Un piazzista non può che finire la sua carriera in piazza

Sottotitolo: chi dice che berlusconi andava battuto sul piano politico è un disonesto in malafede quanto lui. 
Perché su piano politico si può battere un avversario che ha le stesse armi, gli stessi strumenti, e che agisce all’interno delle regole democratiche. 
Tutto questo berlusconi non lo ha mai fatto, è entrato in parlamento grazie ad una violazione della legge e quella ha perpetuato: una sistematica violazione della legge, e quelle che non ha potuto violare le ha rese nulle con le sue, quelle che ha voluto, preteso e ottenuto per ripararsi dalla legge uguale per tutti. 
Basta con questo romanticismo: berlusconi è un delinquente che ha violato la legge e tradito lo stato. E siccome è stato bravo lo paghiamo pure, invece di pretendere noi un risarcimento da lui.

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Nel paese normale la cacciata e con disonore [altroché pagare pure 180.000 euro di trattamento di fine rapporto e 8000 al mese di vitalizio ad uno che ha rubato allo stato e a tutti noi], di silvio berlusconi dalle sedi istituzionali non dovrebbe avere nessuna conseguenza politica, per il semplice fatto che l’eversore impostore delinquente pregiudicato condannato in via definitiva e in attesa di altri procedimenti giudiziari per reati gravissimi non è mai stato un politico.

Eppure in tutti questi anni ci hanno fatto credere che berlusconi fosse uno statista vero. Ci hanno raccontato dei cambiamenti che avrebbe apportato a questo paese come se fossero stati epocali, significativi e non invece lo stravolgimento da lui voluto – non senza la collaborazione, anche quella viva & vibrante – del benché minimo senso dello stato e di paese col quale lui ha devastato e deformato l’Italia, altroché modernizzarla.

Eppure ancora ieri sera a Ballarò, approfondimento politico del servizio pubblico di Raitre, nessuno ha avuto il coraggio di mettere in fila la cronologia dell’esperienza “politica” in parlamento di silvio berlusconi. 

Ancora ieri sera Floris e Ballarò hanno dato spazio alla polverini, responsabile delle ladrate avvenute in regione Lazio quando lei era presidentessa, consentendole di dire minchiate su minchiate, ad esempio che il voto palese col quale si deciderà la decadenza di berlusconi mette in discussione il principio della libertà di coscienza: come se ci volesse la coscienza per stabilire che un delinquente condannato non può far parte dello stato né rappresentarlo da senatore della repubblica. 

La polverini che parla di accelerazione della procedura rispetto ad una sentenza che da centoventi giorni non può essere applicata solo perché riguarda silvio berlusconi e di una legge che avrebbe dovuto avere un effetto immediato ma che è stata bellamente aggirata dilatando oltremodo i tempi di applicazione solo perché di mezzo c’è silvio berlusconi. 

Per non parlare di casini, amico personale di totò vasa vasa cuffaro, uno che viene accolto dalle pubbliche tribune come se rappresentasse chissà quale autorità autorevole che viene a raccontarci che bisognava aspettare l’interdizione perché la decadenza rischia di “vittimizzare” il povero frodatore fiscale. Solo nel paese deficiente un criminale può diventare la vittima.

Nel paese normale le sentenze si applicano, non si rimandano a data da destinarsi,  non serve una legge che stabilisca la modica quantità di delinquenza in politica: la decadenza che scatta per condanne oltre i due anni è l’ennesimo auto-salvataggio di una casta che non può evidentemente fare a meno di delinquere, e per questo si mette al sicuro con una legge ridicola che non esiste in nessun altro paese democratico davvero dove la linea di confine fra onestà e delinquenza è ben delineata e rispettata. Nel paese normale il delinquente non fa il politico e viceversa. Su quella legge c’è scritto che l’applicazione deve essere immediata, quindi a sentenza pronunciata il disonorevole impostore delinquente avrebbe dovuto abbandonare la casa. Invece da centoventi giorni continua ad abitarci da abusivo.

Nel paese normale l’informazione di questi giorni e di queste ore avrebbe un ruolo fondamentale nel rammentare agli italiani, anche ai mentecatti che oggi andranno sotto casa del vigliacco, chi è ed è sempre stato silvio berlusconi.

In questo invece, a poche ore da un fatto che nel paese normale non sarebbe mai accaduto perché uno come berlusconi avrebbe trovato sbarrate le porte del parlamento, ancora si consente di poter dire che la cacciata dell’abusivo delinquente produce una ferita nella democrazia. Mentre, e invece, quella ferita diventata ormai piaga purulenta che ha infettato tutti, anche quelli che non si sono resi complici di questo abominio, di questa interruzione dello stato democratico,  di diritto e che sarà difficilissimo curare e guarire si chiama silvio berlusconi.

Nota a margine: semmai ci consentiranno di poter ancora scegliere da chi farci governare [parlando con pardon] non voterò nessun partito che non metta al centro del tavolo della discussione politica la questione relativa al conflitto di interessi e alla sua risoluzione definitiva. Non deve succedere mai più che una persona sola possa avere tanto potere, troppo potere grazie alla sua attività privata. Perché nel paese normale il controllore fa il controllore e il controllato, il controllato. I due ruoli non si mischiano, non si confondono e né tanto meno è concesso impersonarli ad una persona sola. Nel paese normale il politico fa il politico, non pensa che deve avere una banca, un giornale, una televisione, un’azienda che gli consentiranno poi di tracimare in ambiti che non dovrebbero avere niente a che fare con la politica. Il conflitto di interessi deprime ed opprime la crescita economica e anche quella culturale di un paese. E se la lezione non l’abbiamo imparata fino ad ora non succederà più.

SCHERMI, BIBITE E PASCALE: COSÌ SILVIO DECADE OGGI IN PIAZZA 

E CON L’INTERDIZIONE B. NON POTRÀ PIÙ CHIAMARSI “CAVALIERE” 

QUEL CHE RESTA DEL VENTENNIO 

 Il problema da risolvere, il cancro vero di questo paese si chiama conflitto di interessi. Ecco perché nessuno vuole metterci al riparo.

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Vent’anni di decadenza 
Marco Travaglio, 27 novembre 2013

[Da leggere, stampare, conservare e far leggere ai nipotini]

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Oggi, salvo sorprese, per Silvio Berlusconi è l’ultimo giorno di Parlamento. L’ha sempre disprezzato, da oggi lo rimpiangerà (che fa rima con immunità). Tutto accade a vent’anni esatti dalla sua prima uscita politica. È il 23 novembre ’93 quando, inaugurando un ipermercato Standa a Casalecchio di Reno, annuncia il suo appoggio a Fini contro Rutelli, che si giocavano al ballottaggio la poltrona di sindaco di Roma. Forza Italia è pronta da mesi. Marcello Dell’Utri ci ha lavorato da par suo. Il primo a saperlo è stato Craxi, il 4 aprile. La Fininvest affoga nei debiti (2.500 miliardi di lire), il pool Mani Pulite ronza attorno al Cavaliere da un anno, arrestandogli un manager via l’altro. In estate, mentre ad Arcore impazzano i provini per i candidati (uno, per l’emozione, è caduto nella piscina), è stato avvertito anche Indro Montanelli: “Entro in politica, il Giornale sarà con me?”. “Te lo puoi scordare”. Montanelli sostiene i referendum di Segni, per un centrodestra liberale e moderato. E il 25 novembre avverte il Cavaliere sul Giornale: “L’idea di mettere intorno a un tavolo Bossi, Fini, Segni, Martinazzoli e non so chi altro mi sembra un sogno a occhi aperti. Ma anche se Berlusconi riuscisse a realizzarlo, con quegli ingredienti non si fa un programma: si fa solo un minestrone da cui non ci si può aspettare nulla di concreto”.
E, sia chiaro, “l’unico che può cacciarmi è il becchino”. Da quel momento sulle reti Fininvest i vari Sgarbi, Fede e Liguori – i “manganelli catodici” – iniziano a massaggiargli la schiena per indurlo alle dimissioni. Il 26 novembre, mentre Mentana, Costanzo e i giornalisti Mondadori chiedono garanzie sull’autonomia del Gruppo, il vecchio Indro dice a Sette : “Se oggi in Italia saltasse fuori un altro Mussolini, avrebbe spazio libero. Ma abbiamo visto dove portano gli incantatori di masse”. Minoli anticipa un’intervista a Mixer del Cavaliere, che intanto affronta i giornalisti alla Stampa estera, per la prima volta da politico. Finge di non aver deciso se entrare in politica direttamente o solo come sponsor di un rass emblement: la candidatura è solo l’extrema ratio, lui non se la augura. E l’iscrizione alla P2? Una storia vecchia. E il fascismo? Un’ideologia vecchia, “sepolta nel passato”. E chi dice il contrario? “Si vergogni!”. 

La stampa di sinistra, italiana ed europea, è più scandalizzata dall’appoggio al “fascista” Fini che dal finanziere-tycoon in politica. Ma il Berliner Zeitung scrive: “Nessuno in Europa ha tanto potere nei media quanto Berlusconi”, senza contare i “grossi debiti del suo gruppo”. La parola “conflitto d’interessi” fa capolino anche in Italia, perché il Tg4 ha trasmesso integralmente la conferenza stampa. Veltroni annuncia: “Faremo subito una legge antitrust sulle tv e la pubblicità”. Buona questa. Si fa vivo anche Giorgio Napolitano, presidente della Camera con un monito ante litteram: “Possono anche entrare in campo nuovi soggetti dalla vita economica. Ma le istituzioni si facciano carico di garantire il massimo equilibrio nell’uso dei mezzi di informazione”. Buona anche questa. Il Cavaliere replica a stretto giro in terza persona: “Se un editore importante dovesse scendere in campo, mi parrebbe giusto e di buon senso scegliere tra le due cose”. Buona pure questa. Nascono i comitati Boicotta Biscione di Gianfranco Mascia. Tina Anselmi paventa il ritorno della P2. Sgarbi ce l’ha con “i nipotini di Stalin”. Bossi capisce subito che la volpe di Arcore vuole razziare nel suo pollaio: “Un partito non si crea dall’alto, piazzando una decina di generali: deve nascere dal popolo”.

Berlusconi entra per la prima volta in Senato il 16 maggio 1994. Presenta il suo primo governo per la fiducia. E dice: “È stato legittimamente sollevato il problema del conflitto d’interessi… Nel primo Consiglio dei ministri abbiamo deciso una commissione di esperti per trovare delle soluzioni entro fine settembre”. Poi fa gli auguri “ai nostri atleti” in partenza per i Mondiali di calcio in America e, già che c’è, pure al Milan che ha vinto la Champions “per difendere i suoi colori, quelli di Milano ma anche quelli dell’Italia”. Il 19 maggio, a Montecitorio, parla per l’opposizione Giorgio Napolitano. Nuovo monito ante litteram: “Ricercare il più ampio consenso per le riforme costituzionali” e dialogo con il governo: “una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione”. Che “non deve impedire che il governo governi”. Manco fosse a Westminster. 

Il Cavaliere si arma di un sorriso a 32 denti e sale a stringere la mano a questo “oppositore corretto, all’inglese”. DA ALLORA A OGGI le apparizioni del Cavaliere in Parlamento saranno un po’ meno numerose dei suoi capelli veri, forse anche dei suoi processi. Quasi soltanto per le fiducie dei governi suoi e altrui, e per le leggi sugli affari suoi. Il 2 agosto ’94 tuona contro la sinistra che vorrebbe (addirittura) “l’esproprio proletario” della Fininvest: “ma siamo in Italia, non nella Romania di Ceausescu”. Per il resto “il Parlamento mi fa perdere tempo” (11.10.94). Ma, sia chiaro, “il mio rispetto per il Parlamento è assoluto”. Il 21 dicembre gli tocca proprio andarci, alla Camera, perché Bossi l’ha appena sfiduciato: “Ha una personalità doppia, tripla, forse anche quadrupla. Il suo mandato diventa carta straccia. Una grande rapina elettorale”. Il 2 agosto ’95 lancia la sua riforma costituzional- presidenzialista. L’anno seguente, per oliare l’inciucio della Bicamerale, ottiene dal solito Violante una seduta straordinaria della Camera per denunciare lo scandalo del “cimicione”: “Onorevoli colleghi, il fatto è grave. Un’attività spionistica ai danni del leader dell’opposizione, da chiunque ordita, rientra perfettamente nel panorama non limpido della vita nazionale. Mai, nella storia repubblicana, sono gravate sulla libera attività politica tante ombre e tanto minacciose. Nella giustizia malata di questo Paese siamo alle intercettazioni virtuali” (16.10.96). 

Si scoprirà poi che l’aggeggio trovato a Palazzo Grazioli è un ferrovecchio scassato e inservibile, piazzato lì non dalle toghe rosse, ma dalla stessa ditta da lui incaricata di “disinfestare” la casa. Nel ’97 Berlusconi vota con l’Ulivo per la missione militare in Albania, mentre Lega e Rifondazione sono contro. Il leghista Luigi Roscia lo canzona: “Bravo, inciucione!”. E lui: “Bravo tu, furbacchione: votate con Rifondazione, avete proprio delle facce di cazzo!”. Poi cade Prodi e arriva il governo D’Alema-Cossiga-Mastella.

Il Cavaliere, alla Camera, torna a strillare al ribaltone: “Continua con D’Alema la maledizione dei partiti comunisti: mai riusciti ad andare al governo con un libero voto popolare… Questo è uno sciagurato mix fra vecchi gladiatori e vecchie guardie rosse… Moro fu assassinato dalle Br, i cui volti spuntavano dall’album di famiglia del comunismo italiano. Il suo, onorevole D’Alema, è un governo senza legittimità democratica, ha solo il 28% dei consensi”. Fabio Mussi lo fulmina: “Quando arriva al 100 per cento, Cavaliere, ci faccia un fischio” (24.10.98). NEL 2001 torna al governo, ma non in Parlamento. Un giorno i Ds gli chiedono di riferire alle Camere sul Medio Oriente, e lui: “Sono richieste ridicole! Basta leggere i giornali, anche l’Unità, e tutti possono sapere la situazione in Medio Oriente” (6.3.2002). L’Italia entra in guerra contro l’Iraq. Scalfaro denuncia in Senato il “servilismo” di B. verso Bush. Lui sibila: “Ma vaffanculo!”. L’ulti – ma impresa parlamentare degna di nota è in Senato, all’approvazione della Devolution: “Chi non salta comunista è!” (16.11.05). Poi più nulla fino al 22 aprile 2013, dopo l’ultimo capolavoro: la rielezione di Napolitano. Il Re esalta l’inciu – cio prossimo venturo e lui magnifica “il discorso più straordinario che io abbia mai sentito nei vent’anni di vita politica”. Ergo, “meno male che Giorgio c’è”. Segue abbraccio affettuoso. Sette mesi fa, e pare già un secolo. Il 2 ottobre, mentre Bondi alla Camera tuona contro Letta Nipote (“vergogna vergogna!”), Berlusconi in Senato annuncia la fiducia.

Oggi – salvo colpi di scena, o di coda, o di mano, o di testa, o di sonno – Palazzo Madama voterà la sua decadenza. E, se sarà presente, i commessi lo accompagneranno all’uscita. Potrà rientrare fra sei anni, quando ne avrà 83. E l’ordine lo darà il presidente Piero Grasso, lo stesso che l’anno scorso voleva premiarlo per il suo indefesso impegno antimafia. A quel punto, al Caimano, verrà da ridere. O forse da piangere.

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La scelta cinica

Sottotitolo: Monti ha ribadito la sua estrema sobrietà presentando la sua lista in un luogo semplice e spartano qual è l’Hotel Plaza di Roma.

Un ambientino adeguato: per pochi intimi.

La scelta civica…con fini e casini?

Adesso io vorrei capire perché la “salita” di Monti è ben vista e considerata da tutti, in primo luogo, ma che lo dico a fare, dalla loro santità e codazzo di gonnelle al seguito a cui non pare vero poter rimettere bocca nelle decisioni che la politica dovrà prendere e lo fa ormai a cadenza quotidiana [e già questo dovrebbe far capire a tutti che se va bene a loro non dovrebbe andare bene a nessuno che si senta parte di una società civile, dunque laica], mentre Ingroia sarebbe l’ospite sgradito, l’imbucato ad una festa dove nessuno lo aveva invitato.

Cosa pensano le “autorevoli eminenze giornalistiche”, specialmente quelle che durante quest’anno non hanno fatto altro che raccontarci di quanto è bello, bravo, intelligente, sobrio, elegante il professore.

Quelli che “quelli di adesso sono meglio di quelli di prima”, visto che Monti non ha mai nascosto che con quelli di prima ci si è trovato sempre e perfettamente a suo agio, così tanto da metterseli in casa nientemeno che per una lista CIVICA, ovvero una lista che dovrebbe essere SENZA riferimenti a NESSUN partito politico, AUTONOMA rispetto alla politica, quella bella e tradizionale che piace a S.M. Napolitano I come quella di casini dietro al quale ci sono due esempi di probità quali cuffaro e cesa.

E come può essere una scelta civica quella di chi ha demolito lo stato sociale a beneficio del salvataggio delle banche,  cosa c’è di democratico e di civico in una persona che non rappresenta nulla di tutto ciò che la parola democrazia significa. E figuriamoci civismo.
Per dire, sempre per dire.
[Ma che abbiamo fatto di male per ri_meritarci tutto questo?]

 

Bagno Penale – Marco Travaglio, 5 gennaio

Anziché verificare la credibilità dei programmi dei vari partiti (perlopiù inesistenti, a parte i soliti libri dei sogni e delle bugie) e dei candidati che dovrebbero realizzarli, partiti e giornali al seguito sono impegnatissimi a calcolare il tasso di “centrismo” e “moderatismo” dei vari schieramenti che si presentano alle elezioni. Dibattito appassionante, ma unico al mondo, visto che nei paesi normali si fronteggiano una destra, una sinistra e talvolta un centro, ciascuno dei quali sta al suo posto e fa il suo mestiere. Sarebbe davvero bizzarro cioè che da noi è normale: e cioè i continui richiami a destra e sinistra perchè diventino di centro, fra l’altro in un paese che già vanta una dozzina di partiti centristi. Ma tant’è. Monti, leader del Centro, intima a Bersani e a Berlusconi di “tagliarsi le ali”, cioè la destra e la sinistra, e di “silenziare” i rispettivi esponenti non “moderati”, senza peraltro spiegare che ci sta a fare lui se anche destra e sinistra diventano di centro. Polito El Drito, sul Corriere deplora inconsolabile che il Pd sia “diventato una forza di sinistra”. Che è un po’ come mangiare Nutella e sporgere reclamo perchè sa di cioccolata. Ora, a parte il fatto che Letta, Boccia, Fioroni, Renzi, Bindi e lo stesso Bersani alla parola “sinistra” danno querela, una domanda sorge spontanea: ma, di grazia, come dovrebbe essere il maggior partito della sinistra, se non di sinistra? La colpa della “mutazione genetica” – spiega El Drito – è delle “primarie” che han premiato i “giovani turchi” alla Fassina e Orfini, tutti incompatibili col montismo. Cioè: è colpa degli elettori di sinistra se, anziché un partito centrista, insistono inspiegabilmente a pretendere un partito di sinistra. E, fra la Cgil e Marchionne, si ostinano a preferire pervicacemente la Cgil. Infatti, per riequilibrare la pericolosa deriva di una sinistra di sinistra, Bersani deve infilare nel suo listino il professor Dell’Aringa, al cui confronto è di sinistra perfino la Fornero: anche perché, alle primarie, gli elettori di sinistra, inguaribilmente di sinistra, l’avrebbero asfaltato. In attesa di ulteriori sviluppi dell’arrapante dibattito (come evitare la pioggia bagnata? come ottenere il sale dolce?
che ne direste di un peperoncino non piccante? perché il sole, anziché raffreddare, si ostina a scaldare?), il Fatto insiste in beata solitudine sugl’impresentabili. Anche perché tutti i partiti hanno appena approvato la legge “Liste Pulite” (a parte l’Idv, che giustamente la voleva più severa). E viene il dubbio, che non serva a impedire l’elezione di personaggi inquisiti, condannati e in conflitto d’interessi, ma a fornire loro un comodo alibi. Siccome non sono eleggibili i pregiudicati con pene oltre i 2 anni, tutti quelli al di sotto della soglia diventano gigli di campo. Anche se hanno incassato la prescrizione dopo un giudizio di colpevolezza per reati gravi. Se sono imputati con pesantissime accuse. Se hanno condanne o patteggiamenti inferiori ai 2 anni. Se non distinguono gli affari propri da quelli dello Stato. Ne abbiamo indicati una dozzina, appena usciti trionfatori dalle primarie del Pd. E la risposta è stata: “Abbiamo il Codice etico”. Oppure: “Ma la gente li ha votati”. La seconda è berlusconismo puro: il voto lava più bianco (il famoso bagno penale). La prima è una tartuferai della peggiore specie: perché il Codice etico del Pd, nonostante le sue larghissime maglie, non prevede solo incompatibilità di tipo penale: impone anche “onestà”,”sobrietà”, “correttezza” e vieta “abusi di cariche per trarne privilegi”, “gestione clientelare del potere”, logiche di “scambio”, “conflitti d’interessi”, “incarichi a familiari”. Quanto basta per tagliar fuori dalle liste del Pd tutti gl’impresentabili scoperti dal Fatto .
Perchè allora nessuno interviene a fare pulizia, lasciandosi scavalcare addirittura da Montimer? A che serve la Commissione di Garanzia presieduta da Luigi Berlinguer? Garanzia per chi?

Articolo 59 della Costituzione ITALIANA

Sottotitolo: Tutto sommato è divertente assistere alle cazziate quotidiane di Monti a Bersani.
Chissà come si sente il segretario a vedere ricambiata così la sua lealtà incondizionata, senza se e senza ma…e chissà come si sente Re Giorgio, ex comunista [ah ah], sarà orgoglioso di averci appioppato ‘sta piattola a vita.
Sarebbe carino se Bersani dicesse a Monti di silenziare i suoi, chessò, il vaticano, la Trilaterale, Goldman Sachs, oppure Bilderberg. Così, giusto per vedere che succede. Essì, era proprio necessario il governo tecnico ma soprattutto sobrio. Un reazionario della risma di Monti non si vedeva in questo paese dal ventennio fascista. Ma il pericolo sono i movimenti, Grillo, Ingroia e la gente perbene.

 

“È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.
Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.”

Qualche costituzionalista dovrebbe spiegare la dinamica che ha portato alla nomina di senatore a vita di Monti, visto che lo stipendio glielo paghiamo noi.

Ci vorrebbe, ma davvero, una commissione d’inchiesta per scoprire quali meriti – altissimi, per giunta – sociali, artistici, scientifici e letterari abbia avuto Mario Monti per meritarsi la nomina per direttissima a senatore a vita da Napolitano il quale era senatore a vita già prima di diventare presidente di questa repubblica sciagurata.

Sfregi alla Costituzione come se piovesse, tanto, chi se ne accorge? 

Tutt’al più, quelli che se ne accorgono possono sempre essere insultati, accusati di essere degli eversori antistato, di avere scarse qualità intellettive, di essere dei malpensanti. Che problema c’è?
Certe cose possono succedere perché troppa gente non conosce la Costituzione e  non le  interessa niente salvare quello che va protetto e difeso, salvo poi mettersi di traverso davanti alla persona fisica che rappresenta l’istituzione; Napolitano e Monti sono considerati  due grandi statisti nonostante e malgrado i loro errori vistosi che hanno danneggiato proprio lo stato.

Le persone però passano, gli sfregi purtroppo no, e creano il precedente.

E, mentre berlusconi si riprende il centro della scena, inutile la richiesta implorante di NON parlare h24 delle sue puttanate a getto continuo, intorno succede il tutto e l’oltre:

Per Camera e Senato
un ambulatorio da
2 milioni all’anno

Con una nuova delibera datata 18 dicembre, Palazzo Madama punta a rafforzare ulteriormente il presidio di cardiologi e infermieri interni (già 60 i medici sotto contratto): aperte le selezioni per altri cinque cardiologi e altrettanti tra anestesisti e rianimatori. [Il Fatto Quotidiano]

 Sempre la Costituzione recita all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

E dove sarebbe questa uguaglianza se c’è chi si cura gratis e chi no, chi mangia e chi no, chi può studiare e chi no, chi si prende i diritti anche quando non sono tali attraverso leggi apposite fatte da loro stessi e dai loro pari e chi invece è costretto a rispettare anche quelle ingiuste, inique, quelle che creano nei fatti la disuguaglianza?  dov’è l’uguaglianza se gli stessi diritti di cui godono le varie caste e sottocaste sono poi negati ai cittadini? sarebbe questa la democrazia in politica?

Ricordiamoci anche di questo, a febbraio.
Di chi accorcia e taglia per noi con la benedizione della lealtà, dei senza se e senza ma [anche] per aumentare i propri privilegi, fra i quali quello di essere curati gratuitamente e direttamente sul posto di “lavoro”.

Mentre i cittadini italiani, i residenti sul sacro suolo italico devono aspettare mesi per una tac, una mammografia, un’ecografia, mentre un letto d’ospedale diventa un lusso, un caso fortuito quanto un terno al lotto, e nel frattempo che nei reparti hospice, quelli destinati ai malati terminali viene a mancare la terapia del dolore il parlamento tutto intero si assicura – coi soldi dei contribuenti –  il presidio medico fisso direttamente sul posto.

Ricordiamoceli tutti, questi infami traditori dello stato e del loro mandato che a nulla vogliono e sanno rinunciare per se stessi ma a tutto vogliono che rinunciamo noi che li manteniamo a vita.

Vigliacchi parassiti.

Il grande deserto dei diritti 

STEFANO RODOTÀ

Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.

Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti. Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.

Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito? Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.Colpisce il silenzio sui diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

 

Endorsement

Preambolo: L’appoggio del Vaticano è come la fidanzata giovane: fa schifo se ce l’hanno gli altri [Mattia Feltri – La Stampa]

Sottotitolo: berlusconi ha detto  che se vince vuole aprire una commissione di inchiesta sul governo Monti. Adesso, mi aspetto che chiunque vinca ne apra una su di lui, su chi gli ha permesso la famosa discesa in campo, su chi ha consentito senza fiatare che si violassero leggi e Costituzione per permettere l’accesso in politica ad uno che non ne aveva il benché minimo diritto, per legge e per Costituzione. 

E già che c’è anche su chi ha impedito la legge sul conflitto di interessi. 
Cambiamolo davvero, questo paese.

Tutti nel nome di Dio, da hitler a bush, passando per pinochet, mussolini, berlusconi e formigoni. E oggi anche per il sobrio professore.

 Oggi più che mai sono stracontenta di non essermi seduta dalla parte dei “menopeggisti”, quelli che hanno gioito quando Monti e i professori – sobri – hanno occupato il parlamento.
Andrebbe ancora meglio se oggi, tutti quelli che specialmente dalle loro autorevoli tribune hanno esaltato l’operato dei “tecnici”, anche mentre Monti &Co ignoravano le regole democratiche, la Costituzione, esattamente come ha fatto il sessuomane incallito, quelli che dai loro giornali e telegiornali hanno smesso di fare informazione per non disturbare il conducente [perché in Italia c’è sempre un manovratore da non disturbare], per far credere che Monti fosse stato scelto davvero per risanare quel che andava curato e non, invece, per fare tutt’altro da questo, ammettessero, non dico di aver fatto una cazzata, ma almeno di essersi sbagliati. Dal canto mio,  ho deciso che voterò per i più insultati dal Pd.
M’impegnerò a seguire per filo e per segno tutte le dichiarazioni dei democratici per scherzo, tipo quelle di letta di ieri: il nipote dello zio che non è nuovo ad affermazioni che dimostrano la sua totale insipienza e inadeguatezza alla politica  e alla fine farò la somma.   Bisognerebbe smetterla di criticare e poi fare le stesse cose che si criticano. Il mio contenzioso con sinistra e centrosinistra è sempre aperto. Io non li perdonerò mai per non aver fatto l’unica cosa che ci avrebbe messi al riparo e cioè regolare il conflitto di interessi. Perché è su questa mancanza che berlusconi ha costruito il suo potere anomalo, spropositato, ed è a causa di questo potere che oggi questo paese è ridotto in queste condizioni. Sentir pigolare oggi di invadenza e di occupazione delle tv mi provoca degli orgasmi multipli, ecco.  Ribadire la coglionaggine criminosa di una sinistra prima e di un centrosinistra dopo che hanno ritenuto opportuno non regolare i conflitti di interessi di b per non dover regolare anche quelli degli altri, dei loro, e sono tanti, è sempre cosa buona e giusta. Ora si lamentano perché berlusconi occupa le tv? non lo sapevano che sarebbe successo? vent’anni non possono costituire una dimenticanza, nessuno può dire che non c’è stato il tempo, l’occasione, i numeri, vent’anni sono reiterazione del reato e ben gli sta, a tutti.

Le Agendine
Marco Travaglio, 29 dicembre
Il nostro giornale continua a pubblicare, in beata solitudine, notizie che farebbero enorme scandalo in qualunque altro paese, e persino in Italia se riguardassero Berlusconi. Invece riguardano il governo Monti, dunque tutti zitti e mosca. La prima è il gentile omaggio ai Benetton e Palenzona col contorno di Gemina e banche assortite: lorsignori potranno raddoppiare l’aeroporto di Fiumicino sui terreni dello stesso Benetton a spese nostre grazie al quasi raddoppio delle tariffe (da 16 a 26,5 euro a cranio) che frutterà loro almeno 360 milioni l’anno. La seconda (leggere qui a fianco per credere) è lo sgravio fiscale alle
assicurazioni che impongono alle automobili la dotazione di una speciale scatola nera, prodotta indovinate da chi? Ma da Luca Corsero di Montezemolo, naturalmente, neoalleato di Monti e Passera che han firmato la leggina, un codicillo del decreto Liberalizzazioni proprio in extremis. Chissà se Monti pensava a questi suoi regalucci miliardari agli amici degli amici quando ha scritto in ben due righe della sua Agendina: “Va introdotta… una più robusta disciplina sulla prevenzione del conflitto di interesse”. O magari alludeva ai 17 milioni regalati dal suo governo in articulo mortis, anzi Montis, ai pii ospedali Gaslini di Genova e Bambin Gesù di Roma, tanto cari ai cardinali Bagnasco e Bertone, così prodighi di benedizioni urbi et orbi all’Agendina e al suo scriba.
Sono vergogne che rendono un tantino fasulle le professioni di legalità acchiappa-voti dei partiti alleati del governo tecnico. Nell’Agendina la parte sulla Giustizia è stata scritta così di fretta, col copia-incolla, che vi compare due volte, a pagina 23 e 24, la stessa ficcante frase: “Va introdotta una coerente disciplina del falso in bilancio e completata la normativa sull’anticorruzione, l’antiriciclaggio e l’autoriciclaggio. Va rivista (sic, ndr) la riduzione dei termini di prescrizione per garantire in modo più adeguato l’azione di prevenzione e contrasto di diversi gravi reati”. Invece di scrivere due volte la stessa banalità, si poteva forse spiegare se chi falsifica il bilancio finirà in galera come negli altri paesi; e soprattutto perché, se erano così urgenti, il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e il taglio della prescrizione non li ha introdotti il suo governo nella mirabolante legge anticorruzione. Quanto all’evasione fiscale, a parte un bellicoso annuncio di “tolleranza zero” (che fa il paio col celebre “contro l’evasione siamo in guerra”), Monti intende combatterla con “interventi finalizzati a identificare innanzitutto le grandi aree di illegalità”. Mecojoni, dicono a Roma: resta da capire se finalmente gli evasori finiranno in carcere, come nel resto del mondo. Se siamo in guerra, dove sarebbero i prigionieri? Ci vuol altro che questi pensierini da Bacio Perugina per sconfiggere (non combattere: sconfiggere) il malaffare che succhia miliardi con sistemi sempre più raffinati, ramificati e trasversali.
E ci vuol altro che i semolini di Piero Grasso sulla “rivoluzione della giustizia”con lacrimuccia perchè, firmando le dimissioni da magistrato, gli tremava la penna. Ma lo sa o non lo sa, Grasso, che i signori alla sua destra e alla sua sinistra, Bersani e Letta jr., erano ministri del centrosinistra che chiuse le supercarceri di Pianosa e Asinara, abrogò l’ergastolo anche per le stragi, abolì i pentiti di mafia (lo disse lui: “Se fossi un mafioso, con questa legge non mi pentirei più”), depenalizzò l’abuso d’ufficio e indultò il voto di scambio politico-mafioso? Lo sa o non lo sa che in Sicilia il Pd ricandida Mirello Crisafulli, amico del boss Bevilacqua, e a Milano l’ex assessora penatiana Bruna Brembilla, beccata al telefono con un picciotto del clan Barbaro che le procurava voti sicuri? Dia un’occhiata a certi candidati del suo partito, se proprio cerca un buon motivo per piangere.

Uno stato che fa senso

Sottotitolo:  casini qualche giorno fa: “la polverini è coraggiosa e ha tutto il mio consenso”.
azzurro caltagirone ieri: “visto il marcio che è emerso, ritengo che bisogna restituire la parola ai cittadini”. [Anche i soldi, possibilmente]
Questo è quello che il pd considera meglio di Vendola e Di Pietro, per dire. E inoltre, come mai l’opposizione non si mise lo stesso di traverso così come ha fatto con la polverini quando i 314 TRADITORI DELLO STATO dissero in parlamento e non all’osteria numero cinque che ruby era realmente la nipote di mubarak? lì nessuno organizzò la giusta rappresaglia contro una maggioranza di delinquenti debosciati che ha ridicolizzato l’Italia agli occhi di tutto il mondo. Perché se è vero che questa è la destra più inguardabile che abbia mai messo piede nel parlamento italiano è vero altrettanto che chi si sarebbe dovuto opporre a tutte le sue nefandezze non lo ha fatto. Mangiare alla stessa tavola e poi salire sui pulpiti a giochi fatti [la polverini se n’è dovuta andare più per volere di Bagnasco che di d’alema, ditelo al cialtrone che si prende il merito] è una cosa abbastanza miserabile. Degna appunto di uno stato che fa senso.

Preambolo:  Si sveglia anche il cardinale Bagnasco (Cei): “Fuori dalle liste i politici chiacchierati”. È vero che la chiesa ha tempi biblici, ma qui forse si esagera [Il Fatto Quotidiano]

La politica deve smettere di stare a sentire i referenti di santamadrechiesa SEMPRE, quali che siano le cose che dicono.  Se ignorassero tutti, destra, sinistra e centro tutte le “insorgenze” delle eminenze  a proposito della qualunque [da che pulpito, poi…] forse ce la fa anche l’Italia a diventare un paese civile.

 Emma Bonino: “Il Pd è complice nel Lazio”

Non dubito – precisa la Bonino – che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica…

“Questi signori li mando a casa io, non voglio sceneggiate” [la polverini in conferenza stampa annunciando le sue dimissioni da presidente della Regione Lazio]: Video Staff della governatrice aggredisce i cronisti 

Polverini si dimette: ‘Consiglio indegno’
Ma la presidente sapeva. Ecco le carte

Ricordiamola così:

Se la polverini fosse stata presidente di una qualsiasi associazione senza scopo di lucro [così come dovrebbe essere tutto quel che ha a che fare con la politica, dunque con lo stato] anziché “solo” della regione Lazio l’avrebbero cacciata  a vita e con disonore.

Pare che non sia nemmeno vero che lei non sapesse, sembra che abbia detto di aver taciuto per senso dello stato [sigh!].

E se le cose stanno davvero così  non è solo responsabile di quello che fanno i suoi subalterni ma ne è complice.

Quindi chi qualche giorno fa si sperticava dicendo che “sì vabbè ma lei in fin dei conti che c’entra che non è stata nemmeno eletta con la lista del suo partito” oppure chi come fa formigoni da mesi parla di responsabilità individuali per riparare le sue malefatte  sulle quali non ha ancora fatto né vuole fare chiarezza sbagliava, molto. 
In politica non esistono responsabilità individuali, esistono appunto e apposta le gerarchie quindi quando in un consiglio comunale, regionale e ancorché nel parlamento della repubblica accadono fatti gravi, di criminalità e delinquenza il primo ad assumersene la responsabilità dovrebbe essere proprio chi sta più in alto, e a chi tocca, ‘nze ‘ngrugna, dopo.
E’ davvero singolare poi  il modo in cui in questo paese le istituzioni difendono lo stato e il suo senso: lo fanno tacendo sulla trattativa con la mafia che lo stato lo vuole morto e in parte c’è riuscito, lo fanno per mezzo di leggi che impediscono ai cittadini di sapere chi è che si occupa di noi  e come, e cioè dello stato, lo fanno permettendo a dei delinquenti di accedere a ruoli politici “alti”,  lo fanno proteggendosi a vicenda su questioni di malaffare e ruberie come appunto nel caso della giunta della polverini e di chissà quanto altro che non sappiamo.
 Il dramma è che questi ce li ritroveremo ovunque ancora e ancora, er batman già ci ha avvertiti che lui si ricandiderà perché non ha perso nessuna delle sue 28.000 preferenze, e io ci credo, perché a livello locale la politica è molto più trucida, se possibile, di quella nazionale. E alla polverini chi negherà un posticino al sole, qualche dirigenza? e la tragedia è esattamente questa: nessuno si farà mai carico delle proprie responsabilità perché a nessuno dei ladri né dei responsabili che dovrebbero fare in modo che di ladri nelle istituzioni non ce ne siano cambia mai la vita. 
In galera non ci vanno e disoccupati non ci restano. 
E questo è il modus che poi educa gl’imprenditori disonesti, i commercianti disonesti e i funzionari di stato disonesti. 
Ecco perché non è vero che gli italiani hanno quello che si meritano. 
Non tutti, almeno.
Quindi possiamo ben dire che più che senso dello stato è uno stato che fa senso.
Il 25 settembre del 2005 quattro poliziotti – dunque quattro funzionari dello stato – fra cui una donna ammazzavano a calci e botte un ragazzino di 18 anni: Federico Aldrovandi.
Anche per questo l’Italia è uno stato che fa senso, in certi casi anche molto schifo.
La scarpa giusta – Rita Pani

Leggo tutti i giorni con molta attenzione, non tanto le notizie sempre uguali di questo universo parallelo nel quale siamo stati catapultati, ma i commenti della “gente”, quella massa idiota con due G. Qualche giorno fa la Polverini rischiava di essere messa al rogo, ieri invece, già i toni si erano ammorbiditi, gli animi erano rasserenati dal “gesto di responsabilità” che almeno “la rendeva diversa dalla maggioranza dei ladri”; poi ho letto anche che “probabilmente era da scusare visto che – sempre probabilmente – davvero non sapeva”.

 

Mettiamo sia andata così: l’arrogante fascista, quella degli elicotteri, del reparto ospedaliero requisito per il rispetto della privacy dei degenti che non sono stati ricoverati, degli abusi e dei privilegi, figlia di un sindacato inesistente che a suon di tessere fasulle riuscì – sotto egida berlusconista – a sedersi ai tavoli col governo, mentre i pochi sindacati seri venivano estromessi dalle trattative, va a fare un giro conoscitivo dai padroni del vapore. Questi le dicono di fare attenzione, perché magari non succederà nulla, ma di fronte a tanta merda persino l’italiano potrebbe smettere la partecipazione con un click di mouse, e scendere in piazza con l’intento di scannarli. Il governo tecnico fa notare alla burina fascista che dal momento che girano certe foto raccapriccianti – non solo le sue pagate con 75.000 euro di parcella al fotografo – che mostrano troie e maiali in lussuose porcilaie, queste potrebbero essere lesive per l’operato del governo stesso. Nel frattempo, l’opposizione ricorda i primi rudimenti della politica e fa quel che avrebbe dovuto fare anni addietro in Parlamento: si dimette in massa. La burina fascista per quanto idiota, comprende che in un modo o in un altro deve lasciare la sedia, il fotografo personale, l’elicottero e tutto il resto, e se ne va.

 

Dov’è il senso di responsabilità? Dove la non colpevolezza? Dove il senso della politica?

 

L’hanno cacciata a calci nel culo, ma le scarpe erano sbagliate. Non erano quelle dei cittadini del Lazio che vivono sui tetti da tempo immemorabile in attesa che torni il lavoro. Non erano quelle delle madri dei bimbi che non hanno accesso agli asili. Non erano le scarpe dei parenti dei malati che hanno vissuto scandalo dopo scandalo i tagli e le ruberie degli ospedali romani. Nemmeno quelle di chi ha subito un abuso da parte del governo fascista voluto fortemente perché era intollerabile avere come governatore una persona sostanzialmente onesta, ma dedita a differenti divertissement sessuali, che per quanto si voglia tirare al Vaticano, continuano a offendere anche il più bolscevico dei cittadini italiani.

 

Leggere i commenti a questa notizia, comunque, è la cosa più sconfortante. Lascia sospettare che veramente in pochi si sia rimasti interdetti davanti alla promessa di Batman che si ricandiderà, e soprattutto dà la certezza che ora la televisione contribuirà alla necessaria operazione di restyling della Polverini stessa. Lavaggio, cera e grafitaggio e via, pronta per le prossime imminenti elezioni. Così pulita e brillante che sembrerà nuova e pronta per un altro mandato. E non certo di cattura.

 

Rita Pani (APOLIDE)