Giggin’ ‘a manetta

Giggin’ ‘a manetta è l’affettuoso soprannome col quale la malavita campana chiama Luigi De Magistris, segno evidente che la sua azione sul territorio non è passata inosservata.

Un certo linguaggio però non è un’esclusiva della malavita, da un po’ di anni a questa parte, che casualmente coincidono con l’ascesa al potere politico di uno che con certa malavita ha intrattenuto rapporti molto stretti, amichevoli e familiari è tendenza abbastanza comune quella di definire giustizialisti tutti quelli che non pensano che chi combatte la criminalità sia affetto da una sorta di perversione, di passione insana  per le manette ma che sia perfettamente da paese civile e normale che i delinquenti vengano perseguiti da chi rappresenta la legge. Che non sia normale il contrario e che nessuna ragion di stato dovrebbe consentire allo stato di escludere dalla lotta alla criminalità e alle mafie coloro i quali, grazie alla debolezza e all’opportunismo di chi sapeva di poterci guadagnare qualcosa si sono accostati alla politica, sono entrati sfondando la porta anche se non avevano i requisiti ottimali per potervi accedere, col risultato di trasformare il parlamento nel rifugio ultimo di chi aveva problemi con la legge e che, grazie alla carriera politica si è garantito la sicurezza di restare impunito, o, come nel caso di berlusconi condannato per finta e per scherzo. 

Un parlamento che nel tempo si è riempito di  inquisiti, indagati, condannati per reati contro lo stato, di criminalità comune, truffatori, evasori, frodatori, puttanieri, collusi con le mafie e la criminalità, amici personali di personaggi che una persona normale si vergognerebbe di conoscere di vista. In italia per vent’anni abbondanti ha imperversato una classe politica indecente che ha  messo la firma su leggi altrettanto indecenti e che successivamente sono state cassate, rese nulle da quella Consulta che da ultimo baluardo del diritto si vuol trasformare nell’ennesimo approdo per chi dei diritti se ne frega allegramente. Ovviamente solo quando riguardano gli altri, perché per i loro è sempre stata un’altra storia. Quello che accade oggi a De Magistris è il risultato di vent’anni di malgoverno, di assoluto disprezzo della Costituzione, di un sistema informativo che si è reso complice diffondendo l’idea che chi lotta contro i criminali e le mafie sia un nemico dello stato da definire giustizialista e forcaiolo, che ancora oggi sostiene che sia perfettamente normale che un condannato in via definitiva possa mettere bocca negli affari di stato, essere il braccio destro del presidente del consiglio del parlamento illegittimo col quale riformare le fondamenta dello stato.

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Abbiamo un ministro dell’interno proprio zelante.
E dire che quando bisognava votare la decadenza di berlusconi si attaccava a tutti i cavilli possibili collezionando le solite figure da alfano perché la legge Severino fu approvata anche coi voti di forza Italia già pdl.
Quindi si può facilmente immaginare che razza di legge sia.
Per berlusconi doveva valere solo a sentenza definitiva, per De Magistris vale da subito, anzi, da prima di subito anche se entrambe le imputazioni, quella di b e di De Magistris e i relativi reati risalgono a prima dell’approvazione della legge Severino.
Quindi per gli amici non doveva valere la retroattività, per i nemici sì.
alfano è stato quello che ha fatto sequestrare madre e figlia mettendo a rischio la loro incolumità e non è successo niente perché sennò cadeva il governo e piangeva Gesù. E’ stato quello che ha sputtanato pubblicamente una persona non ancora colpevole di niente ma che lo stato tiene in una galera senza sentenza e senza condanna e anche lì non è successo niente, manco un monito piccino contro i ministri chiacchieroni. In precedenza è stato quello che è andato a fare eversione davanti e dentro i tribunali per perorare la causa di un delinquente conclamato. E anche lì non è successo niente, solo folklore. E uno così si è permesso di sollecitare la sospensione di  un galantuomo colpevole di aver indagato, di voler capire il perché molti politici sono sempre in contatto coi criminali mafiosi. Verrebbe da chiedersi  in che paese si affiderebbe la sicurezza nazionale ad uno come alfano, o proprio ad alfano.

Il fatto che il pd non si accontenti della sospensione di De Magistris ma chieda nuove elezioni al fine di proporre a sindaco di Napoli un candidato frutto dell’osceno patto col delinquente costringe alla presa di posizione netta.
Non sono solita stare con questo e quello perché è già abbastanza complicato stare con me, ne sa qualcosa mio marito che con me ci sta da più della metà della nostra vita, ma appoggio in modo incondizionato la disobbedienza civile di De Magistris verso quella che chi ha il minimo sindacale di onestà intellettuale sa benissimo essere non una sentenza giusta, e che per questo va rispettata, ma una vigliaccata infame per punire l’ex pm colpevole di voler portare alla sbarra quei politici che fanno affari coi criminali per mangiarsi l’Italia.
La sentenza che condanna Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris e la reazione di Alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno di questo paese, sempre in prima linea per difendere berlusconi e i suoi reati, le sue condanne, sempre pronto a piagnucolare di magistratura politicizzata quando i magistrati per sbaglio condannano i veri criminali sono la conferma che alla consolle di questo paese continua ad esserci quel sistema che si fa condizionare da fattori e personaggi “contingenti”, proprio quelli contro i quali De Magistris ha combattuto.
Per questo e molto altro io sto con De Magistris: come lui, disobbedisco a questo stato iniquo che alza la voce in base alla sua convenienza, a quello che deve salvare perché “bisogna” salvarlo e non per esprimere quella giustizia giusta e uguale per tutti come da Costituzione.

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L’Angelino Severino – Marco Travaglio 

Con De Magistris e la società civile, con la politica onesta che non si fa mandante, esecutore e complice di chi sta ammazzando questo paese. #sospendetecitutti.

Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale, dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata. Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonché segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”. Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato. Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.

Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perché “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”. Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”. Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B. Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”). Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano. Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”. Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”. Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”. E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.   Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città, il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale). Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria. Invece ha detto – a sua insaputa, s’intende – l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni. E alla fine non è neppure arrossito. La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sé.

 

 

 

Potenzialmente pericolosi

Servire lo stato non è accompagnare ancora su e giù per l’Italia un delinquente da galera. Tanto scandalo per gli spingitori di carrelli della Finocchiaro ma tutto tace sulla vergogna di uno stato che fa pagare ai cittadini la scorta di un pregiudicato, delle sue residenze, e non per proteggere noi da lui.

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Alfano, che sembra Alfano e qualche volta spesso è proprio Alfano ha capito che non gli conviene mettersi contro il braccio armato dello stato e del potere, ecco perché nel merito della “minaccia” di sciopero della polizia parla di richieste giuste e legittime ma fatte con toni “inaccettabili”.
Non gli passa neanche per l’anticamera del cervello dire che è un ricatto l’ipotesi di uno sciopero delle forze dell’ordine – che sarebbe il primo della storia di questo paese perché gli appartenenti alle forze di polizia militari e civili non possono scioperare, altrimenti fra le altre e tante cose di cui si occupa la polizia di stato non potrebbe garantire la scorta a un delinquente pregiudicato condannato.
Ma come parla il presidente del consiglio?
Lo sciopero, un diritto conquistato in anni di lotta, lacrime e sangue che diventa un ricatto, così come l’articolo 18 è stato trasformato in totem e feticcio per fargli perdere anche il significato morale. Così intanto la gente si abitua.

E comunque se parliamo di adeguare il salario, lo stipendio ai rischi dei cosiddetti servitori dello stato   quanto dovrebbe guadagnare l’operaio che tutti i giorni sale su un ponteggio? I comparti definiti sensibili perché svolgono mansioni indispensabili per la tenuta civile di un paese e verso i quali lo stato dovrebbe avere un occhio – ma anche tutti e due –  di riguardo sono tanti: medici, infermieri, vigili del fuoco, gente che solitamente salva e accudisce le vite, non le toglie “accidentalmente”. Persone qualificate e con responsabilità altissime malpagate, costrette a turni e orari massacranti. Gli insegnanti che devono formare la società prossima ventura e che lavorano in condizioni inenarrabili. Fare il poliziotto, il carabiniere è una scelta personale, se c’è chi pensa di non ricevere il giusto trattamento dallo stato perché non si licenzia e va a vedere come si sta ai “poggi più giù?” Magari in qualche cooperativa dove la gente viene pagata un mese sì e tre no e ad ogni rata del mutuo e qualsiasi extra può capitare in una famiglia bisogna organizzare la colletta fra i parenti per recuperare i soldi necessari.

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La vera emergenza da risolvere è smettere di considerare Napoli la città dove tutto può succedere per poi giustificare le contromisure dello stato, che non c’è quando ci deve stare ma quando non ci dovrebbe stare è ben presente e a mano armata.
Altroché la tbc.
Napoli è la zingara d’Italia, insultata, sbeffeggiata, presa a calci da tutti, abbandonata e di cui ci si ricorda solo in circostanze tragiche, non per fare in modo che certe cose non succedano più o ne succedano meno ma per insultarla un altro po’.
Chissà perché le forze dell’ordine non vanno a far rispettare la legge e le regole a mezzogiorno a Montecitorio, invece di essere così solerti a Napoli alle tre  di notte. Mai sentito che un poliziotto o carabiniere insegua sparando l’imprenditore che va a depositare il tesoretto oltre confine.

Immagino il pericolo che potevano causare tre stronzi senza casco su un motorino alle tre di notte.
E’ che la notte si sta bene a casa, e allora chi deve lavorare poi diventa nervoso.

Se i nostri “tutori dell’ordine” hanno 22 anni immagino il livello di preparazione che hanno raggiunto, visto che per laurearsi ce ne vogliono almeno 23. Se lo stato mette un’arma in mano a dei ragazzini che poi dovranno tutelare l’ordine  bisogna mandare via i figli da qui.
Da un paese pericoloso dove lo stato arma le mani a persone immature e impreparate, quindi potenzialmente pericolose.

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Si chiamano ragazzate proprio perché le fanno i ragazzi.
Le persone adulte fanno le grandi cazzate.
Quelle spesso irreversibili.
Strano poi che 17 anni siano pochi per essere considerati adulti mentre diventano improvvisamente un’età in cui si deve sapere quel che si fa quando quello che si fa è sbagliato.
Provo pietà per la sicumera di chi giudica un fatto grave arrogandosi l’autorità di dire quello che è giusto e sbagliato dimenticandosi probabilmente di quando era giovane; mai fumato una canna, mai preso una sbronza, mai alzato il volume dello stereo, mai guidato una macchina senza patente, mai fatto a pugni con l’amico.
Bravi, non sapete quello che vi siete persi.
Provo pena per chi giustifica un omicidio che si poteva e si doveva evitare poi magari va nei social a mettere i suoi manifesti contro la guerra, i terrorismi e condanna tutte le violenze purché stiano a debita distanza dal suo culo.
Perché è più facile condannare la violenza quando è lontana, quando c’è la sicurezza di non doverla subire di persona.
Quando il pericolo è più vicino spaventa, e quindi va bene prevenirlo anche con l’extrema ratio: uccidendo un ragazzino.
E sono sinceramente preoccupata per gli eventuali figli di gente così: cresceranno nel terrore di non deludere le aspettative dei loro genitori che li vogliono perfetti, lindi e pinti col dieci e lode sui quaderni per poi ritrovarsi adulti e andarsi a cercare l’emozione trasgressiva chissà come e dove.
Perché ci sono cose che o si fanno prima, quando è il momento, o si cercano dopo, e per conto mio preferirei più avere per casa il diciassettenne “disadattato” che l’adulto che pensa che si può ammazzare per “legittima difesa” da un pericolo che non c’era.

Napoli -1 – stato italiano 0

Sottotitolo: nella “policy” del sito del @fattoquotidiano non è specificato che replicare a qualcuno “stai zitta” [e magari fosse solo questo] è offensivo ma in compenso si può scrivere, in assoluta serenità accumulando anche un discreto numero di likes, che la morte di una persona è da derubricare alla “selezione naturale”, perché tanto se Davide non era ancora un delinquente lo sarebbe diventato di sicuro.
Il metodo Lombroso applicato alla conversazione via web e anche al pensiero della feccia immonda che straripa in quel sito e che viene lasciata libera di insultare i vivi e i morti.

Nella vita tutto può succedere, trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, fare la cazzata, incontrare il pazzoide che ti ammazza con un machete, che su questa terra siamo troppi ce lo ricordano tutti i giorni i fatti di cronaca. 

A stare stretti poi si deve sgomitare per farsi spazio, altroché le campagne per incentivare la natalità.
Quello che però mi colpisce sempre, mi rattrista e mi preoccupa sono le reazioni qui alle cose che succedono.
Più i fatti sono seri e andrebbero sollevati col dovuto rispetto specialmente quando si tratta di vita e di morte e più tanta gente si scatena sfoderando tutto il suo becerume, la vigliaccheria spicciola da web.
Per strada non c’è la violenza che si legge qui, io con la gente ci parlo.
Qui è tutto esasperato, elevato al massimo del peggio.
A me questo non piace, non mi adeguo e non mi abituo. Ho letto delle cose che non si dovrebbero far passare come semplici opinioni. Il pensiero violento non è mai opinione. E se non si combatte la violenza nel pensiero è inutile fare tutto il resto per cercare di trasformare questo in un paese un po’ meno malato, di cattiveria, ignoranza, egoismi e malvagità.

 

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 Massimo rispetto per chi nelle forze dell’ordine e i carabinieri si impegna tutti i giorni sul territorio per garantire la sicurezza, esercitare davvero la tutela dei cittadini, e lo fa in condizioni/situazioni impossibili grazie a questo stato che spreca soldi per comprare aeroplanini da guerra, per costruire inutili e devastanti opere, pubbliche solo per chi paga ma poi privatissime per chi ci guadagna e poi taglia sulle necessità primarie dei cittadini e di chi deve garantire i servizi. Ma questo è anche il paese dove le forze dell’ordine hanno abusato spesso del loro ruolo, basta pensare al G8 di Genova, a Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e a tutti i morti di stato. Ecco perché parlare di rispetto delle regole diventa difficile se si pensa che gli autori, i responsabili e i mandanti di massacri e morte, in divisa e in giacca e cravatta non hanno mai ricevuto un’adeguata sanzione.

Mi chiedo, mentre in queste ore centinaia di persone in giro per la Rete si congratulano e si complimentano col carabiniere che ha ucciso, che razza di paese sia diventato questo, a quale livello di devastazione morale si può essere arrivati per applaudire un carabiniere che spara per ammazzare invece di pretendere, tutti insieme, di vivere in un paese dove nessuno muore per l’eccesso di zelo di un tutore dell’ordine.

E’ troppo pretendere di vivere in un paese dove non si rischia di essere ammazzati in modo accidentale?
E il pericolo sarebbero i migranti, la tbc e l’ebola?

Pietà.

Altroché la Grande Guerra, “prima me spari e poi dici chi va là”.

Qui per soddisfare la sete di giustizia, applicata solo al pianterreno perché per l’attico e il mezzanino si chiude un occhio e pure tutti e due, arriveremo agli squadroni della morte applauditi dalle folle festanti. 

La criminalità è insita nel fattore umano, appunto le società hanno previsto che la si dovesse contrastare usando l’arma del diritto, non ammazzando gente a casaccio sparando con un’arma vera.
Fra chi ha un’arma e chi non ce l’ha il torto e la ragione non sono mai divisi equamente. Mai.
Tutti bravi ad applaudire le forze dell’ordine quando ci liberano da pericolosissimi delinquenti in motorino che non si fermano all’alt, ad invocare ed esaltare il rispetto della legge, chissà poi se le stesse cose le pensano anche quando vanno a votare gente che non spara ma deruba diritti e soldi anche a chi si ferma agli stop.
Ammazzare ragazzini disarmati, per quanto possano essere indisciplinati e irrispettosi delle regole significa contrastare la delinquenza? 

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Rabbia a Napoli, un carabiniere ha ucciso un diciassettenne

E’ accaduto nella notte. Andavano in tre sul motorino, la gazzella li avrebbe speronati. Lo sparo, dice la prima versione, sarebbe partito accidentalmente. Le manette dopo lo sparo.

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Come fu per le notizie che riguardavano l’alleanza europea tra i 5stelle e Farage Il Fatto Quotidiano ha abilmente glissato sulla polemica circa l’allarme tbc lanciato dal blog di Grillo, nonostante nel frattempo siano arrivate diverse smentite da ambienti molto più autorevoli, ad esempio il sito di MSF Italia.
Non intendo riaprire il dibattito e la polemica sulle dichiarazioni fatte nel blog perché sono abbastanza nauseata da chi non si arrende nemmeno di fronte alle evidenze, da chi non sa e non vuole ammettere che una cazzata resta tale indipendentemente da chi la fa o la dice e che giustificare le cazzate o, peggio ancora volerle tradurre in qualcosa di buono non produce nulla di utile.
Sulla qualità dell’informazione cosiddetta indipendente del Fatto però sì: voglio polemizzare. Perché io Il Fatto lo compro, ho iniziato a comprarlo e leggerlo da quando è nato proprio perché mi aveva promesso di voler essere e restare indipendente: da tutti.
Ed essere indipendente da tutti non significa poi fare delle critiche all’acqua di rose, in salsa un calcio al cerchio e uno alla botte solo quando non se ne può fare a meno. I titoloni cubitali nel sito che poi raccolgono migliaia di commenti bisogna farli anche quando si deve andare un po’ contro le proprie simpatie.
Quindi, cari direttori #Gomez, #Padellaro e #Travaglio, siccome ci aspetta un periodo faticoso e un inverno più freddo del solito, capiamoci: un giornale indipendente è quello che dice, non quello che manda in seconda e in terza quello che dà fastidio ai supporters cinque stelle.

Non è una questione affatto marginale quella di Grillo e degli extracomunitari, migranti o chiunque arrivi qui da paesi in cui è impossibile vivere. Non è affatto una casualità che Grillo ogni tanto si lanci in voli pindarici pericolosi straparlando di immigrazione, sulla quale il movimento 5stelle non ha mai preso una posizione che sia davvero politica, che unisca la logistica al fattore umano, visto che si parla di persone e non di alberi di mele.
Perché lui lo sa bene che la questione immigrazione è uno dei tasti dolenti di questo paese, quello che riscuote sempre un certo successo, se se ne parla in forma negativa facendo credere che il pericolo, la malattia, la criminalità arrivano da lontano, da fuori.
Ammettendo anche che il problema sia quello che riporta Grillo, che ci sia davvero un pericolo di epidemia, una persona che fa politica anche se non è un politico di professione e che ha un seguito di gente che gli crede e che ha riposto fiducia in lui non ha forse il dovere di affrontare un problema in maniera diversa dalle annunciazioni urbi et orbi che poi scatenano l’inevitabile e infinito dibattito fra chi gli dà torto e chi si sente in dovere di giustificarlo perché, poverino, lui che di comunicazione non sa niente, sbaglia sempre la forma?
Non avrebbe dovuto consultare lui degli specialisti, esperti del settore dai quali farsi affiancare per poi informare la gente nel modo giusto?
Sarà mai possibile in questo paese uscire dalla logica del sensazionalismo da prima pagina e anche da quella patetica del “che faresti tu” e del “se capitasse a te”, visto che la maggior parte di noi fa un altro mestiere e non ha scelto di occuparsi della risoluzione dei problemi della politica, direttamente, da professionista?
Il razzismo è legato a doppio filo alla questione dei diritti: umani e civili, e il rispetto dei diritti [umani e civili] è più importante di qualsiasi altra questione, perfino dell’economia.
Chi non lo capisce, non capisce niente, ha qualcosa in meno, anzi molto meno rispetto a chi razzista non è, non solo sul piano intellettuale e culturale ma proprio umano.
Ognuno ha il diritto di avere le sue antipatie, di non sopportare qualcuno in particolare ma il razzismo è qualcosa di peggio, significa voler negare a quel qualcuno anche la possibilità di esistere. Significa individuare il pericolo solo nel “diverso” da sé, per orientamento sessuale, nazionalità, etnia eccetera, mentre nella maggior parte dei casi i pericoli li costruiscono proprio quelli uguali a noi.

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Dalla soave boccuccia di Marianna Madia, in riferimento al blocco degli stipendi degli statali, apprendiamo che chi guadagna 26.000 euro l’anno [lordi, in ogni senso] è da collocare nella categoria dei più fortunati. 26.000 diviso dodici fa poco più di 2.100 euro al mese che non è affatto lo stipendio base di uno statale.
Perché un dipendente statale da quadro ordinario a duemila euro non ci arriva nemmeno se rimane chiuso al ministero anche di notte.
Quindi sarebbe il caso che chi 26.000 euro li porta a casa immeritatamente in un mese evitasse di offendere chi paga a lei e agli incapaci come lei stipendi, che non vengono mai ridotti né bloccati, in cambio della fortuna e del privilegio di poter ancora mettere a tavola il pranzo e la cena nella stessa giornata.

Immagino che saranno molto soddisfatti i dipendenti della pubblica amministrazione che hanno votato Renzi perché gli ha messo la mancetta in busta paga e che adesso per bocca della Madia gli fa sapere che non ci sono i soldi per l’adeguamento dei loro stipendi che è fermo al 2010. Renzi poco più di due settimane fa, dopo averlo anticipato già lo scorso aprile, diceva che “il blocco salariale per i dipendenti pubblici è solo una chiacchiera estiva”.
Se Sciascia fosse ancora vivo probabilmente aumenterebbe di qualche unità le categorie in cui ha diviso l’umanità: ai mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà aggiungerebbe senz’altro i cazzari, i bugiardi per mestiere e tutti quelli che ancora oggi, in tempi ben lontani da quel giorno della civetta, si fanno fregare da persone come Renzi.
Quelli che dopo vent’anni di berlusconi non hanno saputo fiutare e intuire l’inganno e la truffa e prendere le opportune distanze dai bugiardi e cazzari per mestiere.

Ciro

Il paese va in malora e i politici responsabili sono sempre ai loro posti: guai a chi glieli tocca. Anche alfano resta sempre e incredibilmente al suo posto.
La Nazionale perde, esce – giustamente per demeriti manifesti – dai mondiali e l’allenatore la prima cosa che dice è “colpa mia, mi dimetto”. 
E insieme a lui se ne va anche un dirigente storico del calcio. 
Magari la Nazionale fosse davvero lo specchio del paese come piacerebbe a Napolitano che non manca mai di associare gli “azzurri” al paese Italia che è tutt’altro da quello splendido colore. In un paese azzurro non si muore dentro e fuori uno stadio; si muore, si rischia, quando quel paese è troppo nero di fascismo ancora  troppo tollerato per opportunismo politico, dentro, fuori e intorno alle cosiddette istituzioni di una repubblica antifascista. Napolitano, dopo aver definito “eroi italiani” due presunti assassini dovrebbe andarsi ad inginocchiare davanti alla madre di Ciro Esposito. Andare a guardare il dolore di chi si vede sparire un figlio per un atto violento e ingiustificabile molto simile a quello commesso “presuntamente” da quelli che lui ha chiamato “eroi”.

Morto Ciro Esposito
Il tifoso ferito a Roma

 In una città, la capitale d’Italia, dove ci si spara con la scusa di una partita di calcio si sarebbero già dimessi il questore e il prefetto. 

Dimissioni che andrebbero estese anche al ministro dell’interno che pensa di poter trattare la sicurezza in uno stadio con un capo ultras invece delle forze dell’ordine pagate apposta per farlo. 
Perché il capo ultras l’autorità non se la prende da solo, qualcuno gliela dà, gliel’ha data, e quel qualcuno è SEMPRE la politica che chiude un occhio ma anche tutti e due laddove poi verrebbe a mancare il sostegno di una parte sostanziosa di elettori.
Negli stadi è sempre accaduto di tutto perché la politica che dovrebbe lavorare per evitare quel tutto non lo fa, non l’ha mai fatto. Il perché è facilmente comprensibile, ecco perché non sopporto i luoghi comuni sul calcio, sulle colpe da assegnare poi a tutti indistintamente. Il calcio non c’entra niente ma l’obiettivo è proprio quello di far credere che gli episodi violenti siano da ricollegare al calcio. mentre il calcio è solo il pretesto, come lo sono le manifestazioni, il concerto, la serata in discoteca, la movida estiva. Ci chiuderanno tutti in casa, così noi non rischieremo niente e la politica lassù, invece di lavorare per rendere questo un paese civile avrà più tempo per farsi gli affaracci suoi.
Chi esce di casa con una pistola senza essere autorizzato dalla professione ad averne una sempre con sé è un criminale al quale basta un pretesto minimo per scaricare la sua aggressività violenta, non è un tifoso di calcio.  Giorni fa l’ennesimo pazzo di strada ha ferito tre persone e ne ha ammazzata un’altra. Ormai l’effetto emulazione è diventato una moda come lo furono i sassi dai cavalcavia che però non hanno scoraggiato la gente a mettersi in macchina e viaggiare. Così come è impensabile doversi chiudere in casa per non rischiare di morire ammazzati fuori e dentro uno stadio, per mano di uno squilibrato che gira per le città col machete o nella propria macchina tornando a casa, perché altrimenti daremmo ragione a chi pensa e dice che se le donne si vestono di più e non escono di sera nessuno le violenta e le stupra, mentre gli stupri avvengono a tutte le ore e le vittime sono anche donne per nulla appariscenti né svestite, o a quelli che è meglio non andare alle manifestazioni per non dover rischiare le botte, magari proprio quelle di chi dovrebbe tutelare i cittadini e non ammazzarli.
Il problema della violenza che ammazza non è relativo ad una passione qual è il calcio o ad una qualsiasi altra occasione che porta la gente fra altra gente. I violenti del calcio sono ben noti alle forze dell’ordine di tutte le città che di loro sanno vita, morte e miracoli ma non intervengono mai prima che ci scappi il ferito o il morto. In questo paese non c’è prevenzione né la voglia di agire sul piano culturale contro le violenze di ogni genere perché poi è più facile per lo stato rispondere alle violenze con altre violenze, ecco perché non dobbiamo darla vinta a chi vorrebbe chiuderci in casa perché fuori ci sono i mostri cattivi.
Non c’è un posto dove è più facile morire.
Gli episodi legati alla criminalità intorno e dentro gli stadi si possono prevedere, arginare ed evitare perché le autorità hanno la possibilità di controllare e monitorare gli spostamenti, chi va dove e chi è soprattutto.
Questo non si è fatto e non si fa.
Ecco perché il calcio non c’entra niente.
Dire che il calcio è violenza è semplificazione massima, menzogna costruita ad arte, è l’alibi dietro al quale nascondere uno stato fallimentare perché rappresentato da incapaci, disonesti, interessati sempre a fare altro dalla gestione di un paese e che non sa garantire sicurezza ai cittadini sempre, non solo allo stadio.  Ciro è rimasto un’ora per terra prima di essere soccorso e assistito, a Roma, non a Baghdad.

Povero Ciro, morto di follia e che verrà ammazzato ancora e ancora da tutti quelli che approfitteranno per ripetere le solite storie, sempre quelle, sui violenti, sempre quelli, ovviamente senza sapere di che parlano. 
Povera madre.
Poveri tutti.

Speriamo almeno che restino tutti  a casa oggi, a fare quello che hanno fatto nei cinquanta giorni di agonia  di Ciro non trovando tempo e modo per far sentire alla famiglia di Ciro il sostegno dei romani e degli italiani.

Tra lo Stato e l’Italia c’è sempre stato un gigantesco «’sti cazzi»

Sottotitolo: “se Luigi Cesaro, detto “Giggino ‘a Purpetta” (l’autista di Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova Camorra Organizzata) è un parlamentare della Repubblica (si siede a 12 metri da noi) è ovvio che Gennaro De Tommaso, detto Genny “a carogna” possa decidere quando giocare la finale di Coppa Italia. Mi sembra coerente con la linea politica scelta dai partiti in tutti questi anni. Nulla di nuovo quindi.
Quel che è accaduto ieri all’Olimpico è uno dei tanti esempi (un altro è Francantonio Genovese, deputato PD renziano – lui si siede a 30 metri da noi – per il quale i giudici hanno chiesto l’arresto, arresto che deve essere votato dalla Camera ma la Boldrini ancora non ci fa votare) dell’assenza dello Stato. Lo Stato non esiste, o ce lo riprendiamo noi cittadini o prima o poi Genny “a carogna” verrà convocato da Renzi per riformare la Costituzione. In fondo perché Berlusconi e Verdini sì e lui no? Ah, forse perché è meno pericoloso.”
[Alessandro Di Battista – parlamentare 5stelle]

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Chissá cos’è peggio fra lo stadio frequentato anche dai delinquenti come il bar e il ristorante e uno studio televisivo del servizio pubblico – pagato coi soldi di tutti – che ospita invece, oltre alla conduttrice, SOLO un criminale.

Non si violerebbe nessuna regola evitando l’ospitata a berlusconi. Anzi, parrà strano ma sarebbe proprio l’apoteosi del rispetto della legge. 

La verità è che nessuno rinuncia ad ospitare lui per far parlare di sé. 

Proprio come l’Annunziata oggi e tutti quelli che da qui alla fine della campagna elettorale faranno credere agli italiani che berlusconi ha il diritto di essere invitato e intervistato nelle televisioni, di avere uno spazio mediatico da interdetto e condannato.
Mentre questo diritto lui non ce l’ha. Lo sa l’Annunziata e lo sanno tutti quelli che pagherebbero per avercelo seduto di fronte ma continuano a fottersene in allegria.
Naturalmente non è vero che nel 2011 fu Napolitano a chiedergli di dimettersi, lo fece, su consiglio di Confalonieri e Ghedini, quando lo spread iniziò a danneggiare anche le sue aziende; quando, tanto per non cambiare e per onorare il suo altissimo senso dello stato pensò a salvarsi la “robba”, ché a salvare l’Italia ormai non si faceva più in tempo.
Quindi non solo si dà la possibilità a un pregiudicato di invadere la televisione di stato ma gli si permette anche di continuare a mentire alla gente, di praticare l’attività a lui più congeniale, quella che gli è riuscita meglio e per mezzo della quale riesce ancora a convincere gli irriducibili estimatori di un criminale: quella del chiagni e fotti. Ancora e tutt’ora.

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Allo stadio Olimpico c’erano il presidente del consiglio e quello del senato, ex procuratore antimafia, uno che di criminalità se ne intende. Due persone che rappresentano le istituzioni più alte e che avrebbero potuto, se avessero voluto, mettere una pietra tombale sulla partita e sulla trattativa fra il capetto malavitoso e la questura evitando all’Italia tutta l’ennesima figura di merda planetaria.
Non lo hanno fatto.
E questo è quanto. Tutto il resto – razzismo verso Napoli e i napoletani in testa, è noia, e di quella più pesante fra l’altro.

Solo per ricordare agli imbecilli che in queste ore si sono espressi col loro peggio, quelli che “non sono io che sono razzista ma sono loro che sono napoletani” che la politica è in grado di regolare ogni ambito della società: stadi compresi, ma non lo fa perché da sempre le curve degli stadi, quelle brutte, cattive e violente sono un’ottima fonte da cui attingere voti. 
E allora la politica si guarda bene dall’infastidire un ambiente dove succedono cose che servono poi anche a far aprire molte bocche senza che prima siano state collegate con altrettanti cervelli che pensano. 

Non c’entrava niente la partita, lo stadio né i tifosi sabato sera a Roma, ma la tentazione del giudizio morale sul tifoso di calcio da evitare come un appestato e dell’offesa razzista verso i napoletani per molti è irresistibile, anche per quelli che poi, rispetto ad altri razzismi espressi si indignano o fanno finta di…

La violenza, gli spari non sono un’esclusiva napoletana, ma è un’esclusiva piuttosto italiana quella di definire e catalogare i napoletani come una razza a parte da emarginare con disprezzo. Nessuno si sognerebbe mai di dire che tutti i brianzoli sono ladri, corruttori, amici della mafia e sfruttatori di prostitute ragazzine solo perché berlusconi è nato in quella zona della Lombardia.  Si vergogni, e molto, chi associa il male, la criminalità e il malaffare ad una sola città nel paese dove le mafie governano da Bolzano a Palermo in una trattativa continua, che dura da 150 anni, nell’assoluta indifferenza dello stato.

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Genny ‘a Carogna merita di diventare prefetto – Arnaldo Capezzuto – Il Fatto Quotidiano

Appello al premier Matteo Renzi: nomini Prefetto Genny ‘a Carogna. E’ un atto dovuto e di serietà. Ieri sera, allo stadio Olimpico di Roma alla presenza in tribuna dello stesso presidente del Consiglio, del presidente del Senato Pietro Grasso, del presidente della Commissione AntimafiaRosy Bindi e i vertici del calcio nazionale abbiamo dovuto attendere e ringraziare Gennaro De Tommaso, alias Genny ‘a Carogna, capo degli ultras partenopei del gruppo Mastiffs e dell’interacurva A dello stadio San Paolo per aver dato l’ok all’incontro di finale di Coppa italia Napoli -Fiorentina.

Ecco: il giovanotto ha gestito magistralmente l’ordine pubblico e salvato moltissime poltrone istituzionali. Penso e credo che meriti come minimo una nomina a Prefetto della Repubblica. Seduto su una grata della curva Nord, il capo ultrà ha partecipato alla convulsa trattativa che ha ritardato di 45′ il match poi vinto dalla squadra azzurra. Certo ‘a Carogna non è uno stinco di santo. E’ giàdestinatario di Daspo ha alle spalle vari precedenti giudiziari (fu arrestato per droga).

Vabbè che c’entra? Ci sono vertici del nostro Stato che con ostinazione da oltre 20 anni negano o non ricordano che è avvenuta una trattativa con la mafia altri che nonostante i massacri del G8 di Genova sono stati promossi. A chi però storce il naso per via della maglietta nera che indossava ‘a Carogna con la scritta gialla : “Speziale libero” possiamo dire con serenità che è solo marketing da duro. Occorre solo ammirare il carisma e la bravura del tatuato Genny ‘a Carogna che dopo aver parlato a lungo col capitano del Napoli Hamsik e i vertici della Questura della Capitale e i rappresentanti del Prefetto ha autorizzato la disputa della finale.

Lo Stato deve ringraziare (Silvio Berlusconi per anni ha usufruito del titolo di cavaliere) attribuendo un’onorificenza a Genny ‘a Carogna se la partita non si è trasformata in tragedia. Non scherzo quando sostengo che il premier dovrebbe nominare per le attitudini dimostrate e senso dello Stato Genny ‘a Carogna, Prefetto. Le immagini in diretta tv hanno fatto il giro del Paese e d’Europa e dimostrano e provano la serietà, il carisma, l’attitudine al comando della Carogna. Tra l’altro Genny ha referenze importantissime, c’è il collaboratore di giustizia Emilio Zapata Misso che spiega:“Gli equilibri fra i gruppi di tifosi e quelli fra clan camorristici si influenzano gli uni con gli altri (…) Il capo dei “Mastiffs” è De Tommaso Gennaro, detto “Genny ‘a carogna”, figlio di Ciro De Tommasocamorrista affiliato al clan Misso (…) Così come il gruppo “Rione Sanità” è comandato da Gianluca De Marino, fratello di Ciro, componente del gruppo di fuoco del clan Misso”.

Ancora di più, ci sono anche inchieste della Digos di Napoli e della magistratura che illustrano come i componenti del gruppo organizzato dei tifosi dei “Mastiffs” sono stati più volte coinvolti in indagini giudiziarie insieme all’altro gruppo della torcida azzurra i Fedayn per tifo violento con arresti e perquisizioni. A rafforzare il quadro delle benemerenze del capo dei Mastiffs c’è anche il racconto diSalvatore Russomagno, pentito del clan Mazzarella che spiega : “Dell’esistenza di azioni punitive che avvengono quando un calciatore gioca male oppure non si presenta alle riunioni presso i circoli sportivi, ovvero parla male dei tifosi e in particolare dei Mastiffs. I Mastiffs sono violenti e non gradiscono le dichiarazioni dei calciatori contro la violenza degli stadi, talvolta gli orologi rapinati ai calciatori sono stati anche restituiti, così a Cavani e alla moglie di Hamsik, non so chi le commise ma sono stati i Mastiffs a fare avere indietro gli orologi”.

Alla fine il presidente Aurelio De Laurentiis a Coppa Italia conquistata nel corso di un’intervista lo riconosce : “A Napoli è tutto diverso”. Caro presidente non solo a Napoli ma in generale è tutto diverso in Italia. Nel paese al contrario forse il Prefetto e il Questore di Roma dovrebbero essere rimossi invece è più giusto che Genny ‘a Carogna abbia un riconoscimento istituzionale.  

 

L’incendio di Città della Scienza: il dolo e il dolore

Per contribuire alla ricostruzione di Città della Scienza è disponibile il conto corrente, intestato a Fondazione Idis Città della Scienza.

IBAN IT41X0101003497100000003256 – causale Ricostruire Città della Scienza.

Questo è l’unico conto corrente dove esprimere il vostro sostegno. 

Ogni volta che la criminalità alza la voce per far capire a tutti chi comanda si toglie un pezzo di speranza soprattutto ai bambini, il loro futuro, la possibilità di vivere sereni. Nessuno può credere che una struttura del genere sia bruciata per autocombustione. Siamo tutti abbastanza disincantati ed autorizzati a pensare che questo disastro non sia proprio frutto di un incidente.
E possiamo stare qui o sulle piazze a sbatterci per giorni, mesi, anni a chiedere i diritti, la giustizia, il lavoro, l’istruzione, pensare cosa è meglio per fare più bello questo questo paese, a metterci l’impegno, l’amore… quanto manca l’amore in questo paese, nessuno fa più cose per amore e con amore…poi basta il buio di una notte, una latta di benzina e il fuoco per distruggere anche l’idea che questo paese possa diventare solo un po’ normale, vivibile.
E’ una lotta impari dove a perdere è sempre quella parte sana dello stato: noi.  
Non esiste un bene abbastanza forte che sappia contrastare il male, un male che ha volti, nomi e cognomi, non è un’entità astratta di cui non si sa nulla.
E non c’è stata mai la volontà da parte di nessuno di difendere quello che andava e va difeso perché provare a difendere lo stato in Italia significa morire DI stato.
Incendio Città della Scienza, sindaco De Magistris: “Napoli sotto attacco”

Città della Scienza distrutta, sindaco Luigi De Magistris su Twitter: “Napoli è sotto attacco”.

“Migliaia di ragazzi e bambini si sono svegliati piangendo”.

Saviano, “la malavita organizzata da tempo ha intenzione di edificare a Bagnoli”.

Dipendenti distrutti per l’accaduto. In molti da mesi lavoravano senza percepire lo stipendio, a causa del pesante indebitamento delle istituzioni pubbliche.

Un incendio di vaste proporzioni ha incenerito la Città della Scienza nel quartiere Bagnoli

 Messaggi di solidarietà arrivano da ogni parte, per il rogo alla Città della Scienza, il museo interattivo completamente distrutto da un rogo divampato lunedì sera, per cause al momento sconosciute, anche se le forze dell’ordine propendono per il dolo.

[youreporter]

Il mio abbraccio e la mia solidarietà agli amici napoletani. 

Quindi, per quel che mi riguarda gli antinapoletani per gioco e per razzismo, quelli che dai seggiolini di uno stadio fanno il tifo per un vulcano anziché per la squadra del ‘cuore’ semmai ne abbiano uno a disposizione, quelli che l’Italia è bella solo da un certo punto in poi ma mai verso il basso  dovrebbero vergognarsi sempre, oggi molto di più.

Napoli è una città bellissima, bella da togliere il fiato.

E lo dico da romana, insomma, di bellezze cittadine un po’ me ne intendo.

L’immagine della Scienza e del Sapere ridotti in cenere è un dolore che dovrebbe stordire tutti, da Bolzano a Palermo.

‘o piezzo [un altro, l’ennesimo]

Sottotitolo, una citazione da un mio post di qualche mese fa: i combattenti antimafia sono quelli che poi quando devono decidere se un mafioso prestato alla politica deve andare in carcere votano compattamente per il no. Per questioni di coscienza. Quelli che commemorano Falcone, Borsellino e tutti i morti di stato ma salvano Cosentino.
Quelli che parlano di berlusconi e andreotti definendoli statisti. Quelli che festeggiano le prescrizioni come fossero assoluzioni, solo in questo paese è possibile essere mafiosi da un certo periodo a un altro, né un attimo prima né uno dopo. Quelli che non riescono a fare nemmeno una legge decente sulla corruzione perché poi andrebbe a disturbare chi di corruzione si è macchiato ma ancora può fregiarsi del titolo di “onorevole”. L’esercizio del male non necessita di gente dotata di particolari qualità: durante il nazismo ad esempio bastarono dei semplici burocrati, funzionari, medici di famiglia, come fu per la strage di Ausmerzen, che si resero complici dello sterminio dei disabili nell’indifferenza pressoché totale della gente.
Gli esecutori del male sono e sono stati dunque sempre persone normali, insospettabili, con buona pace della teoria lombrosiana che li voleva brutti, storti e fatti male.
L’olocausto è stato un orrore dell’uomo moderno che è potuto accadere anche grazie all’indifferenza, alla noncuranza, all’individualismo e all’egoismo.
Allo stesso modo la mafia è potuta proliferare soprattutto grazie all’indifferenza, alla noncuranza, all’individualismo e all’egoismo di chi sa, vede ma fa finta di niente, grazie ad uno stato che non ritiene sia necessario impegnare TUTTE le energie non a combattere le mafie, combattere non significa niente, ma ad annientarle, sconfiggerle.

Camorristi siete dei bastardi

[…] è una nenia, un lungo Rosario, un lamento interminabile fatto di tanti nomi e cognomi: sono i caduti per mano dell’invasore, camorra. Giancarlo, Silvia, Gigi e Paolo, Valentina, Federico, Annalisa, Gelsomina, Antonio, Dario, Francesco, Carmela, Attilio, Nunzio, Enrico, Ciro, Domenico. Di cosa parliamo? Di cosa cazzo scriviamo? […]

Se questo fosse un paese civile a Pasquale Romano, morto ammazzato di camorra – e quindi anche di stato – visto che questo stato non riesce ad essere più forte della malavita, della criminalità e delle mafie, perché essere severi e forti con la criminalità spicciola poi significherebbe esserlo anche con quella “eccellente” e allo stato questo a quanto pare non conviene, si dovrebbe fare il funerale di stato, fermare tutto per un giorno e farlo ogni volta che una vita umana viene privata del diritto di esistere solo perché ha avuto la sventura di nascere in uno dei tanti quartieri dimenticati d’Italia.

La mafia sarà anche un fenomeno culturale e che culturalmente si può indebolire, ma senza dispositivi di legge rigorosi e severi non si distrugge. E con la mafia non si tratta né la si dovrebbe trattare in punta di diritto: non si cura il cancro con l’aspirina.

Cominciamo ad andare a stanare i referenti di questi criminali, quelli di cui si conoscono le facce, i nomi, i cognomi e gli indirizzi.

Quelli che si fanno le leggi per eliminare il dolo dal loro agire mafioso, quelli che ogni giorno tentano di far passare i Magistrati come una parte di umanità a sé il cui unico obiettivo è la persecuzione di povere anime candide e innocenti, quei “combattenti antimafia” che poi votano no all’arresto di un loro pari quando tradisce lo stato a favore di mafia e camorra, per questioni di coscienza. Oggi sono molto avvelenata, più del solito se poi leggo che il CSM boccia una legge perché insufficiente a liberarci dai mafiosi e dai delinquenti di stato.

Oggi l’Italia è, se possibile, un paese ancora più disgustoso del solito.

Manca l’aria a viverci dentro.

Severino Salvatutti
Marco Travaglio, 19 ottobre

La legge anticorruzione approvata dal Senato è così anti che manderà in prescrizione un bel po’ di processi di concussione: quelli al pubblico ufficiale che chiede tangenti senza violenza o minaccia, ma “per induzione”, cioè con le buone maniere (“se non paghi, ti rovino”). Proprio ciò che sono accusati di aver fatto B., Penati, Tedesco e tanti alti politici che non hanno bisogno di puntare la pistola alla tempia di nessuno. Dei 36 processi pendenti in Cassazione per questo reato, con la nuova prescrizione ridotta da 15 a 10 anni, ben 17 si estingueranno entro aprile 2013. E con la prescrizione anche il mostro di Marcinelle diventa un giglio di campo. Ora però la ministra Severino del “governo degli onesti” annuncia: “Subito l’incandidabilità dei condannati”. Subito si fa per dire: è una legge delega al governo, che però ha solo 6 mesi di vita, poi ad aprile si vota. E per di più sarà in Gazzetta Ufficiale chissà quando, visto che governo e partiti vogliono emendare la legge appena varata in Senato, così dopo la Camera tornerà a Palazzo Madama. Ma, anche se si facesse in tempo con i decreti delegati, sarebbero in candidabili solo “i condannati definitivi a pene superiori ai 2 anni per reati contro la Pubblica amministrazione o di grave allarme sociale”, tipo mafia e terrorismo. Esclusi dunque finanziamento illecito, reati finanziari e fiscali. Ed escluso pure chi ha patteggiato(il patteggiamento non è equiparato alla condanna). Nel 2008, quando fu eletto l’attuale Parlamento, i pregiudicati erano 22. Uno è morto: Giampiero Cantoni (Pdl, 2 anni per bancarotta e corruzione). Se fosse sopravvissuto avrebbe potuto ricandidarsi: aveva patteggiato e la pena non superava i 2 anni. Vediamo i superstiti, escludendo gli ex radicali Rita Bernardini e Benedetto Della Vedova (cessione di hashish in campagne di disobbedienza civile) e Giancarlo Lehner (diffamazione), non certo indegni di sedere nelle istituzioni. Le maglie della Severino sono talmente larghe che non lascebbero a casa quasi nessuno: o perché la pena non supera i 2 anni, o perché il reato non rientra fra quelli previsti per l’ineleggibilità. Non sarebbe incandidabile Massimo Maria Berruti (Pdl, 8 mesi: favoreggiamento). Non Umberto Bossi (Ln, 8 mesi finanziamento illecito, 1 anno istigazione a delinquere, 16 mesi indultati oltraggio alla bandiera). Non Aldo Brancher (Pdl, 2 anni: ricettazione e appropriazione indebita). Non Giulio Camber (Pdl, 8 mesi: millantato credito). Non Enzo Carra (Udc, 16 mesi: false dichiarazioni al pm). Non Marcello de Angelis (Pdl, 5 anni: associazione sovversiva e banda armata, ma è roba vecchia ed estinta). Non Marcello Dell’Utri (Pdl, 2 anni e mezzo patteggiati: false fatture e falso in bilancio). Non Antonio Del Pennino (Pdl, 2 anni: finanziamento illecito). Non Renato Farina (Pdl, 6 mesi patteggiati: favoreggiamento in sequestro di persona). Non Giorgio La Malfa (6 mesi: finanziamento illecito). Non Roberto Maroni (Ln, 4 mesi: resistenza a pubblico ufficiale). Non Domenico Nania (Pdl, 7 mesi: lesioni). Non Domenico Naro (Udc, 6 mesi: abuso d’ufficio). Non Domenico Papania (Pd, 2 mesi: abuso d’ufficio). Resterebbe fuori Giuseppe Drago (Udc poi Pdl, 3 anni: appropriazione indebita e peculato), ma s’è già dovuto dimettere da deputato perché interdetto dai pubblici uffici. Alla fine la mannaia del “governo degli onesti” si abbatterebbe su tre soli senatori, ovviamente Pdl: Giuseppe Ciarra pico (7 anni e mezzo: ricettazione fallimentare e bancarotta fraudolenta), Salvatore Sciascia (2 anni e mezzo: corruzione) e Antonio Tomass ini (3 anni: falso). 

Con tutto quel che si vede in giro, fanno quasi tenerezza: diamogli la grazia.
Ciao Pasquale…Napoli è una città bellissima ma lo stato non se n’è mai  accorto.