La logica del mercato [tanto, paga lo sponsor, no?]

Tre milioni e seicentomila euro, quasi otto miliardi l’anno, 9800 euro al giorno, ovvero quasi venti milioni di ex lire per Antonio Conte, dopato da calciatore, corrotto da allenatore dunque promosso a pieno titolo Commissario tecnico della Nazionale. Poi magari andiamo a prendercela con l’extracomunitario che vende monnezza per mangiare o col poveraccio che si fa un secondo lavoro in nero per mantenere lo stretto necessario alla famiglia. Sono loro il fastidio, i nemici coi quali essere inflessibili, rigorosi, non questi parassiti che non dicono mai “no, grazie, mi basta anche la metà”. Che sarebbe troppo anche quella.
La regola del mercato in questo paese e nel mondo è che ci deve essere chi ha tutto: un piccolo esercito di mantenuti coi soldi di chi se li guadagna col sudore, la fatica perché gli, le viene concesso dai padroni, quelli che comandano il mondo e chi niente perché, evidentemente, non l’ha meritato, non ha i giusti requisiti, ecco. 

“I soldi dello sponsor” non sono somme in denaro messe a disposizione da qualche filantropo che usa le sue risorse per finanziare progetti di interesse comune.
“I soldi dello sponsor” sono la cifra con cui vengono caricati i prezzi rispetto al reale valore commerciale del venduto affinché si possano ricavare poi guadagni maggiorati con cui “lo sponsor” – che non è un’entità astratta ma ha nomi e cognomi – pagherà chi farà da testimonial ai suoi prodotti. Quando si compra il pallone, la tuta, l’accappatoio col marchio della squadra del cuore quei soldi non vanno poi a coprire solo le spese vive della merce e consentire il giusto guadagno a chi li produce e li vende ma vanno a finanziare anche tutto il business che ruota attorno alle società sportive, compresi i compensi milionari dell’ultimo anello della catena, ovvero i calciatori dei club.
Questa leggenda popolare che tanto, siccome paga lo sponsor allora a noi cittadini non costerà nulla un allenatore che andrà a guadagnare venti milioni delle vecchie lire al giorno è la stessa con cui per anni la gggente si è fatta infinocchiare rispetto alle tv di berlusconi che, perché non fa pagare il canone, la tassa, allora è bravo e magnanimo e sta lì ad offrire gratuitamente un servizio.
Mentre quando noi andiamo a comprare il bagnoschiuma, la pasta, i biscotti, i pannolini per il pupo, tutto ciò che vediamo passare nelle pause pubblicitarie paghiamo tasse a ripetizione, perché quegli oggetti, prodotti, cose da mangiare potrebbero costare tranquillamente la metà di quel che vengono pagate per consentire a berlusconi di guadagnare dei soldi, molti soldi e comprare le porcherie che verranno trasmesse poi dalle sue televisioni.
La logica del mercato è anche questa: far pagare la tassa occulta anche a chi non guarda le tv di berlusconi e le partite della Nazionale.

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I bei discorsi sull’ordine, la legalità applicati al quotidiano perdono qualsiasi significato in un paese e generalmente nel mondo dove ai pochi è concesso tutto e ai molti il quasi niente o il niente e basta.
 Chi pretende che si rispettino ordine e regole deve essere migliore di quelli a cui chiede di farlo.
Ecco perché so, l’ho imparato, che non posso individuare nel mio nemico chi si aggrappa ogni giorno ad una non vita, fatta di stenti, rifiuti, emarginazione, offese quotidiane,  il nemico  devo andare a cercarlo altrove, lì dove sono quelli che sulle disparità economiche, sociali guadagnano consenso e potere. Non si può cadere nel tranello di chi ha tutto l’interesse che la guerra fra poveri diventi sempre più violenta.
Fra l’ambulante che vende la merce illegale e alfano che è potuto diventare niente meno che ministro dell’interno di questo paese sciagurato grazie ad un intero sistema che ha fatto dell’illegalità le sue fondamenta, su quelle è cresciuto diventando sempre più resistente e refrattario a qualsiasi forma di onestà civile potendo contare sull’appoggio e sul sostegno di chi, grazie all’illegalità di stato non si arricchisce solo economicamente ma contribuisce all’estensione di quel potere malato, quello che crea la disparità e la povertà il mio nemico resta alfano e tutta la compagnia di giro che nel tempo ha legittimato quel sistema che non è nato con berlusconi ma è soprattutto grazie a lui e ai suoi sodali, anche ai servi sciocchi come alfano che ha inquinato, avvelenato e demolito anche l’idea di Italia paese normale e civile.

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Ad occhio, anche le nomine di Tavecchio alla FIGC e di Conte, scelto da Tavecchio, quale nuovo allenatore della Nazionale di calcio entrano a pieno titolo nel processo riformatore di Renzi, quello concordato col noto delinquente.
L’unica solida realtà di questo paese è che i vari poteri non deludono mai, si muovono, agiscono, operano sempre nel loro recinto di scorrettezze e illegalità. Senza un avviso di garanzia, una condanna – anche definitiva come quella di berlusconi – in questo paese è impossibile ambire al posto, al ruolo che conta. Avere voce in capitolo negli affari che poi sono di tutti, che riguardino la politica o altri settori “di questa zozza società” non fa nessuna differenza.
Agli onesti e incensurati non si offrono chances, i signori e padroni del calcio fra Albertini e il cinque volte condannato Tavecchio non hanno avuto alcun dubbio su chi scegliere per rappresentare il calcio in Italia e nel mondo.
E, a parità di esperienza ma non di comportamenti, qualcuno onesto e che non abbia avuto procedimenti penali c’è rimasto anche nel calcio, Tavecchio non ha avuto nessun dubbio su chi doveva ricevere l’eredità del sopravvalutato Prandelli.
Così come Renzi e i signori e padroni della politica non hanno avuto nessun dubbio sul fatto che un delinquente condannato alla galera potesse avere lo stesso i giusti requisiti per poter mettere mano a leggi e riforme costituzionali.
Ai piani alti del potere se non sono delinquenti, un po’ o un po’ tanto, non ce li vogliono: l’onestà e la correttezza non sono evidentemente la “conditio sine qua non” come invece dovrebbe essere, come è nei paesi solo semplicemente normali.

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Firme e schiforme – Marco Travaglio

Un mese fa il Fatto lanciava la petizione “Contro i ladri di democrazia e il Parlamento dei nominati, per riforme che facciano contare i cittadini”. In trenta giorni abbiamo già raccolto le firme di quasi 230mila cittadini, molti più della somma dei nostri lettori e abbonati, circa un quarto dei visitatori del nostro sito. Ma ci piace pensare che l’appello, girando in modo virale in Rete, abbia attirato l’attenzione di tanti italiani che abitualmente non ci leggevano. Magari perché si erano bevuti le leggende nere sul giornale fazioso, distruttivo, berlusconidipendente, mai contento, disfattista, organo delle procure o dei comunisti o dei grillini, bollettino dei gufi e altre amenità. In realtà non ci siamo limitati a indicare in dieci punti i principali pericoli contenuti nel combinato disposto delle schiforme di Senato & Italicum: abbiamo anche formulato una serie di proposte costruttive, con l’aiuto di alcuni fra i migliori giuristi e costituzionalisti italiani, per cambiare qualche legge e articolo della Costituzione, ma nel senso opposto a quello del Patto del Nazareno: cioè per fare dell’Italia una democrazia più orizzontale e più partecipata, convinti come siamo che la crisi drammatica che continuiamo a vivere si possa superare soltanto coinvolgendo maggiormente i cittadini nella vita pubblica, e non tenendoli fuori dalla porta delle segrete stanze per lasciardecidere i soliti noti, ma soprattutto ignoti.  

Finora, purtroppo, è stata quest’ultima la strada imboccata da Renzi e dal suo compare pregiudicato (e, prima di loro, da Monti e da Letta jr., sempre in società con B.), con i risultati che tutti stiamo vedendo. È la strada indicata dal famigerato rapporto 2013 di JP Morgan (la banca d’affari additata dallo stesso governo americano fra i principali colpevoli della bolla dei supbrime che scatenò la crisi finanziaria): quello che consigliava ai governi del Sud Europa di superare la crisi liberandosi delle loro “Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo”, ritenute “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”: cioè troppo democratiche, a causa della presunta “influenza delle idee socialiste” che avrebbe prodotto “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori…; e la licenza di protestare” che avrebbe favorito la “crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.   La ricetta JP Morgan non è solo pornografica-mente autoritaria, ma ha anche dimostrato e continua a dimostrarsi fallimentare. Eppure è quella seguita dagli ultimi quattro governi italiani. Che aspetta Renzi a fare davvero il rottamatore, ribaltando quell’agenda e ingranando la retromarcia? Anziché andare a Canossa, anzi al Quirinale e a Città della Pieve, a prender ordini da nonno Napolitano & zio Draghi, salvo poi fare il ganassa a colpi di “Bruxelles chi?”, il premier dovrebbe dire finalmente la verità agli italiani. Che non è quella dei complottisti sempre pronti a dare all’Europa delle banche e della Merkel la colpa di tutti i nostri mali: con tutti i trattati che abbiamo firmato (anche al buio), tutto possiamo fare fuorché indignarci se la Bce ci chiede di cedere altri brandelli di sovranità. Soprattutto se abbiamo promesso di ridurre il debito pubblico e poi scopriamo che, solo nei primi sei mesi di quest’anno, l’abbiamo lasciato galoppare (insieme alla spesa pubblica incontrollata) di altri 10 miliardi fino al record del 134% del Pil. Che si debbano rastrellare decine di miliardi per rispettare gl’impegni, è fuor di dubbio. Compito della politica, per quel poco di sovranità che ci rimane, è decidere chi paga. E qui non si scappa: quei soldi si possono prelevare dalle solite tasche dei lavoratori, pensionati e imprenditori onesti che pagano le tasse e i contributi; oppure da quelle dei ladri, che vivono sulle spalle degli altri rapinandoli con un’arma più insidiosa e anche più vile della pistola: l’evasione.

Finora si è scelta l’opzione A. Ora, tanto per cambiare un po’, si potrebbe tentare con la B. Se Renzi, anziché perder tempo con le schiforme che non fregano niente a nessuno (basta ripristinare il Mattarellum: la maggioranza in Parlamento ci sarebbe, con i 5Stelle) o col solito articolo 18, si presenterà agl’italiani rivelando finalmente le ragioni e l’ammontare della prossima stangata, troverà tanti cittadini disponibili a partecipare. Purché i sacrifici siano davvero distribuiti con equità: lotta senza quartiere all’evasione, alla corruzione e ai patrimoni mafiosi, recuperando i miliardi che occorrono non per regalare spiccioli a pioggia (come fece Letta abolendo per un anno l’Imu sulla prima casa per un anno e come ha fatto Renzi con gli 80 euro), ma per iniziare a ridurre seriamente le imposte a chi le paga. E chi non le paga, in galera. Il che, è ovvio, significherebbe archiviare la stagione delle schiforme, stracciare il papello occulto del Nazareno e sostituirlo con un patto trasparente con tutti gl’italiani di buona volontà.   La conta è già cominciata: le nostre 230 mila firme non saranno granché, ma sono sempre più numerose del duo Renzi-Berlusconi, magari con l’aggiunta del suo ultimo fan Bono Vox (grande cantante, per carità, ma guardacaso dal 2006 domiciliato con tutto il patrimonio degli U2 nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi…).

Il presidente super partes, sì, ve piacerebbe [delle italiche miserie]

IL PATTO CON RE GIORGIO? “AVEVA PROMESSO L’INDULGENZA MOTU PROPRIO” (Fabrizio d’Esposito): questo è l’articolo che ha fatto inquietare tanto SM Giorgio Alla Seconda. 

UN PATTO CON SILVIO? PER IL COLLE NON C’È: “PANZANA ASSURDA” 

“IL COLLE HA FALLITO: LA VERA PANZANA E’ LA PACIFICAZIONE” 

Sottotitolo: sallusti onnipresente ovunque ha tragicamente rotto il cazzo. Uno che scrive e fa scrivere certe porcherie, anche su Napolitano che però coi giornali del pregiudicato delinquente non se la prende mai e chissà perché, un diffamatore seriale graziato proprio da Napolitano, dovrebbe essere emarginato, evitato anche dai vicini di casa, altroché invitato tutti i giorni in televisione. Floris, come Fabio Fazio, i suoi puttan tour li può organizzare se vuole in forma privata, non alla Rai, servizio pubblico pagato coi soldi di tutti.

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Panzane

Era una panzana anche la grazia al condannato per frode? Che significato dare alle parole “senza toccare la legittimità della sentenza, possono motivare un eventuale atto di clemenza”.

E una panzana anche legare assieme il voto del senato sulla decadenza e l’amnistia e la riforma della giustizia?

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Ma come si permette il presidente della repubblica di dare giudizi suoi personali sulla qualità delle notizie che dà un quotidiano?

Giudicare se Il Fatto Quotidiano scriva o meno panzane non spetta a Napolitano, in nessun paese normale un capo dello stato critica apertamente, con un comunicato ufficiale della presidenza della repubblica, la veridicità delle notizie che lo riguardano.

La santanché gli dà del traditore in diretta tv e lui se la prende coi giornalisti del Fatto? andiamo bene.

Le due spedizioni eversive di mezzo governo ai tribunali di Milano e Brescia per le quali Napolitano non ha speso mezza parola sono panzane?
L’ordine ai Magistrati di concedere la possibilità di partecipare alla “delicata fase politica” ad un condannato in primo grado a sette anni per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, sono panzane?
La richiesta di una riforma della giustizia, il discorso alle camere circa le condizione disumana delle carceri, che non lo è da una settimana, sei mesi o tre anni ma da sempre, dopo la condanna di b, sono panzane?
Gli appelli circa gli impellenti bisogni in materia di giustizia: amnistia, indulto, decreti svuota carceri, sono panzane?
Il colloquio avvenuto, sempre dopo la condanna di b, in forma privatissima con Confalonieri, presidente mediaset sono panzane? A che titolo Napolitano ha ricevuto Confalonieri, cosa si sono detti? in quel caso nessun comunicato ufficiale dalle quirinalesche stanze?
I continui attacchi del pdl, dello stesso berlusconi nel famoso videomessaggio registrato da pregiudicato contro la Magistratura e il silenzio di Napolitano, capo del CSM , sono panzane?
Napolitano che bacchetta i giudici invitandoli ad un maggior senso della misura dopo il discorso eversivo contro lo stato di berlusconi mandato in video, una cosa che non potrebbe succedere in nessun paese, sono panzane?

 Nel paese culla del conflitto di interessi, dove a un disonesto imprenditore, guarda caso proprietario di media, giornali, televisioni, fra le altre una casa editrice rubata, è stato permesso dalla politica di occupare il parlamento e farlo occupare dai suoi scherani a libro paga, un paese sempre fanalino di coda di tutte le classifiche internazionali circa la cultura e la libera informazione proprio in virtù di aver concesso la scalata politica ad uno che non ne avrebbe avuto il diritto per legge proprio per il suo mestiere – nei paesi normali il controllato non fa il controllore – ci mancava un presidente della repubblica che inveisce spazientito contro uno dei pochi giornali che ha dato sempre le notizie. 
Che è nato proprio per colmare un vuoto, per riabituare la gente al fatto che le notizie, tutte le notizie, si devono e si possono dare anche se qualche “eccellenza” poi si turba e si sturba.

E naturalmente la stampa quella cosiddetta indipendente, quella bella di Repubblica, il cui fondatore è un amico personale di Napolitano, quella del Corriere, dei buongiorni di Gramellini su La Stampa  e delle amache di Serra si guarda bene dal far notare la macroscopica invadenza di Napolitano in ambiti in cui non dovrebbe mettere bocca.

Un presidente della repubblica serio non si mette a battibeccare a distanza con un quotidiano col fine di intimidire, di dare un segnale, di pretendere il silenzio sui fatti che lo vedono protagonista, il primo attore di una sceneggiata indecente e cioè quella che riguarda la condanna di silvio berlusconi, una sentenza che proprio non si deve applicare, evidentemente. 

Nei paesi normali i quotidiani scrivono tutto a proposito di chiunque senza il permesso di nessuno. Se l’Italia è al 57esimo posto nel mondo per libertá di stampa e informazione non è colpa di Travaglio, Gomez e Padellaro ma degli autorevoli ballisti di regime, quelli cosiddetti moderati, non divisivi che si sperticano per sostenere ogni porcheria voluta, ordinata e imposta da questo nuovo re d’Italia che Napolitano non lo disturbano mai.

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Le larghe fraintese
Marco Travaglio, 23 ottobre

Il presidente della Repubblica è molto nervoso, eppure non ne avrebbe davvero di che. Dopo sette anni e mezzo trascorsi a impartire ordini e moniti a tutti, dal Parlamento ai governi, dai premier ai ministri, dai partiti di maggioranza a quelli di opposizione, dai magistrati al Csm, dalle tv ai giornali, dai sindacati agli elettori, dagli storici ai giuristi, dai movimenti di piazza persino a qualche produttore e regista di film, ha trasformato l’Italia in una monarchia assoluta dove non muove foglia che Lui non voglia. Ogni critica, anche la più timida e pallida, diventa vilipendio e lesa maestà, infatti quasi nessuno ne azzarda più. La libera stampa (si fa per dire) è letteralmente sdraiata a zerbino, commentatori e giureconsulti e intellettuali si consumano le ginocchia e sfiniscono le ghiandole salivari con peana imbarazzanti per magnificare e giustificare ogni stranezza del Re Bizzoso. Ma, come il Divo Giulio Cesare nei fumetti di Asterix , sopravvive un piccolo villaggio che non si arrende al pensiero unico e continua a giudicare Napolitano come se fosse soltanto il presidente di una Repubblica democratica e parlamentare, sprovvisto di divina investitura e di sacra infallibilità, dunque criticabile quando sbaglia, come accade a ogni essere umano imperfetto e fallace. È l’esistenza di questo villaggio che, al Divo Giorgio Cesare, fa saltare quasi ogni giorno la mosca al naso. Spingendolo, anche a causa dei cattivi e mediocri consiglieri che lo circondano, a gesti inconsulti come quello di ieri. “Solo il Fatto Quotidiano – ha comunicato il suo incauto ufficio stampa – crede alle ridicole panzane come quella del ‘patto tradito’ dal Presidente Napolitano. La posizione del Presidente in materia di provvedimenti di clemenza è stata a suo tempo espressa con la massima chiarezza e precisione nella dichiarazione del 13 agosto scorso”. Sorvoliamo per carità di patria sull’autoelogio per la “massima chiarezza e precisione” dei suoi moniti, che un presidente dall’ego un po’ meno smisurato lascerebbe ad altri, evitando di autorecensirsi. E cerchiamo di spiegare quel che è accaduto. Ieri, sul Fatto , Fabrizio d’Esposito ha raccontato che i falchi del Pdl sono tornati alla carica per spingere B. alla crisi di governo in quanto convinti che B. sia stato ingannato dal capo dello Stato con la promessa di un salvacondotto per i suoi processi che poi non si è avverata. I giornalisti politici questo fanno di mestiere: ascoltano tutte le voci dei politici e poi le riferiscono ai lettori, per spiegare quel che accade nel mondo politico. Non tutto ciò che dicono i politici può essere verificato, specie in Italia dove gli accordi – tipo quello che a fine aprile originò il governo di larghe intese – vengono stretti nelle segrete stanze, lontano da occhi e orecchi indiscreti (in Germania le larghe intese vengono concordate da Cdu ed Spd in lunghe trattative che si concludono con protocolli regolarmente sottoscritti ed esplicitati agli elettori alla luce del sole). Capita però che qualche protagonista, ogni tanto, racconti ciò che sa o dice di sapere di quegli accordi segreti. Ed è dovere della libera stampa prenderne atto e riferirne all’opinione pubblica, senza per questo sposare o credere a ciò che viene detto. Specie quando si tratta di fatti almeno verosimili: quando Libero ipotizzò la grazia a B., Napolitano s’infuriò; poi però, 13 giorni dopo la sua condanna, diramò una nota con il bugiardino, la posologia e le istruzioni per l’uso della grazia a B. E da quando B. è stato condannato in Cassazione, non passa giorno senza che i giornali, tutti i giornali, raccontino della rabbia di B. e dei suoi fedelissimi contro Napolitano per il mancato salvacondotto. E mai il Quirinale si era permesso di smentirli, perché riferivano un fatto vero: non che Napolitano avesse davvero promesso il salvacondotto, ma che B. & C. se lo aspettassero e ancora se lo aspettino. Il 1° ottobre, nell’annunciare la sfiducia al governo Letta prima della retromarcia in extremis, B. inviava una lettera al settimanale Tempi per accusare Letta jr. e Napolitano di “distruggere la loro credibilità” e “affidabilità” e di “minare le basi della democrazia parlamentare” perché rifiutavano di “garantire l’agibilità politica al proprio fondamentale partner di governo” e consentivano “il suo assassinio politico per via giudiziaria?”. E il 26 agosto vari giornali rivelavano che B. minacciava di rivelare ”tutte le promesse che Napolitano mi ha fatto quando abbiamo acconsentito a far nascere il governo Letta”. I giornali, tutti i giornali, riportarono quelle parole senza che il Colle li accusasse di credere alle “ridicole panzane come quella del ‘patto tradito’ dal Presidente Napolitano”. E fece bene, perché semmai avrebbe dovuto smentire B., non chi aveva riportato le sue parole sull’inaffidabilità del presidente e del premier che l’avevano tradito. Stavolta, come spesso gli accade con le cronache del Fatto e non con quelle di altri giornali che scrivono le stesse cose, Napolitano l’ha fatto. Evidentemente ci legge con particolare attenzione e passione, o forse dà per scontato che gli altri giornali credano alle panzane ma non si dà pace che lo facciamo proprio noi. Ringraziandolo per la considerazione, ci permettiamo però di fargli notare che ha sbagliato indirizzo. Se vuole smentire i falchi del Pdl, si rivolga ai falchi del Pdl. E se un giorno, non sia mai, volesse smentire B. che l’ha appena fatto rieleggere e sostiene il suo governo (pardon, il governo di Letta jr.), dovrebbe smentire B. Quanto a noi, è vero: ogni tanto crediamo a ridicole panzane. Pensi, Presidente, che ci eravamo persino bevuti quella della sua irriducibile indisponibilità alla rielezione. Per dire.

Di patti, patteggiamenti e cose così

ECCO PERCHE’ L’AMNISTIA AIUTERA’ BERLUSCONI (Antonella Mascali)

E SPUNTA UNA NORMA SALVA-SILVIO NEL DECRETO SULLE CARCERI (Bei-Milella)

Però continuano a dirci che “inciucio” è una brutta parola, che non si deve dire, che non è vero che il governo Letta serve solo per traghettare berlusconi verso l’impunità eterna.

Non sparirebbe solo la galera a cui non credeva nessuno, visto che a berlusconi sono state date  tutte le garanzie affinché non la dovesse mai rischiare ma verrebbe eliminata anche l’interdizione, che è l’ultima e unica speranza per liberare la scena politica da silvio berlusconi.
E qualcuno, tipo l’ottimo professor Prospero, questo lo chiama compromesso e negoziazione.
VERGOGNA.

Sottotitolo: il centro destra che chiede le dimissioni di Josefa Idem dovrebbe solo stare zitto visti i precedenti penali che si porta dentro travestiti da onorevoli e senatori, certe richieste e critiche le può fare solo chi dimostra coi fatti di essere migliore: un comune cittadino non può dimenticarsi di pagare le tasse perché lo stato glielo ricorderebbe dopo cinque minuti e coi modi che sappiamo, a differenza di come quello stesso stato si comporta  nei confronti dei suoi rappresentanti politici ed istituzionali.

 

Josefa Idem prima di diventare ministro è stata un’atleta, quindi dovrebbe conoscere il significato e il valore della parola lealtà applicata, non chiacchierata, e in ogni caso, quelle che per molti sono inezie, cose da niente [al confronto di…chi se ne frega, siccome c’è berlusconi che ha fatto tutto stravolgendo perfino i termini di paragone non è che si deve tollerare per forza chi si accontenta di poco], ad un cittadino comune sarebbero costate un trattamento molto diverso e forse pure il marchio di disonestà.

Quattro anni di tasse non pagate non mi sembrano una semplice dimenticanza: somigliano molto di più ad una reiterazione di un reato, in altri paesi i ministri si dimettono perché “si dimenticano” di pagare i contributi alle tate dei figli,  il canone della tv pubblica, o semplicemente perché hanno copiato una tesi di laurea da internet, per dire. Ma il ministro ha già fatto sapere che non prenderà nemmeno in considerazione l’ipotesi delle dimissioni perché il governo Letta le ha assicurato il suo sostegno, dunque Josefa  Idem, ministro di questo bel governo del largo inciucio e quindi intoccabile in nome della pacificazione nazionale pagherà la mora e amici come prima.

 In molti ci dicono che non sono tutti uguali ed è perfino vero nonostante tutto, ma il problema è che non trovano mai il modo giusto per dimostrarlo.
A volte non lo cercano nemmeno.

 

Irregolarità Imu, Letta: “Mi fido di Idem”

La procura pronta ad attivarsi sul caso

 

IL SINDACO DI RAVENNA: “ORA IL MINISTRO DEVE FARE CHIAREZZA”
I VICINI: “SPERIAMO SIA FALSO. CON QUELLO CHE PAGHIAMO NOI” 

IL MISTERO DI QUELLA PALESTRA DENTRO CASA

I BERLUSCONES AVVERTONO IL COLLE: “MANTIENI I PATTI”

“Non ha rispettato il patto”. Il Pdl contro Napolitano

Dopo la sentenza della Consulta sul caso Mediaset, i fedelissimi di B. minacciano il Colle, rammentandogli i presunti “accordi” e andando all’incasso in vista del vero salvacondotto: prescrizione in Cassazione o amnistia. [Il Fatto Quotidiano]

Processo Mediaset: no della Consulta tra pressioni e minacce

Il vigliacco sperava nell’ennesimo aiutino dall’alto coi soliti mezzucci, ovvero le solite bacchettate alla Magistratura “protagonista” e che non permette al diversamente statista di potersi occupare del paese e cioè dei cazzi suoi.

Ma stavolta gli è andata male, forse qualcuno inizia a capire che fare figure di merda pro domo berlusconi non è proprio il massimo del prestigio professionale, e non dovrebbe esserlo nemmeno di quello personale.

 Ogni riferimento al garante della Costituzione non è casuale ma voluto e intenzionale, non si capisce infatti perché il presidente della repubblica avrebbe dovuto intercedere per lui. L’hanno già fatto santo Napolitano, da vivo?  berlusconi anche stavolta avrebbe voluto la buona parola del capo dello stato che si traduce automaticamente in quella cattiva per i giudici, evidentemente è una richiesta possibile, mentre invece non dovrebbe essere così.

E il bello è che Letta, Epifani  si vantano pure della tenuta del governo.

Ci tengono a dire che le questioni che riguardano berlusconi, i suoi processi e le sue condanne non avranno nessuna ricaduta sulla stabilità del bel governo targato Napolitano.

E,  di grazia, cos’è che secondo gli esimi Letta ed Epifani dovrebbe avere conseguenze sulla tenuta del governo? il lancio dell’atomica su piazza san Pietro potrebbe bastare?
Chiedo, per curiosità.

Se questo fosse un paese normale Napolitano avrebbe trascorso l’intera giornata di ieri a raccogliere e firmare le dimissioni di tutti.

Nessuno vorrebbe avere niente a che fare con un delinquente patentato [per sentenza] che prima dà la parola e poi se la rimangia inventandosi il consiglio dei ministri per non andare in tribunale.
Loro sì, però, tutti uniti in nome della necessarietà [e di che genere non s’è ancora capito, a parte il dare altro respiro al fuori legge conclamato, come se fin’ora non avessero fatto la stessa cosa] e della pacificazione nazionale sono ancora lì a vantarsi della tenuta di questo bellissimo governo di cui al massimo gli italiani dovrebbero solo vergognarsi.

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Nota a margine: la cosa insopportabile è che ancora lo chiamano cavaliere.
Se la nomina di cavaliere della repubblica, ovvero persona che onora il paese e non lo infama come ha fatto e fa lui non gliela toglie il responsabile della repubblica potrebbe intanto togliergliela la stampa, evitando di citarlo come cavaliere e financo con la maiuscola.
Non se ne può più di sentirlo definire così.

A Tanzi la nomina fu revocata prima del terzo appello, quindi prima della condanna formale e definitiva, che altro deve fare berlusconi perché si smetta – ALMENO –  di chiamarlo cavaliere, strangolare gattini appena nati in diretta tv?

Stonatura? Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Allora io avrei passato diverse ore con i crampi allo stomaco. E proprio quando mi erano passati vado mica a leggere, con varie sfumature di grigio ma praticamente dovunque, che Berlusconi è imbestialito perché  l’accordo con il Quirinale si è trasformato in una truffa.

Secondo Berlusconi, Napolitano gli avrebbe tirato il pacco. Lui parlava di pacificazione ed intendeva i processi e la Consulta, l’altro annuiva e pensava allo spread e all’Europa. Lui metteva sul piatto l’appoggio al governo e si immaginava che l’altro mettesse una buona parola coi giudici comunisti della Corte Costituzionale. Lui si è alzato convinto. L’altro gli ha fatto ciao con la manina. Insomma non proprio la trattativa Stato mafia, ma certo una trattativa con uno che la Corte medesima ha appena dichiarato che convocava i consigli dei ministri come gli altri si fabbricano gli alibi.

E sono ancora qui ad aspettare un nota viva e vibrante che destituisca di ogni fondamento le ricostruzioni di stampa, sul genere di quella che si beccarono il Fatto e Barbara Spinelli a proposito del governo a tempo.