Dove c’è Barilla, c’è il caos

La famiglia tradizionale non esiste più da tempo, è bene che tutti se ne facciano una ragione, questo paese è pieno di  famiglie allargate, ristrette, conviventi senza essere sposati, genitori separati che si ritrovano a fare famiglia nelle occasioni particolari, di festa.  E anche di coppie omosessuali non riconosciute come tali da questa politica talebana indegna di una democrazia occidentale.  Basta con questa filastrocca della famiglia felice papà mamma, sposati in chiesa ci mancherebbe, figlio maschio e figlia femmina battezzati in chiesa ci mancherebbe.

Singolare poi che chi non trova niente di male in un vecchio erotomane che paga minorenni per ricordarsi vagamente di quello che madre natura gli ha fornito per essere definito ‘uomo’, abbia invece tante riserve sull’omosessualità.

A parte la dichiarazione dell’industriale sbagliata proprio strategicamente in quanto produttore di merci che dovrebbero essere fabbricate per essere vendute a tutti, dunque anche agli omosessuali, a me questa cosa che i gay possono esistere “solo se non danno fastidio” come detto dall’intelligentone a La Zanzara [Cruciani e Parenzo non tradiscono mai: quando ti aspetti l’intervista al personaggio, o personaccia razzist* e omofob*, quella arriva puntuale], non mi disturba: mi fa proprio incazzare. 
Perché è un pensiero piuttosto, anzi molto condiviso.
In che senso non devono dare fastidio? cosa fanno i gay meno o di più di quanto possa fare chiunque altro per “disturbare”? E quale sarebbe l’affermazione della centralità della donna in famiglia, quella della donna sorridente che porta i piatti a tavola contro cui si è scagliata la presidente della camera qualche giorno fa? Quale sarebbe l’immagine deleteria nel vedere due donne o due uomini che fanno colazione coi biscotti o si cucinano un piatto di pasta?  Le “convinzioni personali” quando sono espresse nel salotto di casa, in pizzeria con gli amici a parte qualche discussione animata altre conseguenze non ne provocano. Ma  ad esprimerle durante un’intervista  è un’altra cosa. Immaginiamo per un attimo le mamme che comprano biscotti e merendine del mulino bianco che sentono dire dal padrone delle merendine che a lui i gay non piacciono, che possono stare senza disturbare, che per lui la famiglia è quella ‘tradizionale’ [quale, quella dove ci si cornifica allegramente a vicenda e poi si va a messa la domenica? quella]. Quelle mamme che magari ci credono che gli omosessuali siano uno scherzo della natura, dei “malati da compatire” [cit. Paolo Villaggio sempre alla Zanzara], in che modo si porranno davanti all’omosessualità? le ribalte pubbliche purtroppo fanno tendenza, cultura, ma molto più spesso subcultura, e di questi tempi non mi sembra il caso di infierire verso la comunità omosessuale.

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Napolitano: “Su di me pressioni inutili”
Letta: “Pdl ha umiliato l’Italia negli Usa”

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Non solo il pdl ha umiliato l’Italia, e non solo in America visto che è una ventina d’anni ormai che ciclicamente l’Italia diventa zimbello di tutto il mondo civile: le rassegne stampa internazionali degli ultimi quindici, sedici anni sono lì a raccontarci di quanto e come questo paese non venga più considerato “bel” da un sacco di tempo. E oltre a non essere più bello è diventato anche cattivo fra l’altro. Altroché il prestigio internazionale di cui ha sempre vaneggiato berlusconi che l’Italia avrebbe ottenuto grazie a lui: questo paese oggi  fa eticamente schifo proprio per colpa sua.
Sbaglia, Letta a dire che la colpa è del pdl dell’umiliazione subita davanti all’Onu. 
La colpa è di tutti, ma soprattutto di chi pur avendo tutti gli ingredienti a disposizione non ha previsto quale sarebbe stato l’epilogo di questa sceneggiata chiamata governo di larghe intese, di necessità e di responsabilità. Parole enormi se associate alla figura di berlusconi e del pdl.

Ed è proprio l’epilogo a dirci quanto sia sbagliata la teoria di “abbassare i toni” tanto cara a Napolitano: no presidente, i toni vanno alzati invece, quando qualcuno è in pericolo la prima cosa che fa è gridare, è una reazione proprio naturale, si fa soprattutto per richiamare l’attenzione, per far capire che da soli non ci si può salvare.

E Napolitano questo avrebbe dovuto fare, altroché concedere al delinquente la possibilità di partecipare alla vita politica. Che pensava Napolitano, che alla fine avrebbe ricevuto la riconoscenza di quelli abituati a relazionarsi con la minaccia, il ricatto, di quelli abituati ad avere a che fare con un fuorilegge? 
Se qualcuno mi puntasse una pistola addosso io cercherei di scappare prima che prenda meglio la mira: cercherei a tutti i costi di salvarmi, specialmente se so di avere non solo la responsabilità della mia vita ma anche di altre che verrebbero danneggiate dalla mia morte. 
O forse Napolitano pensava che quelli avrebbero usato armi spuntate, caricate a salve?

All’insulto, all’oltraggio, alla minaccia e al ricatto si risponde alzando la voce, non si concede altro tempo a chi per salvare se stesso mette a rischio un paese non solo per quanto riguarda la stabilità politica.

Cosa temeva Napolitano che per tutto questo tempo ha fatto finta che fosse tutto normale, i carri armati in piazza di berlusconi? il colpo di stato vero? perché ha lasciato parlare per tutto questo tempo gente che in un paese appena un po’ normale non troverebbe residenza in nessun contesto sociale civile e figuriamoci nel parlamento?

Se Napolitano avesse fatto due mesi fa quello che ha fatto ieri, battere il famoso pugno sul tavolo avrebbe ottenuto solo vantaggi: prima di tutto quello di non perdere del tutto la stima di tanti italiani a cui non piace un capo di stato che va ad applaudire e ad abbracciare la figlia di un delinquente latitante che insulta i giudici; non piace un capo di stato che non sostiene dei giudici prendendo una posizione netta che fa capire bene da che parte sta lo stato fra loro e chi per sua natura viola la legge, ovvero si pone fuori dallo stato, in virtù di una pax politica che non potrà mai esserci finché berlusconi sarà il protagonista in negativo di questa tristissima e squallida vita politica italiana.

…se cade il governo, piange anche Gesù [prima o poi diranno anche questo]

Giorni fa avevo scritto sulla mia pagina di facebook che bisognerebbe smetterla in caso di capricci reiterati di sgridare i bambini usando la minaccia di personaggi e situazioni di fantasia tendenti all’orribile e dunque diseducativi come “l’uomo nero” e “gli zingari che rubano i bambini” come si fa ancora in tante famiglie, anche in quelle apparentemente perbene.

Dicevo che si potrebbe ammansirli usando i politici che sono assai più temibili dell’uomo nero e degli zingari che rubano i bambini proprio perché esistono davvero.

E siccome la realtà è molto più pregna di persone, personaggi e situazioni inquietanti di quanto lo sia invece la fantasia, anche quella tramandata per ignoranza e razzismo, al “se non ti lavi i denti lo dico a giovanardi”, “se non fai i compiti chiamo d’alema”, “dai subito un bacio a nonna altrimenti viene la santanchè e ti porta via”, oppure, “se non ti sbrighi a riordinare la cameretta  berlusconi ti ruba la play station”; all’elenco infinito di minacce “pedagogiche”, quelle necessarie per farsi ascoltare da piccoli e medi tiranni che si possono abbinare al politico cialtrone e disonesto si può aggiungere “cade il governo” relativo a qualsiasi richiesta disattesa.

Per esempio: “se non metti i panni sporchi in lavatrice, cade il governo”.
Sì, dovrebbe funzionare.

E Letta avverte: “Se cade governo l’Imu si paga”

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Chissà che altro s’inventerà per minacciare, il nipote dello zio “se cade il governo”.
Dunque da una parte abbiamo il noto pregiudicato delinquente che minaccia di far cadere il governo solo se si dovesse applicare una legge per disabili della democrazia che è stata fatta specificamente per il fatto che il parlamento italiano è diventato da tempo l’ultimo rifugio per delinquenti abituali, un contentino per far credere agli elettori che grazie alla legge Severino l’onestà prenderà possesso di un parlamento che ospita indagati, inquisiti, condannati e pregiudicati e fa di tutto per tenerseli.

Dall’altra un presidentino del consiglino che mette la sua faccia ma il resto lo fanno altri, uno su tutti Napolitano su varie e molteplici richieste europee – soprattutto quelle finalizzate a spolpare inermi cittadini onesti ma mai, per carità, quelle che hanno come obiettivo l’estensione dei diritti civili quali ad esempio, la legge sulle torture e le unioni regolarizzate per gli omosessuali, anche queste chieste da tempo dall’Europa che però in questi casi si può benissimo ignorare –  che minaccia che “se cade il governo” la catastrofe travolgerà regioni, paesi e città.

Mentre invece la cosa più rassicurante per noi cittadini, quella migliore che possa accadere è proprio che questo governo di manipolatori della realtà, di distruttori di quel che resta che abbia un sapore vagamente democratico vada a casa insieme al suo fondatore/creatore.

La relatività, a volte…

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Il Piano Napolinano
Marco Travaglio, 15 settembre

Ancora una volta, nessuno dice la verità.
Non la dice il Pd quando proclama che B. è
finito e nessuna trattativa è possibile per salvarlo.
Non la dice il Pdl, quando minaccia di
rovesciare il governo ritirando i ministri subito
dopo il voto in giunta sulla decadenza di B., o
addirittura dopo la bocciatura della relazione
Augello che vorrebbe lasciare B. in Senato in
barba alla condanna e alla legge Severino. Il Pd
infatti sta trattando con i suoi vari Violante, e
soprattutto sta trattando Napolitano con i vari
Letta Zio e Confalonieri. 

E il Pdl sa benissimo di
poter contare, tra le file del Pd, di 120 franchi
traditori che nel segreto dell’urna (bastano 20
senatori per ottenerlo) hanno già dispiegato la
loro geometrica potenza impallinando Prodi
sulla via del Quirinale. Perché lo fecero? Non
certo per antipatia personale: perché sapevano
benissimo che, con Prodi al Quirinale, sarebbe
nato un governo senza (cioè contro) B., mandando
a monte i piani di Napolitano e dei retrostanti
poteri finanziari italiani ed europei
che spingevano per il reinciucio. I 120 vermi
lavoravano e ancora lavorano per B. con la casacca
del Pd. A spanne, sono 80 alla Camera e 40
in Senato: quanti ne bastano per salvare B. dalla
decadenza, senza contare l’ala destra del Centro
montian-casinista, pronta a corrergli in soccorso.
Per questo Enrico Letta, che come tutti i
capicorrente del Pd conosce benissimo gran
parte dei franchi traditori, ostenta tanta fiducia
sulla sopravvivenza del suo governicchio. 

L’Operazione Salvataggio è già in gran parte scritta
nelle date e nei numeri (con buona pace di qualche
anima bella grillina, che ancora si arrovella
sul dialogo col Pd che nessuno ha chiesto
né mai chiederà). Salvo sorprese, sempre possibili
in un mondo politico di nani e incapaci, il
percorso è questo. Mercoledì, nella giunta del
Senato, il fronte Pd-M5S-Sel respinge la relazione
Augello, che si dimette e cede il passo a un
nuovo relatore. Il Pdl, per certificare la propria
esistenza in vita, ritira i ministri dal governo
Letta (che non li sostituisce, in attesa degli eventi),
ma si guarda bene dal votargli la sfiducia, per
tenerlo sotto ricatto ed evitare di spaccarsi tra
falchi e colombe.

Il nuovo relatore Pd presenta una nuova relazione
favorevole alla decadenza di B. Il quale
s’inventerà di tutto (dopo le Corti europee e la
Consulta, ora si parla di Tar, Consiglio di Stato
e chissà cos’altro: mancano solo i caschi blu
dell’Onu) per allungare il brodo. Di certo c’è
solo il calendario giudiziario: entro il 15 ottobre
B. deve scegliere fra i domiciliari e i servizi sociali
e il 19 ottobre la Corte d’appello si riunisce
per fissare la durata dell’interdizione dai pubblici
uffici, da uno a tre anni. Tra un mese, dunque,
B. inizia a scontare la pena. 

A quel punto uno dei suoi chiede la grazia o la commutazione
della pena da detentiva a pecuniaria.

E Napolitano
potrebbe concederla, come da precise
istruzioni da lui stesso impartite nel monito di
agosto. Intanto i difensori di B. ricorrono contro
l’interdizione in Cassazione, che non può
occuparsene prima del nuovo anno. 
Un giorno o l’altro, siccome si vota a volto scoperto, la
giunta approva la nuova relazione e la trasmette
all’aula. 

Che la vota chissà quando, probabilmente
a scrutinio segreto. Lì può accadere di
tutto. Se B. ha speranze di essere salvato dai
franchi traditori, attende l’esito del voto; altrimenti
si dimette da senatore e seguita a comandare
da fuori, usando i suoi parlamentari
per paralizzare il governo e ricattarlo sui temi
che gl’interessano per la campagna elettorale.
Che non potrà essere nel 2014 (il 1° luglio inizia
il semestre di presidenza italiana dell’Ue). Ma
solo nel 2015. Così il piano Napolitano-Berlusconi-
Letta (zio e nipote) sarà compiuto. E
l’Italia sarà l’unico Paese al mondo tenuto in
ostaggio per anni da un noto pregiudicato per
frode fiscale con la complicità dei suoi presunti
avversari.

Fantapolitica?Lo speriamo davvero,ma non ci scommetterremmo un euro.

E continua[va]no a chiamarlo cavaliere

Il ministro Mauro [lo stesso che disse che per amare la pace bisogna armare la pace]: “servono amnistia e indulto come nel dopoguerra con Togliatti”.

Qualcuno dovrebbe ricordare al cosiddetto difensore della difesa del paese che prima di quell’amnistia c’era stato piazzale Loreto.
Vogliono il remake i lor signori? bene, che sia completo però, proprio nel dettaglio.

Visto che ormai tutti possono dire quello che vogliono per difendere un delinquente pregiudicato ed essere considerati seriamente, io mi prendo la libertà di dire che l’amnistia di Togliatti è una delle cause che hanno condotto l’Italia alla rovina attuale.

Andrebbero cacciati a pedate nel culo solo per aver chiesto la revisione di una legge [parlando con pardon] che non ha nemmeno un anno di vita:  per manifesta incapacità.

Quella specie di legge che in un paese normale non dovrebbe nemmeno esistere perché va da sé, o quanto meno dovrebbe andarci che o fai il delinquente o fai il politico, entrambi i ruoli sono incompatibili ma nel paese subnormale ci vuole una legge che lo stabilisca, il buon senso e l’etica istituzionali non bastano o più probabilmente non esistono, è stata sottoscritta appena otto mesi fa da tutto il parlamento.

Nel paese subnormale dove ci sono leggi che fanno riferimento niente meno che al regio decreto di un secolo fa e vengono financo applicate, la politica pensa che sia utile rivedere e ammodernarne una appena nata perché come tutte le leggi va a disturbare i criminali: anche il più delinquente di tutti che ancora oggi può dire, perché glielo fanno dire, che è innocente e che deve essere il popolo a decidere.
Come ai tempi di Ponzio Pilato.

Nel paese subnormale una questione attinente alla violazione del codice penale deve essere risolta, secondo i favoreggiatori del pregiudicato condannato politicamente, non come sarebbe giusto fare, lasciarla nell’ambito in cui deve restare ovvero quello della Magistratura che fino a prova e Costituzione contrarie è un potere dello stato ma indipendente, pensato e voluto così dai veri Padri di questa patria maltrattata e sciagurata proprio perché deve agire in completa autonomia, avere la possibilità di condannare o assolvere il ricco come il miserabile.

A meno che il ricco non si chiami silvio berlusconi.

Quando Orwell ha inventato di sana pianta il concetto del “bipensiero” è stato un genio vero, nell’accezione più completa del termine.

Se avesse la fortuna di vivere oggi, adesso, qui nel fantastico mondo di Italialand si potrebbe rendere conto di quanto è stato facile trasformare la sua teoria immaginata in tecnica pratica applicata, di quelle raffinatissime fino a sfiorare la perfezione, e anche lui, credo, avrebbe fatto il tifo per la Rete, l’unico strumento in grado di dimostrare il pensiero originale e quello modificato successivamente per tentare di nascondere la verità.

Salvate il soldato Manning

Sottotitolo:  spero che saranno sempre meno gli uomini e le donne che a tutte le latitudini sceglieranno di indossare una divisa per onorare i propri paesi che poi non onorano loro, né da vivi né da morti. 

 Charles Graner, uno dei soldati condannati per le torture di Abu Ghraib, è stato condannato a  dieci anni, ed è quello tra i 17 accusati ad aver ricevuto la pena più alta.

Danno i Nobel per la pace a chi vende le armi e a chi ordina di usarle  [UE e Obama]  mentre a chi s’impegna davvero per la pace la galera praticamente  a vita.

In un mondo normale Manning, Assange e Snowden sarebbero loro i destinatari di un premio per onorare la pace, invece in questo li considerano dei fuori legge da chiudere in una galera.

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Wikileaks, Manning condannato a 35 anni dalla Corte marziale degli Usa

Mauro Biani

Bradley Manning condannato a 35 anni per aver rivelato tramite Wikileaks gli orrori delle guerre in Iraq e Afghanistan. È la pena più alta mai erogata contro un informatore della stampa negli Stati Uniti. Obama guarda altrove, mentre i colpevoli delle rendition sono liberi e la Nsa intercetta illegalmente tutta Internet. [Il Manifesto]

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L’America è un paese pieno di contraddizioni, alcune insopportabili per la loro inciviltà, tipo la pena di morte, la sottomissione alla lobbies che armano le mani di chiunque affinché possa compiersi la strage quotidiana sulla quale il primo a versare le sue lacrime ipocrite è proprio chi potrebbe e dovrebbe dire basta alla rozzezza violenta di quel secondo emendamento pensato in tempi diversi in cui forse era più urgente l’esigenza di doversi difendere in proprio: dove c’è uno stato che funziona nessuno dovrebbe pensare ad una giustizia domestica, fai da te.
L’America è quella che ieri ha condannato un ragazzo di 25 anni a trascorrere in un carcere più anni della sua vita già vissuta perché colpevole di aver detto la verità sulla menzogna delle missioni cosiddette di pace che invece non sono altro che le solite atrocità che si commettono in tutte le guerre.

Ma l’America è anche quella che ha condannato a 150 anni di galera, catene ai piedi, manette e tuta arancione Bernard Madoff, che lo ha costretto all’umiliazione della confessione davanti alle vittime del crac finanziario da lui causato, all’ammissione della sua colpa; in precedenza c’era stato il caso Enron, anche quello concluso con condanne esemplari per i responsabili del disastro finanziario. 

Questo perché il loro diritto riconosce come gravissimi i danni che vanno a colpire più che il singolo la collettività.

Contro la criminalità comune, quella da strada ci si può sì organizzare, ma è tutto relativo alla capacità umana di delinquere, il mondo è abitato da miliardi di persone e pensare di poter mettere la parola fine alla malavita dei furti, degli omicidi, degli stupri e delle violenze in generale fa parte di quella utopistica follia che in quanto tale non è realizzabile.

E’ però possibile mettere un tetto alla criminalità che va a colpire tutti, ed è per questo che in America ma generalmente in tutti i paesi civili nessun governo ha mai pensato di annullare leggi importanti in materia di regolamentazione e controllo della finanza e dell’economia, ad esempio quella sul falso in bilancio, rendendo di fatto il dolo una virtù, e nemmeno la politica di quei paesi ha mai pensato di dover restituire un’agibilità politica, una dignità persa volontariamente a chi non si è fatto nessuno scrupolo a danneggiare il suo paese e lo ha potuto fare proprio in virtù del suo ruolo politico che gli ha consentito di aggiustarsi le leggi in relazione e in proporzione ai reati che man mano commetteva.

In America chi froda lo stato e a cascata i suoi concittadini viene emarginato, evitato, considerato per quello che è: un ladro, un truffatore, un evasore e nessuna figura politica, men che meno il presidente di tutti penserebbe di dover intercedere per favorire chi ha rubato a tutti per arricchire se stesso.

Queste sono cose che fortunatamente per le casistiche e le statistiche mondiali riguardano solo l’Italia dove nessuno nella politica  si vergogna né lo ha fatto in precedenza quando ha agevolato tutte le leggi per renderlo presentabile a tutti i costi,  di sostenere la causa di un pregiudicato, delinquente e condannato che pretende che si cancellino con un colpo di spugna i suoi reati e la sentenza che lo ha condannato perché qualcuno  gli ha fatto credere di essere una persona insostituibile e che doveva assolutamente partecipare alle questioni riguardanti la politica – nonostante e malgrado il suo curriculum penale e giudiziario – quella che decide anche e soprattutto [e purtroppo visti i risultati] per i cittadini onesti, quelli che non commettono reati, quando succede si assumono la responsabilità del loro agire e nessuno offre loro la possibilità di chiedere qualcosa che non esiste da nessuna parte, ovvero l’agibilità per poter continuare a delinquere e sfuggire alla legge e alla giustizia.

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Prigionieri volontari
Marco Travaglio, 22 agosto

La scena, che sta facendo il giro del mondo, ricorda quei film americani dove il criminale evaso prende in ostaggio un asilo, una scuola, un centro commerciale e, minacciando persone inermi, detta condizioni alla polizia che circonda l’edificio: un elicottero, un documento pulito e un permesso per l’espatrio. 

Siccome però siamo in Italia, la sceneggiatura presenta alcune varianti. 

1) Il criminale non ha avuto bisogno di evadere, perché i condannati per frode fiscale in galera non ci vanno neppure se spingono. 

2) La polizia non può far nulla per assicurare il pregiudicato alla giustizia, anzi è costretta a scortarlo a spese dei contribuenti, onde evitare che si imbatta inavvertitamente in qualche persona onesta. 

3) Siccome è molto ricco e fa sempre le cose in grande, l’energumeno non si contenta di asserragliarsi in un locale pubblico, ma tiene direttamente in ostaggio governo, Parlamento e Quirinale. 

4) Non gli occorrono armi da fuoco o da taglio: gli basta minacciare di rovesciare il governo di cui fa parte, anche perché gran parte degli ostaggi sono affetti da congenita sindrome di Stoccolma, felicissimi di essere nelle sue mani. 

5) Non chiede di poter fuggire all’estero, ma di restare in Parlamento, in barba a una condanna definitiva e a una legge che lo dichiara decaduto e incandidabile votata otto mesi fa anche da lui, mentre i presunti avversari che governano con lui, per nulla imbarazzati dal concubinaggio con un pregiudicato, lo implorano di restare con loro per salvare il Paese dalla frode fiscale, dalla corruzione, dalla mafia e da altre sue specialità.

Intanto i suoi giornali, e dunque il Pg della Cassazione e il Csm, processano il giudice che l’ha condannato, reo di aver spiegato a un cronista di averlo condannato perché colpevole e per giunta di aver manifestato in alcune cene private una certa antipatia nei suoi confronti. Antipatia davvero inspiegabile, visto che costui ospitava in casa un boss mafioso, era iscritto alla P2, era amico dei peggiori ladri di Stato, pagava mazzette a politici e mandava i suoi a corrompere finanzieri e giudici, falsificava bilanci, frodava il fisco, organizzava giri di prostituzione anche minorile, comprava senatori e ripete da 20 anni che i magistrati sono un cancro da estirpare, come i killer della Uno bianca, un covo di golpisti e di matti, psicolabili, antropologicamente estranei alla razza umana. Insomma, un amore che dovrebbe attirare l’istintiva simpatia dei magistrati. Lo stesso trasporto che gli manifestano orde di intellettuali, impegnati in questi giorni in un’affannosa riforma del diritto e del vocabolario per non dover usare con lui parole spiacevoli. 

Pregiudicato diventa “perseguitato”, condanna “guerra civile”, impunità “agibilità politica”, inciucio “pacificazione”, decadenza e incandidabilità “eliminazione dell’avversario politico per via giudiziaria”. 

Giuristi ed editorialisti che otto mesi fa plaudivano al decreto Severino “Parlamento pulito”, regolarmente passato al vaglio parlamentare di costituzionalità e firmato dal capo dello Stato, ora scoprono che è incostituzionale perché riguarda i delitti commessi prima. 

Potevano pensarci quando B. escluse dalle liste i condannati Dell’Utri, Sciascia e Brancher, privandoli dell’“agibilità politica” e guadagnando voti per le sue presunte “liste pulite”. Invece si svegliano ora che tocca a B. Sul Corriere Sergio Romano, l’ambasciatore che girava il mondo senza vedere nulla, spiega che far decadere B. da senatore come previsto dalla legge significherebbe “cacciare”, “delegittimare un leader di partito”, “decapitarlo con gli occhi bendati per mano di quelli con cui deve governare”. 

Dunque il Senato lasci tutto com’è, rinviando alla Consulta “l’esame di certi dubbi sull’applicabilità della Severino” e ripristinando l’“equilibrio tra i poteri dello Stato”, a suo dire violato dal Parlamento con una legge che vieta l’ingresso ai condannati. Per questo, a ben vedere, B. tiene l’Italia in ostaggio da vent’anni: perché molti ostaggi sono volontari felici.

Più agibilità per tutti

Schifani: “Rinvio su decadenza o crisi”;

Cicchitto: “Intervenga il Colle”

In un paese normale un indagato per mafia e un ex piduista, entrambi al servizio del delinquente onnipotente, non avrebbero nessuna possibilità di rivolgersi alla più alta carica dello stato usando l’intimidazione e lo strumento ormai consueto del ricatto, ma siccome siamo in Italia la più alta carica dello stato non solo non si sente intimidito e ricattato ma  non trova disdicevole, riprovevole né tanto meno eversivo che da venti giorni, ovvero dal giorno della sentenza che ha condannato definitivamente berlusconi per frode fiscale la politica, tutta, sia entrata nel panico, concentrata unicamente alla ricerca del sistema per evitare che quella sentenza venga applicata anche al pregiudicato silvio berlusconi. 

Bisognerebbe prendere atto, definitivamente, che l’unico principio sul quale si può reggere una parvenza di unità e uguaglianza in Italia è quello della disonestà tout court. E non perché lo dico io ma perché ce lo hanno spiegato, e a lettere chiarissime, sia la politica che le istituzioni.

Però a pensarci bene questa faccenda della retroattività che annulla le sentenze è intrigante, potrebbe tornare utile a un sacco di gente, offrire un’agibilità a tutti i condannati a seconda delle loro esigenze: in fin dei conti non esiste da nessuna parte il diritto all’agibilità politica ma grazie a berlusconi che di mode ne ha inventate tante e altrettante se non di più ne hanno inventate per lui, per non turbarlo, scontentarlo,  per consentirgli di fare il cazzo che vuole a dispetto della legge, della Costituzione,  anche in questo caso, come per la grazia, altra gente potrebbe approfittare dell’occasione “diritto in demolizione” della Viva & Vibrante Soddisfazione Production.

Non si capisce perché si debba negare un’agibilità ad altri ladri, evasori, corruttori con altissime probabilità di accumulare altre condanne definitive circa reati quali la concussione e lo sfruttamento della prostituzione minorile come berlusconi; ognuno avrà la sua personalissima lista di motivi per pretenderne una, per ottenere una deroga ad libitum. 

Se la politica ha deciso che questo paese va sfasciato dalle sue fondamenta facciamolo bene, non solo a beneficio e vantaggio di berlusconi ma anche di altri; rendiamo operativo una volta e per tutte il diritto a delinquere senza quelle conseguenze che poi impedirebbero a chi scientemente viola le leggi di poter usufruire di un’agibilità ad personam.

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Capotosti e Capomosci 

Marco Travaglio, 20 agosto 

Al ventesimo giorno dalla sentenza della Cassazione sullo scandalo dei diritti Mediaset, il dibattito politico-giornalistico sul destino di B. è già riuscito nel gioco di prestigio di far scomparire dalla scena il fatto da cui tutto nasce.

E cioè che B. è un delinquente matricolato, avendo costruito negli anni 80 un colossale sistema finalizzato all’esportazione di capitali all’estero, extrabilancio ed extrafisco, per corrompere giudici, politici, finanzieri, derubare gli azionisti di una società quotata e compiere altre operazioni fuorilegge in Italia e all’estero almeno fino al 2003, quand’era in Parlamento da 9 anni e aveva ricoperto due volte la carica di presidente del Consiglio. 

Dunque, in base al Codice penale, è un detenuto in attesa di esecuzione della pena, che potrà scontare in carcere o ai domiciliari o, se ne farà richiesta, in affidamento ai servizi sociali. Inoltre, in base a una legge liberamente votata otto mesi fa da tutto il Parlamento italiano e anche da lui – la Severino del 31-12-2012 –, è ufficialmente decaduto dalla carica di parlamentare e non può ricandidarsi per i prossimi 6 anni, come tutti i condannati a più di 2 anni. 

Punto. 

Ma il dibattito scaturito dalla sentenza ha preso a svolazzare nell’iperuranio, attorno al presunto diritto del condannato all’“agibilità politica” (appena 8 mesi dopo che egli stesso ha votato una legge per negare l’agibilità politica ai condannati), la “guerra civile” fra politici e magistrati o fra berlusconiani e antiberlusconiani, la grazia, la commutazione della pena e altre cazzate. L’ultima è la supposta incostituzionalità della legge Severino, di cui nessuno si era peraltro accorto 8 mesi fa quando tutti allegramente la votarono per fregare gli elettori con la bufala delle “liste pulite”.

L’avvocatessa ed ex ministra Paola Severino è ufficialmente dispersa e non dice una parola in difesa della legge che porta il suo nome: pare anzi che abbia avviato le pratiche all’anagrafe per cambiare cognome. Ma il meglio lo danno certi costituzionalisti, che difendono un giorno il diritto e l’indomani il rovescio. Specie quelli più vicini al Quirinale, costretti a contorsionismi imbarazzanti per seguire le bizze di Napolitano, che cambia idea a seconda di come si sveglia la mattina. 

Ieri, sul Corriere , è partita in avanscoperta per tastare il terreno la premiata ditta ‍Ainis&Capotosti. 

Michele Ainis per sostenere che se B. è stato condannato per frode fiscale non è perché frodava il fisco, ma per via dell’eterno “conflitto tra politica e giustizia”, insomma una “baruffa tra poteri dello Stato”. 

Ma ora bisogna “separare i due pugili sul ring” (il frodatore fiscale e i giudici che l’hanno condannato). Come? Magari suggerendo ai politici di non delinquere e ai partiti di non candidare delinquenti? No, ripristinando l’autorizzazione a procedere abolita nel ’93 per “far decidere al Parlamento” se un senatore sia o meno un frodatore fiscale.

È vero, ammette bontà sua Ainis, che l’autorizzazione a procedere si prestava ad “abusi”, coprendo anche parlamentari inquisiti senz’ombra di “fumus persecutionis”: ma subito dopo caldeggia nuovi abusi, sostenendo che la frode Mediaset, dove non c’è fumus ma molto arrosto, andava sottoposta “al visto obbligatorio delle Camere”. Non è meraviglioso? 

Poi c’è Piero Alberto ‍Capotosti, presidente emerito della Consulta e commentatore multiuso. Il 5 agosto, intervistato dal Corriere, non sentiva ragioni: “Ho molti dubbi sulla tesi di Guzzetta che pone un problema di retroattività, perché la legge non parla del reato, ma della sentenza. L’art. 3 dell’Anticorruzione si riferisce a chi è stato condannato con sentenza definitiva a una pena superiore a 2 anni. L’elemento determinante è la sentenza definitiva. 

Che poi si riferisca a fatti accertati anche 20 anni fa importa poco. È la sentenza che determina l’incandidabilità. Quella del Parlamento dovrebbe essere una presa d’atto”. Cioè: B. deve andarsene dal Senato e non farvi più ritorno per i prossimi 6 anni. L’11 agosto il tetragono ‍Capotosti veniva intervistato da Repubblica.

Domanda: che succede se si vota in autunno?

Risposta secca: “Scatterebbe l’incandidabilità prevista dall’art. 1 della Severino. L’importante è che si tratti di una sentenza definitiva”. Pane al pane e vino al vino. 

Poi però Napolitano ha monitato, B. ha minacciato e la rocciosa intransigenza di ‍Capotosti ha assunto la consistenza di un budino. 

Rieccolo ieri intervistato dal Corriere : “Che la legge Severino non possa essere retroattiva o debba scattare l’indulto, non è un’eresia. La norma è nuova, priva di giurisprudenza consolidata, vale la pena ragionarci. Ci sono problemi interpretativi, perché non ci sono precedenti”. In verità uno c’è, in Molise, ma “un caso non fa giurisprudenza”. Dunque “sembrerebbe logico che il Senato prenda atto della sentenza, ma il Parlamento è sovrano” e può anche votare contro una legge fatta 8 mesi prima perché “a giudicare i parlamentari in carica può essere solo il Parlamento” e “l’incandidabilità incide sul diritto costituzionalmente tutelato ad accedere alle cariche elettive e quindi la sua applicazione dovrebbe essere disposta da un giudice” e ora “per legge non lo è”.

Quindi sta’ a vedere che la Severino è incostituzionale e i partiti che l’hanno appena approvata possono impugnarla dinanzi alla Consulta per chiederle di bocciarla, intanto passano un paio d’anni e il delinquente resta senatore, magari dagli arresti domiciliari. Sarebbe l’ennesimo miracolo del Re Taumaturgo: basta un monito, e la legge diventa così tenera che si taglia con un grissino.

Disonestà low cost

Nei cieli d’Italia si può fare pubblicità ad un delinquente condannato? a quando le pattuglie acrobatiche per promuovere il fascismo buono e la mafia che dà lavoro?

Un imprenditore straniero che volesse investire in un affare qualsiasi in Italia lo farebbe lo stesso dopo aver visto e saputo  che in questo paese si dà licenza ad un delinquente pregiudicato di avere voce in capitolo nella politica e gli si consente di monopolizzare anche il cielo di tutti? chiedo. Perché poi quando le agenzie ci abbassano il rating relegando l’Italia nel posto in cui merita di stare, e cioè lontano da quei paesi la cui politica  non pensa che uno che viola le leggi possa continuare a far parte della politica, si dovrebbe tener conto anche di queste cose.

Berlusconi, ecco il blitz di Ferragosto
Aerei su spiagge, striscioni ‘Forza Silvio’

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Da “fatti processare buffone” a “delinquente, fatti arrestare”:  in queste due semplicissime frasi è racchiuso tutto quel che c’è da dire a proposito del valore del “leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza”.

Tutti i dittatori sono e sono stati leader incontrastati, non foss’altro perché per raggiungere e conquistare il potere si sono serviti di tutti i mezzi e degli strumenti peggiori, i più subdoli e violenti.

L’unico che sta rendendo questo una nota di merito, ovvero riconoscere un valore storico ad un volgare delinquente che appunto si è servito di tutti i mezzi per conquistare consensi e potere è Napolitano quando, parlando dell’accozzaglia di disonesti al seguito di berlusconi, ché se non fossero come lui sarebbero altrove da lui, parla di formazione politica di “innegabile importanza” come se grazie a loro questo paese avesse conosciuto un miglioramento invece del baratro in cui è scivolato soprattutto grazie a chi ha riconosciuto e legittimato il berlusconi “politico”.

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Da Ruby alla compravendita dei senatori
Tutte le grazie che servirebbero a B.

L’eventuale clemenza di Napolitano dopo la condanna nel caso Mediaset potrebbe non bastare.
al Cavaliere che a settembre dovrà affrontare altri due processi e le inchieste di Napoli e Bari.

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Luogo comune vuole che gl’imbecilli siano gli elettori del partito del pregiudicato delinquente, e allora siccome quelli convinti del pd non ci tenevano a restare indietro hanno voluto riequilibrare la percentuale e sfatare il tabù.

Alla domanda di Piero Ricca sul Fatto Quotidiano circa i primi 100 giorni del governo Letta, se avesse fatto o meno cose buone, l’elettore tipo del pd lo si riconosce dalle sue non risposte sul genere “adesso non mi viene in mente”, “devo andare” “non lo so però Letta mi piace” e via andare, verso la catastrofe, a dimostrazione che il primo problema di questo paese, l’urgenza che proprio non si può rimandare è quella di occuparsi di un’informazione che non svolge la sua funzione.

In un paese di sessanta milioni di persone non possono esserci solo due, tre quotidiani a dire le cose come stanno né ci si può consolare pensando che la Rete faccia le veci di un’informazione che non c’è.

Gli aereoplanini di ieri sono anch’essi il prodotto di aver ignorato, per opportunismi personali e propri della politica il conflitto di interessi di berlusconi, così come lo è questo governo delle larghe intese che non sa e non può fare a meno di un delinquente condannato.

L’ovvietà: ovvero dire di un colpevole che è colpevole

Sottotitolo: un giudice ha il diritto sacrosanto di esprimersi come un qualsiasi altro cittadino. 

E anche di difendersi dagli insulti oltraggiosi, diffamanti, che da vent’anni a questa parte vengono rivolti alla Magistratura da silvio berlusconi e marmaglia al seguito.

Non è affatto grave che un giudice abbia rilasciato un’intervista, lo è molto di più che un presidente della repubblica abbia ricevuto, e con urgenza al punto tale di anticipare il rientro dalle vacanze, i portaborse del partito del delinquente condannato che sono andati a porre le condizioni, a pretendere dal capo dello stato la benevolenza e la grazia per silvio berlusconi.

E inoltre la sentenza della Cassazione che ha condannato b non poteva in alcun modo essere messa a rischio dall’intervista di Esposito, la Cassazione non era chiamata a decidere sull’innocenza o la colpevolezza del pregiudicato silvio berlusconi ma semplicemente a valutare le sentenze precedenti che hanno solo confermato chi è silvio berlusconi, semmai ce ne fosse ancora la necessità.

Il problema è sempre lo stesso e relativo alla servitù giornalistica, a come vengono diffuse certe notizie.

Una caduta di stile,  un’ingenuità dovute all’inesperienza a relazionarsi coi media, il giornalista al quale Esposito ha rilasciato l’intervista è un suo amico di vecchia data ma in questo paese giornalisti e giudici non possono intrecciare amicizie pena il discredito pubblico, il sospetto, vedi Travaglio e Ingroia ma i politici e i mafiosi sì. Possono anche convivere sotto lo stesso tetto,  avere tutti i rapporti che vogliono, commettere tutti i reati che vogliono  e non succede niente di veramente significativo, al massimo i media aprono il dibattito sull’opportunità di graziare un condannato per un reato che altrove avrebbe significato passare in un carcere tutto il resto della sua vita.

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Anch’io sono favorevole alla separazione delle carriere.

Ad esempio scinderei quella del servo da quella del giornalista.

Vent’anni di dominio assoluto dei media concesso dallo stato e dalla politica a silvio berlusconi per gli scopi che sappiamo, con gli obiettivi che conosciamo e che nulla hanno avuto e hanno a che fare con la politica, col bene del paese e con la benché minima idea di contributo utile atto al miglioramento del paese hanno dimostrato come meglio non si poteva che le due attività sono non solo incompatibili, ma se svolte contemporaneamente dalla stessa persona, da un’unica persona, possono essere addirittura devastanti soprattutto per il bene del paese e del suo miglioramento.

In un paese dove delinquenti condannati in primo, secondo grado e anche in Cassazione possono ancora vantare il titolo di senatore, ad esempio dell’utri, di cavaliere, ad esempio berlusconi che è anche e ancora senatore, entrambi nel linguaggio osceno della politica vengono definiti addirittura onorevoli, il problema sono i giudici che condannano i delinquenti dopo processi che durano anche dieci anni e durante i quali viene fatto l’impossibile e l’inenarrabile col contributo della politica, del parlamento e delle istituzioni [con viva e vibrante soddisfazione] affinché non si possa arrivare ad una giusta sentenza.

In un paese dove un condannato in terzo grado viene ospitato in televisione e a reti unificate per proclamarsi innocente e – more [suo] solito – lanciarsi nell’ennesima sequela  di insulti alla Magistratura, senza quel contraddittorio preteso in altre situazioni manco fosse il ra’is di chissà quale dittatura il problema è un’intervista su un quotidiano che leggerà qualche migliaio di persone, a fronte dei milioni che ne leggono altri e purtroppo guardano la televisione.
Invece di aprire il giusto dibattito su come si può anche minimamente pensare di mantenere in parlamento da persona libera un condannato per frode fiscale, uno che ha rubato a tutti per i suoi interessi, uno a cui sono stati concessi diritti e possibilità impensabili e impossibili per qualsiasi altro cittadino, si parla di un giudice già sottoposto al trattamento che la stampa non vicina a silvio berlusconi ma DI silvio berlusconi riserva a tutti coloro che osano squadernare i piani del boss.

Lo dico e lo dirò sempre perché lo penso da sempre: di tutto ciò che accade in questo paese la colpa non è solo di una politica connivente da sempre col malaffare, con interessi sudici, con persone che un normale cittadino onesto si vergognerebbe ad avere per vicine di casa; la responsabilità maggiore ce l’ha quell’informazione che sceglie di servire e riverire la politica invece di essere, così come si usa fare nei paesi civili, il cane da guardia del potere.

Gente che invece di combattere il conflitto di interessi abominevole e immondo di berlusconi ha preferito partecipare, diventare parte di un problema che non c’è e non esiste in nessun altro paese civile.

Ecco perché quei pochi, pochissimi giornalisti che sfidano l’impossibile continuando a fare il loro mestiere vengono maltrattati e mal considerati, invece di essere ringraziati.

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Esposito crocifisso per un’ovvietà: “il condannato è colpevole” – Marco Lillo, Il Fatto Quotidiano

“NON È CHE NON POTEVA NON SAPERE” È LA FRASE DELLA POLEMICA PRONUNCIATA DAL GIUDICE ANTONIO ESPOSITO AL “MATTINO”.

Pensava di fare un bel dono al vecchio amico giornalista: un’intervista esclusiva che tutti cercavano. Dopo avere detto di no a tv, radio e grandi quotidiani nazionali, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha giudicato Berlusconi colpevole di frode fiscale, Antonio Esposito, 72 anni da Sarno, si è concesso al Mattino, per l’esattezza ad Antonio Manzo, 53 anni da Eboli. Si erano conosciuti trenta anni prima, Esposito pretore a Sapri e Manzo cronista ventenne a caccia di scoop, oggi caporedattore e inviato speciale del Mattino. Esposito si fidava di Manzo e il giorno della sentenza che ha condannato Berlusconi non gli aveva detto un no secco come ai colleghi ma solo: “Tranquillo, te la do l’intervista, quando le acque si calmano”. Ora le acque si sono agitate e parecchio. Il ministro della Giustizia Cancellieri sta valutando l’ipotesi dell’azione disciplinare nei confronti di Esposito e tre membri laici del Pdl che fanno parte del Csm – Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon – chiedono l’apertura di una pratica sulle sue dichiarazioni.

L’intervista a pochi giorni dalla sentenza, quando il dispositivo è noto ma la motivazione deve ancora essere stesa, è un’ingenuità che il fronte berlusconiano non si è fatta sfuggire. Il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce ha convocato Esposito ieri pomeriggio nel Palazzaccio, alla presenza del segretario generale Franco Ippolito. Esposito si è difeso, ha smentito alcuni passi dell’intervista e ha prodotto un fax inviatogli dal Mattino con il testo concordato dopo una lunga telefonata con Manzo. Il fax non contiene la frase che ha suscitato su di lui le maggiori critiche. Santacroce ha preso atto e poi ha scritto una relazione urgente al ministro con allegato il fax, che pubblichiamo sotto. Nell’intervista pubblicata dal Mattino, Esposito dopo avere parlato del principio del ‘non poteva non sapere’ in generale (“Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza”) risponde a una domanda precisa del cronista. Manzo chiede “Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?”. Esposito nel testo risponde: “Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere”.

La domanda e la risposta non sono contenute nel testo concordato spedito via fax alle 19,30 di lunedì 5 agosto al numero di casa Esposito dalla segreteria di direzione del Mattino. Il presidente Esposito dice il vero quando dichiara all’Ansa: “Il testo dell’intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del Mattino, dopo il colloquio telefonico, via fax, alle ore 19,30 del 5 agosto 2013 è stato manipolato con l’inserimento, da parte del giornalista, della domanda…”. Ma non è del tutto vero che la risposta sul principio “non poteva non sapere”, non sia mai stata data a Manzo. Semplicemente l’inviato del Mattino ha scelto di fare il suo mestiere fino in fondo infischiandosene del fax inviato, dei decenni di consuetudine con il magistrato e delle conseguenze di questa sua scelta, pienamente legittima, sul giudice. “Quelle parole non erano contenute nel fax ma sono state dette dal giudice Esposito. Per questo abbiamo ritenuto fosse giusto pubblicarle”, spiega Antonio Manzo al Fatto.

Il giudice Esposito nel suo comunicato all’Ansa si duole per il comportamento del giornalista: “È sufficiente confrontare il testo dell’articolo pubblicato dal Mattino con il testo inviatomi alle ore 19,30 (data del fax), da pubblicare, per rendersi conto della gravissima manipolazione che ha consentito al giornalista di confezionare il titolo ‘Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere’”.

Ma lo stesso Esposito nella conversazione registrata dal giornalista del Mattino e pubblicata sul sito internet della testata partenopea in serata, ha effettivamente accennato alla questione della motivazione possibile della condanna di Berlusconi. Nella conversazione registrata non c’è la domanda specifica sulla motivazione della condanna a Berlusconi. Dallo spezzone pubblicato sembra di capire che Esposito voglia spiegare al giornalista un principio giuridico generale (‘è stato detto’) tanto che all’amico giornalista fa presente con accento campano: ‘nun me portà ngoppa a stu problem’, cioè non mi fare parlare della motivazione di Berlusconi. Esposito dice effettivamente “potremmo dire eventualmente nella motivazione” ma poi aggiunge che “è sempre una valutazione di fatto”. E, come si sa, la valutazione di fatto non dovrebbe essere permessa alla Cassazione, il che fa pensare che alla fine Esposito torni a parlare in generale.

Comunque lo scivolone mediatico di Esposito non dovrebbe avere conseguenze sul piano del processo a Berlusconi, perché il verdetto è già definitivo e neanche sul piano disciplinare. L’articolo 2 della legge 269 del 2006 punisce solo “le pubbliche dichiarazioni o interviste che riguardino i soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione” mentre esclude quelli “definiti con provvedimento non soggetto a impugnazione ordinaria”, come la sentenza Berlusconi. Nel 2011 dopo la sentenza sul caso Meredith, il presidente della Corte di Appello di Perugia – Claudio Pratillo Hellmann – ha parlato abbondantemente con la stampa prima del deposito della motivazione. Nessuno ha avuto nulla da ridire. Forse perché è meno rischioso spiegare alla stampa l’assoluzione di Amanda Knox che la condanna di Berlusconi.

Legalità cazzona

Sottotitolo:  “Gli italiani devono sapere che si mette in carcere un uomo come silvio ‪berlusconi‬”, dice la garnero ex ‪‎santanchè‬.

Prima di tutto non è vero che andrà in prigione, e lo sa pure lei, eppoi qual è il problema? c’è gente che aspetta da vent’anni, ci faremo trovare pronti, stia pure tranquilla.

Quando mussolini mandava i dissidenti “in vacanza al confino” [cit. il noto delinquente], spesso con un biglietto di sola andata forte del fatto che si sarebbero trovati proprio bene in quegli ameni luoghi di soggiorno, gli italiani non lo venivano nemmeno a sapere. 
Nessuno si preoccupava di informarli.
Chissà se la sovversiva eversiva che si dichiara fiera di essere fascista se le ricorda queste cose.

Non si capisce perché si dovrebbe garantire la presenza di un pregiudicato delinquente in parlamento nel paese che non garantisce la presenza nel posto di lavoro, e il lavoro, ai cittadini onesti. 

Chi e cosa dovrebbe garantire un condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo e definitivo per frode fiscale. 
Chi e cosa dovrebbe rappresentare uno così e che contributo può dare uno così. 

Fermo restando che un indagato per mafia non dovrebbe avere nemmeno la possibilità di conferire col capo dello stato per chiedergli di fare una cosa che non si può fare. 

Il voto non garantisce immunità né impunità, ho fatto ieri l’esempio di Chirac condannato, e in tutti i paesi dove i politici hanno contenziosi con la legge nessuno pretende l’esenzione dalle colpe e dalle pene.

silvio berlusconi oltre alle varie condanne ha ancora dei procedimenti penali in corso, altri potrebbero veder inclusa la sua persona. 

Quindi non ha proprio i requisiti minimi per poter chiedere provvedimenti caritatevoli.
E per ottenere una grazia bisogna aver scontato almeno una parte della pena. 

Lui, non noi, ecco.

silvio berlusconi non ha fatto nulla di storicamente significativo in questo paese, non è uno statista, non è un politico di livello, non è quell’imprenditore capace che è stato descritto quasi a giustificarne la presenza in politica: come se la gestione di un paese e dello stato fosse in qualche modo paragonabile o associabile a quella di un’azienda.

silvio berlusconi è un bluff e rappresenta solo se stesso, i suoi interessi, la sua volgarità, il suo essere naturalmente predisposto alla delinquenza, al non rispetto di leggi e regole, e solo questo paese poteva offrirgli tante opportunità.

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Cetto Berlusconi – Andrea Viola, Il Fatto Quotidiano

Vedere tutto questo senza che ci sia una ferma e decisa condanna sia da parte del Partito democratico (che doveva già uscire dal Governo) e soprattutto del Presidente della Repubblica rende la situazione ancora più drammatica.

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Denunciati gli organizzatori del sit-in con B.

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E così, dopo aver riposizionato in fretta, furia e in modo irregolare – ché si sa, la gatta frettolosa partorisce i figli ciechi – i pali divelti per far spazio all’oscena manifestazione pro delinquente è partita una denuncia regolare del comune di Roma nei confronti degli organizzatori dell’abuso su Roma di domenica scorsa.

Complimenti per il tempismo.

Peccato però che tutti, anche ai piani alti delle istituzioni sapessero con un certo e largo anticipo dell'”evento”, quindi ci sarebbe stato tutto il tempo per impedirlo, per impedirne la realizzazione, per vietare che un manipolo di svergognati residenti di questo paese mettesse in scena, previo pagamento, l’orrido teatrino indegno perfino del peggior avanspettacolo, quando gli spettatori per dimostrare il loro sgradimento tiravano frutta marcia e gatti morti sul palco dove si esibivano gli attori.

La manifestazione di domenica ci racconta ma soprattutto conferma la teoria del “forti coi deboli [e viceversa]” perché mentre a Roma si commettevano reati a ripetizione per accontentare il satrapo tecnicamente e praticamente delinquente, la versione al maschile di Gloria Swanson sul viale del tramonto politico, le forze dell’ordine erano impegnate a controllare pericolosi criminali sparsi nelle località vacanziere di questa torrida estate.

Mentre in una via centralissima di Roma, a duecento metri da quel Campidoglio che deve vigilare su Roma si sfasciava il manto stradale, si dava ospitalità ad una manifestazione abusiva a favore di un abusivo, del pregiudicato più amato degli ultimi diciotto anni, poliziotti, carabinieri e finanzieri stavano terrorizzando il titolare del bar, del ristorante, del locale notturno in quel di Portofino e Porto Cervo, il che intendiamoci, in presenza di irregolarità da sanare andrebbe benissimo se poi con la stessa solerzia qualcuno avesse fatto lo stesso nei riguardi di quello che stava per succedere ed è successo a Roma.

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Il marcio su Roma
Marco Travaglio, 6 agosto

Si racconta che il leader della sinistra storica Agostino Depretis, inventore del trasformismo, noto per la diabolica arte del rimpasto, del galleggiamento e dell’equilibrismo, quando tirava aria di crisi di governo si presentasse in Parlamento pallido ed emaciato, intabarrato in abiti trasandati e lisi, la barba lunga e bianca, l’andatura claudicante per l’eterna gotta, quasi avesse un piede nella fossa. Si rivolgeva all’assemblea con voce malferma e tossicchiante, con intercalari del tipo: “Sono mezzo malato, e pure di malumore, abbiate un po’ di pazienza”. Dinanzi a quel cadavere ambulante, anche i più strenui oppositori si muovevano a compassione e lasciavano passare la fiducia. 

Tanto, pensavano tra sé e sé, dura poco. E invece durò parecchio, fino alla morte vera. La tecnica del “chiagni e fotti” fu poi perfezionata e sublimata dal cavalier Banana, che da vent’anni alterna ostentazioni di virilismo e giovanilismo a sceneggiate che lasciano presagire l’imminente dipartita, perlomeno politica. Alla prima difficoltà, accenna al “passo indietro” a favore di qualcun altro, poi regolarmente eliminato a maggior gloria di Lui. 

Nel ’96 Gad Lerner chiese per lui la grazia in cambio del ritiro a vita privata (i successori designati allora erano Antonio Fazio e Monti). 

E un anno fa annunciò ufficialmente che passava la mano ad Alfano o al vincitore delle mitiche primarie Pdl, salvo poi rimangiarsi tutto e ricicciare più ribaldo che pria. Ora ci risiamo, con un’aggiunta. Se prima il “chiagni e fotti” si manifestava simbolicamente col vittimismo delle parole, ora è validato da lacrime vere sul volto imbalsamato dal fard marron a presa rapida resistente alla canicola (ma non sarà un tatuaggio?). Vere, poi, si fa per dire. Il 30 marzo ’97 – governo Prodi – B. lacrimò al porto di Brindisi dove la Marina Militare italiana aveva speronato una nave di profughi albanesi provocando decine di vittime, e promise ai superstiti di alloggiarli nella villa di Arcore. “Anche quando finge una commozione che non sente — scrisse Indro Montanelli – quella commozione a un certo punto diventa vera perché finisce per commuoversi di sé stessa. Le lacrime di Berlusconi possono essere un inganno per chiunque, meno che per Berlusconi. A quello che dice e fa, anche se lo dice e lo fa per calcolo, Berlusconi ci crede.

La scena sa tenerla da grande attore: se gli dessero da recitare l’Otello, sarebbe capace, per dare più verisimiglianza al cruento finale, di sbudellarsi veramente, e non per finta, sul corpo esanime di Desdemona… Nella parte della vittima, quella che i napoletani chiamano del ‘chiagne e fotte’, è imbattibile. Forse qualcuno capace di ‘fottere’ come lui ci sarà. Ma nel ‘chiagnere’ non c’è chi lo valga”. Dunque domenica il frodatore pregiudicato ha pianto: per la condanna dell’Innocente, che poi sarebbe Lui.

E la sceneggiata ha funzionato un’altra volta. 

Quella lacrima sul fard è bastata a far dimenticare l’ennesimo attacco eversivo ai magistrati (hanno “vinto un concorso”, mentre a suo avviso dovevano perderlo), sferrato dal palco abusivo dietro cui campeggiava la scritta simbolica “Via del Plebiscito” e sotto cui una piccola folla di comparse a pagamento, perlopiù sue coetanee, scandivano “duce duce”. 

Intanto l’Agenzia delle Entrate, alle dipendenze del governo da lui sostenuto, perlustrava le località balneari a caccia di evasori suoi discepoli, per quanto dilettanti (roba di scontrini non battuti, non certo di 64 società offshore e fondi neri per decine di milioni). 

Seguiva il vivo compiacimento del premier Nipote per il discorso moderato e soprattutto perché il delinquente resta al governo. E il premio speciale del Quirinale, ormai ridotto a ufficio reclami per Vip imputati o condannati (da Mancino a B.), con l’udienza pellegrinaggio del duo Schifani-Brunetta (il primo indagato per mafia) per impetrare la Grazia Regia. Denominata pudicamente “agibilità di B.”. Manco fosse un fabbricato.

Abusivo, ci mancherebbe.

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Sopra e sotto quel balcone la corte che non vuole crepare
Alessandro Robecchi – Il Fatto Quotidiano, 6 agosto

Il balcone ha il suo fascino, si sa. E di norma, visto che abitiamo qui, dove certe cose sono già successe, se uno sta sul balcone e la folla sta sotto a dire evviva, ecco, ci sarebbe da preoccuparsi. E invece stavolta tutto è ribaltato, le gerarchie sono state infilate in un frullatore, e beato chi ci capisce. Riassumiamo: sul balcone e sotto il balcone. Sopra la panca e sotto la panca. Sopra, in questa foto della manifestazione dell’altroieri, ideologi e organizzatori, categoria “falchi”.

Sotto, il capo in persona, più ceronato che mai, con l’optional delle lacrime, la fidanzata in gramaglie, le seconde file di quelli che non sono riusciti a salire sul balcone, e la folla immensa dei cinquecento pullman annunciati, che a far bene i conti significa tre o quattro passeggeri per torpedone, più l’autista . Viaggiare larghi, insomma.

Sul balcone, con rispetto parlando, ognuno si fa un po’ i cazzi suoi. Cicchitto telefona. La Santanché telefona, ma alla moda dei calciatori quando si dicono la tattica in campo, con la mano davanti perché nessuno le legga il labiale e si accorga, nel caso, che sta parlando con l’estetista. Altra categoria: Capezzone e Brunetta, che salutano la folla come se le star della festa fossero loro, e Denis Verdini che indica lontano, all’angolo della via. Chissà, forse fa il palo e avvisa che arriva qualcuno. Nitto Palma si fuma una sigaretta in santa pace, proprio come fareste voi se foste un presidente della Commissione Giustizia alla celebrazione di un delinquente. Poi c’è uno mai visto, che non è della serie A1, un tale che batte le mani, che si chiama Ignazio Abrignani, è, o è stato, uno scajoliano (tu guarda che parole mi tocca scrivere), e forse applaude perché si è imbucato con successo.

Sotto il balcone, dicono sempre le cronache (cronache comuniste!), Mara Carfagna gira intorno senza accalcarsi, e la povera Ravetto è respinta dai buttafuori di Palazzo Grazioli, tipo discoteca, dove al privé non entri manco se ti spari. Giù, mischiati al lumpenproletariat della libertà cammellato in pullman con l’acqua minerale, i panini e la bandiera nuova di pacca, c’è Minzolini, ovvio, ma anche Giggino a’ Purpetta. I ministri sono a casa con la giustificazione scritta che si spiega così: i principali esponenti del partito sostengono il condannato, ma il governo ci serve vivo, e quindi loro sono esentati.

Ma il fatto è che anche fare il pretoriano è un lavoro duro, senza orari, sai quando l’imperatore ti convoca e non sai quando puoi andare a casa. Così, nei ritagli di tempo, o nelle pause dello spettacolo, i pretoriani si godono il tempo libero, chiamano la fidanzata , salutano gli amici. O curano le pubbliche relazioni, come la stilista Alessandra Mussolini che ormai ha capito: la fotografano solo se esibisce una maglietta spiritosa, meglio se volgarotta nello stile degli arditi del nonno.

Qualcuno suggerisce di leggere attraverso la dinamica “sul balcone/sotto il balcone” le nuove gerarchie della Silvio Jugeland, ma chissà se è possibile. Perché qui è anche questione di ingegneria genetica, e nessuno sa spiegarci come fa una colomba a diventare falco, e poi a tornare colomba, e poi falco, a seconda degli ordini del capo. O magari è tutto più semplice di come la stiamo facendo, e tutti quanti, sul balcone e sotto il balcone, stanno solo cercando una posizione sicura per quando crollerà la statua del capo supremo. Che non gli finisca in testa, cerone, lacrime e tutto. Ecco, forse gli basta questo.

Aridatece er palo

ll Campidoglio non ha mai autorizzato un palco per il comizio del Pdl in via del Plebiscito, che è stato montato senza fare alcuna richiesta in comune. Ho informato il Prefetto ed è stata immediatamente applicata una sanzione amministrativa nel massimo ammontare. Domani, smontato il palco, la polizia locale verificherà danneggiamenti alla sede stradale e alla segnaletica e darà notizia di reato alla Procura della Repubblica.

Ignazio Marino da facebook

Manifestazione pro Berlusconi
“Palco abusivo”, i vigili multano

Segati i pali dei cartelli stradali/Foto

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La segnaletica, le vetrine, l’abusivo

Cosa sarebbe successo se a compiere tali atti fosse stato un cittadino comune? O, che so, un No-Tav? Facile: sgomberi, manganellate, lacrimogeni. E pensare che c’è chi sta ancora scontando dieci anni di galera per aver rotto una vetrina in occasione del G8 di Genova. [Pasquale Videtta ]

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Sottotitolo: mio figlio ha un palo della luce in prossimità del cancello di casa che gli complica oltremodo le manovre di parcheggio quando deve mettere l’automobile nel cortile, quella casa è sua di proprietà, non l’ha presa in affitto come il cosiddetto piano nobile di palazzo Grazioli dove berlusconi risiede qui a Roma.

 Se mio figlio un giorno di questi decidesse di far rimuovere l’intralcio senza il permesso del comune e delle autorità preposte  cosa succederebbe? chiedo.  

Il comune di Roma ma in generale un po’ tutti in base a cosa rilasciano i permessi o chiudono un occhio, alla simpatia o al potere di chi commette l’abuso?  Solo qualche mese fa un fioraio  si è dato fuoco perché il comune di Ercolano non gli ha concesso lo spazio antistante alla sua attività commerciale per poter parcheggiare il mezzo che gli serviva per lavorare. Un gesto esagerato rispetto alla negazione, ma che dà la misura di quanto le istituzioni siano sempre lontane dalle piccole ma fondamentali esigenze e urgenze dei cittadini comuni ma sempre ben disposte ad accontentare il prepotente di turno, in questo caso anche delinquente. Qualche anno fa, sempre in prossimità della residenza romana di berlusconi fu rimossa, eliminata, soppressa una fermata dell’autobus perché in contrasto con le norme di sicurezza che circondano, ancora e tutt’ora,  il palazzo dove risiede l’anziano pregiudicato: una cosa impensabile anche nel ventennio fascista ma che per berlusconi è stata resa operativa senz’alcun problema.

E le forze dell’ordine sempre pronte a disperdere i cortei e le manifestazioni non autorizzate ieri dov’erano, tutte a farsi i bagni al mare o, more solito, a picchiare in val di Susa che almeno lì c’è fresco?

Dall’estero guarderanno basiti e attoniti gli accadimenti italiani.
Escluse le dittature amiche del satrapo credo, anzi sono convinta che quello che è accaduto ieri a Roma sia non solo impensabile ma anche impossibile.
Se le forze dell’ordine non fossero comandate indirettamente dal satrapo delinquente per interposto alfano avrebbero dovuto fermare e identificare tutti quelli che sono arrivati per partecipare ad una manifestazione a sostegno del pregiudicato delinquente.
Che dicono dalle parti del pd, si è levato qualche pigolio o va tutto bene?
Nel senso che, se lui resta che fanno, restano anche loro?

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Nel 2011  Chirac fu condannato a due anni per abuso di potere e appropriazione indebita, non risultano nelle cronache di quel periodo manifestazioni a sostegno dell’ex presidente condannato né palchi allestiti sulla Champs-Elysées con relativa distruzione di parte dei beni comuni.
E si parla di Chirac, mica di un berlusconi qualunque.

Se, come ci ha fatto sapere Ignazio Marino, nessuno aveva chiesto i permessi per allestire il palco, demolire parte del suolo pubblico per fare spazio all’orrido teatrino allestito per silvio berlusconi perché nessuno è intervenuto mentre stavano compiendo l’abuso?

C’è ancora qualcuno, anche adesso e anche nel comune di Roma che pensa che far fare a e per silvio berlusconi quello che berlusconi gradisce, gli fa piacere, ne esalta le velleità ducesche sia la soluzione per evitare guai peggiori?

Nemmeno adesso che un tribunale ha stabilito in modo definitivo che lui è un cittadino peggio di altri si riesce a trattarlo, considerarlo un cittadino almeno come gli altri, soggetto dunque al rispetto di quelle regole che per gli altri, per noi, sono obbligatorie e qualora le violassimo dovremmo risponderne e assumercene la responsabilità?

Chiunque abbia avuto la necessità di occupare il suolo pubblico per affari personali sa benissimo quanto sia complicato ottenere i permessi, che si tratti di venditori ambulanti o di quella società civile che raccoglie firme, adesioni, che si fa promotrice di appelli importanti, non certo della difesa di un delinquente condannato. 
E se i permessi non ci sono, se ci sono irregolarità, arrivano le forze dell’ordine e in qualche caso anche la digos a chiedere, e a modo loro, che si rimuova l’abuso.

Perché ieri non è stato fatto? perché nessuno ha pensato di denunciare, di intervenire, di far presente al più vicino posto di polizia o comando dei carabinieri che nel centro di Roma si stava compiendo un abuso che di lì a poco avrebbe ospitato la sceneggiata dell’abusatore finale?

Le manifestazioni non autorizzate vengono impedite anche, soprattutto anzi, con l’uso della forza pubblica: perché ieri non è stato fatto?

Lo scrivo e lo dico da sempre: finché non saranno le istituzioni a delegittimare silvio berlusconi, a pretendere da lui gli stessi comportamenti che lo stato, la giustizia, la legge, la polizia, il vigile urbano che ci fa la multa per un banale divieto di sosta, esige da noi cittadini lui e chi per lui continueranno a farsi beffe della legge e dello stato.

 

L’eversore [re_reloaded]: ovvero, l’orrido déjà vu

Anche  il Milan di berlusconi ha rotto definitivamente gli argini del benché minimo senso di decenza, del tanto abusato esempio per i giovani mettendosi al fianco di un presidente corruttore e condannato per frode fiscale.
Ognuno ha la squadra che si merita.

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IL PRESIDENTE DELLA FIERA DI MILANO PERINI: “SEGNIAMO LE CASE DEI GIUDICI”. POI LE SCUSE

C’è stata gente che per molto meno, una battuta scritta in bacheca contro il capoufficio o la professoressa è stata licenziata, sospesa da scuola.
Questi che facciamo, li teniamo al loro posto vero? perché naturalmente si sono scusati dopo l’offesa e la minaccia quindi è tutto a posto. 
Da un certo livello in poi tutto si può dire ché poi tanto bastano le scuse e che problema c’è.

Queste sono minacce fatte in pubblico da gente che ha dei ruoli pubblici. Proprio come calderoli quando insulta la Kyenge istigando al razzismo qua si istiga al gesto violento, di stampo nazista addirittura, ci si augura che un giudice debba vivere soffrendo perché ha fatto il suo dovere.

E gli autori pensano di potersela cavare con delle semplici scuse perché sanno che non gli succederà nulla.

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La nebbia all’erto Colle caliginando sale – Massimo Rocca

Ovviamente, in un paese serio, il capo dello stato sarebbe già andato in televisione a reti unificate per denunciare il tentativo di sovvertimento dell’ordine democratico. Un delinquente condannato in via definitiva che ricatta i poteri politici legittimi del paese, né più né meno quello che facevano le brigate rosse con Moro prigioniero o Totò o curtu con le stragi dei magistrati, inviando i suoi messaggi dal covo di Palazzo Grazioli affidandoli a personaggi che vogliono salire le scale del Quirinale per depositare l’ultimatum sulla scrivania del garante del patto di pacificazione che ha, evidentemente, mancato alla sua parola. Ci sarebbero le sezioni del partito di governo allertate e il presidente del consiglio chiuso in riunione permanente con l’ambasciatore kazako o col ministro degli interni, che tanto è uguale. Invece non potendo chiedere, questa volta, alla rai di bruciare le bobine del suo discorso di insediamento, temo che riceverà i messaggeri, cui del resto ha già promesso la riforma della giustizia, proprio il giorno dopo in cui ha dimostrato di funzionare.

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Berlusconi, il Pdl ricatta sulla grazia
E la Questura gli revoca il passaporto

Il pregiudicato: “Riforma della giustizia o voto”. Il partito a Napolitano: “Clemenza o ci dimettiamo
tutti”. Letta: “Il governo deve continuare”. Notificato dai carabinieri il decreto di esecuzione pena
EPIFANI: “PRESSIONE INDEBITA SUL COLLE. E NO A RIFORMA GIUSTIZIA CHE VUOLE IL PDL”

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Berlusconi condannato? “Riformate la giustizia!”

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Se non fosse vero ci sarebbe da ridere da qui all’eternità: Napolitano che riesce ad anticipare pure berlusconi riguardo una riforma della giustizia che, se abbiamo imparato un po’ a conoscere i nostri polli sappiamo benissimo dove vuole andare a parare e a riparare soprattutto.

Però mi raccomando, non nominiamolo, non tiriamolo in ballo sennò Lauretta e l’ex superprocuratore s’incazzano.

A proposito: la presidentessa candida non si è espressa ancora sulla condanna? c’è da difendere la sacralità del parlamento che ospita un fuorilegge e la sua teppa, da offrire solidarietà spicciola all’insultato di turno o cosa? e per noi, quando arrivano le scuse?

L’unica riforma della giustizia da fare è quella per vietare una volta e per tutte ai criminali di poter mettere bocca negli affari di stato.

Di ricattare le istituzioni.
berlusconi non è più nella condizione di poter pretendere nulla, quindi tutto quello che riuscirà ad ottenere significa che è stato concordato, che fa parte del pacchetto larghe intese napoletane.

Mi chiedevo quanto si può sacrificare di se stessi per difendere, rendere accettabile, meno grave quello che non lo è.
In special modo chi proprio per ruolo e per mestiere è chiamato a raccontare, spiegare all’opinione pubblica quello che succede.
Com’è possibile dimenticarsi di essere una persona per mettersi spudoratamente al servizio di un delinquente, scrivere su un quotidiano che l’attacco allo stato è aver condannato quel delinquente e non invece avergli permesso di demolirlo con la compiacenza e benevolenza, vive e vibranti, di chi avrebbe dovuto impedirlo.

Le sentenze di berlusconi non devono interferire con la vita politica, col cammino del bel governo dei grandi imbroglioni, dicono quelle e quelli bravi, nella politica come nel giornalismo: quanto ancora dovranno prenderci in giro con questa menzogna? le sentenze di berlusconi, i comportamenti di berlusconi, i reati di berlusconi, l’immoralità amorale e indecente di berlusconi diventano politica nel momento in cui si permette a berlusconi di far diventare tutto questo arma di ricatto politico. 

Di essere se stesso quel ricatto avendo consentito, prolungando oltremodo e contro il benché minimo senso dello stato la presenza dell’abusivo impostore fuorilegge in parlamento.

Un ricatto al quale lo stato si è piegato e si piega concedendo a berlusconi quello che sarebbe impossibile chiedere e pretendere ma anche e solo immaginare di farlo, per qualsiasi altro cittadino.

In nessun paese un appena condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile viene ricevuto, e  su invito di entrambi,  dal capo del governo e da quello dello  stato, e in nessun paese un condannato in ultimo grado, quello definitivo, può andare in tv a reti unificate a dichiararsi un innocente perseguitato dai giudici comunisti.

 E la tragedia nella tragedia è che ci sia ancora  gente che non si accorge nemmeno che da vent’anni usa lo stesso linguaggio, le stesse parole, fa le stesse accuse e si difende dalle stesse accuse.
Un déjà vu vivente che non si può più sopportare, non se ne sopporta il nome, la faccia, la voce ma che può continuare a invaderci la vita perché nessuno ha il coraggio di fermarlo, di dirgli che è scaduto il tempo: il suo. 

La litania del berlusconi che andava – va – andrebbe sconfitto politicamente la ripetono da anni tutti e solo quelli che non ne hanno mai avuto la benché minima intenzione.
Una politica gobba e sottoposta ai voleri del papi padrone quanto un’informazione serva: quella alla polito ad esempio, che intravvede il colpo per lo stato nell’applicazione della legge e non nel suo contrario. Ovvero aver fatto il tutto e l’oltre per non averla applicata prima e non aver fatto nulla prima per il conflitto d’interessi in cui finalmente è caduto anche il suo proprietario, e per evitare la mole gigantesca di leggi ad personam di cui si è potuto avvalere berlusconi dopo essersele fatte fare e aver trovato un parlamento che le ha rese operative.

Diverso è invece trasformare in una questione politica i reati di berlusconi, ma se un politico commettesse un omicidio chi se ne deve occupare: la legge, gli elettori che hanno votato quello che poi è diventato un assassino o la politica? perché è la stessa cosa.

Un reato è un reato, poche storie, e quelli di berlusconi sono reati pesantissimi, non consistono nel furto del portafoglio sul metrò o del pezzo di formaggio al supermercato compiuti da chi non sa come arrivare al giorno dopo, e lo stato non può continuare a tutelare chi come berlusconi ha scelto di vivere e agire oltre la legge pensando che questo gli sia dovuto.

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Giusto ieri mi stavo chiedendo come si sentissero i Pigì Battista, i Polito,  il senatore Scalfari e tutto il corazzierume scelto che ha sostenuto con la forza della nuda lingua il bel governo dei larghi imbrogli, qui di seguito Travaglio mi rassicura sullo stato di salute del solito giornalismo embedded, stazionario come al solito: un sussulto manco a parlarne.

La dignità è una cosa seria che possono avere a cuore solo le persone serie.

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Poveretti, come s’offrono
Marco Travaglio, 3 agosto

Dopo la lunga veglia funebre nella Camera ardente e nel Senato al dente, dopo la processione a Palazzo Grazioli dei vedovi e delle vedove inconsolabili immortalati in una foto tipo Quarto Stato anzi Quinto Braccio, dopo il monitino sfuso di Sua Maestà re Giorgio I opportunamente villeggiante in Val Fiscalina (si trattava pur sempre di frode fiscale), dopo il coro di prefiche e il torneo di rosari allestiti nella cripta di Porta a Porta da un Bruno Vespa in gramaglie prossimo all’accascio, dopo la faticosa ricomposizione della salma imbalsamata in una colata di fard e cerone modello Raccordo Anulare per il videomessaggio serotino a reti unificate con smorfiette di finta commozione, sono finalmente usciti i giornali del mattino. Da leggersi rigorosamente con i guanti, per non macchiarsi le mani di un ributtante impasto di lacrime, salive e altri liquidi organici. 

Il Polito nella piaga. Estratto a sorte da un bussolotto che comprendeva anche i nomi di Ostellino, Galli della Loggia, Panebianco e Pigi Battista (quest’ultimo ammutolito dal giorno della condanna di Del Turco), Antonio Polito ha vinto l’editoriale sul Pompiere della Sera. 

Avrebbe potuto cavarsela con una sola riga: “Ragazzi, non ci ho mai capito un cazzo. Scusatemi, ora mi ritiro in convento a leggermi i pezzi di Ferrarella, che almeno sa le cose”. Invece, impermeabile ai fatti e perfino al ridicolo, ha partorito tre colonne di piombo all’interno per ricicciare la solita lagna sulle “due troppo forti minoranze che si sono aspramente fronteggiate in questo ventennio”, cioè i berlusconiani e gli antiberlusconiani, che secondo lui sarebbero uguali e avrebbero addirittura impedito all’Italia di “riformarsi”: e pazienza se i berlusconiani han sempre difeso un delinquente e gli antiberlusconiani han sempre detto ciò che l’altroieri la Cassazione ha confermato. El Drito dimentica i berlusconiani mascherati e nascosti nella cosiddetta sinistra “riformista” che han sempre fatto finta di nulla e sponsorizzato ogni inciucio, e ora si meravigliano se la condanna del delinquente (naturalmente frutto dell'”accanimento degli inquirenti”) ha un'”influenza sul governo”. 

Poi dipinge un paese immaginario, dove la maggioranza degli italiani tifa per il governo Letta che ci sta facendo “tornare con la testa fuori dall’acqua” ed è terrorizzata dal “nuovo attacco del partito giustizialista”. Il finale è una lezione di “separazione dei poteri”: che a suo avviso non significa difendere l’indipendenza della magistratura dagli assalti della politica, ma prendere la sentenza che dichiara B. frodatore fiscale e metterla in un cassetto, onde evitare il terribile rischio di “una crisi di governo”. Lui dice “tracciare una linea nella sabbia”, ma vuol dire mettere la testa sotto la sabbia. Che del resto è lo sport preferito di tutti i Politi d’Italia. Tipo il pompierino in seconda Massimo Franco, che ci spiega come “la sentenza della Cassazione regali a Berlusconi un ultimo, involontario aiuto”. Ma certo, come no: gli han fatto un favore da niente. Se lo gusterà tutto dagli arresti domiciliari. 

Ah, dimenticavo: il pezzo di Polito s’intitola “Siate seri, tutti”. Lo dice lui, a noi.
Fiat voluntas Napo. Anche sulla Stampa impazzano i manutentori del governo Napoletta. Mario Calabresi teme che “a pagare il conto della condanna di Berlusconi” sia “il Paese”: forse dimentica che il conto delle frodi fiscali di Berlusconi l’han già saldato con gli interessi quei fessi di italiani che pagano le tasse. Ma per Calabresi il problema non è un governo sostenuto da un pregiudicato, bensì che Letta possa arrivare incolume “al semestre di presidenza italiana della Ue che inizierà il 1° luglio dell’anno prossimo”: quella sarà la nostra “unica salvezza”, e anche un discreto figurone, visto che potremo finalmente esibire in tutto il mondo un governo appoggiato da un monumentale evasore fiscale.