Meno male che Marco c’è/ 2

Preambolo: RSF, una delle organizzazioni  che si occupa di monitorare il livello di libertà di stampa e di informazione in ambito internazionale piazza l’Italia al 57° posto, l’anno scorso eravamo al 61°, sotto a stati che almeno non hanno l’ardire di definirsi democrazie,  tipo il Niger. Frank La Rue, responsabile della libertà di informazione per le Nazioni Unite ha dichiarato lo scorso dicembre che con Monti l’informazione e la libertà di stampa  in questo paese sono  agli stessi infami livelli di quando c’era berlusconi, segno evidente che ai servi e servetti di regime, di qualsiasi regime va benissimo che l’andazzo sia sempre il solito, il consueto, va benissimo che in questo paese si neghi il diritto dei cittadini di essere informati.E c’è qualcuno, anche fra il giornalismo cosiddetto autorevole che su questi dati ci fa su dell’ironia, invece di vergognarsi per aver contribuito a questa porcheria. 

Se facessi la giornalista non mi verrebbe mai in mente di fare dell’ironia su questi dati.
Piuttosto, mi chiederei cosa potevo fare, cosa non ho fatto per mia volontà o per conto terzi affinché un paese cosiddetto democratico sia potuto scendere ai livelli di di paesi in cui almeno la parola democrazia non viene nemmeno pronunciata.

Sottotitolo:”Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto”. [Marco Travaglio]


Capisco che è seccante che Marco Travaglio ci sia, che c’è, in particolar modo per molti dei suoi colleghi – per qualifica e non certo perché si meritino fino in fondo l’appellativo di “giornalista” – se così fosse l’Italia non sarebbe al 57° posto NEL MONDO [l’anno scorso era al 61°: stiamo crescendo, fra un po’ mettiamo pure i denti e iniziamo a camminare] in fatto di libertà di informazione secondo il rapporto annuale di Reporter sans frontier, altri due schiaffoni educativi ma purtroppo inutili perché come sempre non sortiranno nessun effetto positivo li riceverà come ogni anno anche da quei comunistacci della Freedom House voluta e creata da quella sovversiva di Eleanor Roosevelt, un’altra che soffriva di una strana perversione, pensava infatti che in un paese civile  l’informazione DEVE fare informazione e non un tutt’altro che non c’entra, specie se quel tutt’altro diventa un lavoro certosino al quale poi i popoli si abituano e si assuefano fino a non accorgersi più di chi sono le persone che lavorano per loro e non, invece, in funzione del mantenimento di poteri che non dovrebbero proprio “poter” niente, perché quando possono, nuocciono e fanno tutto meno che gli interessi di quei cittadini sui quali quel potere viene poi esercitato.
Anche l’Europa si è espressa più e più volte circa il fatto che l’informazione italiana non faccia il suo dovere perché legata a doppio e triplo filo ai desiderata del potere, politico, economico e persino religioso, era così con b a palazzo Chigi ed è rimasto tutto uguale quando alla presidenza del consiglio è salito il sobrio professore, quello che doveva essere solo prestato alla politica ma poi, visto che a quel ristorante si mangia troppo bene ha deciso da se medesimo che valeva la pena non lasciare una tavola ben imbandita; ma siccome risolvere i conflitti di interesse – che sono la prima causa di un’informazione che non informa perché non può dovendo fare quel tutt’altro che tradotto in parole povere si chiama essere servi di un padrone non serve e non è utile a spillare soldi ai cittadini, a ridurli alla povertà accusandoli poi perfino di essere la causa del loro male, allora in quel caso le richieste dell’Europa si possono benissimo, tranquillamente e pacificamente ignorare.
Ma meno male che brunetta ieri sera ci ha chiarito le idee: tutti i problemi in Italia si possono risolvere tagliando gli stipendi a Milena Gabanelli, a Michele Santoro, a Fabio Fazio e a Luciana Littizzetto.

 

Falconi e avvoltoi/2
Marco Travaglio, 1 febbraio

Due giorni dopo il battibecco Boccassini-Ingroia sulla memoria di Falcone, tutti hanno già dimenticato chi ha cominciato: la Boccassini, col suo “vergognati” a Ingroia per un paragone mai fatto fra se stesso a Falcone. Non è la prima volta che la valorosa pm perde la trebisonda appena sente nominare l’amico ucciso. Il 25 maggio ’92, commemorandolo al Palagiustizia di Milano subito dopo Capaci, puntò il dito su un esterrefatto Gherardo Colombo: “Anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale?”. E ricordò che, a lei, Falcone telefonava ogni giorno e le aveva confidato “l’ultima ingiustizia subita proprio dai pm milanesi, che gli avevano mandato una rogatoria senza allegati. Giovanni mi telefonò: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore degli Affari penali'”. In realtà il pool Mani Pulite di Falcone si fidava: non si fidava di altri dirigenti del ministero, tipo Filippo Verde, poi coinvolto nell’inchiesta Toghe Sporche della stessa Boccassini per rapporti finanziari con Previti & C. Oggi tutti criticano Ingroia per avere ricordato ciò che pensava Borsellino di lui e della Boccassini, perché il giudice non può smentire né confermare. Ma nel ’92 la Boccassini fece la stessa cosa, svelando confidenze di Falcone senz’altro vere, che però Falcone non poteva smentire né confermare. Ma in fondo è una fortuna che quel “vergognati” sia toccato a Ingroia. Immaginiamo se un qualunque pm, a tre settimane dalle elezioni, avesse urlato “vergognati” a Berlusconi, Bersani, o Monti. Sarebbe finito sotto ispezione e processo disciplinare, tv e giornali sarebbero pieni di politici, editorialisti, Csm e Anm strepitanti contro i pm che fanno politica e interferiscono nel voto. Invece niente, silenzio di tomba. Anzi, la prova della politicizzazione dei pm è proprio Ingroia, pm in aspettativa, e non il pm che l’ha insultato con la toga addosso. La macchina del fango è, come sempre, trasversale. Severgnini Casco d’Argento va dalla Bignardi e di chi parla? Di Ingroia, che “chiama la sua lista Rivoluzione civile come se le altre fossero incivili” (potrebbe aggiungere che il Pd si chiama Democratico come se gli altri fossero tirannici, ma non l’aggiunge: “Renzi e Letta mi han chiesto di candidarmi”, ( povera stella). Panorama accusa Ingroia di avere “sprecato milioni di risorse dello Stato” per indagare sulla trattativa Stato-mafia (avrebbe dovuto pagare di tasca sua). 

Il mèchato di Libero lo accusa di “minacciare la Boccassini” e svela — intimo com’era di Borsellino — che l’amico Paolo lo chiamava “gobbetto comunista”. Repubblica intervista Grasso che, essendo candidato del Pd, gli insegna a “non usare il ruolo di pm a fini politici”. Poi fa attaccare Ingroia da un noto eroe dell’antimafia: Micciché, quello che voleva togliere i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto Punta Raisi perché allontanano i turisti. Il Corriere ricorda che “Falcone non partecipava a convegni di folle osannanti” (è una balla, Falcone andava persino alle Feste dell’Unità e al Costanzo Show, ma fa lo stesso). La Pravdina del Pd, la fu Unità, con tutto quel che succede nel mondo e a Siena, apre la prima pagina col titolo “Ingroia, scontro su Falcone”, lo accusa di “antimafia elettorale” e di essere “un magistrato in prima linea” (si ri-vergogni). Staino fa dire a Berlusconi: “Ma cosa vuole questo Ingroia da noi? Tratta la Boccassini peggio di come la tratto io… si candida in Lombardia per aiutarci a vincere… che si è messo in testa?”. Ma sì, dai, Ingroia è pagato da B. (e pazienza se in Lombardia Ingroia appoggia Ambrosoli mentre l’alleato Monti candida Albertini). Poi finalmente, a pag. 11, un luminoso esempio da seguire: Ottaviano Del Turco. Per chi non l’avesse ancora capito: nel paese governato da ladri, affaristi e mignotte, il problema è Ingroia. Invece di nominare Falcone invano, vada a rubare come tutti gli altri.