori porcate, come il lodo Alfano, sono passate in meno di un mese. E chi l’ha detto che all’Italia servono più leggi? Ne abbiamo almeno 350 mila, spesso pessime o in contraddizione fra loro. Andrebbero ridotte e accorpate, non aumentate.

Quanto al denaro, lo strombazzato risparmio di 1 miliardo all’anno in realtà non arriva a 100 milioni: la struttura resterà in piedi, spariranno solo i 315 stipendi (ma bisognerà rimborsare le trasferte dei nuovi membri). Perché non dimezzare il numero e le indennità dei parlamentari, conservando due Camere elettive con compiti diversi (tipo Usa) e con 315 deputati e 117 senatori pagati la metà, risparmiando più di 1 miliardo (vero)? Da qualunque parte la si prenda, anche questa “riforma” non ha senso, se non quello di raccontare che “le cose cambiano”. Cavalcando il discredito delle istituzioni, Renzi ne approfitta per distruggerle definitivamente. Forse era meglio giurare su Zagrebelsky e Rodotà, anziché su Berlusconi e Verdini. 

PS. Napolitano fa sapere di essere “da tempo contrario al bicameralismo paritario”. E quando, di grazia? Quando presiedeva la Camera? Quando fu nominato da Ciampi senatore a vita? Quando fu eletto e rieletto al Colle da Camera e Senato? O quando nominò 5 senatori a vita? Ci dica, ci dica.

Separazioni all’italiana [a grandi passi verso la deriva]

BLITZ ESTIVO SULLA COSTITUZIONE

Il governo ha fretta di approvare il ddl per abbattere i tempi di legge previsti dall’articolo 138. La deroga
spianerebbe la strada al lavoro del “Comitato dei 40 saggi”, compresa la riscrittura di parte della Carta.

Prove tecniche di colpo di mano sulla Costituzione. Da piazzare nel cuore dell’estate, quando le spiagge sono piene e l’attenzione sul Palazzo crolla. La strana maggioranza del governo Letta ha fretta di approvare il disegno di legge che prevede una deroga all’articolo 138 della Carta: la norma che pone precisi paletti temporali e di metodo alle leggi di revisione costituzionale. E allora l’obiettivo è quello di approvare entro la prima settimana di agosto.

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Non risulta che riformare la Costituzione fosse un’urgenza da governo di necessità.

Se Napolitano permette a questo caravanserraglio definito indegnamente governo di necessità, all’interno del quale alloggiano comodamente indagati, prescritti, condannati in primo e ultimo grado anche per reati gravissimi di mettere le mani sulla Costituzione si renderebbe complice di un colpo di stato; e non sarebbe nemmeno il primo, ovviamente mascherato e camuffato da decisione perfettamente legittima.
La Costituzione prima di essere riformata andrebbe applicata: non è la Carta a doversi adattare alle circostanze, esigenze e situazioni ma dovrebbe essere il contrario; è la politica che dovrebbe iniziare a prenderla in considerazione e a rispettarla.
Questo governo così com’è non può permettersi di riformare nulla di quanto fatto da eminenze illustri che in un momento storico difficilissimo hanno dimostrato di tenere davvero al bene del paese non certo al loro personale né politico.
La Costituzione è l’ultima garanzia che abbiamo: difendiamola. Tutti.

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Siamo ridotti così male che qualcuno si accontenta perfino del terzo posto alla confederation cup.
Per non parlare della celebrazione del “campione” Valentino Rossi, già noto come evasore fiscale: guai a ricordare queste brutte cose.
E pensare che in Uruguay le unioni civili sono legge così come le adozioni alle coppie dello stesso sesso.
Se si dovesse applicare lo stesso metro di giudizio alle attività sportive e agonistiche in relazione alla civiltà di un paese, l’Italia meriterebbe le stesse posizioni che ha per quanto riguarda la libertà di stampa e informazione. 
Quasi ultima nel mondo.

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Che poi è anche giusto che Valentino Rossi venga omaggiato in qualità di campione: com’era? “bisogna separare le questioni giudiziarie dal ruolo politico”; e se il principio della separazione vale per il vecchio puttaniere corruttore e concussore può valere per chiunque. 

Anche per un evasore fiscale.

Così avremo un nuovo trend, una nuova tendenza; il chirurgo è bravo ma nel suo privato ha comportamenti scorretti, eticamente immorali, illegali? non fa nulla, basta che in sala operatoria poi svolga bene la professione.

Stessa cosa vale per l’avvocato, l’insegnante, il giornalista, il medico di famiglia, e a cascata per tutti i professionisti che nel loro privato si sentiranno autorizzati a fare quello che vogliono, tanto male che vada c’è sempre qualcuno poi che pensa, e purtroppo dice e scrive – non in un blog o una bacheca facebook ma in parlamento e sui giornali – che si possono separare le questioni illegali e immorali da quelle professionali. 
Anche se riguardano un’unica persona.

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Pensavo a Margherita Hack e ai suoi genitori che 90 anni fa [novanta anni fa] non le facevano subire nessuna educazione “di genere”, non le dicevano di non fare cose perché era una bambina o di farne altre perché lo era. 
A quei tempi non esistevano il femminismo, la Costituzione e nemmeno un ministero delle pari opportunità, eppure quella generazione ha formato donne come lei e Rita Levi Montalcini che invece si oppose con tutte le sue forze ad un padre che non riteneva necessario che una figlia femmina dovesse studiare per affermarsi professionalmente.
Quindi significa che era possibile conquistare le proprie pari opportunità senza nessuno che lo garantisse e lo obbligasse per legge, senza l’obbrobrio delle quote rosa, senza un ministero – inutile ai giorni nostri ma sul quale si è aperto il consueto diBBattito – visto che oggi una Costituzione che garantisce l’uguaglianza e il diritto allo studio [anche per le donne!]  invece c’è.  Le vite ben spese di Rita e Margherita descrivono alla perfezione il fallimento di un una generazione di donne che scendeva in piazza per bruciare reggiseni – come se fosse un capo d’abbigliamento il responsabile della costrizione femminile e che ha prodotto quella generazione che non ha nemmeno bisogno di bruciarlo, se lo toglie e basta, davanti al miglior offerente. 
E se quei diritti conquistati faticosamente quarant’anni fa oggi sono ancora messi in discussione significa che non sono stati difesi con la stessa energia con cui erano stati ottenuti. La Storia siamo noi sempre, non solo qualche volta.Margherita Hack e Rita Levi Montalcini sono state eccezioni? può darsi, però sono esistite, e invece di pretendere rispetto, considerazione, farsi spazio nei diritti facendo la guerra agli uomini come va di moda fare in questa magnifica era “moderna”, hanno ritenuto più opportuno impegnarsi in proprio per dimostrare agli uomini di quei tempi e alla società tutta di meritarsi il loro posto coi fatti.

E comunque, poche chiacchiere: la vera parità fra i sessi sarà celebrata e onorata il giorno che nessun uomo dirà più che fare la lavatrice significa “spingere un bottone”.

Perché vorrà dire che tutti gli uomini avranno scoperto che succede dopo aver spinto quel bottone.

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– Riforme costituzionali: se a scriverle sono gli amici dei ladri –

Peter Gomez, Il Fatto Quotidiano, 27 giugno

Visto che la storia spesso si ripete in farsa, l’ultimo capitolo della ridicola tragedia italiana ruota di nuovo intorno alle riforme e alla giustizia. Esattamente come era accaduto nel 1997, con la commissione Bicamerale di dalemiana memoria, tra i nuovi padri ricostituenti in quota Pdl prende corpo l’idea di riscrivere pure il titolo IV della Costituzione: quello che stabilisce poteri, diritti e doveri della magistratura.

Del resto si sa come vanno queste cose: nelle Camere si parla sempre di fondare una nuova Repubblica, ma tutti quelli che hanno indagini o processi in corso, pensano soprattutto alle Procure della Repubblica.

Sedici anni fa però Oscar Luigi Scalfaro – il Vecchio presidente – almeno ci aveva provato a dire di no. “La Bicamerale non perda tempo con la giustizia, ma si occupi delle riforme di sua competenza” aveva tuonato il Capo dello Stato restando, di lì a poco, assolutamente inascoltato. Oggi invece, nella maggioranza delle larghe intese a dire di no è solo, il Pd. Mentre Giorgio Napolitano, il nuovo Eterno Presidente, per il momento tace.

Male, perché gli avvenimenti di queste settimane non fanno presagire niente di buono. All’indomani dell’ultima condanna a sette anni, Silvio Berlusconi è stato ricevuto al Colle senza apparenti imbarazzi. La sua storia – tra bonifici a Craxi, mazzette versate dal suo avvocato ai giudici,tangenti allungate dai suoi collaboratori alla Guardia di Finanza, più il noto contorno di minorenni, presunte frodi fiscali e concussioni – fa di lui un personaggio in cui nei paesi normali non si discute nemmeno su come riscrivere il codice della strada. Qui, invece, il Cavaliere può parlare di governo, riforme e futuro del Paese. E lo fa dopo che in aprile i dieci supposti saggi scelti da Napolitano per redigere una sorta di programma condiviso tra Pd e Pdl, si sono a lungo occupati di giudici e leggi penali.

Allora il supposto saggio e futuro ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello, era apparso molto soddisfatto.“Il capitolo nel quale più significativa è risultata la piena legittimazione di importanti posizioni fin qui oggetto di pregiudizio è quello della giustizia”, aveva detto prima di elencare i provvedimenti, molti dei quali ideati di natura costituzionale, per depotenziare leintercettazioni telefoniche, abbreviare i tempi d’indagine, mettere una mordacchia alla stampa, intimorire i magistrati (c’era la creazione di una sorta di Csm di secondo grado i cui membri sono nominati un terzo dal parlamento e un terzo dal Capo dello Stato), abolire in caso di assoluzione l’appello.

Oggi invece Quagliariello getta acqua sul fuoco. Per lui dietro l’emendamento Pdl, firmato tra gli altri da un imputato per mafia, uno per peculato e uno per abuso d’ufficio, c’è una semplice iniziativa tecnica. “Vi è l’esigenza condivisa che eventuali correlazioni derivanti dalle riforme istituzionali che dovessero cadere al di fuori delle materie indicate nel disegno di legge attualmente in esame possano essere affrontate dal Parlamento”, dice senza specificare chi condivida l’esigenza. I cittadini? I ladri? Gli amici dei ladri? Il resto del governo?

Letta junior e Napolitano se ci siete (e non ci fate) per favore, battete un colpo.