Il razzismo non è un’opinione

Ho  pensato anch’io come hanno fatto in tanti che la nomina di ministro della signora Kyenge fosse una mera operazione di marketing.

Nel bel governo del largo inciucio, quello della pacificazione nazionale una “nota di colore” ci stava bene e ce l’hanno messa. Come se bastasse questo ad eliminare la subcultura di questo paese fatta soprattutto di  discriminazioni e razzismo. 

Questo però non c’entra nulla col rispetto che si deve alle persone, quale che sia il loro colore della pelle, nazionalità, orientamento sessuale, religioso eccetera. 

La sciagurata razzista leghista intervistata da radio Capital ha detto  di aver scritto quella frase al ministro in un impeto di rabbia e che in fondo lei è più buona del pane.

Come se fosse normale nei momenti di rabbia incitare allo stupro.

Rabbia verso chi? perché se l’è presa col ministro che con lo stupro avvenuto e che solo un cervello bacato poteva mettere in relazione con la sua persona non c’entra niente?

Con chi ce l’aveva se non con il ministro perché è nera?

Il sito dove è stata ripresa la notizia dello stupro a cui poi l’ex consigliera ha associato l'”augurio” al ministro è un sito razzista messo su per far credere che gli extracomunitari delinquono più degli italiani, dove si fanno le peggiori apologie e che se questo fosse un paese normale la polizia postale avrebbe già sigillato e denunciato i proprietari.

Il problema come sempre risiede in tutta la filiera dei responsabili, basta un tassello del domino a far crollare tutto.

Bisogna mettere fuori legge il razzismo e ogni apologia, renderlo un reato sul serio, non come si è fatto per il fascismo considerato ormai poco più di una goliardata folcloristica. Ed evitare possibilmente che fascisti e razzisti possano avere delle cariche pubbliche anche importanti.
Noi ci offendiamo, ci incazziamo, rispondiamo, firmiamo gli appelli ma poi? non succede niente se non interviene lo stato.

Se i razzisti e i fascisti  fossero emarginati, se avessero meno occasioni e possibilità di diffondere le loro idiozie violente forse ce la potremmo ancora fare.

 

L’episodio della leghista razzista è solo l’ultimo in ordine di tempo che insegna quanto sia inutile la parola “scusa”.

C’è chi pensa di poter fare, dire tutto quello che vuole, nel modo che vuole, a proposito di tutto e di chiunque e di potersela cavare, dopo,  semplicemente scusandosi.

No, non funziona così.
Non può funzionare.

Nota a margine:  ministri, sottosegretari, politici in generale, chiunque si avvalga di un servizio d’ordine dello stato non potrebbero regolarsi un po’ meglio coi loro tempi?  sono sempre in ritardo, fanno fare una vita impossibile alle loro scorte e ai loro autisti salvo poi non assumersi mai nessuna responsabilità.

Tempo fa  gli autisti chiesero di poter ottenere una diversa patente di guida da usare solo per lavoro, in modo tale che in caso di infrazioni non abbiano anche di che rimetterci del loro.

Lo stato ha detto no, così se multano l’auto di servizio i punti li tolgono allo sventurato di turno. Però il ministro non fa tardi all’appuntamento.

E poi voglio dire: sono sempre in emergenza ‘sti ministri?  quando vanno all’aereoporto, al convegno, in parlamento? che urgenza può avere un ministro come Kyenge da costringere la scorta a infrangere quelle regole che la politica per prima dovrebbe rispettare come esempio? se andassi contromano io perché sto facendo tardi ad un appuntamento, magari molto più urgente e importante di quello di un ministro, che succederebbe? 

IL CORTO CIRCUITO DEL RAZZISMO [Chiara Saraceno]

Il cortocircuito operato dall’infausto augurio della leghista padovana ai danni di Cécile Kyenge è istruttivo. Impone una riflessione che non si limiti a rilevare, riducendola a fenomeno marginale e individuale, la grossolana maleducazione di una persona.

Una persona che non è in controllo né dei propri umori né delle proprie parole. Con quella frase, la signora (signora?) ha assimilato tutti i maschi neri a stupratori e tutti gli stupratori a neri. Chi chiede rispetto per i neri è quindi automaticamente complice di stupratori, tanto più se è nera essa stessa e rivendica orgogliosamente l’esserlo. Per indurla a ragionare, e per «farle abbassare le arie», l’unica è farle subire la violenza e l’umiliazione di uno stupro.

Questo corto circuito è esemplare, nella sua forma estrema, dell’atteggiamento razzista. Il diverso è sempre pericoloso e peggiore. Non conta che gli stupratori (o i ladri, o i violenti) appartengano a tutte le etnie e i colori della pelle. Non conta neppure che la maggior parte degli stupri, come dei femminicidi, avvengano per mano di un parente o conoscente. Lo straniero, il diverso da sé, tanto più se identificabile anche dal colore della pelle o da altri tratti fisici ben riconoscibili, è l’emblema di ogni pericolo e nequizia. Anche l’ultimo passaggio – l’augurio che anche Kyenge diventi vittima di uno dei “suoi” – fa parte della stessa logica. Donna e nera, e per giunta ministro: il soggetto perfetto per diventare il capro espiatorio di ogni frustrazione, l’incarnazione della vendetta contro le proprie paure.

Il fatto che sia una donna ad augurare a un’altra, sia pure vista come estranea e nemica, di essere stuprata, mostra quanto il razzismo, la costruzione dell’altro come nemico, produca una reificazione dei soggetti, di cui non si coglie né l’individualità né l’umanità e per i quali non si può provare neppure solidarietà. È un’esperienza ben nota nelle guerre, specie etniche, quando la diversità – religiosa, etnica – viene ipostatizzata al punto di cancellare la comune, sottostante umanità.

Dolores Valandro, la leghista padovana, probabilmente non sa che atteggiamenti come il suo non giustificano solo maltrattamenti e discriminazioni contro i neri (o i romeni, o qualche altro gruppo etnico-nazionale visto come pericoloso e nemico). Chi ha questi atteggiamenti spesso ha una visione delle donne (anche delle “proprie”) come esseri umani inferiori, da abusare a piacimento, anche fino al femminicidio. Quindi mettono in pericolo anche lei, sia pur “bianca” e italiana, ad opera non dei temuti “neri”, ma dei suoi simili, soprattutto ideologicamente e politicamente. Le ricerche sul razzismo, infatti, segnalano che c’è un nesso stretto tra razzismo estremo e sessismo altrettanto estremo.

Fanno bene i responsabili della Lega a prendere le distanze dalle affermazioni della propria iscritta, come fecero pochi mesi fa con Borghezio. Ma dovrebbero anche interrogarsi sul tipo di cultura che hanno lasciato crescere ed hanno spesso legittimato in tutti questi anni, con il loro linguaggio scomposto, le invettive contro gli immigrati, condite da compiaciuti vezzi celoduristi. È un lavoro di riflessione critica che peraltro ci riguarda tutti, nella misura in cui abbiamo troppo a lungo sopportato atteggiamenti linguisticamente e concettualmente violenti che, invece di contrastarlo, hanno creato un terreno favorevole a un clima relazionale e culturale pericoloso per tutti, in particolare per le donne, di ogni colore e posizione sociale. I razzisti estremi in Italia sono una minoranza, anche se rumorosa. Ma il razzismo strisciante, selettivo verso questo o quel gruppo, è molto più diffuso e non meno problematico.

Esecutori e mandanti

Preambolo: “Intitoliamo lo scalo al Duce”: bufera sul direttore Unindustria.

Questo signore vuole dedicare  l’aeroporto di Forlì a mussolini  con la motivazione che “era un grande aviatore”.  Allora bisognerebbe dedicare  anche un polo ospedaliero a mengele, in fondo,  è stato un grande medico.

Sulle ali del duce, Massimo Balzani: “Intitoliamo il Ridolfi a mussolini” – Il Resto Del Carlino

Intitolare un aeroporto al duce? Uainott?

 

Trovo che sia una splendida idea, e sulle ali di Balzani, oserei volare più in alto:

 

–          Istituto per la ricerca genetica “Mengele

–          Istituto per la ricerca sull’anoressia “Jeffrey Dahmer

–          Casa d’accoglienza per donne schiave “Renato Bilancia

–          Casa d’accoglienza per bambini abusati “ Don Davide Mordino pedofilo

–          Associazione anti racket “Al Capone

–          Associazione difesa consumatori “Callisto Tanzi

–          Associazione anti usura “Calvi e Sindona

–          Istituto per la salvaguardia delle foreste “Attila

 

Volendo si potrebbe continuare, ma dopo un primo guizzo di fantasia, mi torna in mente che a volte e sufficiente la realtà.

 

Rita Pani (APOLIDE)

Sottotitolo:  nelle vere democrazie chi perde va a casa, non detta lui (o lei) le condizioni. Perdere significa anche aver assoldato una gang di delinquenti al posto di una giunta regionale. Lo stesso discorso che valeva per la polverini deve valere per formigoni, ma, evidentemente formigoni gode di una tutela maggiore visto che nessun Bagnasco è stato avvistato all’orizzonte. Nessuna eminenza più o meno grigia si è ancora espressa a proposito di quel che accade nel palazzo della regione Lombardia.

Nessun discorso moralizzatore del presidente della loro repubblica circa la gestione delinquenziale dell’ayatollah celeste della regione Lombardia. 
Dobbiamo preoccuparci di Grillo, noi.

Non so se e quando potremo tornare a votare, ma se vogliamo davvero che le cose cambino non possiamo continuare a prendercela con gli esecutori della legge ma imparare a scegliere con più attenzione i mandanti che obbligano poi gli esecutori a metterle in pratica. 
Che altro non sono che quelli che fanno le leggi. 
Perché con buona pace di chi s’incazza quando poi la gente se la prende coi politici considerandoli tutti “una razza” il crash avviene proprio e solo in parlamento, perché ci sono leggi che non cambiano se a farle sono governi di destra o di sinistra. 
Ci sono state leggi sbagliate fatte dalla destra che poi la sinistra non ha mai voluto correggere.
La mattanza di Genova fu voluta dal governo di berlusconi ma in precedenza un piccolo assaggio di sospensione della democrazia si era verificato al summit di Napoli, e lì a palazzo Chigi c’era d’alema, non berlusconi.
E non mi sembra giusto né troppo democratico  che a fare le spese di leggi sbagliate, fatte male, fatte per difendere – ma solo un po’ – per tutelare – solo un po’- per garantire – solo un po’ – e da far rispettare – ma solo un po’, dipende dal vestito che s’indossa e dal mestiere che si fa – siano poi i giudici che le applicano perché devono farlo e noi cittadini quali utenza ultima di un lavoro fatto male.

E non serve conoscere una vicenda nel dettaglio per riconoscere una schifezza da una cosa ben fatta.

Certo, non è giusto generalizzare, mai, ciò non toglie che le forze dell’ordine abbiano  spesso atteggiamenti al limite della detestabilità, molte volte quel limite viene superato abbondantemente, sfociando in violenza gratuita e immotivata  senza che ci sia un ragionevole motivo per farlo come hanno appena confermato le motivazioni della sentenza sul massacro alla Diaz e come in precedenza ci aveva già detto la sentenza sul pestaggio mortale in cui morì, di botte e di stato Federico Aldrovandi, un ragazzino di diciotto anni.

In Italia  il concetto dell’ io so’ io e voi [cioè noi] non siete un cazzo lo possono applicare tutti, dal presidente della repubblica per nascondere i suoi dialoghi privati  ma che riguardano cose pubbliche con un bugiardo indagato per falsa testimonianza all’ultimo funzionario di polizia passando per un governatore di regione che non vuole assumersi nessuna responsabilità circa i comportamenti illegali dei suoi subalterni e senza dimenticare chi, silvio berlusconi, quello più uguale degli altri come i maiali di Orwell, che per onorare al meglio quella teoria non ha esitato a stravolgere un paese, a sradicarne i valori più semplici. E glielo hanno fatto fare.

Noi no, non siamo mai nessuno.

A me piacerebbe invece vivere in un paese dove  quell’ “io” significasse poi anche “io” quando si tratta di prendersi le proprie responsabilità.


Sono pazzi questi ladroni – Marco Travaglio, 12 ottobre


Nel film di Marco Bellocchio “Bella Addormentata” c’è un senatore-psichiatra, interpretato con perfida ironia da Roberto Herlitzka, che visita gli altri parlamentari in preda a svariate forme depressive. Uno si sente inutile e lui prescrive un “Serenes”, poi lo rincuora con un rassicurante: “Se sei un senatore della Repubblica, un motivo ci dovrà pur essere”. Un altro si chiama Beffardi (impersonato magistralmente da Toni Servillo) ed è in crisi di coscienza perché non vuole saperne di votare la legge cosiddetta “salva-Eluana”: lui gli raccomanda “un farmaco leggero, riequilibrante” per dargli il coraggio di digerire la porcata. Il film non poteva uscire in un momento migliore, perché la scienza criminologica non basta a spiegare il suicidio di massa dei politici italiani: occorre la psichiatria. Da anni la gente, quando vede un politico in tv, cambia canale e, se lo incontra per strada, sputa in terra. Molti presunti onorevoli, quando non vengono riconosciuti, declinano false generalità e professioni, disposti a passare anche per papponi o posteggiatori abusivi pur di non confessare di essere parlamentari. Poi però continuano a comportarsi da impuniti, anzi da più impuniti che mai, proprio quando dovrebbero stare attenti anche allo scontrino del caffè al bar. Quello che si lamenta perché guadagna solo 8 mila euro al mese. Quello che taglia le gomme al disabile perché gli impedisce di parcheggiare in divieto.

Quella che dà appalti alla società del figlio e poi dice di non essersene accorta. Quello che, per giunta nel partito di Di Pietro, bonifica 700 mila euro di “rimborsi” sui suoi conti personali e poi si difende dicendo di averli usati per finalità politiche (senz’accorgersi che, se fosse davvero così, sarebbe doppiamente fesso). Una follia collettiva che fa apparire un’accozzaglia di dementi e/o di ladri anche quelli che magari non sono né una cosa né l’altra. Si spiega solo così l’immeritata fama conquistata, solo grazie al confronto con questa gabbia di matti, dai cosiddetti “tecnici”: categoria che ospita, come tutte, una buona dose di decerebrati, di magliari e anche di mariuoli. Gente che ne ha combinate e ne combina di cotte e di crude, e che non oserebbe mettere il naso fuori di casa, se dall’altra parte non ci fossero i politici. Ieri, per dire, la seduta del Senato dedicata alla legge anticorruzione è saltata perché i senatori, in tutt’altre faccende affaccendati, hanno rinviato a martedì. Tanto, dopo tre anni, c’è tempo. Eppure non c’è bisogno di essere onesti per approvare l’anticorruzione (per giunta finta): basta essere furbi, dotati di un minimo istinto di sopravvivenza. Infatti i più indignati per la scarsa serietà dei politici sono proprio i mafiosi. Due boss della ‘ndrangheta, intercettati nell’inchiesta che ha portato all’arresto dell’assessore lombardo Zambelli (quello che comprava i voti dalle cosche a 50 euro l’uno), convengono sul fatto che “‘sti politici ‘e mmerda, piccoli e grandi, sono uno peggio dell’altro”. Nel 2005 un mafioso siciliano, anche lui intercettato, raccontava a un collega ciò che gli aveva detto un altro picciotto: “Dice che Cammarata e Miccichè sono ‘fanghi’, proprio gentaglia, dice: ‘Sono tutti cocainomani’. ‘Cammarata avant’ieri al Cuba (un night club, ndr)… ubriaco che vomita sopra il tavolo’, dice! Gli ho detto: ‘Minchia, il primo cittadino!’. ‘Eh, il primo cittadino, è una cosa, sono una cosa schifosa. Ma la gente — dice — ne ha le tasche piene. Poi si sono fatti i fatti loro, non hanno pensato per nessuno, pensano per loro soli… Posti, soldi…'”. Una lezione su come distinguere il piano morale da quello penale. È bello sapere che, in Italia, c’è ancora qualcuno che s’indigna. La Cupola, al posto del Parlamento, la legge anticorruzione l’avrebbe già approvata da un pezzo.