Siamo tutti sallusti de che, ma soprattutto, perché?

“Anche se non vado in carcere e quindi non ci sarà la violenza fisica della detenzione –  resta comunque la violenza psicologica dell’essere privati della libertà”.[Alessandro Sallusti]

Giusto, ha ragione: quelli come lui trovano assai meno disdicevole privarsi della dignità. In uno dei tanti passaggi televisivi che gli sono stati concessi da amorevoli colleghi [ché non si sa mai, oggi a me domani a te] aveva dichiarato che in caso di condanna definitiva avrebbe rinunciato ai domiciliari e scelto di scontare la pena in carcere.

Caso Sallusti, cancellare le norme che puniscono con la galera i reati di opinione [Franco Siddi, presidente FNSI – 24 settembre 2012]

«Non si può andare in galera per un’opinione anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui. È una decisione che deve suscitare scandalo» Ezio Mauro.«È davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d’opinione» Ferruccio De Bortoli. «Questo mestiere non si può più fare. Se i giornalisti devono pagare con la propria libertà le opnioni che esprimono, non si può più fare» Maurizio Belpietro. Il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Franco Siddi «È sconvolgente. In questo momento siamo tutti Sallusti».

Quello di sallusti e di farina, alias betulla, alias alias dreyfus, ovvero l’estensore di quella schifezza spacciata per informazione non è un reato di opinione, si chiama DIFFAMAZIONE.

Una delle pagine più squallide della cronaca giudiziaria di questo paese.
C’è da vergognarsi ad aver sostenuto l’insostenibile a proposito di libertà di espressione e informazione nel caso di sallusti.
Per tutto ciò che si è scatenato intorno ad una sentenza giusta, ineccepibile e anzi, arrivata anche con troppo ritardo rispetto a quello che ha dovuto subire il povero PM diffamato verso il quale NESSUNO di quelli che si sono sperticati a difendere sallusti ha pensato fosse il caso di spendere una parola di solidarietà, che lì ci stava tutta.  Noi cittadini, normali e mortali, non andiamo ai domiciliari se diffamiamo qualcuno; andiamo in galera. Un direttore che fa scrivere un criminale espulso dall’ordine per reati che riguardano l’etica professionale, commissionandogli per di più un articolo diffamatorio contro un giudice, per una campagna indegna a sostegno dell’antiabortismo integralista potrebbe anche non essere punito con la privazione della libertà personale ma deve restare DISOCCUPATO.

La pena giusta è il divieto di esercitare quella professione che ha svilito e offeso. E non solo in questa occasione.

Senza passare per i talk show televisivi.

Tanto pignoli con i blogger, costretti a smentire le notizie degli altri e tutti preoccupati per sallusti, uno con una spiccata capacità a delinquere secondo una sentenza  della Cassazione e non un’opinione di qualcuno, uno che in un paese normale sarebbe finito in galera nel silenzio generale, altro che presenziare in tutti i talk show televisivi.

Ad un professionista della diffamazione e delle notizie false dovrebbero imporre le rettifiche e la liquidazione dei danni morali.

Via quell’obbrobrio dell’ordine fascista dei giornalisti  che ha permesso ad un radiato di poter ancora impiastrare un fogliaccio coi suoi delirii integralisti e via anche le rotative, quando la calunnia e la diffamzione sono il leit motiv di un giornale che, ricordo, paghiamo tutti.

14 mesi non sono niente rispetto a sei anni di attesa per avere giustizia.
La pena per un direttore di giornale che permette che qualcuno, nella fattispecie un radiato dall’albo possa diffamare un onesto professionista non può essere la partecipazione a tutti i talk show dove gli si permette di gettare fango sulla Magistratura.
Sono tutti colpevoli,  da Lerner a Santoro passando per la Gruber e Floris, gente così non s’invita in televisione, è diseducativo.

E adesso, pover’uomo?
 Marco Travaglio, 27 settembre

Nonostante gli immani sforzi compiuti per finire in carcere, è molto probabile che Sallusti non ce la faccia. Ce l’ha messa tutta, niente da dire: ci teneva. Pur di andare in galera, aveva persino rifiutato la nostra proposta di rettificare, scusarsi e risarcire il danno in cambio del ritiro della querela da parte del giudice diffamato (che aveva accettato). Ogni giorno intimava ai pm di mandarlo a prendere dai carabinieri senz’ulteriori indugi, e niente servizi sociali o domiciliari: prigione. Nei talk show s’affacciava tutto emaciato, barba lunga e occhiaie, a portata di mano lo zainetto con spazzolino, dentifricio e il necessaire del perfetto galeotto, comprese manette d’ordinanza e pigiama a strisce acquistati in un negozio di Carnevale. Ma qui i colletti bianchi non finiscono dentro neppure se insistono.
“Nemmeno se va a bussare al portone di San Vittore”, aveva vaticinato Gerardo D’Ambrosio. Piuttosto, la richiesta della Procura di Milano al giudice di sorveglianza di fargli scontare 16 mesi ai domiciliari in casa Santanchè dimostra inoppugnabilmente il perfido sadismo delle toghe rosse. Olindo e Rosa, come li chiama Feltri, saranno l’uno la punizione dell’altra (lei però, per sua fortuna, può uscire). E poi che ci fa uno come Sallusti chiuso in casa h 24? Viene in mente Fantozzi va in pensione, dove il ragionier Ugo si ritrova da un giorno all’altro recluso fra quattro mura, con l’aggravante della moglie Pina. La quale, dopo qualche giorno, vedendolo così inutile e depresso, offre denaro al megadirettore galattico perché se lo riprenda a lavorare. Pare di vederlo, zio Tibia, che si alza di buon mattino pieno di idee e dossier farlocchi. Toilette e colazione a razzo per fiondarsi al Giornale. Ma, giunto alla porta, si ricorda di non poter uscire. “Cazzo, e che faccio qui tutto il giorno?”. Infila vestaglia e babbucce, si trascina fino alla poltrona e accende la tv: solo programmi di cucina. E non lo chiamano più, da quando ha perso l’appeal del nuovo caso Tortora. Arriva la colf con i giornali: il suo, senza di lui, sembra perfino migliorato. Mezz’ora di lettura, ed è di nuovo lì che smania. Prova ad alzarsi, ma la filippina lo fulmina: “Dottoreee, abbia pazienza, devo lavorare. Non si muova e alzi i piedi, così passo l’aspirapolvere sotto la poltrona”. “Se vuole le do una mano”. “Ma va là, poi mi fa qualche disastro e la signora chi la sente”. Suonano al portone: finalmente qualcuno con cui scambiare due parole. Fa per alzarsi, ma riecco la jena delle pulizie: “Le pattine, dottoreee!”. Risponde al citofono: un rappresentante della Folletto. “Venga, si accomodi, facciamo due chiacchiere”. “No, guardi, non ho tempo da perdere, o mi compra qualcosa o la saluto”. Altro squillo. “Evvai, sarà un amico o un collega di buon cuore venuto a trovarmi”. Macché: il postino. E sono solo le 11. Ciabatta fino alla cucina.
“Dottoreee, non vede che il pavimento è bagnato? Ora mi tocca rilavare da capo. Ma non ce l’ha qualcosa da fare?”. Si spinge fino al pianerottolo e suona al vicino, vedi mai che cerchi compagnia. Viene ad aprire un vecchietto in carrozzella: “Guardi, buonuomo, ho un sacco di roba da fare. Magari un’altra volta, eh?”. Chiama il Giornale, casomai servisse un editoriale. Segretaria nuova: “Sallusti chi? Qui non risulta nessun Sallusti. Il direttore? Non scherziamo, il direttore si chiama Feltri. La saluto. E non ci riprovi, se no la denuncio per stalking”. Rientra la Daniela con le ultime notizie: “Le primarie Pdl non si fanno, Silvio non mi ricandida, il Parlamento è chiuso. Farò la casalinga”. “Tutto il giorno in casa anche tu?”. “Certo, non sei contento, teschietto mio?”. “Pronto, parlo con i Testimoni di Geova? Sono un vostro adepto, leggo tutti i numeri della Torre di Guardia. Mi tengono prigioniero in casa, non è che mandereste qualcuno a liberarmi?”.