Niente. E così sia

Sottotitolo: “La Chiesa non condanna il peccatore ma il peccato.”

[“Inoltre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore quando questi fa un certo cammino”. “Questi soloni che imperversano, dicendo che la Chiesa è ipocrita non sanno niente della Chiesa. Anche Gesù andava dalle prostitute perché si convertissero. Io sono andato tante volte a casa di Lucio e c’era anche Marco Alemanno, e non ho mai visto nulla. Davanti al Signore ogni cosa viene ricomposta, al di là delle nostre fragilità. Non vedo perché io debba fermarmi di fronte a etichette che servono solo a far parlare. Quel che è prevalso è che lui era un credente. E questo dovrebbe prevalere sempre”. Bernardo Boschi]

Nel caso di Welby, evidentemente, non è prevalso.

Ogni occasione di dialogo che si perde non tornerà mai più.

Di chi è la colpa se per parlare di qualcosa, di un problema che c’è serve sempre il fatto eclatante? per riparlare del diritto a scegliersi un fine vita dignitoso c’è voluta la genialità di un uomo che si è suicidato a 95 anni, solo una manciata di mesi prima un emerito cialtrone disse, di una donna immobilizzata a letto da 17 anni, che ‘poteva ancora procreare’, e lo disse soltanto per ottenere la compiacenza delle eminenze in gonnella che tutto gli hanno contestualizzato e perdonato, dalle amicizie pericolose alle mignotte passando per la bestemmia permettendogli finanche di accostarsi all’Eucaristia da divorziato, dunque da peccatore imperdonabile secondo i dogmi della chiesa.

E in questo paese non c’è ancora una legge che permetta alle persone di scegliere come morire, una legge che invece c’è in tutti i paesi civili.

Mi è dispiaciuto molto leggere e  ascoltare ancora e ancora che la vicenda di Dalla è una questione personale, perché anche se lo è, prenderla a pretesto per riportare alla pubblica attenzione la questione dei diritti degli omosessuali è doveroso; chi invece rinuncia non rende un servizio utile né all’informazione né tanto meno a quella giusta causa che si chiama UGUAGLIANZA.
Sono proprio contenta che Travaglio invece non abbia scelto di aggiungersi alla pattuglia del giornalismo dell’ “erano affari suoi”, o per meglio dire lo ha fatto ma con molto più stile visto che anche a lui come a molti di noi non è sfuggito che da un’occasione importante sebbene triste un paese civile dovrebbe saper trarre degli insegnamenti.

E soprattutto sono contenta che non abbia contribuito anche lui all’oscurantismo e alla censura di chi ha evitato accuratamente di usare la parola “compagno” come se fosse un insulto, qualcosa che è meglio non far sapere.
Io mi chiedo cosa abbiamo fatto di male noi italiani per meritarci di essere trattati da imbecilli anche da un giornalismo e da una stampa solitamente molto più disinvolti quando si tratta di altri argomenti ma che, di fronte alla possibilità di aprire una discussione circa quei diritti che qui mancano hanno tirato indietro la manina nascondendosi ridicolmente dietro il rispetto per la persona.

Un rispetto che nei fatti non c’è e non c’è stato, perché non c’è rispetto per nessuno in un paese dove un uomo non può dire liberamente di amare un altro uomo e una donna per legalizzare la sua unione con un’altra donna deve andarsene in un altro paese come ha fatto Paola Concia.

Non c’è rispetto né civiltà in un paese dove nemmeno quella stampa e quel giornalismo che si definiscono liberi  hanno il coraggio di dire e scrivere che il vaticano è il più grande diffusore di ignoranza e falsi concetti presente sulla faccia della terra. Il primo costruttore di giudizi e pregiudizi di cui poi si nutrono miliardi di persone.

E’ la chiesa ad aver strumentalizzato Dalla, una chiesa che ha protetto i pedofili per decenni e ancora sale in cattedra perché nessuno si oppone a questa tirannia. Dalla che in altri tempi sarebbe finito su un tavolo di torture o sul rogo ma oggi dobbiamo sorbirci ancora la morale per bocca del padre spirituale di Dalla che ha detto di aver frequentato spesso la casa dove lui abitava col suo COMPAGNO ma che “non si è mai accorto di niente”: e di cosa avrebbe dovuto accorgersi?   
E’ il potere cattolico che va urgentemente  ridimensionato, perché in Italia è peggio della Piovra.

Niente comunque potrà mai superare lo scandalo dei funerali religiosi negati a Piergiorgio Welby.

Lucio e Marco –  Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 6 marzo

 

    Lucio Dalla fa miracoli anche da morto. Il funerale proprio il 4
    marzo nella sua Piazza Grande. L’abbraccio di tutta Bologna e di un
    bel pezzo d’Italia dentro e fuori San Petronio, dopo due giorni interi
    passati ad ascoltare le sue note sparse nell’aria della sua città. E
    soprattutto il saluto finale di Marco Alemanno, il suo giovane
    innamorato, che ha straziato ma anche rinfrescato l’atmosfera della
    vecchia basilica, strappando l’unico applauso non stonato (per il
    resto, gli applausi in chiesa sono sempre stonati): l’applauso
    liberatorio per un gesto che ha squarciato il velo di tanta ipocrisia
    e anche, diciamolo pure, di tanta omofobia.

    Non so se fosse previsto – nel rigido cerimoniale fissato dalla Curia
    bolognese, così rigido da negare a tutti noi persino un ritornello,
    una nota delle sue canzoni – che Marco leggesse, oltre al testo del
    brano “Le rondini”, anche il suo ricordo personale degli ultimi anni
    vissuti accanto a Lucio: quel ricordo che si è concluso con un
    “grazie!” urlato e commosso proprio sotto l’altare.

    Può darsi che si sia trattato di un fuori programma che ha colto di
    sorpresa anche qualcuno dei preti concelebranti avvolti nei paramenti
    viola-quaresima. Certo era voluto l’affettuoso accenno che padre
    Bernardo Boschi, amico e confessore di Lucio, ha dedicato a Marco
    nell’omelia (“questo tonfo… quasi crudele, vero Marco?… ci ha
    lasciati tutti più soli, più tristi”).

    Ma, sia che la cosa fosse prevista, sia che fosse un fuor d’opera,
    meglio così: è stata una benedizione anche per chi, come il
    sottoscritto, pensa che la vita sessuale di una persona sia un fatto
    privato, salvo che la persona stessa non decida di metterlo in
    pubblico.
    Su questo hanno detto e scritto in tanti, dopo l’aspra invettiva-
    provocazione di Aldo Busi.

    Ma, comunque la si pensi, è un fatto che Lucio Dalla abbia condiviso
    gli ultimi anni della sua vita (i più sereni, fra l’altro, per unanime
    riconoscimento degli amici più cari) con un giovane uomo: Marco
    Alemanno, appunto.

    Quel che è accaduto in San Petronio, anche se non voluto fino in
    fondo, fa bene alla Chiesa: le scrolla di dosso un’immagine
    sessuofobica e omofoba che tanti dolori ha provocato a molti credenti
    omosessuali e soprattutto ai loro famigliari e che ancora, al funerale
    di domenica, è echeggiata nelle parole di monsignor Gabriele Cavina,
    numero tre della Curia bolognese, che ha presentato Alemanno come
    “collaboratore” di Dalla e ha rammentato il dovere della confessione e
    della penitenza per non “accostarsi all’Eucarestia in peccato
    mortale”. Un precetto che molti han trovato superfluo e soprattutto
    stonato, in quel contesto.

    Ma il piccolo miracolo di San Petronio fa bene anche al mondo
    dell’informazione che, se possibile, riesce talvolta a essere più
    ipocrita e omofobo persino di certe gerarchie ecclesiastiche,
    ossessionate dal sesso e digiune d’amore. Prima che Marco ci liberasse
    con un semplice grazie da tante tartuferie, molti giornali, tv e siti
    web l’avevano presentato come “amico”, “collega”, “stretto
    collaboratore” e altri ridicoli e imbarazza(n)ti giri di parole per
    non usare la più bella e la più semplice delle espressioni: compagno
    innamorato. In prima fila, in basilica, c’erano politici di destra e
    di sinistra che per anni sono stati al governo o in Parlamento e non
    sono riusciti, anzi sono riusciti a non dare all’Italia una legge che
    riconosca i diritti minimi a due innamorati di sesso “sbagliato”.

    Conoscendo Lucio, quei politici sapevano tutto di lui e di Marco: a
    loro quel che è accaduto in San Petronio non ha rivelato nulla. Se
    ora, usciti di chiesa e tornati in Parlamento, la presentassero e la
    votassero tutti insieme, quella legge che manca solo all’Italia,
    compirebbero un gesto semplicemente doveroso, soprattutto per i non
    famosi. Un gesto tutt’altro che coraggioso, perché ci vuole un bel
    coraggio a non compierlo.

    Sarebbe l’ultimo miracolo di Lucio.

Ipocriti del cazzo

Il compagno e il velo dell’ipocrisia – Michele Serra, Repubblica

Sottotitolo: Un giorno, forse, la morte prenderà meglio la mira. Ci lascerà ciò che è utile anche solo per un sorriso, e si porterà via la spazzatura. Non si può fingere di essere stupiti per la chiesa ipocrita. Sarebbe come far finta che un tizio come berlusconi è onesto o come se domani – cazzo – ohhhh … la mafia esiste! Peggio ancora sarebbe far finta che non sia un problema, in Italia, essere gay o negri, ebrei o mussulmani. Il tempo in cui saremo ugualmente diversi, noi non lo conosceremo, ma visto che abbiamo la fortuna di dichiararci, ugualmente diversi, insegniamo ad esserlo anche a chi verrà.(Rita Pani)

La crociata contro il piacere – Cronache Laiche

[La repressione o la limitazione della sessualità con divieti, tabù e leggi anche molto severe non è prerogativa esclusiva del cattolicesimo. Sua caratteristica è però il disprezzo della sessualità e del piacere, ritenuti di per sé peccaminosi.
Chi sta bene non ha bisogno di padroni.]

I gusti sessuali di Dalla avrebbero dovuto essere l’ultimo pensiero di e per tutti.
E’ – casomai – certa ipocrisia disgustosa a fare la differenza. Un’ipocrisia alla quale gli italiani si sono facilmente abituati trasformandola in un sentire comune di cui, per il bene di una civile e rispettosa convivenza che dovrebbe prescindere dagli orientamenti sessuali di chiunque,  si farebbe volentieri a meno.
Chi crede in quel Dio buono e giusto come ce lo disegnano da duemila anni,
creato dagli uomini al solo scopo di far credere ai propri simili che la vera vita non sia questa che si vive in carne ed ossa ma l’altra, quella cosiddetta “eterna”, sa che lui non praticherebbe mai la teoria dei figli e dei figliastri.
Questo lo fanno i suoi uomini, i suoi referenti sulla terra e ogni giorno non
perdono l’occasione per dimostrarlo “contestualizzando” qua e la come più conviene.
Ma la colpa non è esclusivamente della chiesa: la responsabilità maggiore in questo paese ce l’ha prima di tutti e di tutto la politica che, a destra come a sinistra, si è sempre inchinata ai desiderata di papi, vescovi e cardinali al solo scopo di raccattare qualche voto in più, e ce l’ha la gente di questo paese, perché non è mica colpa della chiesa se gli italiani non hanno mai maturato un pensiero forte per contrastare ad esempio l’omofobia.

Non è mica colpa della chiesa se tutti i giornali tranne La Stampa raccontando la morte e  i funerali di Dalla non hanno mai scritto, a precedere il nome della persona che era vicino a lui non da semplice amico, la parola “compagno”.
Non è colpa della chiesa se in questo paese i diritti degli omosessuali non vengono considerati tali quanto quelli di chi omosessuale non è o semplicemente non dice di esserlo.
Non è colpa della chiesa se basta pagare per essere considerati degni di partecipare a quella mensa anche quando le referenze non sono come dire? secondo i dettami di santa madre (di chi?) chiesa,  quelle giuste.
C’è stato chi, da fervente credente è rimasto in una bara sul sagrato antistante ad una chiesa e non è stato fatto entrare, ci sono stati i tre vescovi che hanno officiato il funerale di un dittatore sanguinario.
Questo e molto altro chiuso in quella cornice di disgustosa ipocrisia che è il pensiero cattolico circa l’omosessualità che però, se non fosse stato e non fosse ampiamente condiviso anche dalla gente avrebbe perso molta della sua “autorevolezza”.
Se questo non succede non è colpa della chiesa.

Non si manca di rispetto a nessuno se si dice e si scrive  che essere gay in Italia, e dirlo, impedisce di vivere serenamente la propria vita.

Altrimenti non ci sarebbe un sacco di gente che è costretta a nascondere di esserlo e non sempre e solo per questioni di riservatezza.

E questo è un fatto politico, non di opinione.
Giuseppe Patroni Griffi fu costretto ad adottare da figlio
l’uomo che invece era stato il suo compagno: una follia, un delirio subumano.
C’è gente che  pur dovendo rispettare e sottostare a tutti i doveri si vede
negare diritti normalissimi che dovrebbero essere uguali per tutti.
E non può essere.
Io spero, invece, che di questo se ne parli sempre e
molto.
Monicelli non aveva mai manifestato pubblicamente il desiderio di togliersi la vita, il suo gesto estremo ha però permesso che si tornasse a parlare del diritto a scegliersi una fine dignitosa.

E in questo paese non possiamo permetterci il lusso di abbassare la guardia su nulla, in fatto di diritti negati.
Non tutti per fortuna parlano o scrivono per morbosità e voyeurismo, c’è anche chi lo fa, giustamente, per non spegnere mai la luce sulla questione dei diritti negati.

Se questo fosse un paese normale non ci sarebbe nessun bisogno di discutere di certi argomenti. Così come si accetta che una persona può nascere bionda o bruna, con gli occhi verdi o castani, oppure che preferisca nutrirsi di carne invece che di pesce bisognerebbe ACCOGLIERE anche il fatto che da che mondo è mondo l’omosessualità esiste così come il suo contrario, e che l’anormalità e la normalità sulla questione dell’orientamento sessuale della gente risiede solo nella testa bacata di chi pensa che questo renda una persona diversa dalle altre e quindi più o meno meritevole di veder rispettati  i suoi diritti di scegliersi la propria serenità nel modo che vuole, quando questo non nuoce né invade la vita del suo prossimo.
Nel terzo millennio siamo ancora qui, ostaggi di una  politica cialtrona  prim’ancora che di una chiesa invadente sì oltremodo ma che se non trovasse sponda fra la gente si prenderebbe solo le pernacchie che si merita. Tutto questo è assurdo e surreale.