Il veto del vetusto

Le cose sono due: o Civati è davvero convinto di poter contribuire ad un cambiamento radicale [che non è una parolaccia] pur sapendo di essere l’unica voce di dissenso all’interno del suo partito o si è votato al martirio, perché non può non considerare che la fiducia nei suoi confronti sia diventata flessibile quanto i suoi sì, no, forse, dovrebbe essere ma non è, di questi mesi. Sono sincera: io oggi non voterei un partito che al suo interno ha questa mina vagante che fino all’ultimo pensa di fare una cosa e poi sul filo di lana pensa sia più giusto farne un’altra “per il bene del partito” e non perché sia utile a qualche giusta causa. Uno come Pippo Civati è destinato ad essere un perdente sempre.

“La regola non scritta per la Giustizia è mai un magistrato in quel dicastero. Mai. Questa regola è insormontabile” (Giorgio Napolitano a Matteo Renzi, per giustificare il veto sul pm antimafia Nicola Gratteri, la Repubblica , 22-2). Dove sia questa regola non scritta non è dato sapere, perchè – appunto – non è scritta. Infatti, non essendo scritta, fu violata per Mancuso e Nitto Palma ministri della Giustizia, ma anche per Cosimo Ferri sottosegretario alla Giustizia del governo Letta. Però è stata applicata per Gratteri. Nel Regno dei Napolitanistan, funziona così: le regole scritte si violano tutte, però su quelle non scritte non si transige.[Marco Travaglio – segue qui: Ma mi faccia il piacere]

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berlusconi ha riempito il parlamento di avvocati che hanno continuato serenamente ad esercitare la doppia professione: Ghedini, Longo gli esempi di come si possa far parte di un parlamento, essere membri del partito di proprietà del delinquente pregiudicato condannato e continuare a curare gli interessi del delinquente pregiudicato condannato senza destare nessuna indignazione napolitana. Per Gratteri però c’è stato il veto: non si può fare il magistrato e contemporaneamente il ministro, specialmente quando si sa che la persona a cui era stato chiesto di ricoprire l’incarico di ministro della giustizia, restituendo un minimo di senso a questa parola non avrebbe certamente lavorato alla difesa dei delinquenti così come ha sempre fatto. Dunque in questo paese si può essere stipendiati dai contribuenti in qualità di onorevoli e senatori e continuare, nello stesso frattempo ad essere nel libro paga di chi ha più procedimenti penali, fra i quali una condanna definitiva per frode fiscale che capelli – finti – in testa senza suscitare nessun sollevamento di anziani sopraccigli.  Non è una sorpresa per nessuno il fatto che in questo ultimo periodo Napolitano non abbia una buona considerazione per certa magistratura. Chi non lo vede è in malafede.

Alfano è stato riconfermato nello stesso dicastero nonostante e malgrado la figuraccia planetaria fatta nella vicenda del rapimento di Alma Shalabayeva e della figlioletta che se questo fosse un paese normale gli sarebbe costata non solo le dimissioni ma proprio la scomparsa da qualsiasi scena pubblica.
E queste sono solo un paio di cose fra tante che impediscono di vedere qualcosa di buono nel governo dei riform’attori. E pensare che per aver scritto su un blog che l’esclusione di Gratteri è stata una mascalzonata, una vigliaccata ieri mi sono beccata della “propagandista meschina”. Io che da quando scrivo di politica non ho mai parteggiato per nessuno perché so benissimo che farlo nell’ambito di questa politica è sempre sbagliato. Perché questa politica, fatta soprattutto di mascalzonate e vigliaccate, di giochi fatti con le mani sotto al tavolo senza la benché minima trasparenza  è una delusione a getto continuo. E io da tempo ho deciso di non svendere più nulla, fosse anche il più tiepido degli entusiasmi a questa cosiddetta realpolitik che altro non è che l’eterno inciucio orchestrato dal potere che ogni tanto si cambia d’abito per non dare troppo nell’occhio. Non c’è più da dimostrare nulla in un paese dove nemmeno chi aveva promesso il salto di qualità, di livello, di fare cose che nessuno aveva mai fatto prima come Matteo Renzi è invece sceso a compromessi come e peggio di chi c’è stato prima di lui, escludendo una persona degna come Nicola Gratteri sulla base di una regola che non c’è ed inserendo nel suo governo gente che ha sempre fatto parte del sistema, lo stesso che in questo paese ha fatto naufragare perfino un concetto banale, fanciullesco come la speranza e fatto perdere ogni significato alla parola fiducia, usata, ma soprattutto abusata per mere questioni di scambi di favori che qualcuno continuerà a fare e qualcun altro a ricevere.

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“La fiducia si deve votare perché altrimenti finisce il pd”. Ecco: in questa frase pronunciata da Bersani c’è tutto.
Non si vota la fiducia perché si crede nel progetto di Matteo Renzi, perché si è realmente convinti che il team “noi siamo i giovani” abbia davvero le potenzialità per fare bene, su questo nulla, nessuna critica, negativa o positiva. Si vota la fiducia per paura della dissoluzione totale e finale di un partito che da quando esiste non ne si ricorda una sola azione significativa. E questa paura deve essere stata la stessa che ha fatto prevalere i sì all’appello on line di Pippo Civati e che tiene Civati ancora dentro un partito di cui da tempo non condivide più nulla. Quindi non si vota sì per un senso di responsabilità verso il paese, perché si è convinti che questo governo sia davvero in grado di risolvere [finalmente] le urgenze ma per il senso di responsabilità verso il partito.

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Nemmeno in questo governo si può nominare la patrimoniale, che invece sarebbe il provvedimento più dinamico e immediato, per la risoluzione di una parte dei problemi legati alla crisi economica. Perfettamente in linea col governo di quellochevadicorsa. La politica di questo paese a una patrimoniale intesa come redistribuzione del troppo a beneficio del poco e dell’assente non ci può pensare. E comunque con l’esercito dei polli da spennare senza chiedergli nemmeno se gli piace o meno chi glielo fa fare? Noi lo sappiamo dove va lo stato a prendersi i soldi: da quelli che ne hanno pochi ma sono di più. La patrimoniale non è solo una questione di soldi “vivi” da poter girare alle giuste cause nel paese dove il reddito medio del 10% dei contribuenti più ricchi nel 2009 era di almeno dieci volte più alto dei 10% di quelli più poveri. E la forbice con la crisi si è allargata non a favore di chi ha di meno ma di chi ha di più perché tutti sanno che le crisi favoriscono i già e i più ricchi. Una patrimoniale seria, diciamo dai 70.000 euro a salire, visto che al netto un impiegato del pubblico non ne guadagna nemmeno 20.000 sarebbe una semplice operazione di igiene sociale. Ma  i lor signori, a qualsiasi età e quale che sia la loro provenienza sono sempre in campagna elettorale quindi lungi da loro assumere iniziative e soprattutto concretizzarle, che poi potrebbero rivoltarsi contro qualora un bel giorno di un anno che verrà noi potremo tornare ad esercitare quel diritto/dovere la cui conquista è diventata ormai la più banale delle retoriche visto che, Napolitano ce lo insegna “le elezioni sono una sciocchezza” e votare non è più così necessario: che siamo una democrazia noi?
Delrio che parla di legge sul conflitto di interessi “necessaria”, con chi pensa di farla, con alfano e la Guidi? possiamo ridere o dobbiamo chiedere il permesso a qualcuno?

“Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione” [De Gasperi].
Appunto.

Burocrati di Stato la casta invisibile (Salvatore Cannavò)

Grazie Matteo, ci togli subito la fatica di sperare – Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano

Venerdì ore 19. Silenzio. Dalle finestre dei vicini arriva solo una voce: è Lui, Giorgio Napolitano. E poi dicono che gli italiani non si interessano di politica. Sembra di essere alla finale dei Mondiali, ai rigori. Se sbagli sei fuori. Tutto è sospeso. Tacciono perfino i cellulari. Chi andrà al dischetto? E per un attimo commetti il solito errore: sogni, speri. Ti pare di sentire la voce della tv che annuncia: Gratteri, Zagrebelsky, Magris, Piano, Spinelli. Potrebbe essere, se si volesse, perché no? 

Infine la porta si apre, entrano quei signori vestiti di scuro, circondati da commessi e corazzieri con l’elmo luccicante. Dovrebbe essere un rito solenne, ma ha assunto un tocco lugubre. La serietà che si svuota e diventa cerimonia. Eppure tu speri, ti batte perfino il cuore. Ridicolo. Eccola finalmente la formazione: Angelino Alfano all’Interno. L’uomo che ha lasciato rapire una bambina e sua madre per rispedirle a un dittatore? Alfano il servitore – nemmeno troppo fedele – di Berlusconi? Come mandare un difensore del Pizzighettone (senza offese per il prode calciatore) ai rigori contro il Brasile. Ti guardi allo specchio, sei paonazzo come se ti fossi scolato un litro di barolo. Vabbé, dai, alla Giustizia c’è Gratteri. E invece… Andrea Orlando, che passa dall’Ambiente alla Giustizia come dall’hockey al calcio. Ah già, è un Governo politico, dimenticavi. Come l’Andreotti bis, ter, quater dove un giorno ti occupi di cereali e quello dopo di asfalto (e i risultati si vedono). Dove alla Giustizia in un Paese con seimila magistrati, un esercito di avvocati e professori mandano uno neanche laureato in legge. Non una cattiva persona, ma uno che era consigliere comunale e ragionava di coalizioni quando ancora i suoi compagni di scuola andavano in discoteca. Ma a questo punto non sei più arrabbiato. Anzi, ti prende una strana euforia. Un perverso e masochistico godimento. Il ciellino Lupi alle Infrastrutture mentre nella Lombardia di Cl si spenderanno miliardi per l’Expo? Evviva. Roberta Pinotti, arrivata terza alle primarie per il sindaco di Genova, alla Difesa? Evviva. Gian Luca Galletti dell’Udc, partito che ha votato i condoni, all’Ambiente? Evviva. Pier Carlo Padoan, ex direttore della fondazione di D’Alema, all’Economia? Evviva. Marianna Madia, ex fidanzata di Giulio Napolitano con un curriculum simile a tanti coetanei che incroci per strada disoccupati? Evviva.

Ecco i rottamatori. Spesso passati dalle aule di scuola a quelle della politica. Saltando quasi – premier compreso – la casella del lavoro. Ti ritorna in mente Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne comprenda la tua filosofia”. Figurarsi nei corridoi della politica.

Eppure sì, sei contento. Renzi ti ha tolto un peso: sognare,sperare. Dai, che quest’anno ci sono i Mondiali!

And the winner is…

Riccardo Mannelli per Il Fatto Quotidiano

Nuovismo giovanilistico (peppapigghismo) Rita Pani

L’Italia chiedeva il nuovo, l’Italia ha lottato per la rottamazione, l’Italia ha chiesto a suon di Vaffanculo l’abolizione del vecchiume. In teoria, quindi, dovremmo essere contenti. Mai visto un governo più giovane di così. La corsa al rinnovamento chiuse i portoni delle Frattocchie, e aprì le porte della casa del grande fratello. Per lunghi anni, anziché sognare di trovare un lavoro, si sperava di vincere alla lotteria, si smise di sognare una casa e si iniziarono a desiderare le ville. Le madri smisero di stimolare la crescita intellettiva delle figlie, prediligendo la crescita siliconata delle loro tette. Se a noi insegnarono a non prostituire mai il nostro pensiero, alle altre figlie fu insegnato a prostituire tutte loro stesse, senza mai fermarsi a pensare.

Da ieri rido se mi torna in mente la ministra distratta da Peppa Pig, ma non partecipo alla “fucilazione” che sta dilagando sui social network, con la denuncia del suo essere “una raccomandata di ferro”. Perché dovrei? È la naturale conseguenza di tutto ciò che negli anni si è seminato, quando a quelli come me – vecchiume ideologizzato, anacronistico, quasi folkloristico – si doveva sputare in faccia.

Oggi mi ricordo di tutte le volte che i “nuovisti” mi hanno chiamato troia comunista, e sono grata, perché è vero che allargo le braccia in segno di resa, ma accompagno il gesto con il bellissimo suono di una risata.

Arriverà il tempo anche per voi “giovani peppapigghisti”, di chiedere aiuto, di aver bisogno di pensare, di far ritorno al passato e quel giorno pure da morta io riderò. Perché almeno noi, possiamo ricordare Nilde Jotti, voi dovrete rimpiangere la Carfagna.

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Sottotitolo: sono una persona semplice e che ragiona e riflette sulle cose come la maggior parte della gente, ovvero in modo semplice.  Ecco perché se si tratta di responsabilità da affidare a qualcuno parto sempre dall’assunto della capacità, della competenza, dai trascorsi professionali che possono garantire un’affidabilità; se sono in pericolo di vita non mi interessa se chi me la deve salvare sia uomo, donna, nero, asiatico, europeo, lesbica, trans o gay. Mi interessa che sia una PERSONA che sa fare bene il suo lavoro. Renzi non è andato a prendersi i ministri [donne e uomini] fra le persone che si attivano sul serio, fra quelle, e ce ne sono, che ogni giorno sono a farsi il mazzo sul territorio a contatto con le realtà tragiche e drammatiche di questo paese, no. Li ha cercati e trovati nello stesso posto in cui sono andati a prenderli tutti i suoi predecessori che almeno non hanno avuto l’ardire di parlare di rinnovamento, rottamazione. Li ha cercati e trovati nel solito establishment composto da persone che devono rispondere a chi si occupa di altre cose, di altri interessi sempre in contrasto con quella politica che invece dovrebbe fare gli interessi di tutti, in special modo delle persone in difficoltà proprio per colpe e irresponsabilità di chi ha sempre fatto gli interessi di qualcuno e non di tutti.

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Il Vangelo secondo Matteo (Marco Travaglio)

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Come Blair: sì, il bugiardo Blair

di Barbara Spinelli, per www.listatsipras.eu

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IL GOVERNO COME UN TALENT: RENZI NON VUOLE L’ESPERIENZA – Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano

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FEDERICA GUIDI, PRIMA GRANA PER RENZI 

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GRATTERI: «NON DICO NEMMENO UNA SILLABA» 

Dunque Sanremo è donna, come il governo Renzi. Accogliamo tutti con giubilo vivo e vibrante la vittoria di Arisa, solidarizziamo tutte e tutti con lei così come ci tocca fare con le ministre “nuove”, quelle giòòòvani e rampanti nominate da Renzi, quelle che non se lo aspettavano perché erano occupate a fare tutt’altro, ad esempio guardare i cartoni animati alla tivvù. Non azzardiamoci per carità a fare una critica dicendo ad esempio che pur non essendo abituée della visione del festival ci piacerebbe che fossero i più bravi a vincere il festival della canzone italiana, non invece quelli che hanno sempre imposto le case discografiche, non foss’altro perché ci toccherà sopportare le conseguenze di Sanremo spalmate un po’ ovunque fra radio e televisioni per chissà quanto tempo ancora. E non azzardiamoci nemmeno a dire che [forse] anche la scelta dei ministri di Renzi [donne e uomini] non è stata fatta basandosi sulla competenza, preparazione, merito eccetera ma che i giochi, proprio come a Sanremo, sono stati fatti altrove dai palazzi della politica e hanno portato nei vari ministeri persone che dovevano essere quelle [donne e uomini] e non altre. E che l’unica persona che sarebbe stata guardata con favore proprio per la sua competenza, che ispira fiducia per i suoi trascorsi professionali, ovvero Nicola Gratteri che ahimé, è un uomo, è stato lasciato fuori dalla porta del palazzo proprio per eccesso di capacità e di serietà. No: l’esaltazione della meritocrazia è nominare ministro una che di mestiere fa l’imprenditrice e che solo qualche giorno fa era a cena da berlusconi in quel di Arcore, un’altra che ha saputo di essere diventata ministra mentre guardava Peppa Pig. Poi che casualmente sia la stessa persona il cui padre era in rapporti stretti di amicizia con Veltroni, che è stata fidanzata col figlio di Giorgio Napolitano e che ora è sposata con Mario Gianani, un produttore cinematografico che lavora in società con Lorenzo Mieli, che non è un omonimo di Paolo ma è proprio il figlio, senza contare che Marianna Madia, nominata alla semplificazione e non è uno scherzo, che prossimamente darà alla luce il suo secondo figlio, rischierà di doversi assentare dal suo posto di lavoro proprio come fece il giorno che in parlamento si votava sullo scudo fiscale, giorno in cui lei si trovava casualmente in vacanza a Rio de Janeiro forse perché come D’Alema non aveva capito quanto fosse importante quella votazione che avrebbe potuto battere berlusconi politicamente, proprio come si è sempre augurato, oltre a molti altri, il globetrotter neo assunto a palazzo Chigi; anche lui per meriti, ci mancherebbe.

Il governo Coe_Renzi

Di facce nuove non ce ne sono molte.
Di facce che ne nascondono altre c’è l’imbarazzo della scelta.
La faccia come il culo invece è inconfondibile: impossibile non notarla.

“Il primo rottamato sarà silvio”: e l’ha resuscitato, proprio tirato fuori dal loculo del tempietto di Arcore.

“Mai al governo senza il voto”: e si è praticamente autoincoronato presidente del consiglio.

” Letta ha bisogno della fiducia di tutti quindi sosterremo il governo Letta”: il calcio in culo di Renzi Letta non se lo dimenticherà mai più nella vita.

“Mai più ricatti dai piccoli partiti”: per una settimana giorno e notte Renzi ha trattato con tutti, anche coi parenti, dei piccoli partiti.

“Basta Alfano nella squadra”: e olè, l’Arf_ano resta incollato dov’era prima.
Lupi e la Lorenzin perché sono stati bravi si sono meritati la riconferma.

“Dureremo fino al 2018”: essì, te piacerebbe.

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La cosa più squallida è l’essersi vantato di aver messo “il maggior numero di ministri donne”: in questo paese non usciremo mai da questo trip, da questo delirio collettivo.
Anche per la Boldrini il problema sono le percentuali, a voler fare la battutaccia ché tanto so’ femmina e me la posso permettere, le misure.
Come se Gino Strada e Beatrice Lorenzin fossero speculari per conoscenza, competenza e professionalità, diversi solo per genere quindi meritevoli di ricoprire lo stesso ruolo.

Far notare il particolare è ancora peggio del discriminare.

Nei paesi normali la percentuale uomo e donna nei ruoli chiave, politici e di impresa è alla pari per delle regole civili che si sono imposti per legge, leggi volute anche da governi di destra. E senza nemmeno una quota rosa.

Qui ancora una donna che va a fare un lavoro solitamente e storicamente, soprattutto, svolto da uomini deve essere un fenomeno da baraccone su cui fare la precisazione. Che poi, se si cominciasse a guardare alle competenze e alla preparazione e chissenefrega se uomo o donna non sarebbe male.
Giusto per non ritrovarsi due semplici diplomati come ministri della giustizia e della salute.

La questione è che ci siamo fatti abbindolare dalla teoria che “giovane è bello e meglio”, come se il merito oggi fosse quello di essere nati dopo o se il riferimento si potesse trovare solo nella gerontocrazia al potere. Mentre ci sono tante persone capaci e competenti pur avendo un’età matura  senza essere vecchie. Penso alla scienziata che Napolitano ha nominato senatrice a vita, Elena Cattaneo, che avrebbe potuto essere una  eccellente ministra della salute al posto della saputella che imputa allo stile di vita il cancro dovuto allo stile mafioso.
 Non c’è più nemmeno la signora Kyenge e il suo ministero, così la lega si toglie il pensiero, l’ossessione e la smette col tampinamento ad personam e di rompere i coglioni col suo razzismo, tanto qui non serve un ministero per l’integrazione. Gli immigrati hanno già un ottimo trattamento strettamente riservato anche senza. Poi magari qualcuno un giorno ci spiegherà perché  Nicola Gratteri al quale erano state già date garanzie per affidargli il ministero della giustizia è stato sostituito al fotofinish dal diplomato Orlando esperto e competente di non si sa bene cosa e come mai ci sono ministeri che vanno, vengono e qualche volta, spesso, non si trattengono come le pari opportunità mai più sostituito nel precedente governo dopo le dimissioni di Josefa Idem e quello per l’integrazione scomparso col governo del rottam’attore. E chi sostituirà la Madia quando fra qualche giorno dovrà abbandonare il lavoro per impegni presi precedentemente.  Le donne italiane ancora costrette a scegliere se fare i figli o lavorare, pena il licenziamento o la non assunzione e un ministro può essere nominato malgrado lo stato avanzato di gravidanza: a parità di quote rosa non ce n’era un’altra più libera dagl’impegni precedentemente presi. Ma non chiamiamola casta, ché poi s’offendono.

 Il renzicchio – Marco Travaglio, 22 febbraio

Bando alle ciance sul premier più giovane e sul governo più rosa della storia italiana. Chissenefrega della propaganda: il governo Letta vantava il record dell’età media più bassa, infatti è durato meno di una gravidanza. Fino a oggi avevamo concesso a Matteo Renzi – come sempre facciamo, senza preconcetti – il sacrosanto diritto di fare le sue scelte prima di essere giudicato. Ora che le ha fatte possiamo tranquillamente dire che il suo governicchio è un Letta-bis, cioè un Napolitano-ter che potrebbe addirittura riuscire nell’ardua impresa di far rimpiangere quelli che l’hanno preceduto. Già la lista con cui è entrato al Quirinale presentava poche novità vere, anzi una sola: quella del magistrato antimafia Nicola Gratteri alla Giustizia. Quella che ne è uscita dopo due ore e mezza di cancellature a opera di Napolitano è un brodino di pollo lesso che delude anche le più tiepide aspettative di svolta. E il fatto che la scure di Sua Maestà si sia abbattuta proprio su Gratteri la dice lunga sul livello di non detto dei patti inconfessabili che Renzi ha voluto o dovuto stringere col partito trasversale del Gattopardo. Se il premier fosse quello che dice di essere, avrebbe dovuto tener duro su Gratteri o mandare tutto a monte. Invece s’è democristianamente genuflesso a baciare la pantofola e ha nominato il ragionier Orlando, ultimamente parcheggiato all’Ambiente (“Orlando chi?”, avrebbe detto Renzi qualche giorno fa), rinunciando a dare una sterzata alla Giustizia. Complimenti vivissimi a lui e a Giorgio Napolitano, che si conferma il peggior presidente della storia repubblicana: se Scalfaro nel ’94 usò il potere di nominare i ministri per sbarrare la strada a Previti, lui l’ha usato per fermare un pm competente, efficiente, onesto ed estraneo alle correnti. E non per un’allergia congenita ai Guardasigilli togati: nel 2011 firmò l’incredibile nomina del magistrato forzista Nitto Palma, amico di B. e di Cosentino. Il veto è proprio ad personam contro Gratteri, che la Giustizia minacciava di farla funzionare sul serio, senza più indulti, amnistie, svuotacarceri e leggi vergogna. Davvero troppo per lo Stato che tratta con la mafia e per il suo capo. Accettando senza batter ciglio i veti del Colle, della Bce e di Bankitalia, Renzicchio si candida al ruolo di rottamatore autorottamato. Poteva tentare una svolta, costi quel che costi: s’è prontamente fatto fagocitare dalla “palude” che rinfacciava a Letta. Voleva essere il primo premier della Terza Repubblica: sarà il terzo premier a sovranità limitata, circondato da un accrocco di partitocrati di nuova generazione che non danno alcuna garanzia di esser meglio degli ante- nati. Con due sole eccezioni: il ministro dell’Economia Padoan, finto tecnico che rassicura le autorità europee e mastica politica da una vita, infatti era consigliere di D’Alema (Renzi voleva Delrio, poi anche lì ha alzato bandiera bianca); e l’addetta allo Sviluppo Federica Guidi, che ha soprattutto il merito di essere una turbo berlusconiana e la figlia di papà Guidalberto. Alfano, che Renzi voleva cacciare dal Viminale per l’affare Shalabayeva, resta a pie’ fermo al Viminale. Lupi, che persino il renziano De Luca accusava di farsi gli affari suoi alle Infrastrutture, rimane imbullonato dov’è. Un altro formidabile conflitto d’interessi porta con sé Giuliano Poletti, ras delle coop rosse, al Lavoro. Notevole anche la Pinotti, genovese come Finmeccanica, alla Difesa. La catastrofe Lorenzin farà altri danni alla Salute. Il multiuso Franceschini passa dai Rapporti col Parlamento alla Cultura. La Giannini, segretaria di quel che resta di Scelta civica, va all’Istruzione. Il cerchietto magico renziano si aggiudica gli Esteri con la Mogherini, le Riforme con la Boschi, la Pubblica amministrazione con la Madia (avete capito bene: Madia). Un po’ di fumo negli occhi con la sindaca antimafia Lanzetta alle Regioni, poi due figuranti come Martina all’Agricoltura e il casiniano Galletti che, essendo commercialista, va all’Ambiente. “Ora mi gioco la faccia”, ha detto Renzi. Già fatto.

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Governo Renzi auto-rottamato, fatto fuori Gratteri restano solo lobby e gattopardi – Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano

 

 

Nel 1994 era stato Cesare Previti, l’avvocato degli affari sporchi di Silvio Berlusconi, a entrare al Quirinale come Guardasigilli in pectore e a uscire degradato. Sull’onda dell’indignazione suscitata dalla scoperta di Tangentopoli, il Colle aveva detto no. E Previti era finito alla Difesa. Oggi, nel mondo alla rovescia dei ladri e della Casta, a venir depennato all’ultimo momento dalla lista ministri, è Nicola Gratteri, stimato magistrato antimafia, la cui colpa principale è quella di aver sognato di poter far funzionare la giustizia anche in Italia . Gratteri resterà in Calabria. E per la gioia della ‘ndrangheta, delle consorterie politico-mafiose e dell’Eterno Presidente, Giorgio Napolitano, in via Arenula ci finisce l’ex ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, celebre per aver chiesto l’abolizione dell’ergastolo e proposto l’abrogazione dell’obbligatorietà dell‘azione penale.

È il segno più evidente di come il rottamatore Matteo Renzi prosegua imperterrito nella distruttiva opera di auto-rottamazione e di demolizione del sogno di cambiamento che aveva rappresentato per molti italiani. Una stolta manovra iniziata con il tradimento e il successivo brutale accoltellamento politico del mediocre Enrico Letta, a cui il nuovo premier aveva più volte pubblicamente e bugiardamente assicurato lealtà.

Certo, sull’esclusione all’ultimo minuto di Gratteri in molti vedono le impronte digitali di Napolitano. Il presidente del secondo paese più corrotto d’Europa, noto per aver lesinato solo i moniti in materia di legalità della politica, ovviamente esclude ogni responsabilità. Resta però da spiegare come mai, stando a quello che risulta per certo a Il Fatto Quotidiano, al magistrato fosse stato assicurato il dicastero solo pochi minuti prima della salita di Renzi al Colle. E perché Napolitano, pubblicamente, abbia poi tenuto a precisare – con una sorta di excusatio non petita – che tra lui e il neo-premier non era avvenuto nessun “braccio di ferro” sulla lista dei ministri.

Nelle prossime ore le notizie su quello che è esattamente accaduto durante il lunghissimo faccia a faccia tra il neopremier e l’ottuagenario capo dello Stato, non mancheranno. Non c’è invece bisogno di retroscena per capire tutto il resto. Bastano i curricula dei ministri più importanti.

Nella lista spiccano i nomi dell’esponente di Confindustria e della Commissione trilaterale, Federica Guidi (Sviluppo economico), quello del presidente della Lega cooperative, Giuliano Poletti, dell’ex delfino di Berlusconi, Angelino Alfano (Interno), e del ciellino Maurizio Lupi (Infrastutture). Mentre all’Economia ci finisce Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse e ex presidente della Fondazione italiani europei di Massimo D’Alema, e alle Politiche Agricole, Maurizio Martina, già pupillo di Filippo Penati, l’ex presidente della provincia di Milano sotto processo per le tangenti di Sesto San Giovanni.

Il fatto che Renzi sia riuscito a mettere insieme una squadra formata al 50 per cento da donne, che l’età media dell’esecutivo sia piuttosto bassa, non servirà al premier per cancellare negli elettori la sensazione di trovarsi di fronte a un consiglio dei ministri espressione di quelle lobby da più parti ritenute responsabili del degrado del Paese. È infatti più che ragionevole dubitare che il suo obamiano programma di governo (“una riforma al mese”) possa essere messo in atto da una compagine del genere. Perché questo non è un dream team, ma solo una galleria di errori e orrori.

Così già oggi sappiamo che ha vinto il Gattopardo. #lavoltabuona può attendere.