Il gioco di prestigio

Il patto – Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Dice Dario Ginefra, parlamentare del Pd, che far cadere il governo in caso di condanna definitiva di Berlusconi sarebbe «venir meno a un patto assunto con il Presidente della Repubblica».

Ginefra, nato in Puglia ma uomo di mondo, ci ha detto insomma pubblicamente quello che tutti già sapevamo ma nessuno aveva il coraggio di ammettere. E cioè che in Italia c’è stato un patto tra il Pd, Berlusconi e Napolitano per arrivare alle ‘larghe intese’ e perpetuarle qualsiasi cosa accada.

Un patto non scritto – certo, ci si vergognerebbe a scriverlo – su cui tuttavia si regge tutto lo status quo. Un patto che trascende da tutto: dalle scelte politiche del governo così come dalle eventuali condanne del Cavaliere.

Un patto siglato in stanze chiuse e, com’è evidente, del tutto extracostituzionale.

Ed è proprio a questo patto che hanno puntato – con successo – i famosi 101.

Ringraziamo Ginefra per il coming out. Sarebbe tuttavia interessante sapere che cosa di questo patto pensa la maggioranza degli italiani – elettori di Ginefra compresi.

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Noi intanto stiamo ancora scontando la nostra condanna, roba che in Italia vent’anni non li danno nemmeno a chi ammazza una persona, per noi non ci sono state nemmeno le attenuanti, un indultino, un’amnistiuccia anche minima. E’ praticamente un fine pena mai quello che stiamo subendo.

Sottotitolo:  il termine “patto” evoca un nonsocché di stampo mafioso.

In politica sarebbe meglio usare il termine “accordo”, così, giusto per dare un diverso garbo semantico a quella che è e resta comunque una porcheria irricevibile, ovvero un paese fatto ostaggio dalla politica circa i reati di berlusconi, i processi di berlusconi, le sentenze che riguardano berlusconi e di berlusconi. E il dramma nel dramma è continuare a sentir dire a tutti che l’eventuale condanna di b non DEVE avere ripercussioni sul governo, e invece dovrebbe, eccome. Se questo fosse un paese normale, posto che in un paese normale non ci sarebbe mai stato un berlusconi in parlamento.

In ogni caso  l’unico patto che la politica è chiamata a rispettare non è quello stretto nelle segrete stanze con “chillo che voi sapete chi è”, l’innominabile grazie al lodo Grasso – Boldrini, ma quello fra la politica e gli elettori.
In un paese normale, in una democrazia parlamentare il pdr non si sceglie il governo a sua immagine e somiglianza, non va a disturbare i Magistrati che, secondo lui non consentono al pregiudicato imputato di non poter partecipare alla vita politica, mentre secondo loro e noi vorrebbero semplicemente applicare quella legge uguale per tutti come la Costituzione che NPLTN dovrebbe proteggere, farsene proprio scudo umano, comanda.

 L’entrata in scena di b dopo i disastri di tangentopoli rievoca un po’ Portella della Ginestra quando, per il timore che in Italia avanzasse un governo di sinistra dopo il ventennio fascista qualcuno, che ha nomi e cognomi: il vaticano, l’America e la mafia [e questa è storia, non la mia opinione, ci sono documenti a conferma di quello che scrivo, basta consultare la Rete] ha pensato ad un’azione, la strage dei braccianti che festeggiavano il 1 maggio dopo la caduta del fascismo,  che servisse a riequilibrare un sistema in cui la sinistra dava fastidio.  Non doveva avere voce in capitolo.

Mentre uno così non avrebbe mai dovuto avere la possibilità di accedere alla politica, perché a nessuno sano di mente, nessuno che avesse davvero a cuore le sorti del paese avrebbe potuto pensare che l’imprenditore che si è fatto da sé, il self made man poteva essere la soluzione, invece qualcuno ci ha pensato, per evidenti questioni di interessi che con una sinistra al governo, e allora una sinistra c’era, sarebbero stati messi in discussione e in pericolo.

E, last but not least ormai tutti dovrebbero aver capito che la politica è servita a berlusconi per sistemare i suoi privatissimi cazzi.

La politica dunque in tutto questo non c’entra nemmeno di striscio. 

E il pd continuerà, in virtù del bene del paese, dunque di berlusconi, delle necessità e priorità del paese, dunque di quelle di berlusconi col quale si vuole addirittura modificare la Costituzione, a governare [parlando con pardon] con un evasore fiscale, con uno che si teneva il boss mafioso in casa a fare  da baby sitter ai suoi figli, con un vecchio satrapo che paga[va] ragazzine per i suoi sollazzi eleganti, il che anche se non fosse il reato che invece e per fortuna è farebbe già abbastanza schifo e dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per non voler avere niente a che fare con una persona così, e cioè con berlusconi.

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Comunque vada sarà un insuccesso, l’ennesimo fallimento di una politica che non sa agire senza avere il capobanda di riferimento.
Quello che alla fine mette la sua faccia per tutti; nel bene ma specialmente nel male, quello dietro al quale si sono nascosti tutti quelli che sapevano di agire contro le regole, la legge e lo stato semplicemente appoggiandolo, sostenendo le sue cause, non facendo nulla nel concreto per arginare il suo strapotere.

Trasformare in una questione politica in grado di mettere a rischio e pericolo la tenuta del paese e di un governo per il quale non esistono più definizioni delle sentenze che devono stabilire se è vero o no che un uomo di potere, con un enorme potere, spropositato e mai regolato da una legge sul conflitto di interessi e al quale è stato concesso di entrare in politica nonostante non ne avesse il diritto né i requisiti ha commesso o no dei reati pesantissimi, che nulla hanno a che fare con un’attività politica inesistente come la sua essendo lui il più assente dal parlamento è stato il più grande gioco di prestigio col quale il potere ha incantato gli italiani, che nemmeno il mago più perverso avrebbe potuto immaginare e realizzare, soprattutto.

E per potere intendo anche l’informazione SERVA che si adegua, che non spiega alla gente quello che succede perché deve rispondere sempre all’editore, al politico che spesso sono la stessa persona, sempre quella, e quando no fa lo stesso perché l’editore e il politico hanno [ha] le mani in pasta anche dove non dovrebbe. E quando no no perché come diceva Hugo “c’è gente che pagherebbe per vendersi”, che potrebbe essere il giusto slogan per l’ottanta per cento abbondante dei disinformatori italiani.

Perché che berlusconi parli della Magistratura come di un potere anomalo che vuole sovvertire la volontà popolare ci sta, ma che TUTTA la politica, compreso quello lì che non si deve dire lo abbia seguito in questo delirio è un crimine peggiore della somma dei reati che gli vengono contestati.

Chi se ne frega se il capo dei capi, il boss, continua a ricevere il consenso dei SUOI elettori, se in questo paese c’è così tanta gente che si fa affascinare da uno a cui piacciono i comportamenti borderline, fuorilegge, quelli che non si perdonerebbero al vicino di casa ma a lui sì significa che c’è una parte del paese da rieducare, e cosa c’è di meglio di una sentenza che dica una volta e per tutte che no, di uno così non ci si può fidare, non ci si DEVE fidare? ma di che stabilità cincischiano i lor signori del grande imbroglio? chi consegnerebbe le sue chiavi di casa a chi ha una reputazione dubbia, a chi fa della truffa e della corruzione il suo modus operandi? come dice sempre il giudice Davigo se il nostro vicino di casa è indagato per pedofilia gli affideremmo i nostri figli da portare a scuola e ai giardinetti in nostra assenza? e allora perché si deve accettare in virtù di una pacificazione, di una necessità, di un patto, niente meno, che uno con una dubbia reputazione possa avere voce in capitolo e decidere in materia di leggi, di riforme costituzionali niente meno. Dico: sono impazziti tutti quanti? quanto pensano che si possa ancora credere alla favoletta della stabilità se le fondamenta su cui la vogliono costruire portano anche la firma di silvio berlusconi? solo dei pazzi scriteriati possono pensare una cosa del genere.

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Domani è un altro porno
Marco Travaglio, 31 luglio

Orsù, signori del Pd, non vi agitate. Comunque vada a finire il processo Mediaset in Cassazione, cambia poco o nulla. Siamo in Italia, mica in un Paese serio. Altrimenti oggi si processerebbe un vecchio pensionato della politica, già da tempo allontanato dai suoi compari di partito per questioni di decenza e isolato dalle opposizioni (pare che nei Paesi seri esistano, e si oppongano pure) e dalle massime cariche dello Stato, che rifiuterebbero di stringergli la mano e farsi fotografare con lui per motivi igienici. Ma, appunto, siamo in Italia: dunque non c’è nulla che la Corte possa aggiungere sul conto dell’illustre imputato che già non si sapesse prima. Nulla che possa precludergli ciò che una legge del ’57 e i principi di disciplina e onore fissati dalla Costituzione avrebbero dovuto da sempre impedirgli: fare politica. Se la Corte annulla la sua condanna con rinvio a un nuovo appello, il reato cade in prescrizione (e sarebbe la nona volta). 

Se la Corte annulla la condanna senza rinvio (pare che il giudice relatore sia un annullatore impenitente), B. è salvo per un altro paio d’anni, finché non arriva in Cassazione il processo Ruby. Se la Corte conferma la condanna a 4 anni, di cui 3 coperti dall’indulto gentilmente offerto dal centrosinistra nel 2006, B. sconterà l’anno residuo agli arresti domiciliari in una delle sue numerose dimore o, se ne farà richiesta, in affidamento in prova al servizio sociale: che, detta così, sembra una gran cosa, in realtà significa libertà assoluta con la finzione di firmare ogni giorno in qualche comunità di recupero, magari per minorenni disadattate da rieducare. Lui dice che vuole andare in galera, tanto sa benissimo (la legge Cirielli l’ha fatta lui) che non ci andrà mai neppure se insiste. Ci sarebbe, è vero, l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Ma intanto deve passare dal voto della giunta e dell’aula del Senato, dove col voto segreto può succedere di tutto: anche che il partito unico Pdmenoellepiùelle trascini la cosa alle calende greche sino a fine legislatura (come a fine anni 90 con Dell’Utri) o addirittura respinga la sentenza definitiva innescando un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Consulta dai tempi biblici. 

Ma, anche se B. fosse interdetto col timbro del Senato, continuerebbe a fare politica esattamente come oggi. Come Grillo, mai eletto né candidato. E B., pur eletto, in Parlamento non mette mai piede (ha il record mondiale di assenteismo: 99,84%). In ogni caso, nessuno gli impedirebbe di presentare alle elezioni una lista Pdl o Forza Italia o Forza Gnocca o Forza Frode con su scritto “Berlusconi Presidente” e, in caso di vittoria, intestare il governo al solito prestanome (magari la figlia) in attesa che scada l’interdizione e qualche servo si dimetta per farlo eleggere al suo posto. Dunque, signori del fu Pd, cos’è tutta questa agitazione? Che sia un delinquente lo sappiamo tutti da anni, basta leggere una sola delle sue sentenze di prescrizione o di assoluzione perché si era depenalizzato il reato. L’unico pericolo per il governo sarebbe un vostro colpo di reni: un leader, ad averlo, che si alzasse in piedi e dicesse “con quel delinquente non possiamo restare alleati un minuto di più”. 

Ma avrebbe già potuto-dovuto accadere prima di entrare con lui in Bicamerale 15 anni fa, o nel governo Monti due anni fa, o nel governo Nipote due mesi fa. Ora è tardi. E B. il governo Letta non ve lo fa cadere manco se lo condannano, tanto comanda lui e la faccia la mettete voi. Il peggio che può capitarvi è sputtanarvi un altro po’ con i vostri elettori superstiti, ma anche qui il più è fatto. Dunque state sereni. Fate come lui che la sa lunga: se fa casino è solo per spaventare la Corte, caricandola di responsabilità che toccherebbero ad altri, e per ricattare il Pd e il Colle. Così domani incasserà l’ennesimo premio-fedeltà: tipo un’amnistia o una mezza grazia alla Sallusti che gli commuti la pena cancellando l’interdizione. 
Tranquilli, ragazzi. Domani, comunque vada in Cassazione, è un altro porno.

Peppino, l’Italia e la memoria violentata

Il casolare dove fu assassinato Peppino Impastato venga consegnato alla collettività: l’appello si può firmare su http://www.change.org/it

I tifosi del Torino durante il minuto di silenzio per la morte di Andreotti, alzano una foto di Falcone e Borsellino.

Scrivevo ieri sera nella mia bacheca di  facebook che a parte qualche sporadico flash nessun telegiornale di punta e nelle ore di punta ha ricordato ieri Peppino Impastato ammazzato dalla mafia trentacinque anni fa, il 9 maggio, lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, niente succede per caso, l’hanno ammazzato apposta il 9 maggio così tutti avrebbero parlato di Moro e non di lui. 

Anche questo fa parte del progetto Portella della Ginestra il cui marchio è stato depositato il 1 maggio del 1947.

Ecco come si uccide anche la memoria dopo le persone, in questo paese i morti di mafia e di stato si ricordano solo quando si vogliono insultare, per informazioni chiedere alle famiglie Giuliani, Cucchi e Aldrovandi, per non parlare di quanto sono stati e sono ancora insultati i Magistrati antimafia ammazzati dalla mafia dopo essere stati abbandonati da quello stato che avrebbe dovuto proteggerli, sostenerli, difenderli.
Ecco perché tocca a noi ricordare, senza nulla togliere alla statura morale e politica di Moro [i politici che non valgono niente non li ammazza nessuno: al massimo li nominano nelle commissioni, li fanno ministri, se poi valgono meno di niente possono addirittura aspirare alla presidenza del consiglio: il riferimento non è solo al noto delinquente ma anche ai suoi eredi, figliocci, o per meglio dire, nipoti]. 
Se questo fosse un paese normale, un ragazzo di trent’anni che ha speso tutta la sua giovane vita a combattere le ingiustizie, la criminalità, la mafia, e non lo faceva dalla tastiera di un computer ma in prima linea, mettendoci tutto se stesso e che per questo è stato ammazzato dovrebbe essere un punto di riferimento per le nuove generazioni, dovrebbe essere ricordato nelle scuole di ogni ordine e grado di tutta Italia, gli dovrebbero intitolare piazze e vie, mentre invece solo l’anno scorso il prete di una chiesa di Catania negò la commemorazione religiosa a Peppino con la motivazione che “i tempi non erano ancora maturi”, solo qualche giorno prima nella stessa chiesa lo stesso prete non negò la celebrazione di una messa dedicata a mussolini nell’anniversario della sua morte.
Ma per Napolitano il grande dramma di questo paese è la violenza verbale, questo sì, è veramente preoccupante.
Dire due parole nel merito di una sentenza che ha confermato la condanna al noto delinquente di cui sopra è invece disdicevole, anzi no, è divisivo.

“Napolitano è andato alla camera ardente di Andreotti e il presidente del Senato Grasso, fino all’altroieri procuratore anti-mafia, è andato al funerale. Il giorno prima era a quello di Agnese Borsellino, il giorno dopo a quello di Andreotti: prima il dovere poi il piacere. E ora qualcuno trattiene il fiato, perché Provenzano sta poco bene”.

 “I politici considerano Andreotti il loro santo protettore: ne ha combinate di tutti i colori, ma l’ha sempre fatta franca. Per loro è un portafortuna e un motivatore: se l’ha sfangata persino uno come lui, noi nanetti che -per quanto ci sforziamo- non riusciremo
mai a combinarne tante, siamo a cavallo. Perciò ripetono come un mantra che è stato assolto: la sua falsa assoluzione è anche la loro, per quel che han fatto e per quel che faranno. Ma, oltre alla statura dei politici, si dice che c’è anche un’altra differenza fra prima e seconda Repubblica: la perdita dell’ipocrisia…” [Marco Travaglio]

Gli interdetti
Marco Travaglio, 10 maggio

Mette sempre di buonumore leggere i giornali di B. all’indomani di una sentenza su B. Intanto perché denotano una preoccupante penuria lessicale, ai limiti dell’analfabetismo di ritorno (e anche di andata). Usano sempre le stesse 3 o 4 parole: persecuzione, politicizzazione, orologeria e — ultima new entry — pacificazione. Si domandano il perché di tanti processi a B., con la stessa impudenza con cui Riina si domanda il perché di tanti processi a Riina: l’idea che il numero dei processi di un imputato mai denunciato da nessuno derivi dalla sua capacità criminale non li sfiora proprio. E soprattutto abbandonano ogni barlume di logica: usano le sue presunte “assoluzioni” (quasi sempre prescrizioni del reato commesso o depenalizzazioni del delitto contestato) per dimostrare che B. è un perseguitato, senz’accorgersi che i perseguitati non vengono assolti; e che, dando credito alle sentenze che assolvono, si dà automaticamente credito anche a quelle che condannano. Un altro refrain è quello di inquadrare le sentenze nel clima politico del momento. Se B. viene condannato prima delle elezioni, è una manovra per fargliele perdere; se dopo aver vinto le elezioni, è una rappresaglia contro la vittoria; se dopo averle perse, è un complotto per fiaccare l’opposizione; se mentre va al governo col Pd, è un colpo mortale alla pacificazione del Paese. Qualunque sia la durata dal processo, è sempre troppo breve. Quello sui diritti Mediaset iniziò nel 2006: eppure il Giornale titola sulla “sentenza a tempo di record” e Libero sulla “sentenza lampo”: in effetti appena sette anni per due gradi di giudizio denotano una fretta sospetta. Ci vuole una riforma per rallentare un altro po’. Per Sallusti, “B. è l’unico capitano d’industria che per i giudici non poteva non sapere”. E il suo gemello con le mèches, su Libero , lamenta che in appello non siano stati risentiti tutti i testi e gli imputati (non sa, lo sventurato, che salvo casi eccezionali l’appello si fa sugli atti del primo grado) e che i giudici milanesi, dunque persecutori, hanno “scelto” di confermare i 5 anni di interdizione, ma “è lecito dubitare” che la “scelta” verrà confermata dalla Cassazione, che per fortuna “non è ancora a Milano”, dunque immune dal virus. Non sa, il poveretto, che per le condanne superiori ai 3 anni è obbligatoria e automatica l’interdizione di 5 anni, e per quelle sopra i 5 anni l’interdizione perpetua (art. 29 Cp). Lorsignori, poi, fingono di ignorare le carte del processo, da cui emerge che B. non è stato condannato perché non poteva non sapere, ma perché sapeva e faceva. Confalonieri “è fortemente plausibile che fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto”, ma in mancanza di prove ulteriori è stato assolto. Su B. invece esistono — si legge nella prima sentenza, confermata l’altroieri — pesano “piene prove orali e documentali”. 
La testimonianza dell’ex Ad Fininvest Franco Tatò: “L’area dei diritti tv era assolutamente chiusa e impenetrabile, gestita da Bernasconi che dava conto direttamente a Berlusconi e non al Cda”. Quella dell’ex responsabile contratti Silvia Cavanna: “Bernasconi mi diceva ‘picchia giù con i prezzi’ solitamente dopo incontri ad Arcore con Berlusconi”. Una mail del contabile della Fox, Douglas Schwalbe: “Non si vuole che Reteitalia (Fininvest, ndr) faccia figurare utili… i profitti vengono trattenuti in Svizzera”, le reti tv “sono state ideate per perdere soldi… L’impero di Berlusconi funziona come un elaborato shell game con la finalità di evadere le tasse”. La lettera-confessione del produttore-prestanome Frank Agrama: “Ero loro rappresentante” (di Mediaset). Altre formidabili prove non sono disponibili solo perché — racconta la Cavanna — dopo le prime perquisizioni “furono fatti sparire 15 anni di carte in Lussemburgo, credo con camion”. 
In qualunque altro paese del mondo, uno così non farebbe le marce davanti ai tribunali. 
Ma al gabbio, nell’ora d’aria.

Giovanni Impastato, fratello di Peppino, denuncia: «Mi chiedo se sia un paese civile quello che ricopre con l’immondizia il sangue di mio fratello. È vergognoso, quel casolare è il luogo della memoria più importante della Sicilia che ha lottato contro la mafia. Mi chiedono di mettere almeno una targa, ma il tetto è rotto e il proprietario porta qui le mucche a pascolare. Qualche giorno fa mi sono recato sul posto insieme a una scolaresca di ragazzi del Nord, ma ho bloccato tutto perchè ho provato vergogna. Non dico di mettere il tappeto rosso, ma il sindaco potrebbe almeno vigilare sulla pulizia facendo leva sul proprietario».

«È una questione di dignità, noi qui abbiamo trovato il sangue di Peppino. Mi vado sempre più convincendo che la memoria di Peppino non interessa più a nessuno. Neanche a quelli che dicono di volerla difendere, fra le istituzioni e la cosiddetta società civile. La verità è che siamo stati abbandonati da tutti».

Firma questa petizione per aderire all’appello di Rete 100 passi.

http://www.change.org/it/petizioni/il-casolare-dove-fu-assassinato-peppino-impastato-venga-consegnato-alla-collettività-4?utm_campaign=autopublish&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition

1 maggio: festa di che, ma, soprattutto, di chi?

Sottotitolo: ci vuole una buona dose di coraggio e sfrontatezza a fare e farsi gli auguri del 1 maggio.
Se questo fosse un paese meno ipocrita certe riforme costituzionali sarebbero già state fatte, come ad esempio abolire quegli articoli circa il diritto al lavoro, all’uguaglianza, ad essere curati quando si sta male, ad una giustizia uguale per tutti.
Perché tanto quegli articoli non sono mai stati messi in pratica, sono solo Carta straccia.
L’Italia è solo una repubblica fondata sulle ipotesi: di un lavoro, dell’uguaglianza, del diritto alle cure e di una giustizia che sia davvero uguale per tutti.
Sempre meglio un’amara ma reale consapevolezza di questa continua presa in giro che questo paese è costretto a subire per volontà altre e alte.

Se i primi a far perdere il senso alle cose, alle cose importanti, sono proprio quelli che le dovrebbero custodire perché poi se la prendono quando qualcuno glielo fa notare?
La diseducazione collettiva passa anche per i negozi aperti il 25 aprile e il 1 maggio.
Perché così anche il 25 aprile e il 1 maggio diventano giorni come altri, e siccome da festeggiare non c’è rimasto davvero nulla sarebbe opportuno che uno stato serio per mezzo delle sue istituzioni non perda di vista almeno il significato storico di queste date, che si faccia portatore di quel significato che non si può certamente cercare e trovare nei centri commerciali, ecco.   

Escludendo le professioni necessarie, di pubblica utilità, vigilanza e presidi sanitari che non possono chiudere per riposo settimanale e devono garantire il servizio sempre si può ancora pretendere che i cittadini di un paese civile vengano educati e rieducati da qualcuno che dica a chiare lettere che le scarpe, i vestiti e la scorta della spesa si possono acquistare tutti i giorni MENO, almeno, il 25 aprile e il 1 maggio?

E che in queste giornate i negozi rimangano chiusi com’è giusto che sia?

Un po’ di storia: la strage di Portella della Ginestra ha segnato il principio della fine dell’idea dell’Italia paese democratico.
Ogni fatto storico, politico, deve essere considerato passando per Portella della Ginestra, sennò non si capisce.
Non si capisce il progetto preciso, scientifico voluto e ottenuto affinché l’Italia non avesse mai il diritto ad un’indipendenza propria.
Tutto quello che è accaduto dopo è la naturale prosecuzione di quel progetto: l’Italia è una “repubblica” fondata su Portella della Ginestra.

La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.

Era il l maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.

http://www.misteriditalia.it/giuliano/strage-portella/

http://www.centroimpastato.it/publ/online/portella_narcomafie.php3

Omissioni, di stato e di soccorsi

Omissione di coscienza

Preambolo:  la 194 è una legge dello stato, chi non se la sente di metterla in pratica faccia altro, soprattutto in virtù del fatto che la coscienza in questo tipo di obiezione non c’entra niente, è solo un atteggiamento di facciata per poter contare sull’appoggio della politica che senza i suggerimenti della chiesa non fa un passo. L’obiettore è uno spudorato carrierista che molto spesso si dimentica di avere una coscienza davanti agli assegni milionari con cui si pagano gli aborti nella sua clinica privata.

Del medico obiettore [donna, così almeno qualcuno la pianta di portare avanti la strampalata teoria che le donne fanno tutto meglio di qualsiasi uomo] che ha messo in pericolo l’incolumità di una paziente rifiutandosi di soccorrerla, di prestare la sua opera di medico che salva le vite e non le mette a rischio per una questione di “coscienza” [ché se tanto mi dà tanto…e comunque tutti sanno che l’obiezione con la coscienza non c’entra niente, i motivi sono altri e assai meno nobili] si dovrebbe conoscere e diffondere il nome e cognome, in modo tale che la possano schifare e toglierle il saluto anche i vicini di casa. 
Questa gente va isolata, messa ai margini del contesto civile perché socialmente pericolosa.
La legge sull’aborto è una legge dello stato, violare le leggi o non applicarle in qualità di funzionari, di operatori al servizio del pubblico dovrebbe essere SEMPRE un reato, così come non farne di utili per le questioni di coscienza che fanno tirare indietro i parlamentari su suggerimento di uno stato estero invadente e come  quando devono votare per l’arresto di un loro pari e dicono no per motivi di coscienza, la loro, sulla quale si potrebbero scrivere trattati lunghi qualche chilometro, dovrebbe essere una buona ragione per licenziarli senza nemmeno il preavviso. 
La coscienza, come la religione, sono questioni personali che non possono e non devono in alcun modo condizionare lo svolgimento della professione.

Se questo fosse un paese normale le prime pagine dei giornali dovrebbero essere dedicate tutte ad un Magistrato minacciato dalla mafia, e le istituzioni dovrebbero trovare il tempo per occuparsi di un Magistrato minacciato dalla mafia e di sostenerlo, pubblicamente. E invece no, il CSM ha aperto un provvedimento disciplinare nei confronti di Nino Di Matteo colpevole di essere troppo prevedibile nei suoi spostamenti.  

Tutto perfettamente in linea in un paese dove  l’unico Magistrato buono è quello morto, cosicché poi si possa andare alle commemorazioni dicendo cazzate sul genere di “vent’anni fa non ci lasciammo intimidire”.

Purtroppo però questo è solo il paese dove un top manager d’azienda già indagato per corruzione internazionale come un formigoni qualunque chiede un risarcimento milionario ad una giornalista.

E’ il paese dove chi ha concesso i suoi favori e le sue grazie a pagamento ad un vecchio erotomane potente e delinquente può convocare la sua piazza davanti al tribunale di Milano per protestare contro i giornalisti che hanno scritto e parlato di lei usando il termine “prostituta”. Ormai il tribunale di Milano è diventato una specie di refugium peccatorum dove chiunque può andare a vomitare sullo stato, dunque su tutti quanti noi; 

è il paese dove lo stato carica i suoi cittadini di altre tasse per pagare i debiti che lo stato ha verso i cittadini;

è il paese dove un medico può rifiutare di prestare assistenza ad una persona in pericolo di vita  giustificando l’omissione dietro una questione di coscienza; 

è il paese dove dà fastidio un albero piantato in ricordo di chi è morto per colpa di uno stato assente, che quando serve non c’è mai.

Una repubblica che nasce monca, già schiavizzata in partenza, un paese al quale è stato impedito di avere un’indipendenza politica per mezzo di una strage di mafia: tutto quello che è accaduto in Italia ci riporta al 1 maggio del 1947, a Portella della Ginestra, non può che essere destinato a fare una brutta fine in assenza di uno stato sempre occupato a fare tutt’altro,  a salvare la  “robba” in nome e per conto terzi.

Per quello che può valere, la mia solidarietà totale e incondizionata a Nino Di Matteo, Magistrato antimafia minacciato dalla mafia  e a Milena Gabanelli,  minacciata da Paolo Scaroni, top manager di ENI in quanto giornalista libera e indipendente.

I saggi di Cosa Nostra
Marco Travaglio, 3 aprile

Se non fosse che le Procure di Palermo e Caltanissetta la prendono molto sul serio, per i troppi particolari precisi degli spostamenti delle vittime designate, verrebbe da sperare che la lettera giunta nei giorni scorsi alla Procura di Palermo e svelata ieri dal Fatto fosse una bufala. E non solo perché preannuncia una nuova stagione stragista contro magistrati siciliani impegnati nei processi sui rapporti fra Stato e mafia. Ma anche per un altro motivo, se possibile ancor più grave: il terribile e irresistibile richiamo al 1992, quando crollò la Prima Repubblica sotto i colpi della crisi finanziaria, di Mani Pulite e della Lega Nord. Il vuoto di potere allarmò i poteri criminali, che rischiavano di perdere il controllo del sistema e reagirono come sappiamo: con un mix di stragi e trattative che miravano a “destabilizzare per stabilizzare”, secondo il vecchio schema della strategia della tensione (“fare la guerra per fare la pace”, disse Riina). Allora come oggi il sistema era privo di politici credibili, tant’è che fece ricorso ai tecnici. Allora come oggi la mafia e i suoi referenti erano sotto scacco anche giudiziario: nel ’92 la sentenza della Cassazione che confermò le condanne del maxiprocesso; ora la condanna di Dell’Utri, la requisitoria del pm Di Matteo contro il Ros per la mancata cattura di Provenzano, il rinvio a giudizio di tutti gl’imputati per la trattativa Stato-mafia. Ventuno anni fa i magistrati più esposti erano Falcone e Borsellino, oggi sono Di Matteo, Sava, Delbene,Tartaglia e il loro ex coordinatore Ingroia che han chiuso l’indagine sulla trattativa, e i pm di Caltanissetta impegnati nell’inchiesta sui depistaggi di via D’Amelio. Infatti la lettera di Mister X avverte che è in programma un attentato a Di Matteo, ma anche a uno dei quattro pm palermitani in servizio alla Procura nissena. E che a ordinare la nuova stagione stragista, proprio come nel ’92-’93, non è stata Cosa Nostra, ma “gli amici romani di Matteo”, il boss trapanese Messina Denaro, che usano la mafia come “service”, come pura manovalanza, pronti a sdebitarsi in seguito con le consuete ricompense. Oggi come allora c’è da eleggere il nuovo capo dello Stato. E, se allora i soliti noti guardavano con terrore all’ascesa della sinistra di Occhetto, oggi la minaccia al sistema politico-criminale è un’altra forza “outsider”: il Movimento 5Stelle, non soltanto perché non controllabile e non ricattabile in sé, ma anche perché in grado di condizionare la sinistra che, sia pure di un soffio, è arrivata prima alle elezioni. Se la lettera è attendibile, la frase “non possiamo finire governati da comici e da froci” non si può leggere che così: con il terrore del riprodursi a Roma del “modello Sicilia”, dove la sinistra di Rosario Crocetta governa col pungolo costante dei 5 Stelle, e infatti fa cose mai viste. Insomma, la mafia ha avviato le sue consultazioni per il nuovo presidente e il nuovo governo. A ciò si aggiungono un paio di particolari non da poco. Primo: è difficile che l’autore della lettera sia davvero, come afferma, un uomo d’onore del commando incaricato dell’attentato, troppo facile da individuare e assassinare per il suo tradimento. Molto più probabile che il soggetto appartenga a quel sottobosco di poteri criminali a cavallo fra Stato e mafia che lui stesso descrive come “gli amici romani di Matteo”. Tornano alla mente i comunicati allusivi della “Falange armata” (espressione dei servizi deviati) e dell’agenzia di stampa “Repubblica” (vicina agli andreottiani romani, soltanto omonima del noto quotidiano), che nel ’92-’93 preannunciavano le stragi con inquietante preveggenza. Secondo: anche oggi i pm nel mirino sono isolati, per non dire osteggiati dalle istituzioni e dalla politica che conta. Se queste conservassero un po’ di pudore,
il Csm archivierebbe all’istante l’incredibile processo disciplinare avviato dal Pg contro Di Matteo. 
E il Colle e i suoi saggi metterebbero in agenda le parole “mafia” e “trattativa”.
Così, tanto per farci sapere da che parte stanno.

Contratto di svendita

 Preambolo:  l’Italia è stata derubata della possibilità di avere un’indipendenza politica il 1 maggio del ’47 grazie alla strage di Portella della Ginestra fatta eseguire su commissione proprio per evitare che l’Italia rischiasse la “deriva comunista” che non era gradita all’America, alla mafia e al vaticano.
Dopo 66 anni questo paese è ancora schiavo e succube dell’America, della mafia e del vaticano perché nessuno in tutti questi anni si è preoccupato di fare in modo di ridurre e annullare questa dipendenza. Non era conveniente, si vede.

Però ci mandano a votare, visto che carini?
 Forse è proprio per questo che gli italiani poi sono diventati “così“: materia del luogo comune più  becero.

Ecco perché  mi sarei un po’ scocciata, anzi molto,  di questi ritornelli sugli italiani, quelli sì qualunquisti e populisti piùcchemmai.
Perché sono storicamente falsi.
E gli italiani sono di destra, e gli italiani hanno quello che si meritano, e gli italiani qui e lì: vaffanculo, eh?
Abbiamo un passato, impariamolo, e poi esprimiamoci magari argomentando.
Star sempre a dire che gli italiani hanno quello che si meritano, che in Italia le cose hanno sempre funzionato in un certo modo e che vuoi fare colpevolizzando chi le ha subite e non chi le ha causate è sbagliato, è culturalmente sbagliato. 
Si può sorridere, essere in qualche modo leggeri se proprio non si vuole appesantire il significato della propria presenza in un social network e nella rete in generale anche senza  scrivere falsità e luoghi comuni, che non aiutano certamente le giuste cause.

Se voglio ridere e leggere argomenti divertenti non andrò a scrivere in un sito on line di un quotidiano dove si trattano argomenti seri o in un blog dove non si scrive di gossip, moda e make up.

Poi nulla vieta l’intermezzo cazzaro: non mi sono mai sottratta.
Le battutine sugli italiani alla lunga sfiancano, perché ci sono tanti italiani che s’impegnano per migliorarsi, per imparare, per arricchire la propria cultura, che forse non servirà a cambiare davvero lo stato attuale del paese ma restituisce qualcosa in termini di dignità personale, tutti i giorni, e credo che andrebbero rispettati. 
Troppo facile attaccare sempre la solfa sugli italiani, ma dell’Italia chi ne parla?

Gli States e Obama ‘tifano’ per Monti
Vogliono garanzie sugli investimenti Fiat

Napolitano, nella sua visita negli Usa, ha difeso Monti dagli attacchi che riceve “da chi prima l’ha appoggiato”. In realtà il capo dello Stato ha voluto dare un segnale ben preciso: rassicurare Obama che il Professore avrà un ruolo importante anche nel prossimo governo. Una rassicurazione “in chiave Fiat”. [Il Fatto Quotidiano]

Ha ragione Napolitano, definito da Kissinger “il mio comunista preferito” – il che spiega molto bene la stima che riscuote oltreoceano, le copertine di certi giornali – quando dice che il comunismo ha fallito.
Essendo stato una delle cause del fallimento di quello italiano parla da persona informata sui fatti. 
Anzi, proprio dentro quei fatti.
E l’ex comunista poi migliorista poi liberista non può andarsene in giro per il mondo come quell’altro a dire quello che vuole.
Se va in America a rendere conto al presidente del compitino svolto in questi sette anni a pochi giorni dalle elezioni perché deve sentire il bisogno di rassicurare Obama, parlargli dell'”ottimo lavoro” svolto da Monti e appoggiare dunque in modo così sfacciato il professore? e fosse vero poi, che quello di Monti è stato un ottimo lavoro. 
Chi rappresenta l’Italia nel mondo da istituzione dovrebbe smetterla di farlo umiliando così il popolo italiano, pensare che sia composto solo da perfetti imbecilli che non sanno, non capiscono, non ricordano la storia.
Non c’è bisogno di ricordare al mondo in modo così sfacciato che l’Italia è un paese a cui è stata sottratta l’indipendenza politica prim’ancora che nascesse la repubblica.
Non serve rammentare in modo così manifesto che se questo è il paese che è non è per colpa degli italiani ma di chi non ha mai rescisso il contratto di svendita [alla mafia, al vaticano e all’America] contratto col sangue dei braccianti a Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947.  

Nota a margine: perché di quel che ha detto Napolitano si sono incazzati solo quelli del PDL e il solito Di Pietro? al PD fa comodo che il presidente sponsorizzi Monti, gli torna utile? a pensar male…