Il paese degli inchini

 Se qualcuno avesse in progetto la perdita totale della dignità, può prendere lezioni da questa, da questa, da questa…da questa. Mi taccio, che è meglio. Il dramma è che la mussolini non agisce nemmeno “a sua insaputa”. Però, ci sta bene, una mussolini in parlamento è come uno schettino al comando di una nave, serve a ricordarci che in Italia tutto è possibile; anche aver permesso che un mussolini potesse rimettere piede in parlamento.

Il paese degli inchini

Dopo il naufragio e l’alibi di ferro del comandante Schettino sullo scoglio spuntato a sua insaputa, all’isola del Giglio c’è un’altra metafora galleggiante che ci inchioda alla nostra irredimibile italianità: il rito dell’inchino. “Ne avrò fatti cinquanta”, racconta ai magistrati il bulletto di Meta di Sorrento, e forse è l’unica cosa vera che dice. Che sarà mai un inchino, nel Paese delle riverenze, dei salamelecchi, dei piegatori di schiene e dei nati curvi? Ecco perché il capitano De Falco assurge subito al rango di eroe, anche se ha fatto solo un paio di telefonate previste dalle sue mansioni: perché pare un extraterrestre. Nelle intercettazioni siamo abituati a sentire gente che si dà del tu e di gomito, che fa pappa e ciccia, che si fa du’ spaghi alla pizzeria dietro l’angolo, che sistema tutto perché in Italia tutto si aggiusta o almeno si arrangia. De Falco invece dà del lei, dice “comando io”, cita le leggi e le rotte, grida “è un ordine!”. È vero che fa solo il suo dovere. Ma è questo che fa di lui un marziano: non fa l’inchino. Intanto, mentre Meta di Sorrento riabbraccia il suo genius loci come un perseguitato (che sarà mai un inchino?), a Castellammare la processione di San Catello si ferma anche quest’anno davanti alla casa del boss. Fa l’inchino. E in Parlamento, sotto il governo che aveva promesso “mai più condoni”, tutti i partiti di tutti i colori si fanno il condono, anzi l’autocondono sui manifesti abusivi, come ogni anno, come sempre. Si autoinchinano. Nel libro Alla fine della fiera. Tangentopoli vent’anni dopo di Federico Ferrero, il pregiudicato Primo Greganti rivela: “Ho dato una mano alla campagna elettorale di Fassino per le comunali di Torino”. Possibile che Fassino non sappia che Greganti è stato condannato a 3 anni e mezzo per le mazzette della Ferruzzi e del gruppo Gavio al Pci-Pds? Possibile che non abbia detto a Greganti: “Caro, non è il caso, faccio da solo”? O forse non glielo poteva dire ed era obbligato all’inchino? Monti continua a tenersi al governo un condannato per Tangentopoli, il sottosegretario Milone, che ha pure enormi conflitti d’interessi nel gruppo Ligresti. Perché non se ne libera? Inchino forzato anche quello? Il ministro Passera, dopo averlo incautamente nominato, lascia al vertice dell’Agenzia per le strade il presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, di cui sono noti pensieri, parole, opere e soprattutto omissioni. Che aspetta a liberarsene? O forse non può e deve invece inchinarsi? E quando finirà, Passera, la sua lunga “riflessione” sulle frequenze tv? Un altro inchino che non può rifiutare? Filippo Penati, miracolosamente a piede libero con tutte quelle tangenti a Sesto San Giovanni, si è “autosospeso” dal Pd, ma seguita a sedere nel Consiglio regionale della Lombardia, luogo notoriamente ben frequentato, e ora è entrato nella commissione regionale d’inchiesta sul San Raffaele. Cos’è, uno scherzo? O l’han messo lì in veste di intenditore, insomma di tecnico? Che aspetta il Pd a dirgli di ritirarsi e a domandargli se non gli venga un po’ da ridere? C’è qualche inchino che ci sfugge? Con quale faccia il Pd può fare opposizione a Formigoni, se si tiene in casa un Penati, per giunta travestito da sceriffo? Formigoni è l’uomo che sapeva troppo poco. Schettino gli fa un baffo: sono 15 anni che gli arrestano un assessore ladro dopo l’altro, e lui cade sempre dal pero, anzi dallo yacht (pagato sempre da qualcun altro a sua insaputa): “Casi individuali”. Non vede e non sente nulla, forse perché è talmente chinato che non riesce ad alzare lo sguardo. Uno Scajola al cubo. E mai che incontri un capitano De Falco che gli urli: “Vada a bordo, cazzo!”. A furia di casi individuali, resterà solo. E ovviamente ignaro di tutto. Come il palo della banda dell’ortica di Jannacci: “Lui era fisso che scrutava nella notte, l’ha vist na gota ma ‘n cumpens l’ha sentu nient, perché vederci non vedeva un’autobotte, però sentirci ghe sentiva ‘n acident… Ed è arrabbiato con la banda dell’Ortica, perché lui dice: ‘Non si fa così a rubar!’…”.

Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano, 20 gennaio

Le physique du role

Sottotitolo: Standing ovation per Beppe Grillo:

“Costa Concordia è la metafora dell’Italia. Una balena arenata sugli scogli. Il capitano prima ha causato il problema, poi lo ha negato e poi è scappato. Come Piè Veloce Berlusconi. Il capitano pretendeva di dare istruzioni dalla spiaggia, con i piedi all’asciutto, mentre i suoi secondi erano rimasti a bordo (conversazione). Esattamente come i partiti con il governo Monti. La nave ha un nome italiano, ma il proprietario è americano… come il nostro Paese. Il padrone americano si chiama Carnival, come la gestione della nostra finanza pubblica. L’equipaggio era formato da extracomunitari sottopagati, belìn, proprio come quelli che lavorano in Italia. Il titolo di Carnival è sprofondato in Borsa, come i nostri titoli pubblici. Per salvare il salvabile il personale di bordo si è ammutinato mentre la nave si inclinava sul fianco. Ecco, questo non è ancora successo sulla terraferma. Sulla Concordia l’equipaggio ha potuto ribellarsi soltanto perché non era presente la forza pubblica a manganellare agli ordini del comandante, come in Val di Susa.”

 

Adesso tutti a fare la parte della vergine violata, ma che differenza c’è fra Schettino e chi rideva su trecento morti pensando ai soldi che avrebbe guadagnato? e quale sempre fra gli schettini e chi manda un bidello invece di un ingegnere esperto a fare il sopralluogo in una palazzina resa pericolante dalle scosse di terremoto sotto la quale sono morti ragazzini che potevano essere i figli di tutti? ma noi pensiamo davvero di avere le physique du role per scandalizzarci di questo e quello dopo aver permesso ad un delinquente impostore abusivo e ai suoi ascari di occupare i palazzi del potere? ce l’abbiamo ogni volta che i diritti di qualcuno vengono calpestati? ce l’abbiamo quando non pretendiamo quelle leggi che renderebbero questo, un paese appena normale? ce lo abbiamo avuto ogni volta che i governi di tutti i colori si sono inchinati davanti al capo di uno stato estero in gonnella invece di zittirlo così come lo si è fatto con un Sarkozy e una Merkel che ridevano sulle nostre disgrazie?

Gli schettini servono, altroché, servono a ricordarci che in questo paese tutto è possibile.

CASTA CROCIERE
Marco Travaglio

 

Ora diranno che noi italiani non riusciamo a diventare seri nemmeno nelle tragedie, anzi riusciamo subito a trasformarle in macabre farse. Gli altri hanno il Titanic, noi la Concordia. L’italianissima “nave più grande del mondo” che, già per com’è posizionata, mezza sott’acqua e mezza sopra con uno squarcio nella chiglia, è la migliore icona del paese che siamo. Più che un naufragio, una parabola. 

Del capitano Schettino sappiamo tutto e forse, si spera, anche troppo. Ma non era mica solo, sulla nave. Invece è come se lo fosse: se il comandante impazzisce, o si ubriaca, o picchia la testa, non c’è niente da fare. Nessun controllo, nessuna valvola di salvaguardia. Un uomo solo al comando, con potere di vita e di morte su tutti gli altri. E, se dà via di matto o semplicemente si fa gli affari suoi, peggio per noi. Vi ricorda qualcosa? Poi ci sono i passeggeri, che al “si salvi chi può” danno il meglio, ma anche il peggio. Uno, accecato dalla disperazione, strappa il salvagente al vicino e lo lascia affogare. Altri fanno a botte o calpestano la massa per arrivare prima alle scialuppe saltando la fila e, conquistato un posto sulla barchetta, scacciano i bambini o i vecchi o le donne o disabili perché “non c’è più posto”. Vi ricordano qualcuno? Il “par ticulare”, lo chiamava Guicciardini. Poi c’è Costa Crociere, che prima difende il comandante e poi lo scarica, dichiarandosi parte lesa perché ha fatto tutto da solo (ma proprio perché poteva fare tutto da solo Costa Crociere non è parte lesa). Vi ricorda qualcuno?

E siamo a Schettino, per gli amici “Top Gun”, che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul Titanic. Se c’era bisogno di qualcuno che rinfocolasse i luoghi comuni sull’italiano in gita, eccolo pronto alla bisogna. Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C’è l’amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c’è, se po’ fa ’. C’è da accostare per il rito dell’“inchino ” ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepèèèèè. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov’è, al momento del cozzo? Una turista olandese giura che era al bar a farsi un drink con una bella passeggera appena rimorchiata. Perché la patonza
deve girare, no? 

A quel punto, con la nave gonfia d’acqua, si chiama la Capitaneria per dire “Tutto ok, positivo ”. Poi si parla di “guasto a un generatore”. Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L’affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto, anche l’evidenza. Infatti è la Capitaneria a informarlo che la sua nave affonda. E allora “abbandonate la nave”: lui per primo, assicurando però “stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone” (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo dà sempre cifre false ma precise). Il solito De Falco – c’è sempre un De Falco sulla rotta dei furbi fessi – lo sgama: “Ma lei è a bordo?”. “No”. “Vada a bordo, cazzo! È un ordine”. “Sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”. Invece è già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio. Verrà avvistato sulla banchina mentre aspetta il taxi per l’hotel Bahamas. 

Manca ancora un ingrediente: la telefonata a mammà. “Sto bene, ho cercato di salvare i passeggeri”. Come si chiama mammà? Rosa, e come se no? Lui intanto mente pure sull’ultima manovra: “L’ho fatta io per facilitare i soccorsi”. Invece l’han fatta le correnti. Poi pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio dello scusario vittimistico nazionale: tutta colpa di “uno sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì”. Il solito complotto degli speroni rossi, degli scogli spuntati a sua insaputa: se Vespa lo chiama a Porta a Porta, lui tira fuori il plastico. Non resta che svignarsela nella notte, quatto quatto, “per senso di responsabilità”, lasciando fare agli altri, ai tecnici. Vi ricorda qualcuno? Tipo un altro che aveva cominciato sulle navi da crociera?