Riformiamolo, con viva e vibrante soddisfazione

Ogni volta che un tribunale si avvicina a un politico per condannarlo, assolverlo o chiamarlo a testimoniare a Napolitano gli scappa sempre la riforma della giustizia.
E’ un’incontinenza ciclica la sua ormai. Non la può trattenere. Nella nuova richiesta urgente di riforma della giustizia  non più rimandabile: secondo Napolitano è solo da questa che può ripartire l’economia e dopo averla sollecitata anche in due precise occasioni, quando condannarono b e quando sempre b fu assolto dal processo per sfruttamento della prostituzione minorile  c’entrerà qualcosa la richiesta, ennesima, del tribunale di Palermo che chiede a Napolitano di comportarsi come un qualsiasi cittadino rispettoso delle regole che quando lo stato chiama, risponde?

Lo scopriremo solo vivendo.

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Re Giorgio è stanco (e può andare via) – Fabrizio d’Esposito, Il Fatto Quotidiano

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IL TESTIMONE NAPOLITANO – Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Il Fatto Quotidiano

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Monumentale Sabina Guzzanti che introduce l’argomento del suo film in prossima uscita sulla trattativa stato mafia.

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Nel paese col tasso più alto di corruzione e malaffare all’interno della classe politica e dirigente la riforma della giustizia, fortemente voluta dal presidente della repubblica che l’ha sollecitata in varie e precise occasioni anche prima di oggi, sarà frutto dell’accordo, del patto segreto di cui nessuno deve sapere fra un presidente del consiglio abusivo e un condannato per aver rubato allo stato.
Se non è un colpo di stato questo è sicuramente un colpo allo stato del quale sono complici tutti quelli che hanno agevolato le oscure e antidemocratiche manovre di palazzo che consentono ad un parlamento illegittimo, mantenuto in vita non da democratiche elezioni ma da una sentenza della Consulta che aveva intimato al parlamento di garantire la tenuta dello stato il tempo ragionevole per produrre una legge elettorale che permettesse ai cittadini di tornare a scegliersi i propri rappresentanti.
Renzi è in parlamento da oltre sei mesi, a Letta non fu concesso neanche un giorno di più perché non aveva portato nemmeno un risultato.
Nemmeno Renzi lo ha portato, a parte la quantità sesquipedale di chiacchiere non una cosa è stata fatta per garantire la tenuta dello stato e del diritto, anzi si lavora per sfoltire proprio nei diritti ma nessuno gli mette fretta: il progetto di demolizione dei diritti e di rendere vita facile alla casta deve andare avanti perché così ha detto e chiesto il re.

In un paese dove solo gli introiti provenienti da attività illegali e criminali fanno lievitare il Pil chissà di quale riforma della giustizia ci sarà bisogno. Vogliamo legalizzare l’illegale mentre vengono tolte tutte le tutele ai lavoratori onesti che si fanno il mazzo?
Mentre i giovani sono senza più nemmeno la possibilità di pensare un futuro e i disoccupati a quarant’anni troppo vecchi per rientrare nel circuito del lavoro?
Presidente, si dimetta, ché s’è fatta quell’ora.
Mai vista un’istituzione così palesemente contro il popolo che rappresenta e che continua a sostenere il sistema che ha distrutto lo stato sociale.

E dire che proprio lui il 25 aprile di due anni fa auspicava il riavvicinamento dei cittadini alla politica, chiedeva alla politica e alle istituzioni di cambiare registro per scongiurare il pericolo dei populismi.

 

Del senso dello stato e di uno stato che fa senso

Chiunque, se aggredito, ha il diritto di difendersi, dunque anche dei Magistrati e Giudici che non pensano, semplicemente perché non è vero, che la pacificazione nazionale debba passare il salvataggio dei delinquenti pregiudicati condannati. E che un politico nella sua condizione di pregiudicato condannato non abbia nessun diritto a pretendere ancora di poter svolgere la sua [non] attività politica né da dentro né da fuori [il 99% di assenze in parlamento: proprio adesso vuole fare politica, berlusconi? poteva pensarci prima, invece di usare lo stato per i suoi sporchi affari]. E che non  ritengono giusto che le questioni che riguardano i procedimenti penali di silvio berlusconi vengano ridotte ad una guerra fra guardie e ladri, semplicemente, come sopra, perché non è vero.

E se questo è ancora un paese libero io mi prendo la libertà di dire che fra quei Magistrati che in condizioni impossibili sono riusciti a condannare chi dello stato, delle leggi, delle regole ne farebbe a meno ed è stato agevolato a farne a meno dalla politica, chi pensa che quel delinquente sia davvero un perseguitato dall’invidia, dalla cattiveria e dalla giustizia e un presidente della repubblica che fa finta di essere super partes come il ruolo gl’imporrebbe di essere,  fa finta di dimenticare vent’anni di storia italiana resa orribile e oscena da silvio berlusconi, fa finta di dimenticare che solo pochi mesi fa rappresentanti del partito di proprietà del pregiudicato condannato fra cui il ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio sono andati a manifestare contro la Magistratura davanti ai tribunali di Brescia e Milano con tanto di tentativo di intrusione: un atto eversivo fatto passare senza conseguenze come una libera espressione del dissenso come se fosse normale che un potere dello stato si metta contro un altro,  fa finta di dimenticare che solo qualche giorno fa silvio berlusconi era di nuovo a ricattare pubblicamente lo stato, minacciare  quei Giudici e i cittadini onesti, ho scelto e da tempo da che parte stare.

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NAPOLITANO SALVA BERLUSCONI E MONITA MAGISTRATI E STAMPA 

LA RISPOSTA DEI MAGISTRATI AL COLLE: “LASCIATI SOLI” 

LE BRUTTE INTESE NELLA STANZA 138 

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RODOTA’: “CHI MI ATTACCA OFFENDE LA MIA STORIA” 

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Nella mia repubblica alfano non sarebbe un ministro dell’interno e né – figuriamoci – il vicepresidente del consiglio. E non avrebbe dunque la possibilità, in qualità di segretario del partito di un delinquente pregiudicato condannato [non piacciono le ripetizioni della descrizione di berlusconi? chissenefrega neanche a me piace che si continui a chiamare cavaliere, presidente ancora adesso] di chiedere conto del significato delle parole di un galantuomo come Stefano Rodotà costringendololo ad affannarsi a rettificare, spiegare in radio e ai telegiornali.

E ringraziamo Napolitano anche di questo: di aver reso angelino alfano, uno dalla personalità e cultura nulle e inesistenti, per non parlare dell’onestà che ci vuole per fare il segretario del pdl, più autorevole di una persona come Rodotà.

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Anm, dura replica a Napolitano: “Siamo responsabili, ma subiamo insulti”

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Napolitano dopo la rielezione: “Ho accolto la sollecitazione a rendermi disponibile per una rielezione solo per senso del dovere in un momento grave per la Nazione: essendo urgente sbloccare la formazione di un Governo che affrontasse le difficoltà in cui si trovano oggi troppe famiglie, troppe imprese, troppi lavoratori italiani”

Mettiamola così, siccome tutto è stato detto e scritto e siccome chi non ha capito fino ad ora non capirà più, del resto non sono bastati vent’anni di attività criminose e criminali per far capire a tutti che berlusconi non sembra un delinquente ma è proprio un delinquente quindi è inutile confidare nel ben dell’intelletto generale: questo paese non ha bisogno di essere sconvolto e stravolto più di quanto sia stato già fatto.
E non ha bisogno dunque di un presidente della repubblica che non fa, perché ormai è evidente che non la può fare, una distinzione netta fra l’attività del politico delinquente, quella del giudice e quella dei giornalisti che danno le notizie.

Non ha bisogno di un presidente della repubblica che preferisce sacrificare alla verità ormai storica la sua dignità alle affermazioni indecenti di daniela santanchè: “poteva fare prima” [nel merito delle dichiarazioni scellerate sui giudici che devono trovare il senso del limite] e “vorrei asfaltare i giudici” dice la moderata vestale cinque minuti dopo che Napolitano in persona li aveva già asfaltati.

I giudici possono sbagliare, è vero, ogni lavoro, professione comporta dei rischi e quanto è più alta la responsabilità maggiori possono essere quei rischi e le conseguenze che ricadono poi sui cittadini. 
Ma sopra a quei giudici che sbagliano, quali che siano i motivi, ci sono altre istituzioni pronte ad intervenire, mentre sopra ai politici che sbagliano, e sappiamo bene quali sono gli errori più frequenti dei politici è ormai acclarato, assodato che non c’è nessuno. C’è un presidente della repubblica che nell’eterna contesa fra la politica disonesta e la giusta pretesa dei cittadini della società civile di non essere governati dai politici disonesti ha preso e da tempo una posizione che non favorisce i cittadini ma i politici disonesti in virtù di non si sa bene quale ragion di stato a noi negata.

Il bacio di Angelino Alfano al capomafia Croce Napoli di Palma di Montechiaro in occasione di un matrimonio nel 2002. Ha ancora i capelli ma è proprio lui: il  vicepresidente del consiglio, ministro dell’interno e segretario del pdl.

Il senso della misura

Natangelo

La riforma della giustizia, necessaria in questo paese dove per arrivare ad una sentenza ci vogliono cinque, dieci anni e anche oltre non ha niente a che fare con i procedimenti penali di berlusconi che da questa disfunzione è stato solo avvantaggiato e di più ancora lo è stato in virtù delle leggi fatte apposta per lui, volute da lui, eseguite da un parlamento complice e firmate dal garante della Costituzione della legge uguale per tutti.

A berlusconi non interessa una giustizia che funziona, veloce e che faccia in modo di stabilire in tempi ragionevoli l’innocenza e la colpevolezza. L’unica giustizia che interessa berlusconi è quella che non si occupa di lui, dei suoi reati, del suo essere tendenzialmente e naturalmente predisposto a delinquere come recita il primo grado della sentenza del processo Ruby.

E un presidente della repubblica che due ore dopo la condanna di berlusconi e due giorni dopo l’ennesimo attacco allo stato di berlusconi parla di riforma della giustizia e di Magistratura che non deve superare i limiti fa pensare male.

Qualcuno dovrebbe ricordare alla Cancellieri che ribadisce la litania di un’intesa simile a quella che ci fu dopo il fascismo, che questa fu possibile solo DOPO che il fascismo fu combattuto e messo fuori legge, purtroppo solo sulla Carta. Che quell’intesa avvenne dopo aver rimesso faticosamente in sicurezza il paese, col sangue e non le chiacchiere.

Una condizione che oggi nei fatti non c’è visto che un parlamento, repubblicano, democratico che deve TUTTO proprio al fatto che in altri tempi i nemici si combattevano, non ci si facevano alleanze né grandi e larghe intese, non riesce, non vuole e non può liberarsi del nemico, che non è una parolaccia da evitare ma un concetto da ribadire: chi si mette contro lo stato è un nemico dello stato, non uno da far sedere al tavolo delle decisioni, da mantenere in un posto, quella casa della democrazia che le istituzioni a parole difendono ma nel concreto no.

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“NAPOLITANO E BERLUSCONI, DOVE SONO EQUILIBRIO E MISURA?”

L’interesse del paese non consiste nella tutela e nella protezione di delinquenti da parte dallo stato. 

In un paese normale e in uno stato civile la separazione delle carriere andrebbe fatta, va fatta soprattutto fra onesti e delinquenti. Fra chi rispetta lo stato e chi non lo fa.
E quanto più i delinquenti sono pericolosi più lo stato ha il dovere di fare in modo che non invadano, inquinandola, la società civile: quella degli onesti.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica dice cose che la maggior parte dei cittadini non si aspetta, perché quel presidente dovrebbe essere il faro e la guida di un paese, e dovrebbe interpretare il sentire dei cittadini, e non penso né credo che la maggior parte dei cittadini italiani abbia a cuore la difesa dei delinquenti a scapito di chi per mestiere i delinquenti li condanna, nella fattispecie di uno che proprio lo stato ha violato e frodato, a svantaggio degli onesti che svolgono un lavoro e che vorrebbero fra le altre cose che il loro contributo economico, quei soldi che lo stato pretende e non gl’importa se la gente può o non può pagare, non servisse poi a pagare e mantenere agi e vite privilegiate a chi non sa più garantire sicurezza al paese pur essendo pagata e strapagata per farlo.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica sfida, spesso tracimando oltre quel limite e quella misura che invita i Magistrati a rispettare, un limite e una misura che spesso e continuamente significano decenza, decoro e pudore, non fa sentire la sua vicinanza ai cittadini che dovrebbe illuminare e guidare, non fa più capire da che parte sta lo stato fra gli onesti e i delinquenti ma al contrario ciclicamente e sempre più spesso dice cose – molto più che sottintese – per tranquillizzare, favorire e far rialzare la testa a chi ha usato e abusato dello stato di tutti e anche dei tutti. 

Perché a furia di sentir dire da autorità alte e altissime che in questo paese c’è una guerra in corso fra guardie e ladri molta gente ci ha creduto e pensa veramente che il pericolo in Italia siano i Magistrati che applicano le leggi e non i delinquenti che le violano.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica glissa e fa finta di ignorare che da cinquanta giorni, quasi due mesi, c’è un delinquente pregiudicato e condannato a piede libero a cui viene permesso di offendere pubblicamente lo stato, i cittadini, i Magistrati, di ricattare e minacciare i suoi sciagurati alleati di governo, quelli che più o meno consapevolmente hanno deciso di unirsi al partito di proprietà del delinquente come richiesto e preteso dal presidente della repubblica “per il bene del paese”.

Come se il bene del paese significasse la tutela e l’appoggio ai delinquenti.

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Ma ci faccia il piacere – Marco Travaglio, 21 settembre

Atteso e prevedibile come la caduta delle foglie in autunno, il supermonito di Napolitano ai magistrati per dare il contentino al Cainano pregiudicato e non farlo sentire troppo solo, è puntualmente arrivato. Secondo il Presidente Pompiere, bisogna “spegnere nell’interesse del Paese il conflitto tra politica e giustizia”. Che è un po ’ come dire: siccome un chirurgo è stato condannato perché scannava i pazienti, bisogna spegnere il conflitto tra chirurgia e giustizia; siccome un ciclista è stato condannato per doping, bisogna spegnere il conflitto tra ciclismo e giustizia; siccome un tossico è stato condannato perché ha svaligiato un supermarket, bisogna spegnere il conflitto fra tossicodipendenza e giustizia; siccome un riccone è stato condannato perché non paga le tasse, bisogna spegnere il conflitto fra ricchezza e giustizia. Insomma, una solennissima assurdità. Gentile Presidente, si rassegni: se il suo amico Silvio è stato condannato per frode fiscale, è perché ha frodato il fisco. Si chiama “processo penale”, non “conflitto fra politica e giustizia”. E che senso ha dire che “politica e giustizia non devono essere mondi ostili guidati dal sospetto reciproco”? In Italia, da oltre vent’anni, è Berlusconi che attacca tutta la magistratura, invitando i cittadini a ribellarvisi anziché a ubbidirle; nessun magistrato ha mai attaccato tutta la politica in quanto tale, semmai alcuni magistrati (sempre troppo pochi) hanno condotto inchieste ed emesso sentenze su politici che violavano la legge, in base al principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione. Che dovrebbe mai fare un pm o un giudice davanti a un politico ladro o mafioso, se non “sospettare” di lui? La presunta “spirale di contrapposizioni tra politica e giustizia che da troppi anni imperversa in Italia” esiste solo in qualche mente confusa. Anche ammesso e non concesso che il conflitto esista, esso nasce dal fatto che molti politici delinquono e potrà finire soltanto se e quando questi la smetteranno di delinquere. Nessuno meglio del garante della Costituzione, in quanto presidente della Repubblica, e del difensore del-l’autonomia e indipendenza della magistratura, in quanto presidente del Csm, dovrebbe saperlo. Ed è preoccupante che vada a insegnare queste amenità a degli studenti universitari. Se qualche magistrato, come lui sostiene senza far nomi né portare prove, ha violato i doveri di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità e senso della misura e del limite”, il Csm da lui presieduto ha tutti gli strumenti per sanzionarlo. Purché, naturalmente, si tratti di condotte vietate dalla legge, e non di esternazioni legittime o doverose per spiegare ai cittadini e soprattutto ai politici ignoranti o diffamatori come funziona la giustizia. E qui Napolitano incappa in una doppia contraddizione, quando esorta i magistrati a “un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione”. Sia perché da anni l’Anm e molti singoli magistrati propongono riforme utili a sveltire i processi e a combattere meglio la criminalità di ogni specie e livello, regolarmente zittiti come invasori di campo da chi fa soltanto leggi criminali e criminogene per sé o per i suoi complici; sia perché sul tema ogni magistrato è libero di pensarla come gli pare. A meno di voler sostenere che il magistrato è libero di parlare, ma solo se acconsente con le porcate sfornate a getto continuo da un Parlamento indecente e sempre firmate da chi avrebbe dovuto respingerle al mittente. Se invece dissente, allora deve tacere. La libertà d’espressione ridotta a dovere di applauso al potere è tipica delle dittature, non delle democrazie. Resta poi da capire che cosa siano il “senso della misura e del limite” prescritti dal Presidente Pompiere ai magistrati: come si calcola, e soprattutto chi lo calcola? Se un pm esagera, ci sono sopra di lui un Gip, un Gup, un Tribunale del Riesame e una Cassazione pronti a correggerlo. Idem per i giudici, nel Paese che – unico al mondo – prevede cinque fasi di giudizio pressochè automatiche. In ogni caso, per azionare gli estintori, Napolitano ha scelto la sede meno adatta: la commemorazione del suo ex consigliere giuridico Loris d’Ambrosio. Un magistrato che parla per mesi al telefono con un indagabile e poi indagato per falsa testimonianza sulla trattativa Stato-mafia, assecondandolo in ogni suo capriccio per ordine del suo capo, non è certo il miglior esempio di “senso della misura e del limite”, e nemmeno delle tanto decantate virtù di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità”. Anzichè stendere un velo pietoso, anche per rispetto verso un signore che non c’è più e che fu trascinato da Napolitano e da Mancino in quell’imbarazzante abuso di potere, il Presidente lancia un messaggio implicito alle Corti d’assise di Caltanissetta e Palermo che si accingono a interrogarlo come testimone nei processi Borsellino-quater e Trattativa. Poi se la prende a suon di allusioni con il nostro giornale (l’unico che intervistò D’Ambrosio per ascoltare la sua versione dei fatti), reo di avere pubblicato ieri un servizio di Lo Bianco e Rizza sulle nuove carte depositate dalla Procura di Palermo al processo sulla trattativa. Carte che documentano il vero e proprio stalking esercitato dalla Procura generale della Cassazione, per ordine del Quirinale, sul procuratore nazionale Grasso (che ora, asceso a più alte poltrone, fa finta di nulla), affinchè interferisse nelle indagini dei pm siciliani contro la legge e ben oltre i suoi poteri. “Nulla è stato più paradossale e iniquo  dice il Presidente  che vedere anche Loris divenire vittima di quello che il professor Fiandaca ha chiamato ‘un perverso giuoco politico-giuridico e mediatico‘.  La cui impronta mistificatoria si è fatta sentire proprio oggi forse in non casuale coincidenza con questo incontro”. Stia tranquillo, Presidente: i giornali, almeno il nostro, servono a dare notizie. E quelle carte erano una notizia, per giunta attuale visto che il loro deposito è avvenuto giovedì.  L’idea che le abbiamo raccontate apposta (“non in casuale coincidenza”) per disturbare la sua fondamentale prolusione alla Luiss può venire soltanto a chi è abituato a certi giochetti. Dunque non a noi. Come dice Massimo Fini, “omnia munda mundis, omnia sozza sozzis 

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.

L’impedimento perenne

Se Napolitano avesse sciolto le camere a tempo debito e cioè prima di quel 14 dicembre definito poi “scilipoti day”,  quando a b fu concesso il tempo necessario a ricomprarsi la fiducia persa in parlamento, dunque in modo democratico,  molto di quello che è successo dopo non sarebbe mai accaduto.  Il governo dei professori, ad esempio, ma anche dover  assistere ancora oggi, adesso, alla patetica e miserabile richiesta di legittimo impedimento circa il  processo che vede berlusconi imputato del reato di sfruttamento della prostituzione minorile. 
E’ davvero singolare che quello che si è potuto fare qualche settimana fa con estrema naturalezza anche se le circostanze non lo richiedevano, anche se non c’era stata nessuna regolare sfiducia da parte del parlamento non sia stato possibile poco più  di due anni fa quando si poteva agire con più tranquillità.

E agire secondo Costituzione,  soprattutto, non secondo i desiderata del presidente della repubblica.
A voler essere maliziosi e malpensanti, alla luce di quel che accaduto appunto dopo, sembra quasi che qualcuno abbia voluto che quel tutto dovesse succedere. 
Che non ci sia stata proprio la volontà di riparare il paese da tutto quello che ha dovuto subire in questo ultimo anno.
Corrado Guzzanti è un genio, altroché blasfemo. 
I suoi sketch sulla P2 e licio gelli dovrebbero studiarli i ragazzini a scuola.

Processo Ruby, Ghedini invoca il legittimo e PERENNE impedimento.
Ma il giudice Boccassini lo stoppa: ”B non è candidato premier, non c’è impedimento”

Processo Ruby, no allo stop elettorale
 Giustizia e politica, l’eterna lotta di B.

Dall’impedimento legittimo a quello perenne.
Secondo Ghedini per b ci vorrebbe l’impedimento perenne.
Perché [provo a ragionare come Ghedini  ma è molto complicato] essendo l’Italia un paese perennemente in campagna elettorale anche i dispositivi di legge utili ai numerosi referenti politici che si pongono oltre la legge ma vogliono ugualmente partecipare al gioco della democrazia, quel gioco che ai comuni cittadini sarebbe invece impedito anche con requisiti minori rispetto a quelli che solitamente  appartengono a questi ladri della patria  – si devono logicamente adeguare al numero dei processi, alla gravità dei reati che riguardano onorevoli e senatori della repubblica.
Quindi non sono loro, i personaggi coinvolti in crimini a processi a doversi regolare e restare fuori dai giochi fino al pronunciamento di una regolare sentenza, è la giustizia a dover essere stravolta ogni volta che un processo riguarda il pre-potente delinquente e  criminale di turno. Col risultato che altre riforme non si fanno mai , quelle davvero importanti,  serie, utili e che dovrebbero servire a non mandare in carcere chi non commette reati,  a  non rimettere in libertà camorristi assassini e a non mandare ai domiciliari chi stupra una ragazzina incinta per ridicoli vizi di procedure o per colpa di  leggi che andrebbero realmente modificate non certo per favorire e alleggerire criminali e stupratori ma finalizzate, possibilmente, alla tutela delle  vittime come è accaduto solo qualche giorno fa.
L’inferno da vivi, altroché gl’impedimenti legittimi o perenni.