Ma che bel paese, l’Italia

Sangue sul Monte dei Paschi di Siena
Si uccide l’ex portavoce di Mussari

David Rossi, 51 anni, capo area comunicazione della banca, si è buttato dalla finestra del suo ufficio

Dal Banco Ambrosiano a Parmalat, i casi di suicidio dei ‘custodi dei segreti’ negli scandali finanziari

Quando succedono cose molto gravi c’è sempre la vittima che paga per tutti.
Chissà come mai l’ex portavoce di Mussari, direttore della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena  si è suicidato.
E chissà perché invece di suicidarsi le persone non si liberano, dicendo quello che sanno, perché chi si suicida qualcosa la sa, cose talmente gravi da non riuscire a portarne il peso.
E chissà perché una vita umana deve valere meno di uno scandalo finanziario, l’ennesimo, sul quale, come sempre accade in questo paese, non si saprà mai la verità.

Ora mi aspetto – dopo la santanchè che puntuale è arrivata con le sue dichiarazioni contro la Magistratura colpevole di indagare sulle ladrate anche quando riguardano eccellenze e istituti come le banche – che  qualche altro solone  dica che Marco Lillo, il giornalista del Fatto Quotidiano  che ha dato la stura a questa porcheria riguardo MPS, avrebbe dovuto farsi i fatti suoi, così come dissero di Rizzo e Stella quando uscì La casta, il libro sui ladri di stato. Perché in questo paese come al solito il colpevole della febbre non è l’infezione, ma il termometro che se ne accorge.

Perugia, gli negano finanziamento
Uccide due impiegate regionali

L’assassino/suicida di Perugia aveva un porto d’armi per attività sportiva, ecco, io mi aspetto che chi usa un’arma per sport, quando non fa sport sia OBBLIGATO a riconsegnarla e che non si vendano armi che uccidono a chi non ha una licenza di uccidere ma solo quella  di poter giocare con un’arma. Specialmente quando le condizioni di salute non dovrebbero consentire il possesso di un’arma.

Posto che a me quelli a cui piacciono le armi anche solo per gioco proprio non riescono a piacermi mai.

Una persona normalmente equilibrata non dovrebbe avere una certa adorazione per le armi.

Chi ha ucciso ieri aveva acquistato l’arma solo qualche giorno fa.

La crisi sarà anche responsabile delle innumerevoli tragedie, suicidi, che accadono fra cui quella, inspiegabile, di ieri che ha avuto come vittime due incolpevoli impiegate di un ufficio di rappresentanza di parte dello stato.
Impiegati e funzionari dello stato non c’entrano nulla coi nostri problemi personali, sono persone che molto spesso vivono gli stessi problemi di chi vorrebbe riversare su di loro i suoi. Una delle due donne uccise era una precaria.

Ma quanto è colpevole uno stato in cui si può vendere un’arma da fuoco a una persona che in passato ha avuto problemi psicologici? quanto è responsabile uno stato dove i governi non impongono leggi severe per obbligare ai controlli medici chi compra e detiene armi per attestarne la salute sotto il profilo psicofisico? perché avere in tasca un po’ di marijuana che fino a prova contraria non ammazza nessuno deve essere un reato e significa rischiare l’arresto, la galera come è accaduto a Stefano Cucchi  che da quella galera è uscito da morto mentre chi si tiene una pistola in tasca in casa non viene controllato da nessuno? sarebbe troppo pretendere che lo stato, visto che dei nostri soldi vuol sapere tutto per mezzo del controllo nei nostri conti in banca, col redditometro, organizzasse anche una banca dati dove registrare chi ha turbe psichiche affinché non abbiano mai la possibilità di acquistare armi – nonché quelli che già le posseggono per invitarli periodicamente a farsi visitare –  e che chi vende armi da fuoco come minimo debba pretendere un certificato medico dall’acquirente? quello che più di tutto manca in questo paese è la serietà di chi è chiamato a pretendere che responsabilità e serietà vengano poi messe in pratica anche dai cittadini.

Una semplice patente di guida richiede  controlli più frequenti del possesso di un porto d’armi: è normale? io dico di no.

Pd, Bersani: ‘Noi mai con il Pdl’
D’Alema: ‘Complesso dell’inciucio’

Qualcuno dicesse all’altro dissociato da se stesso, che “il complesso dell’inciucio” ha un nome e un cognome, con un piccolo sforzo di autocritica può arrivarci anche da solo a indovinare. E che non ci sarebbe nessuna paura di compromessi politici, quando sono finalizzati DAVVERO al bene comune e non, come è sempre accaduto in questi ultimi tre lustri, al salvataggio di chiappe ‘eccellenti” e ancorché flaccide.

Mission impossible
Marco Travaglio, 7 marzo

 

Ieri Bersani era chiamato al massimo sforzo per rendere almeno possibile la mission impossibile di un governo Pd-M5S. E in un certo senso il suo massimo l’ha dato con gli 8 punti del “nuovo” programma. Purtroppo il suo massimo è molto meno del minimo che potrebbe consentire ai neoeletti del M5S di giustificare davanti ai loro elettori l’eventuale appoggio a un governo. E quel minimo potrebbe garantirlo solo un’alta personalità della società civile, non compromessa con i partiti e gl’inciuci dell’ultimo ventennio: come ha proposto Santoro. Anche perché dire “mai al governo con B” mentre si governa con B. da 16 mesi, fa sorridere (“mai più al governo con B.” sarebbe più credibile). Intendiamoci: fra gli 8 punti ci sono anche cose buone. Che però — a parte la legge elettorale alla francese — sono pure le più vaghe o diluite in tempi lunghi (e nei tempi lunghi saremo tutti morti): rinegoziare in Europa i vincoli di bilancio, peraltro sottoscritti da Monti con l’appoggio del Pd; salario minimo per chi non ha lavoro, che peraltro il Pd definiva insostenibile quando lo proponeva Grillo; norme costituzionali per abrogare le province e dimezzare i parlamentari; legge sulla responsabilità giuridica dei partiti; tagli e taglietti qua e là su compensi e poltrone negli enti locali; nuove norme su corruzione, falso in bilancio, reati fiscali, autoriciclaggio, voto di scambio e addirittura riforma della prescrizione (appena accorciata dalla legge Severino, su proposta del Pd, con salvataggio di Penati e delle coop rosse); e altri bei propositi. Non una parola sui cavalli di battaglia del M5S che l’han portato al successo in tutt’Italia e addirittura al trionfo in Val Susa, a Siena, a Taranto e così via: via i fondi pubblici a partiti e giornali; via le leggi 30 e Fornero; via dal Parlamento tutti i condannati, anche sotto i 2 anni; no alle grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione al Terzo Valico, e agli F-35; via i sussidi a banche e imprese private (Mps, Fs, Autostrade ecc.); basta con i Riva che violano la legge all’Ilva; inversione di rotta sui rifiuti, per ridurre progressivamente i materiali inceneriti; antitrust per tv e pubblicità; ritiro delle truppe dall’Afghanistan; tetto alle pensioni d’oro. Totalmente ignorata anche la campagna online di MicroMega , che ha raccolto 130 mila firme in cinque giorni, per dichiarare subito ineleggibile B. ai sensi della legge 361/1957 sui concessionari dello Stato. Anzi il modello da seguire per i conflitti d’interessi è la legge-brodino approvata in commissione “alla Camera nella XV legislatura” (2006-2008). Una barzelletta. Il testo, scritto da Franceschini, Bassanini e Violante (“Si tratta di perfezionare la legge Frattini”) e nobilitato dalle firme di Elia e Onida, riguarda solo i conflitti dei membri del governo, non dei parlamentari; e soprattutto non prevede alcuna ineleggibilità, ma solo il passaggio delle azioni delle imprese del titolare del conflitto a un blind trust, un fondo cieco. Ma così si può risolvere il conflitto d’interessi “attivo”: quello di chi, al governo, potrebbe legiferare a vantaggio delle proprie aziende. Non certo quello “passivo”: di chi, al governo, viene favorito dalle proprie aziende — tipo tv e giornali — nel mantenere o nell’acquisire consenso presso l’opinione pubblica. Insomma, se B. rimane un semplice parlamentare, anche se diventa capogruppo del Pdl o presidente del Senato, non gli succede niente; casomai tornasse al governo, le sue azioni di Mediaset, Mondadori ecc. finirebbero nel fondo cieco, ma i suoi giornalisti continuerebbero a vederci benissimo (e comunque, a quel punto, potrebbe abrogare la legge). Sarà un caso, ma il primo a escogitare il blind trust (Montanelli lo chiamava “blind truff”) per risolvere il conflitto d’interessi di B. era stato, nel 1994, lo stesso B. Insomma, i 5Stelle un governo Bersani non possono appoggiarlo. Ma Berlusconi sì.

Impicciament

Mps, Napolitano torna a “sopire”
“No al cortocircuito media-pm”

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che proprio non ce la fa, non vuole essere il presidente di tutti ma solo di qualcuno, che spesso e volentieri entra in ambiti che non gli competono o, se gli competono lo fa sbagliando gli obiettivi dei suoi ormai leggendari moniti. 

Il corto circuito è un presidente della repubblica che pur avendone avuta facoltà non ha sciolto le camere nemmeno in presenza di un primo ministro al centro di scandali gravi, protagonista – da imputato – di processi per reati che in altri paesi non prevedono solo le dimissioni di un politico che si macchiasse di colpe infinitamente meno gravi ma l’esclusione perpetua dalla politica la giusta condanna di un tribunale.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che, da conoscitore della Costituzione qual è non ha esitato a mettere il suo sigillo, e dunque quello di tutti noi, su leggi odiose, vergognose, funzionali alla copertura e alla protezione di un impostore disonesto, leggi che nessun’altra politica nel mondo civile si sognerebbe nemmeno di pensare poi puntualmente cassate dalla Consulta. 

Il vero corto circuito è che in un paese apparentemente normale il presidente della repubblica non abbia ancora tolto l’appellativo di cavaliere della repubblica italiana ad un disonesto intrallazzatore, uno sotto processo per sfruttamento della prostituzione minorile, uno con un curriculum giudiziario che fa spavento e che in un paese al minimo sindacale di civiltà la gente si schiferebbe ad averlo per vicino di casa.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che non si attiva affinché processi che riguardano politici candidati alle elezioni non vengano rimandati a dopo le elezioni, perché i cittadini hanno il diritto di sapere PRIMA se quando vanno a votare lo fanno per una persona onesta o per un delinquente da galera.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che non ha speso una parola nel merito di sentenze scandalose né sul fatto che il responsabile dei massacri al G8 di Genova, quello che ordinò i pestaggi per dispetto, per difendere l’onore della polizia di stato davanti agli occhi sbalorditi di tutto il mondo,  sia stato nominato nientemeno che sottosegretario alla sicurezza del governo.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che entra nello spogliatoio della Nazionale di calcio complimentandosi coi giocatori e dicendo loro che “sono lo specchio del paese”: dunque paragonando  gente onesta, che vive fra mille difficoltà ad un manipolo di viziatelli arroganti che spesso si trasformano in delinquenti.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che, il 25 aprile anziché rinnovare i valori dell’Antifascismo – cosa di cui questo paese ha un bisogno disperato e che si dovrebbe fare quotidianamente – si mette a battibeccare a distanza con un comico sui pericoli del populismo e lo fa per difendere gl’interessi di bottega della politica tradizionale, quella che ci ha allegramente e gioiosamente condotto alla bancarotta etica, morale prim’ancora che a quella economica.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che concede la grazia su cauzione ad un delinquente recidivo ma non si occupa dei tanti casi di ingiustizie ordinarie e quotidiane che riguardano persone che non hanno voce, che non possono collegarsi a twitter dagli arresti domiciliari né essere invitate tutti i giorni nei talk show, ad esempio quello di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi accusata di diffamazione per aver difeso la memoria di suo figlio, morto ammazzato da quattro poliziotti; Patrizia il 1 marzo dovrà andare a processo, malgrado e nonostante l’immane tragedia che ha subito, ma per lei nemmeno un hashtag  #siamotuttipatriziamoretti, per sallusti, diffamatore per mestiere e per conto terzi, sì: solidarietà e sostegno si sono sprecati e sono arrivati proprio da quelle persone che dovrebbero spendersi e lavorare per uno stato civile, promuovere l’onestà. Per non parlare di tutta quella gente che si è suicidata per una cartella equitalia, per non aver saputo sopportare la vergogna di una umiliazione e l’impossibilità di far fronte ad un debito in denaro.

Gente onesta cui nessuno ha teso una mano nemmeno per pietà.

 Napolitano invece  intercede personalmente con la collaborazione dell’appena ex ministro della giustizia, ed entrambi si arrogano il diritto di  sollevare uno che commette reati a ripetizione  dalle sue responsabilitá morali, civili e legali. 

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che alla commemorazione di una strage di mafia parla di uno stato che vent’anni fa non si è lasciato intimidire ma poi pretende il silenzio su una questione attinente alla mafia perché in quella questione è voluto entrare anche lui anche se questo non rientra affatto nelle prerogative di un capo dello stato.

Il vero corto circuito è un presidente della repubblica che pretenderebbe il silenzio dalla stampa e dall’informazione su fatti ben precisi e non su altri ben sapendo che questo paese muore fra silenzi, omissioni e conflitti di interesse.

Il corto circuito è un presidente della repubblica che di fronte ad una Magistratura insultata, svilita, offesa tutti i giorni e da anni dalla politica, bacchetta i Magistrati accusandoli di troppo protagonismo anziché una politica che, se fosse meno disonesta,  anzi per niente, coi Magistrati non dovrebbe avere niente a che fare ma al contrario lavorerebbe a braccetto con loro per restituire a questo paese un minimo di dignità e di senso dello stato, non l’avrebbe trasformato, invece, in uno stato che fa senso.

Il dito e la banca
Marco Travaglio, 2 febbraio

Il primo monito di Napolitano è certamente saggio se, invocando l’altroieri l'”interesse nazionale”, punta a tutelare la figura di Mario Draghi dalle pressioni tedesche, che mirano a gettargliaddosso lo scandalo Montepaschi per frenare la sua politica salva-euro. La Banca d’Italia fu certamente l’unico soggetto istituzionale a vigilare, con le due ispezioni a Siena, e a scoprire i contratti segreti sui derivati tossici, anche se poi ci si contentò del cambio della guardia Mussari-Profumo e la lentezza delle procedure e l’inefficienza endemica della Consob impedirono che i disinvolti (a dir poco) amministratori fossero rapidamente e adeguatamente sanzionati. Purtroppo non si può dire altrettanto del secondo monito, quello di ieri dinanzi all’Ordine dei giornalisti, francamente irricevibile almeno per ciò che resta della libera stampa in Italia. Che vuol dire “abbiamo spesso degli effetti non positivi, quasi dei cortocircuiti tra informazione e giustizia”? E a che titolo il capo dello Stato afferma che il “ruolo della stampa di propulsione alla ricerca della verità” nel caso Mps “confligge con la riservatezza necessaria delle indagini giudiziarie e il rispetto del segreto d’indagine”? La stampa ha il diritto-dovere di svelare i segreti, anche quelli giudiziari se ci riesce, per dare ai cittadini il maggior numero possibile di notizie. Forse Napolitano ignora che, se da dieci giorni lo scandalo del Montepaschi è sulle prime pagine dei giornali di tutta Italia (e non solo), è grazie a un giornale — il nostro — che ha scoperto ciò che i banchieri nominati dal suo partito occultavano ad azionisti, dipendenti, risparmiatori e investitori. Se avessimo aspettato le famose autorità, magistratura compresa, non sapremmo ancora nulla. Nelle parole di Napoletano echeggia, dietro il paravento dell'”interesse nazionale”, una concezione malata, autoritaria del rapporto fra il potere e i suoi controllori: qualunque scandalo del potere diventa attentato alla Nazione perché lo scredita agli occhi dei cittadini e dei mercati. Quindi meglio una notizia scomoda in meno che una in più. Il dito indica la luna e tutti a guardare il dito. 
Il termometro segna la febbre e tutti a dare la colpa al termometro. Se Napolitano non vuole che il sistema bancario venga screditato, lanci un bel monito ai banchieri perché caccino i mercanti dal tempio, anziché mettere la volpe a guardia del pollaio, come fecero tre anni e un anno fa con Mussari. E lanci un bel monito ai politici perché escano dalle banche (e dalle fondazioni) con le mani alzate e tornino a fare il loro mestiere: che, sulle banche, è quello dell’arbitro, non del giocatore. Già che c’è, potrebbe pure consigliare ai compagni del Pd di darsi una calmata: anziché minacciare di “sbranare” chi scrive dei loro rapporti con la finanza, la smettano di amoreggiare coi banchieri e di scalare le banche. Così magari nel prossimo scandalo finanziario non saranno coinvolti, e sarà la prima volta. La pravdina del Pd, la fu Unità, dedica una pagina all’appassionante interrogativo “Perché sfiorì il Garofano. Crollo del Psi e crisi della Prima Repubblica”. Già, perché? Lo storico Pons, recensendo un sapido saggio di due vecchi craxiani, Acquaviva e Covatta, risponde: va evitato “un impiego estremo della memoria storica come arma di lotta politica” in favore di “uno sguardo più meditato e più utile”, scevro da “giudizi sbrigativi e liquidatori sulla figura di Craxi”. Dunque il Psi e la Prima Repubblica crollarono perché “i partiti avevano perso la capacità di generare appartenenza”, per le “tendenze disgregative”, per “i limiti del riformismo socialista”, insomma “per un vuoto della politica che fu riempito dal potere giudiziario e da un’ondata di antipolitica”, ovviamente “di destra”. Di qui “la tragedia di Craxi e del socialismo italiano”. Ma è così difficile, o magari antipatriottico, dire che Craxi rubava?

 

Di Corona mi piace solo quella conservata al fresco

Sottotitoli e preamboli vari: 

Elezioni 2013, Berlusconi vuole un patto col Pd per salvare se stesso e le aziende. [Il Fatto Quotidiano]

Ma voglio dire:  dategliela ‘sta garanzia. Una più una meno, tanto sono vent’anni che gli vengono date garanzie, vero d’alema, veltroni, fassino, violante, prodi? poi magari stavolta potreste stupirci con qualche effetto speciale, chessò, rimangiarvi la parola, usare lo stesso metodo b., quello della dichiarazione con la smentita incorporata. Se lo fa lui e funziona perché non dovrebbe funzionare anche a parti inverse? 

Come nella fiaba del lupo e dell’agnello la Lega denuncia il blogger Daniele Sensi

Da anni il blogger Daniele Sensi registra le frasi razziste degli esponenti del Carroccio su Radio Padania e in Rete. Un lavoro prezioso e scomodo. Ora cercano di intimidirlo portandolo in tribunale. Come racconta lui stesso.

Ho la sensazione che per Daniele non ci sarà nessuna intercessione del nostro amatissimo presidente della repubblica: lui si commuove solo per i diffamatori veri.

Mps, altolà di Napolitano: “Ho piena fiducia nella Banca d’Italia”

In un paese normale il presidente della repubblica non spenderebbe parole di stima per le banche né per quei partiti che si sono resi complici del fallimento dello stato, da Alitalia a Ilva, fino ad arrivare a MPS, dovrebbe stare dalla parte dei cittadini truffati due volte, la prima quando si sono fidati delle banche e la seconda quando i loro soldi delle tasse sono stati usati non per il bene comune ma per il salvataggio di chi si è dimostrato incapace di tutelare i risparmi e i sacrifici di tanta gente onesta.
Dopo appena quattro giorni i pagamenti dell’IMU sono stati trasferiti nelle casse di MPS, nemmeno il tempo di farli freddare.

E, sempre in un paese normale il nemico di tutti quelli che vogliono davvero il bene comune sarebbe Mario Monti e a seguire chi ha condiviso e sostenuto la politica di Monti ed è disposto a farlo ancora, non certo Beppe Grillo e nemmeno Antonio Ingroia.

Ma purtroppo è solo la solita Italia sciagurata, quella che pur di non combattere i nemici veri s’inventa quelli falsi.

Scrive l’amico Jo Monaciello sulla sua pagina di facebook:  “Abbiamo perso il piacere di essere compatti. Se Corona va in galera e tu esulti c’è sempre quello che ti viene a dire “ma in fondo che ha fatto di peggio dei politici?”. Se il PDL fa fuori Cosentino e tu esulti, c’è sempre quello che sostiene “perché lui fuori e Scilipoti dentro?” o, come Pannella, dice “Nicola tu sei il nuovo Enzo Tortora”. Se correggi l’italiano di qualcuno, c’è sempre quello che ti dice che sono fesserie rispetto agli errori in altri campi. Lasciate che vi dica una cosa: Corona è figlio di questa società, se non paga lui non comincia a pagare la società, anzi implicitamente ammettiamo che ci sta bene così. Se non comincia ad andare via Cosentino, altro che Scilipoti, ci ritroveremo il peggio del peggio (come è stato finora) perché sembrerà possibile. Se uno non conosce la lingua italiana, significa che non legge e se non legge significa che non sa e se non sa significa che quel che dice glielo dice qualcuno e finisce che allora il tipo che non sa leggere, non sa ed è ignorante pensa che sia giusto stuprare un’ebrea ed appicciare il negozio dell’orefice/ricettatore al quale vende le cullanelle che ha scippato quando non sta a casa Pound.”

Anch’io lo dico e lo scrivo da giorni: pensare che ci siano cose di rilevanza minore in fatto di giustizia fa parte di quel benaltrismo dannoso, incivile, tipicamente italiano che poi non consente, perché la gente non imparerà mai a pretenderlo, che la giustizia si applichi anche ai piani alti.

Se in galera non ci vanno i  berlusconi, i dell’utri, i cosentino e tutta l’orrenda compagnia dei delinquenti di stato che si fa, non ci mandiamo più nessuno? tutta la delinquenza e la criminalità perdonata in virtù del fatto che un parlamento INTERO in questi ultimi vent’anni ha lavorato incessantemente affinché la giustizia, come ha ben detto Ingroia ieri sera, diventasse una questione di classe, di chi si può permettere le avvocature eccellenti, quelle che spacciano le prescrizioni per assoluzioni?

Mò ci dobbiamo commuovere pure per corona? ma che vada a quel paese, lui e chi lo ha inventato; il cialtrone fuorilegge è un altro ottimo prodotto della televisione dei deficienti, quella targata maria de filippi che secondo me dovrebbe [sempre] essere accusata e processata per crimini contro l’umanità al pari di chi ha disgregato economicamente questo paese.

Questo fatto che perché in galera non ci vanno le ‘eccellenze’ allora non è giusto essere troppo severi coi criminali comuni è il risultato della distorsione mediatica a cui viene sottoposto ogni giorno questo paese dove sono in pochissimi a dire che se le eccellenze in galera non ci vanno è grazie al fatto che sono sempre loro, i medesimi che sono a confezionarsi leggi per non andarci, e che nei paesi normali in galera ci vanno il dirigente, il politico corrotto e corruttore, così come il delinquentello di strada.

E che non è affatto semplicistico pensare che a molta gente piacerebbe tanto che anche l’Italia diventasse finalmente un paese normale dove non fa notizia che un estorsore, un ricattatore venga trattato come si merita. In attesa che anche i manager, i politici, i dirigenti disonesti subiscano la stessa sorte così come avviene nei paesi civili.

Avevamo una banca
Marco Travaglio, 25 gennaio

Come in ogni scandalo, anche nel caso Montepaschi nessuno può dire “Io non c’entro”(tranne un paio di leader appena nati). Bankitalia si difende così: “Siamo stati ingannati”. Ma Bankitalia è lì proprio per evitare di essere ingannata, e soprattutto per evitare che siano ingannati i soci, i risparmiatori e i cittadini. L’alibi dell’inganno non vale: sarebbe come se un poliziotto si lasciasse scappare un ladro e si giustificasse col fatto che non s’è costituito. I ladri questo fanno: non si costituiscono. Perciò esistono i poliziotti: per prenderli. Sulla Consob è inutile sprecare parole: l’ex presidente
Cardia aveva il figlio consulente di una banca da controllare, la Popolare di Lodi dell’ottimo Fiorani, infatti controllò pochino; e il presidente Vegas, ex sottosegretario e deputato Pdl, seguitò a votare per il governo B. anche dopo la nomina in Consob. Ora il Pdl cavalca lo scandalo della banca rossa, ma dovrebbe ricordare l’estate dei furbetti, quando stava con Fiorani e Fazio assieme alla Lega (rapita dal “banchiere padano” e soprattutto dal salvatore di Credieuronord); o il crac del Credito cooperativo fiorentino di Verdini; o l’uso della Bpm di Ponzellini come bancomat per amici degli amici.
Casini, sul Monte dei Fiaschi, dovrebbe chiedere notizie al suocero Caltagirone, fino a un anno fa vice di Mussari. E Monti al suo candidato Alfredo Monaci, ex Cda della banca senese nell’èra Mussari. I vertici del Pd fanno i pesci in barile, ma sono anni che appena vedono un banchiere si sciolgono in adorazione. O diventano essi stessi banchieri, come Chiamparino al San Paolo. “Noi — dichiara quel buontempone di D’Alema — Mussari l’abbiamo cambiato un anno fa”. Frase che cozza con quella di Bersani: “Il Pd con le banche non c’entra”. Ma se ha “cambiato” Mussari, vuol dire che il Pd c’entra: anzi, l’aveva proprio messo lì. Casualmente negli ultimi 10 anni Mps ha versato 683 mila euro nelle casse del Pd senese. Un po’ come i Riva dell’Ilva, che foraggiavano la campagna elettorale di Bersani. La questione penale non c’entra, quella morale nemmeno. Semplicemente riesplode l’irrisolto problema del rapporto politica-affari: nessun grande partito può chiamarsi fuori. Tantomeno il Pd: si attendono ancora smentite alla deposizione di Antonio Fazio, che 6 anni fa raccontò ai pm milanesi di quando, nel 2004, Fassino e Bersani si presentano da lui in Bankitalia per raccomandargli la fusione tra Montepaschi e Bnl. Il progetto tramontò, ma quando l’anno seguente il Banco di Bilbao tentò di acquistare Bnl, l’Unipol d’intesa col vertice Ds organizzò una controcordata per sbarrargli la strada. Fassino a Consorte: “Allora, siamo padroni di una banca?”.
D’Alema: “Evvai, Gianni!”. Intanto Bersani difendeva Consorte, Fazio e Fiorani già indagati: “Per Fazio andarsene ora sarebbe cedere a una confusa canea”, “Fiorani è un banchiere molto dinamico, sveglio, attivo, capace”. Soprattutto a derubare i suoi correntisti. Del resto Bersani aveva messo lo zampino anche in altre memorabili operazioni finanziarie. Tipo la scalata a debito dei “capitani coraggiosi” Colaninno
& C. alla Telecom (1999). E l’affare milanese dell’autostrada Serravalle. Fu proprio Bersani a far incontrare il costruttore Gavio col fido Penati, presidente della Provincia. Intercettazione del 30.6.2004: “Bersani dice a Gavio che ha parlato con Penati… e di cercarlo per incontrarsi in modo riservato: ‘Quando vi vedrete, troverete un modo…'”. L’incontro aumma aumma avviene, poi la Provincia acquista le quote di Gavio nella Serravalle a prezzi folli e Gavio gira la plusvalenza alla cordata Unipol per Bnl.
A che titolo Bersani si occupa da 15 anni di banche, autostrade e compagnie telefoniche non da arbitro, ma da giocatore? Finché i silenzi e i “non c’entro” sostituiranno le risposte, possibilmente convincenti, tutti saranno autorizzati a sospettare.
Altro che “Italia giusta”.

Marco Travaglio parla degli impresentabili: “Il Pdl ha fatto fuori solo quelli famosi. Il Cavaliere si è salvato perché fuori concorso. Il problema era spiegare agli altri perché erano impresentabili. Su Cosentino, Berlusconi ha detto che la colpa era dei magistrati”. Travaglio, successivamente, elenca i reati dei circa cinquanta impresentabili della coalizione di centrodestra, PdL, Lega e MpA, degli indagati della coalizione di centro e degli otto impresentabili del Partito Democratico.

 

Che bel paese, l’Italia

Mps crolla. Bankitalia: ‘Noi ingannati’
Dal Pd alla Lega, tutti in fuga da Mussari

«Prima bisogna salvare gli italiani, poi le banche che non ci hanno mai pensato due volte a lasciare i cittadini in difficoltà. Ricordo al professore che, a causa dell’iniquo rigore imposto dal suo Governo, sono molti i giovani costretti a vendere o svendere gli immobili lasciati dai genitori dopo una vita di sacrifici. Chi glielo spiega a quei giovani che quei soldi si sono trovati per finanziare una banca?» (Antonio Ingroia)

Dirigenti, manager, banchieri, primari ospedalieri, tutta gente piazzata dalla politica di tutti i colori, poi quando succede qualcosa e si va a chiedere conto alla politica, ai politici, cadono dalle nuvole, non sanno, loro, fanno un altro mestiere.
Non basta più nemmeno la vergogna a rendere l’idea di quello che sono queste persone che hanno le mani in pasta ovunque ma quando c’è da assumersi la responsabilità dei fatti di cui si rendono responsabili avendo agevolato e incentivato l’agire di chi aveva ed ha tutt’altri interessi, non certo quello di far funzionare al meglio ospedali, aziende e banche non lo fanno mai.
Quando i controllati sono anche i controllori e viceversa, possono capitare cose di questo tipo.

Se invece, come succede nei paesi normali la politica restasse fuori dagli ambiti che non le competono allora si potrebbero perfino applicare le leggi e mandare davvero in galera chi fa fallire una banca, un’azienda, la politica stessa, non licenziarlo con buone uscite milionarie.
Nei paesi normalmente civili tipo l’Islanda o gli Stati Uniti chi fa fallire le banche va in galera per due o trecento anni, non viene promosso presidente di tutte le banche.
Risolvere il conflitto di interessi avrebbe messo l’Italia al riparo da molti rischi e tante cose si sarebbero potute evitare, solo in questo paese controllati e controllori si scambiano disinvoltamente le poltrone. E sono sempre le stesse persone.

Ma questo sembra non preoccupare nessuno, nemmeno il presidente della repubblica solitamente così prodigo di suggerimenti.

Per salvare una banca PRIVATA depredata dai creativi della finanza a vantaggio dell’avidità del solito 10% dei possessori dell’intero patrimonio nazionale il governo di Monti rapina i cittadini e nessuno fa un fiato? sindacalisti, politici de’ sinistra tutti zitti? “paccate di miliardi” a MPS mentre tagliavano ovunque fosse possibile meno però nelle tasche dei ladri e degli approfittatori di stato?

 Il tempo è galantuomo; è poca cosa forse ma è abbastanza per essere in qualche modo orgogliosa di capire meglio, oggi, che tutto quello che ho sempre pensato a proposito di un certo modo di fare politica era ed è tutt’altro che un pensare populista e qualunquista. Che di fronte agli interessi non c’è diversità di pensiero che tenga, e che in nessun paese come l’Italia dove l’imperativo di tutti i poteri è nascondere, omettere, coprire con la menzogna anche la realtà più evidente, quella che acceca è più che mai calzante il concetto che dire la verità è un atto rivoluzionario.

Quando – molti anni fa – si discuteva lontano dai social network che ancora non esistevano di sprechi, di privilegi eccessivi nella politica persone di sinistra mi dicevano che non era quello il problema, che era una goccia nel mare; ora, invece, tutti hanno scoperto che era ed è anche quello il problema, anzi, è stato proprio il problema che ci ha condotti allegramente alla bancarotta. Quando scrivevo che il finanziamento ai giornali è una cosa buona e giusta ma solo se i giornali poi assolvono al loro dovere che è quello di informare e non mettersi al servizio di un padrone, avevo ragione, senza l’inchiesta del Fatto Quotidiano che, guarda caso, soldi dallo stato non ne prende oggi non sapremmo nulla della lieta novella del Monte dei Paschi di Siena e di un sacco di altre cose che altri giornali per ovvi motivi non possono raccontare.
Risolvere il conflitto di interessi avrebbe messo l’Italia al riparo da molti rischi,  tante cose si sarebbero potute evitare e ogni giorno lo capiamo meglio perché in Italia una legge sul conflitto di interessi non la vuole la destra, non l’ha voluta la sinistra e non la vogliono nemmeno a centrosinistra. Ma questo sembra non preoccupare nessuno, nemmeno il presidente della repubblica solitamente così prodigo di suggerimenti, e mi sembra abbastanza ridicolo che di fronte al mare magnum di porcherie inenarrabili che i cittadini di questo paese sono costretti a subire pretendere poi da loro il rispetto di leggi e regole imposte da chi per primo si fa beffe delle une e delle altre, con la piccola differenza che se la legge non la rispettiamo noi ne dobbiamo rispondere, dobbiamo assumerci la responsabilità di non averlo fatto ma quando sono loro, quelli che le leggi le fanno, non succede niente.

Oggi lo stato chiede ai cittadini – dopo averli spogliati del diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, allo stipendio, alla pensione – di giustificare come e perché spendono quel che resta dei loro soldi per mezzo del redditometro, a noi cittadini però non deve essere concesso pretendere neanche una spiegazione sul come lo stato dilapida il denaro estorto sotto forma di tasse “necessarie”?

 

Leggi ad (molte) personam

Sottotitolo:

Altre ragioni di stato attendono verità e giustizia.

Preambolo:  Il lavoro va meritato,  non è un diritto, secondo LA fornero (mi ha rotto i coglioni, da oggi il maiuscolo non vale più nemmeno per lei), il lavoro non è un diritto; invece i redditi superiori ai 70.000 euro (che è già una cifra scandalosa per un paese in recessione), sì? e che bisogna rispondere a un oltraggio simile? ma soprattutto, CHI risponderà in un paese in cui non c’è più nessuno a difendere i diritti della gente?

La Costituzione Italiana:
Art.1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 35 – La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Spending review: salve le pensioni d’oro

I tagli? Sui buoni pasto dei dipendenti 

 Quando in una proposta di legge si prevede di tagliare sui buoni pasto dei dipendenti per mantenere intonse, intatte e intoccabili pensioni da molte migliaia di euro al mese non dovrebbe esserci qualcuno tipo chenesò, i sindacati che consigliano – una volta tanto eh? – a questi parassiti, a questi pozzi senza fondo d’indegnità, a questi stupratori della giustizia sociale e dell’equità di andare a risparmiare altrove?
Ma con che faccia i rappresentanti sindacali si presentano davanti ai lavoratori se non riescono nemmeno a difendere due fottutissimi euro di buoni pasto? e inoltre, perché non ci si è pensato mai prima ad ottimizzare visto che c’è chi quelli da cinque euro li prendeva ex ante, ovvero prima dell’esplosione della  crisi a fronte di chi da anni si gode  quelli da dodici? non si poteva fare sei per uno prima, troppo facile e poco tecnico. 

“Nessun taglio alle  centomila pensioni d’oro che ogni anno costano 13 miliardi. Sì invece a quello dei buoni pasto per 450mila dipendenti pubblici che fa risparmiare solo 10 milioni.”


Per salvare una banca PRIVATA depredata dai creativi della finanza a vantaggio dell’avidità del solito 10% dei possessori dell’intero patrimonio nazionale il governo di Monti rapina i cittadini e nessuno fa un fiato? sindacalisti, politici de’ sinistra tutti zitti? “paccate di miliardi” al monte dei paschi e tagliano sui buoni pasto dopo aver tagliato ovunque fosse possibile meno però nelle tasche dei ladri e degli approfittatori di stato? In America il responsabile del tracollo del MPS sarebbe finito in galera per 350 anni almeno, qui è stato nominato presidente dell’ABI.
Sono, come sempre, soddisfazioni.

“La banca di Profumo, indebitata e indagata, non trova i soldi per rispettare gli impegni. Ma niente paura, glieli presta il governo.”

L’importante è salvare sempre le banche, eh, come avremmo fatto senza questi tecnici e senza gli assistenti dei tecnici recentemente assunti da Monti  fra i quali un certo signore che prende 32.000 euro al mese di pensione e la loro genialità? meno male che ci sono questi geni della scienza e della tecnica, non oso pensare a cosa sarebbe successo se ci fosse stata la politica tradizionale, al posto loro. E Napolitano, di solito così loquace in questo ultimo periodo non dice niente, nessun conato di monito? nessuna viva & vibrante soddisfazione da esternare?


Il matrimonio di Figaro o la Folle giornata

[Il Contropelo, di Massimo Rocca per Radio Capital]

Con una sigla così ci si dovrebbe trovare bene in una folle giornata. Però a sapere che il nostro presidente del consiglio alla camera ha detto no alla trappola della recessione che sarebbe innescata dal “rigore che frena la crescita” perché sarebbe “la ricetta migliore per ridurre l’accettazione della costruzione europea tra i cittadini e per trascinarci nel provincialismo e nell’isolazionismo”, cascano le braccia. Viene da chiedersi dove StranaMonti abbia passato gli ultimi sei mesi, e se la sua mano destra sappia che cosa fa la sinistra. Temiamo seriamente di no. E che dire poi del silenzioso e discreto salvataggio del Monte Paschi Siena. Gli sono appena stati somministrati un miliardo e settecento milioni di vostri euro sotto forma di tremonti bond, cioè obbligazioni spazzatura emesse dalla banca e comprate dallo stato, perché nessun altro lo farebbe, che si aggiungono al miliardo e novecento milioni già erogato e rinnovato. Il Monte Paschi in borsa vale due miliardi e mezzo, l’avessero nazionalizzato risparmiavano anche qualcosina. Ma tanto van di moda le privatizzazioni, non è vero?