Il fascismo non è una libera espressione del pensiero

Ribadire che c’è una legge se poi non si fa rispettare quella legge, non serve a niente.
Ed ecco perché il fascismo, nel tempo, è diventato una forma di folklore proprio in questo paese che un regime fascista l’ha subito e pagato col sangue. Cominciassero a buttare giù con le ruspe tutto quello che evoca e fa rimpiangere il ventennio del dittatore assassino, e a punire sul serio gli imbecilli, ignoranti e perdenti che pensano che se avesse vinto il fascismo, loro avrebbero avuto un trattamento di riguardo. E Napolitano, al posto di esaltare un fascista mai pentito come Almirante, trovasse altra gente da portare ad esempio di statista.

L’AMACA del 14/09/2014 (Michele Serra)

LA CASSAZIONE fa benissimo, in linea di principio, a ribadire che il saluto romano secondo le leggi di questo Paese è un reato. Ma la linea di principio, nel 2014, si trova qualche milione di chilometri più indietro rispetto alla realtà. Il saluto romano è la norma in quasi tutti gli stadi, nella sua nevrastenica versione ultras (braccio teso che scatta ripetutamente avanti e indietro, come un serramanico impazzito); l’apologia del fascismo ispira una cospicua fetta della cartellonistica romana e più della metà delle scritte murarie della capitale; le formazioni e i partiti neofascisti sono decine, con un ricco assortimento che va dal nazifascismo classico al cattofascismo al punk antisemita alle squadracce omofobe alle birrerie hitleriane agli skinheads con tirapugni,

il tutto validamente shakerato nelle ospitali curve di stadio, fanzinato, bloggato, cliccato, intervistato, ospitato nei talk show, celebrato in festose adunate con svastica, compleanni del Fuhrer, omaggi alla tomba del Duce, best seller sui partigiani cattivi e i repubblichini traditi della storia. L’illusione di poter “fermare i rigurgiti fascisti” oggi che il fascismo è perfettamente presente e operante sulla scena politica e sociale di questo Paese (che, non per caso, lo ha inventato) fa dunque un effetto surreale: un poco come volere impedire una eventuale terza guerra mondiale spedendo una contravvenzione, per raccomandata, ai capi di Stato interessati a farla.

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Cassazione, condanne
per saluto romano

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E, tanto per ribadire il concetto, alle misere testedicazzo ignoranti e perdenti del “perché il pugno chiuso sì e il braccio teso no”, se proprio vi costringono alla spiegazione, dite semplicemente che se oggi possono scarabocchiare le loro stronzate da un computer è grazie al pugno chiuso COMUNISTA che ha contribuito a scrivere quella Costituzione che consente e ha consentito alle testedicazzo, ignoranti e perdenti, di poter ancora pronunciare la parola fascismo.

 La rotatoria di Borgo Sabotino intitolata a Giorgio Almirante. 31 luglio 2014Bene ha fatto la Cassazione a ricordare che in questo paese il fascismo è reato e con esso tutte le sue simbologie; il braccetto teso non è affatto un’espressione folkloristica e innocua come molti erroneamente pensano.
Meno bene, anzi per niente che in questo paese bisogna ancora ribadire che il fascismo è un reato perché nei fatti i reati di apologia e diffusione dell’ideologia criminale di mussolini non sono mai stati puniti.
Anzi, le rappresentazioni che evocano il ventennio sono state legittimate spesso anche da quello stato che dovrebbe contrastarle.
Ad esempio qualche anno fa al funerale di Ajmone Finestra, ex ragazzo di Salò ed ex sindaco di Latina, c’erano dei carabinieri a vegliare sulla salma che era circondata da vessilli fascisti e dai tanti nostalgici in camicia nera che esprimevano il proprio cordoglio proprio col braccio teso e il solito frasario d’antan.
I carabinieri del paese antifascista e dove il fascismo è un reato fanno rispettare la legge, non si prestano agli osceni teatrini.
A Milano ogni anno va regolarmente in scena una manifestazione di nazisti perfettamente autorizzata dall’amministrazione e non succede niente. Giusto per citare due situazioni su tante che spiegano perfettamente perché in Italia il fascismo è quanto mai attuale, altroché la storia del passato.
Il 26 giugno scorso Giorgio Napolitano, presidente della repubblica del paese antifascista ha riconosciuto ad Almirante il ruolo di statista “che ha saputo contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane a dimostrazione di un SUPERIORE SENSO dello STATO”. Almirante, quello del giornaletto della razza, della firma sulle condanne a morte in tempo di guerra, quello che ha contribuito a mandare a morire gli ebrei nei lager nazisti ma che, secondo Napolitano, ancora oggi rappresenta un “esempio”.
Almirante che viene ancora citato a sproposito quale alter ego di destra della figura di Enrico Berlinguer cosi come si fa ogni volta che si tenta di paragonare Che Guevara a mussolini.
Come se la diversità la facesse solo l’orientamento politico e non quello che le ideologie hanno rappresentato in questo paese dove non risulta esserci stato nessun regime comunista ma quello fascista sì.
E lo conferma il fatto che, pur essendo vietate per legge tutte le espressioni/manifestazioni che richiamano il fascismo, nei fatti sono perfettamente intrecciate nel tessuto sociale, sono state socialmente accettate in virtù di non si capisce bene quale libertà di espressione, un esempio su tutti quella casapound che viene spacciata per associazione culturale mentre tutti sanno, sappiamo di che si tratta, chi sono i suoi frequentatori abituali.
Perché il problema è sempre lo stesso: in questo paese manca del tutto un’educazione alla libertà di espressione, tutto si nasconde dietro il presunto diritto di poter manifestare qualsiasi pensiero, anche fosse quello violento dell’ideologia fascista e non lo si può vietare pena l’accusa di essere fascisti “al contrario” solo perché si chiede di applicare una legge che c’è ma che per convenienza politica si è sempre fatto finta che non ci fosse. Nel paese normale antifascista nessun mussolini avrebbe mai potuto trovare posto nel parlamento della repubblica antifascista. I conti col passato si chiudono chiudendo col passato, e uno stato serio, che avesse davvero a cuore quella Costituzione che ha messo fuorilegge il fascismo aveva il dovere di contrastare  ogni pericolo per la tenuta democratica di una repubblica nata da una Resistenza Antifascista.  Non si danno altre possibilità a chi sostiene ancora l’ideologia fascista di chi ha combattuto contro l’Italia. E non si intitolano piazze e vie a Giorgio Almirante.
Invece lo stato per mezzi dei governi che si sono succeduti ha taciuto e acconsentito, ha lasciato che la Storia venisse stravolta incentivando e promuovendo quell’ignoranza che devasta, non permette la giusta comprensione dei fatti che hanno riguardato questo paese, affinché si affermasse l’idea che tutto sommato esprimere e manifestare idee fuorilegge, fuori da una repubblica antifascista non fosse poi così pericoloso.
Mentre e invece lo è.
Il fascismo non è un’opinione: è fascismo, ed è un REATO.

Tutti per uno

Sottotitolo: uno schifo simile era difficile anche immaginarlo. Massì, depenalizziamo i reati SOLO per i politici, SOLO per i giornalisti, SOLO per i magistrati, SOLO per i notai, SOLO per gli avvocati, SOLO per i consiglieri regionali, SOLO per i sindaci, SOLO per i vip, SOLO per berlusconi, SOLO per sallusti.
Poi qualcuno magari ci racconterà ancora la favoletta che le caste non esistono: sono SOLO un’illusione della mente.

Giornalisti, politici e sindacalisti. Intervengono tutti sulla sentenza definitiva con cui la Cassazione ha condannato per diffamazione il direttore de Il Giornale. Berlusconi: “Depenalizzare il reato”. Maroni: “Resistere, resistere, resistere”, Santanchè: “Il Paese fa schifo, gli italiani scendano in piazza”. Dal Quirinale: “Esamineremo sentenza”.

Sallusti, Cassazione conferma condanna
Ma la procura di Milano: “Pena sospesa”

Il direttore dovrebbe scontare 14 mesi. I giudici: “Non è reato di opinione ma pubblicazione 
consapevole di notizie palesemente false”. Bruti Liberati: “Manca recidiva, detenzione sospesa” 
Da Ezio Mauro a Enrico Mentana, rivolta contro la sentenza. Severino: “Norma va cambiata”

 

Due giorni fa mi sono associata all’appello di Travaglio per “salvare il soldato sallusti” perché sono ancora convinta che in una democrazia civile, compiuta, evoluta e moderna un giornalista non deve rischiare la galera: esistono forme alternative di punizione che  possono essere sostituite a quella che dovrebbe essere solo l’extrema ratio. Privare qualcuno della libertà è un fatto serio che va riservato a cose ancora più serie.

E comunque sallusti in galera NON ci sarebbe mai andato, nemmeno se non si fosse mobilitato a suo favore un esercito di salvatori con in testa, che lo dico a fare, il presidente Napolitano che ultimamente sembra aver preso molto  a cuore i casi personali di cittadini che non dovrebbero essere al di sopra di nessun altro, una volta è l’ex ministro bugiardo, un’altra un diffamatore per mestiere e insomma, il presidente da quando non ha niente da firmare ha molto tempo a disposizione, evidentemente. Proprio  mentre sto scrivendo questo post e mentre in molti discutiamo se sia giusto o meno che sallusti vada in galera, sebbene virtualmente,  apprendiamo dalla viva voce di feltri [altro pezzo da novanta in fatto di calunnie e diffamazioni]  dalla terza  camera del parlamento cioè porta a porta, che il Dreyfus in questione altri non è che l’ex giornalista ed ex un po’ di tutto Farina [l’agente Betulla], radiato dall’ordine dei giornalisti. Tutto normale, tutto lecito. Oltre il diritto alla diffamazione il diritto a fottersene delle regole in generale.

E il bello è che la galera per la diffamazione l’ha votata la casa della libertà [vigilata].  Quelli che invocano la galera per chi pubblica le intercettazioni.

berlusconi, il più interessato di tutti ad eliminare tutto quel che costituisce un reato pensa che debba essere depenalizzata anche la diffamazione, che non è un omicidio né una rapina a mano armata o uno stupro ma è comunque un atto di estrema gravità.  Specialmente se la diffamazione viene veicolata attraverso i mezzi di comunicazione.

Diffamare qualcuno significa raccontare menzogne, screditare, significa rovinare la vita a qualcuno, in molti casi ha significato la fine di una vita: tanta gente dopo essere stata diffamata si è suicidata perché non ce l’ha fatta a reggere il peso di una vergogna e di un’ingiustizia subita. La diffamazione non è un’opinione, un’idea, un punto di vista seppur becero, quando la diffamazione si fa per mezzo di media e giornali significa diffondere falsità sul conto di qualcuno: è un atto spregevole, miserabile.

E la misura di quanto sia grave la diffamazione per la quale è stato condannato il direttore di quel fogliaccio nel quale la diffamazione e le calunnie non sono una rara eccezione ma proprio il leit motiv la spiega benissimo Alessandro Robecchi, giornalista del Manifesto, in questo articolo: Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere.

E allora mi chiedo se i noi, gl’invisibili, quelli a cui si può togliere tutto e perfino – oltre a molti altri  –  il diritto  di pensare e credere (ancora) soprattutto, di vivere in un paese dove la legge sia davvero uguale per tutti avremmo in situazioni analoghe le stesse attenzioni riservate a sallusti, se le istituzioni alte,  tutto l’arco costituzionale, quasi tutto il giornalismo unito e compatto come un sol uomo,  si preoccuperebbero di difenderci, di intervenire e di interferire.
Mi chiedo se Napolitano troverebbe il tempo per spendere una buona parola per tutti i bisognosi, per tutti gli accusati DAVVERO ingiustamente.
Per tutti quelli che la galera vale con effetto retroattivo come per i devastatori di Genova.

Perché mai e dico mai a nessuno è venuto in mente di aprire un dibattito così ampio  su casi e fatti che riguardano gente meno famosa, per niente famosa e per motivi assai meno gravi di un augurio di essere impiccati sulla pubblica piazza.

Non una parola per chi  di carcere e in carcere ci muore magari  per tre grammi di fumo.
E se a un ministro venisse in mente di cambiare una legge per uno qualsiasi di quegl’invisibili.

E chi adesso, come il presidente della federazione nazionale della stampa Franco Siddi  “si sente come sallusti” non è solidale, è complice.